Vado a piedi o vado in autobus? (Con lettera di replica del presidente dell’ATC)

Non è stata una buona settimana per Bologna quella che è appena passata. Per niente. I morti continuano a cadere per le strade o ammazzati nei negozi; i carabinieri continuano ad essere sventagliati con la lupara ed è una fortuna che la buona sorte questa volta li ha aiutati. Non parlerò su questo, però: perché già da tempo m’era parso giusto aggiungere le mia voce ad altre per avvertire e denunciare lo stato di progressivo degrado sociale che la città subisce; collegandolo allo sfascio generale di un Paese che è involto in una ragnatela inestricabile di volgarità, di nequizie. E noi ormai siamo dentro a questa Italia che vuole essere dentro a un’Europa ricca che, sembra di capire, la respinge. L’Europa non sperpera come il gatto della favola, che faceva rotolare zecchini per osservare come splendevano sotto il sole; nonostante cento mali comuni, non ha la piaga indegna dei sequestri; non quella malavitosa di mafia camorra ’ndrangheta; non il peso immane di tante stragi e di nessun colpevole; non la vergogna iraconda di processi che si succedono, durano vent’anni e si concludono nel vento. Ergastolani girano tranquilli per le strade, non si ha più il senso della giustizia vera; della linea fra l’onesto e il disonesto. Uno Stato che periodicamente mercanteggia con gli evasori fiscali; che non si organizza per farsi pagare il dovuto e i servizi elargiti che non sa risolvere ma altrimenti i problemi finanziari se non tassando la benzina e gli automobilisti. Un vilipendio continuo, costante, del buon senso e della corretta gestione amministrativa delle strutture sociali. Però inamovibile, resistente perfino contro ogni usura del tempo; quindi sostanzialmente eterno. Indifferente, strafottente, implacabile.

Ma è della rabbia dell’ATC che vorrei da semplice utente della strada e del servizio parlare un poco. La rabbia di che? la rabbia perché? Perché la Regione ha dato o assegnato cinque miliardi e trecentotrentanove milioni in meno nella ripartizione del FNT, cioè del fondo nazionale trasporti; con la conclusione dopo una revisione contabile e tecnica che sarà pure una ATC molto grande ma è anche una ATC squilibrata sia per i costi sia per la conduzione. E le hanno fatto pure un regalo, perché a essere severi fino in fondo la diminuzione del contributo avrebbe dovuto toccare i quattordici miliardi. Si sono naturalmente risentiti alla direzione dell’ente, come sempre capita quando si toccano nel concreto, evitando le cerimonie, i «palazzi» piccoli o grandi; e intanto hanno risposto subito che la Regione ha sbagliato, applicando criteri burocratici, formali, impiegatizi.

Chiedo: quali altri criteri avrebbe dovuto applicare? Forse non è vero che ogni mese cresce il costo dei biglietti? Sono un cittadino che usa l’autobus almeno quattro volte al giorno, per ogni giorno dell’anno, anche all’estate. Pago, come devo, l’abbonamento mensile, che è come un diagramma in salita; tanto che sono prossimo alla sofferta decisione di andare a piedi, scegliendo il taxi per le necessità più urgenti. Anche per guadagnare tempo, soprattutto tempo.

Aggiungo ancora: abito in via Marconi, diventata, anzi trasformata dal recente piano del traffico in un budello di gas, smog, rumore, movimento. Non è il caos della città, è il caos dell’irrazionale. Lo ho anche scritto: hanno cavato il traffico da là e l’hanno dirottato tutto qui. Via Indipendenza è diventato un vialone senza voci, un po’ sporco e funereo; e via Marconi una rimessa, una officina che chiude e muore alle otto della sera.

Ma non vorrei taroccare neanche su questo; mi interessano altri dati particolari che si riferiscono all’ATC. Dati minuti, di un utente piccolo piccolo, che faranno sorridere gli esperti. Li sciorino così: se riesco a sopravvivere ai miasmi dell’aria aspettando l’arrivo di qualcosa, a un tratto vedo arrivare da piazza dei Martiri un gruppo fitto di bus intruppati. Si contano spesso tre n° 20 in fila, uno dei quali termina in piazza Maggiore; due n° 27; un 38, un 39 e in rapinosa sfilza susseguente i numeri 91, 92, 93, ecc. Il n° 21, che ha un lunghissimo percorso, passa ogni morte di papa; e così il n° 30 in cui si mescolano i mariuoli. Trapassata questa lenta sfilata di oche, la parte destra della strada resta vuota come il 15 agosto.

Mi sono spesso domandato: nell’epoca della rampante tecnologia, non sarebbe più utile, più funzionale e in definitiva più economicamente produttivo, programmare passaggi meglio scaglionati? A cominciare dagli autobus della stessa linea, specie nel lungo attraversamento dentro le mura? Un servizio più corretto, più rapido, più razionale per i cittadini. I quali, per fare un altro esempio, se riescono a salire – dopo avere a lungo atteso – sul n° 11, subiscono trecento metri più avanti, a metà di via Ugo Bassi, un altro arresto – alle volte anche prolungato – per il cambio del conducente. E non è infrequente un’altra sosta alla fermata di Piazza Maggiore. O vorrei proporre un percorso sul n° 17, per chi vuole sentirsi fra sobbalzi e rumori le budella in bocca.

Ma ho scarsa speranza che i miei fiati avvicinino le orecchie di qualcuno; perché sono convinto che qualsiasi onorevole amministratore di servizio sociale o amministrativo, così come gli onorevoli generali di qualsiasi gloriosa battaglia per la grandezza della patria, conducono il loro lavoro e l’onesto impegno – e di conseguenza elargiscono i loro comandi – dai tavoli dei piani alti; distaccati funzionalmente dalle minute necessità quotidiane dei soldati; pardon: della gente. Importano le grandi risoluzioni, non i secondi di scarto. Certo, ricevono di continuo dati di ogni genere, diagrammi di ogni genere, prospetti di ogni genere, previsioni di ogni genere; ma tutto ciò è foglia morta se non prova o trova vicino il fiato quotidiano della gente; se non si sentono i discorsi; se per esempio non si vedono le difficoltà sempre maggiori e sempre più drammatiche degli anziani, degli handicappati nell’usare un mezzo che sembra diventare sempre più un obbligo difficoltoso e sempre meno un amichevole mezzo di utilità e necessità. Alle fermate non ci sono tabelle orarie dei passaggi, ma un generico trasandato inizio e termine delle corse; non l’indicazione della «Stazione» ma un altrettanto generico Piazzale Medaglie d’Oro che neanche tutti i bolognesi conoscono; e comunque i relativi cartelli orari sono disposti in una successione ascendente da risultare illeggibili a chi non ha gli occhi di un’aquila.

Giorni fa, nel momento di neve e fango e bagnato, si scendeva nelle fermate dentro alla poltiglia affondando per lo più fino al calcagno. I giovani se ne fregavano con un salto, ma gli altri? Perché non avvertire i conducenti d’avere la premura di fermarsi un po’ più avanti o un poco più indietro, in modo che il disagio reale fosse attenuato per chi ha il peso degli anni?

Adesso sto scrivendo ancora tutto ammaccato sulla spalla e sul braccio destro; lo muovo male; mi duole a sollevarlo. È un incidente capitato appena una decina di giorni fa, quando appunto c’era neve e ghiaccio e poltiglia di fango.

Mentre salivo sul n° 17 e avevo un piede sul predellino, l’autobus ha serrato le porte ed è partito in tromba. Sono stato ributtato con violenza indietro, scaraventato a terra nella neve sporca e ghiacciata. Avrei potuto ferirmi assai gravemente. Sull’autobus c’era mia moglie e l’autista solo dopo vive rimostranze l’ha fatta scendere più avanti; non s’era accorto di nulla e poco gli è importato.

Ancora imbrattato e dolorante ho fatto la mia segnalazione e la mia rimostranza al gabbiotto di via Marconi, a un controllore. Non certo per esigere alcunché ma per additare un pericoloso atto d’incuria. E mi sono tenuto il malanno che dura. Solo gli occhi costantemente in presa diretta del padrone aiuterebbero a migliorare le cose. Le quali, intanto, migliorano un poco anche accettando con la giusta umiltà le critiche eventuali. Ma siamo più abituati ad accettare le critiche in questo paese della retorica ribollente? E poi non ho mai visto, o intravisto, un uomo importante in autobus.

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 164, 10 maggio 1991.

 

 

Lettera di replica del presidente dellAtc a Roberto Roversi utente di autobus

 

Bologna, 11 giugno 1991

Prot. n. 96

Egr. Signor Roberto Roversi

Bologna

 

 

Caro Roversi, su «Anteprima» Lei ha svolto alcune considerazioni sul nostro servizio che meritano una risposta schietta.

Parto dalle ultime cose che Lei ha posto:

a) «non ho mai visto un uomo importante in autobus».

Si sbaglia. Gli uomini «importanti» talvolta usano l’autobus. Lo apprendiamo rapidamente e a stretto giro di posta, poiché inoltrano immediatamente vibrate proteste sulla qualità dei servizi resi dall’ATC. Un ulteriore vizio degli utenti «importanti» è di parlare dal «punto di vi­sta dell’uomo della strada». Come semplici cittadini. Disdegnano ragionamenti e visioni di insieme sul traffico, sulla complessità della vita in città, ecc.

No. Loro vogliono, esigono, una verità chiara, immediata. Sono inesorabili.

Alla fine scontata, ma lapidaria, arriva la frase di condanna: «ma lo sanno i pezzi grossi dell’Azienda ecc. ecc.».

Vede che in questo le persone importanti non sono molto diverse da Lei, che pure è un utente «piccolo-piccolo».

I cittadini normali si comportano in modo diverso.

Talvolta ci criticano, più spesso ci consigliano, ma tutti, indistintamente, ci esprimono la loro comprensione per le difficoltà di lavoro che incontrano autisti ed Azienda ad organizzare un servizio in condizioni di estrema difficoltà a causa del continuo peggioramento del traffico in città.

b) «gli amministratori… ricevono di continuo dati di ogni genere, diagrammi di ogni genere, prospetti di ogni genere, previsioni di ogni genere; ma tutto ciò è foglia morta se non prova o trova vicino il fiato quotidiano della gente ecc.».

 Ma dove vive caro Roversi?

Lei pensa davvero che a Bologna sia possibile trasportare oltre 430.000 viaggiatori al giorno (media giornaliera feriale del servizio invernale) senza sapere cosa pensa la gente, ecc.? Ma, davvero Lei pensa che l’ATC di Bologna non conosca il divario esistente fra le richieste della gente e la realtà del nostro servizio? Per quale motivo, secondo Lei saremmo a chiedere, ormai quotidianamente, corsie riservate e protette, strade solo per gli autobus (Via Marconi è una di queste), ed anche una drastica riduzione del traffico privato? Capirà che non si possono scrivere gli orari alle fermate se non si è in grado di rispettarli e che non si può evitare il fenomeno del raggruppamento di più autobus se si deve sottostare alla congestione continua del traffico privato. Se, a differenza dei cittadini normali, Lei ritiene che vi sia una soluzione banale, dettata dal buon senso, che «in questi tempi di rampante tecnologia» risolva i nostri problemi, La prego, venga subito a trovarci.

 c) «E le hanno pure in regalo (all’ATC). Perché, ad essere severi fino in fondo, la diminuzione del contributo avrebbe dovuto toccare i quattordici Miliardi!».

E bravo Roversi! Ma quanta sicurezza! Lei sì che ha capito al volo come stanno le cose. Beato Lei che non ha bisogno di diagrammi e tabelle! Mi fa piacere che lei abbia trovato, fra tante amarezze, una fonte rassicurante di equità nel lavoro dell’Assessorato regionale competente. Di questi tempi ci si deve sapere accontentare. Se non vuole avere delusioni, tuttavia, non controlli le decisioni prese. Perché vede (in quegli atti) si dà un giudizio negativo sul servizio di Bologna scegliendo, fra i tanti possibili criteri, quelli che penalizzano il trasporto di persone. Così tutte le aziende che hanno linee che non trasportano utenti si ritrovano contributi superiori ai nostri. Che belle idee per contrariare il «vilipendio continuo, costante, del buon senso e della corretta gestione amministrativa».

d) Infine alcune parole sull’autista che è stato scortese. Ammetterà che l’ATC è sfortunata. In tempi di «immagine» e di «comunicazione» sempre agli utenti dalla penna facile capita l’autista non educato. Vede noi riceviamo decine, centinaia di lettere che ringraziano i nostri dipendenti per l’impegno dimostrato nonostante le caotiche condizioni di lavoro ed anche critiche e denunce come le Sue. In azienda lavorano circa duemila autisti e può essere vero che qualcuno (pochi in verità) non sia all’altezza di un servizio pubblico. Ritengo tuttavia che Lei si riferisse, nel Suo scritto, al comportamento complessivo dei nostri agenti o, perlomeno, che volesse sollevare il problema in generale. Ebbene, personalmente, faccio fatica a rintracciare in queste città così cambiate, in questa società così degenerata, i difetti e l’arroganza dei nostri tempi negli autisti dell’ATC.

Probabilmente peggioreranno anche loro, col tempo, inevitabilmente e diverranno insolenti, come spesso accade di osservare in altre città (quelle più grandi).

Vede, la critica, quando è poco meditata, si iscrive in quel lungo tormentare qualunquista che tutti conosciamo e, lungi dal correggere difetti, li precipita.

Personalmente, sono rimasto sorpreso dal Suo articolo e spero che abbia tempo di ripensare alle cose scritte.

La Sua influenza sulla pubblica opinione, la Sua onestà intellettuale ed anche la considerazione per il lavoro degli altri meritano, se mi è permesso, maggiore rispetto.

Cordiali saluti

 

Renzo Brunetti

 

 

 

La lettera inviatami si riferisce all’articolo pubblicato sul numero del 10 maggio scorso di Ante­prima con il titolo: «Vado a piedi o vado in autobus?».

Dichiarato in partenza utente dalla penna facile, non voglio aggravare la mia situazione con ulteriori aggiunte di scrittura.

Mi consento due cose. Non ho mai inteso generalizzare critiche nei riguardi degli autisti dei bus (il mio testo è lì a confermarlo).

Alla domanda inserita nel paragrafo b della lettera: «Ma dove vive caro Roversi?», rispondo per l’esattezza: «A Bologna».

 

R.R.

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 164, 10 maggio 1991
Letto 4690 volte Ultima modifica il Mercoledì, 15 Maggio 2013 08:52