I bolognesi con il naso in su

Il restauro di San Petronio – Guardiamo per capire – L’utilità sociale dell’operazione

 

Per aprire questa volta il discorso mi riferisco a un avvenimento che ha interessato e interessa tuttora i bolognesi; dopo di che, da alcune considerazioni in merito, passo ad altre più generali che interessano l’argomento di base di queste brevi note settimanali. L’avvenimento è la facciata di San Petronio fatta nuova; una parte della facciata intanto, ripulita come tutti hanno visto con scrupolo tecnologico e intelligenza delle scelte specifiche; in modo tale che adesso suscita a guardarla (direi a rimirarla) stupore e piacere – insomma quella particolare soddisfazione dell’occhio e dell’intelligenza sollecitata da ogni opera ben riuscita e conclusa (e nella fattispecie non c’è da aspettare che il completamento).

Ho detto riuscita, conclusa e vorrei aggiungere “consonante”. Intanto: consonante a che? Rispondo: al discorso più ampio e articolato sulla città e sull’uso della città che è stato impostato, avviato e tuttora tenuto in atto dalla sinistra; al discorso sull’uso degli spazi pubblici; a quello sull’utilizzazione dei comprensori storici; e più in dettaglio all’uso a cui debbono essere subito adibiti i singoli monumenti – che per molti, fino a ieri, erano soltanto vecchi monumenti predestinati alla negligenza annoiata e alla demolizione interessata.

Infatti è contrassegno spregevole di una classe dirigente inetta e corrotta qual è quella, nella gran parte, che ha pianificato lo sfacelo urbanistico italiano in questo dopoguerra non solo massacrando là dove si poteva costruire con il decoro della ragione (e con utilità vera senza contaminare), ma abbattendo, frantumando, distruggendo con una frenesia ipocrita e schizofrenica (quindi proprio con la furia di scancellare) là dove la costruzione antica nella sua struttura più corretta e lineare poteva essere ricondotta e integrata nella vita sociale, senza sperpero, anzi con beneficio economico e vantaggio per tutti; è contrassegno, dicevo di questa classe (la cui arretratezza culturale è stata ed è diabolica nel male come diabolica è stata la sua fame di lucro e di guadagno spicciolo) un entusiasmo fasullo e tattico e un rispetto volgarmente ironico per i monumenti, per l’arte e la cultura, per la nostra storia che si evidenzia in oggetti e cose, per il retaggio di “Roma” ecc., soltanto a parole e nei periodici appuntamenti con i centenari; e subito dopo riproporre i cavilli più assurdi o provinciali per gli scempi che vengono sempre giustificati con l’utilità pubblica, con il bisogno e la premura del progresso generale, con le urgenti necessità o le scadenze sociali non ulteriormente procrastinabili ecc. I valorosi, gli intelligenti, i coraggiosi (anche) che nel corso di questi anni si sono battuti contro questi barbari, testimoniano con cento ferite la durezza della battaglia e le sconfitte patite. Va a loro onore di non aver rinunciato, nonostante questo, a contrastare, additare, premere, pubblicizzare.

Ebbene che cosa significano (rappresentano) nella realtà della vita sociale, una facciata di chiesa “pulita” o ripulita; lo scrostamento attraverso mille difficoltà della morchia dei secoli; la ricerca e il ritrovamento della pietra originaria, dunque del colore originale e della collocazione originale di un monumento attraverso il ricupero e il riordino dei suoi componenti? A mio parere la risposta è questa: significa riorganizzare in tutti i dettagli il discorso della comunicazione; recuperare i momenti e i tempi semantici della piazza per un discorso organico, non più mistificato, falsificato, lacrimoso sul piano sentimentale e subdolo sul piano sociale; significa ricollocare l’antico o il cosiddetto antico nella sola prospettiva che lo renda ancora fruibile, sciogliendolo da un’ibernazione e da una falsa serietà che sembrano e sono senza storia e senza futuro.

La facciata di San Petronio quando era tutta nera (così vilipesa dal tempo) appariva staccata dal contesto della piazza, relegata e subalterna; un fondale di carta macchiata o un fondale scenografico rovinato dall’uso in un qualche teatro di provincia; ci strisciavamo contro senza emozione o con l’indifferenza dell’abitudine; mentre la facciata “ritrovata” o “rivisitata” è carne viva, dà voglia di palparla perché torna a premerci addosso, torna a comunicare; e a comunicare con noi attraverso lo stimolo di una sventagliata di sentimenti e sollecitazioni di volta in volta agitati da questa presenza “giusta”.

Sembra perfino che la facciata sia avanzata di qualche passo nella piazza ma senza invadenza; che si sia distesa e ampliata; in un certo modo anche che chiami avendo aperto un colloquio; dato che il colore ritrovato è sorprendente, molto “giovane” e distribuisce una luce che coinvolge gli altri edifici in giro. E in questa luce l’uomo entra con una sollecitazione più decisa, direi anche più convinta. L’occhio “guarda”, non corre via; l’adeguamento allo spazio generale, per ciascuno di noi, è diretto: s’avvia un rapporto che dispone all’ascolto o alla partecipazione.

Ascoltiamo le pietre? Ascoltiamo la voce di una storia? Direi che ascoltiamo noi stessi e gli altri; che riflettiamo e indugiamo; che finalmente in questa occasione guardiamo per capire, per capirci o per avere in quel momento una più profonda emozione con la città che è questa, al nostra. La facciata non è stata ripulita per noi (come fu sciacquata la Parigi di Malraux); è stata ricondotta a noi; cioè è stata ancora una volta “tradotta” da un linguaggio a un altro, da un linguaggio aulico e morto a un linguaggio dialettale e vivo, frastornato di vivi neologismi; ed è stata tradotta per essere riletta da tutti, senza una fatica particolare ma con particolare interesse o come una novità.

Ecco l’utilità sociale di questa operazione di lavaggio delle pietre (che rientra nel discorso all’avanguardia che la città fa su se stessa da tempo); non un’operazione clientelare, museografica, elitaria ma un atto (fra i tanti avviati da un’Amministrazione comunale che riesce a muovere e a smuover molte forze e porte) di utilità generale. Perché nulla dovrebbe andare disperso di ciò che l’uomo ha fatto per suo uso e consumo perché resista nel tempo, e che il tempo non ha consumato come inutile.

I bolognesi a testa in su, a guardare e a commentare, non stavano speculando una eclisse di luna, che capita ogni secolo, ma ricuperavano un altro momento (e di molto interesse) della loro comunicazione. Non c’era una sorpresa, che è solo di Bertoldo alla corte del re (e anche questa con malizia) ma la convinzione di riuscire a fare un altro passo avanti nella conoscenza reciproca e dei fatti comuni. La sorpresa serve soltanto al potere. I bolognesi sono da tempo abituati ad altro. A cose di volta in volta concrete. Per fortuna (come possiamo concludere).

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 10 ottobre 1975.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 10 ottobre 1975
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