Super User
“Io sono la notizia e la notizia è la mia”
Dicono: non leggo i giornali, tanto a che cosa serve? Le notizie sono sempre atroci. Oppure: lì ci sono solo bugie. Oppure: sono troppo stanco, lavoro e lavoro, non ho il tempo. Oppure per molti l’acquisto di un vecchio quotidiano locale diventa un atto che rassicura, che ci concilia con un nostro ordine o bisogno di ordine interno. Il giornale che si conosce dispone a una tranquillità parziale almeno nella disposizione all’ascolto; è all’incirca come entrare in una casa che si frequenta, spesso è come entrare nella propria casa.
Questa tranquillante possibilità quotidiana di conoscere subito i particolari, di ritrovarli nei luoghi canonici dell’impaginazione è l’elemento che lega di solito il lettore al suo giornale e che glielo fa leggere soltanto in quel modo (scegliendo luogo e ora). Così disposto il lettore crede sempre di gestire il rapporto, crede di sapere e potere leggere secondo una libertà e una volontà; insomma, secondo una libera disposizione; crede sempre di scegliere; mentre è il lettore a essere scelto ed è scelto proprio perché legga in quel modo. Infatti fra il lettore e il “suo” giornale, quando è soltanto “quel” giornale, si instaura o si avvia un rapporto che è anomalo in quanto è disposto su piani decentrati: da una parte, prevalente, poggia la “violenza” della notizia, dall’altra sta la “debolezza” di chi legge e questa debolezza si traduce in una sudditanza psicologica, in una disponibilità rinnovata alla ricezione. Tale disponibilità può portare a correggere forzature di tono o vistose faziosità ma è difficile che riesca a percepire di volta in volta la “perla” della manomissione, che rappresenta una perfida e molto acuta “invenzione” dei nostri giorni: la reticenza.
Un esempio riferendoci alla tivù, che è un lungo giornale quotidiano che si vede. In un primo tempo, mentre disponeva strutture, tecniche e segni attraverso sperimentazioni variate e a più mani (anche attraverso le applicazioni di ogni giorno), la televisione si metteva, dinanzi alle idee e ai problemi in generale, in una posizione “selettiva”. Radunava tutto, con la premura della grande organizzazione, e sceglieva; scegliendo, proponeva. Oggi, in un monopolio ossessivo che può essere solo scalzato e ribattuto dalle forze popolari, la tivù programma e organizza. In altre parole: mentre prima accoglieva i fatti e magari li subiva sia pure distorcendoli (in questa distorsione entrava la rabbia per non poterli del tutto prevaricare) oggi questi fatti può addirittura determinarli, può volerli in quel modo; quei fatti possono prodursi proprio per essere comunicati con quel linguaggio. Prima essa proponeva la realtà delle cose; adesso esprime cioè diventa la realtà che deve rappresentare.
Noi viviamo in funzione del linguaggio televisivo; in funzione della traduzione nel detto linguaggio dei nostri atti, dei nostri fatti, della nostra vita tutta intera (se è vero che sono riusciti a fotografare scientificamente i nostri sentimenti). Adesso certe cose accadono soltanto perché siano teletrasmesse; predomina una nevrotica ricerca di esattezza che si vorrebbe esibire come un’altrettanta fredda e nevrotica ricerca di obiettività. Le notizie non vengono più stravolte, non si compiono falsificazioni di dati – se non in casi aberranti -; ma questa elementare esattezza è impastata all’interno con una calcolata omissione di tanti piccoli ma sostanziali particolari che garantiscono ancora della perfida ragione del potere. L’omissione è sottile e insinuante; essa consiste nel dire tutto togliendo a tutto solo “qualche cosa” che sembra impercettibile; consiste nel compiere all’apparenza innocue scorrettezze nell’ordine catalogante delle notizie; alle volte la omissione consiste anche solo nel tono o magari in un sospiro (o in un respiro). Poiché ci disponiamo sempre all’ascolto con una inevitabile, perché ambientale, rilassatezza, siamo più o meno scalfiti da questa comunicazione e ne subiamo le volute rivalse.
Durante le ultime elezioni, quando apparivano chiare le desiderate frane e al contrario cresceva la giusta e bella vittoria, la tivù elvetica che non era in gioco e poteva permettersi il massimo di precisione nell’obiettività comunicava dati semplificati, oltremodo significativi perché riepilogativi; un semplice prospetto di poche cifre faceva completo il quadro della situazione e lo schiariva. La nostrana, invece, frastornata e sbattuta, arrancava come un gregario in salita e ansimava tabelle e tabelle (voci, numeri, percentuali e rimandi nonché verifiche retrospettive) con furia, annegando nel ritmo di questa isteria matematica la realtà che si esprimeva in contorni di immediata evidenza politica.
Ecco: considerare questo uso molto calcolato della “reticenza” permette di convincersi che bisogna ricontrollare il modo di acquisto e d’uso della propria informazione. Non si può e non si deve essere utenti scettici e critici ma in conclusione prevaricati e forse sconfitti; bisogna di continuo discutere e correggere la “propria” informazione per non lasciarsi ingorgare e sopraffare. È un dato di fatto: oggi viene detto tutto in tutti i modi. Viene detto troppo (di proposito) e viene detto male (di proposito). Riequilibrare e ridistribuire l’informazione è il compito della sinistra, cioè di una politica seria e responsabile. Di conseguenza deve essere anche il proposito dell’utente, il quale può e deve affermare: io sono la notizia e la notizia dunque è mia. Non solo la faccio ma la controllo e la esprimo. Scelgo il linguaggio e la norma. La consumo.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 4 luglio 1975.
Dall’aggressività all’arroganza
Appunti sulla comunicazione e sulla gestione della comunicazione di Roberto Roversi
Da oggi Roberto Roversi inizia una collaborazione fissa con le nostre pagine regionali. Tra i fondatori e gli animatori di “Officina”, egli ha spiegato la sua vena poetica in diverse direzioni con esiti sempre felici. La capacità di passare dalla narrativa al teatro, dalla saggistica alla scrittura dei testi delle canzoni, è il frutto di una attenzione costante alle varie forme della comunicazione. Ringraziamo Roberto Roversi per aver accettato di fare in pubblico il suo lavoro di riflessione sullo sviluppo dei linguaggi contemporanei.
Il 25 maggio una notizia giornalistica ha informato di un fatto significativo, non soltanto divertente, all’interno dell’industria culturale. Il romanzo di Stefano D’Arrigo (Horcynus Orca) edito da Mondadori e il romanzo della Morante (La Storia) pubblicato da Einaudi erano esclusi dalla rosa del premio letterario Campiello (uno dei più ricchi) perché ormai troppo discussi letti recensiti; in altre parole, per troppa fama.
Non entriamo in merito alle due opere. Qua interessa, muovendo da quelle poche righe di cronaca, riferirci all’Horcynus Orca per una nota su come è stata gestita la promozione di questo volume; sulla metodologia del lancio pubblicitario. L’appunto sposta il discorso su problemi molto importanti per il dibattito culturale della sinistra e lo centrano sulla gestione della comunicazione e sulla gestione della distribuzione della comunicazione.
Alcuni dati preliminari in riepilogo. Durante gli anni sessanta si discusse con una continuità d’impegno a ogni livello, e con forte tensione teorica, il problema della comunicazione come gestione, cioè il problema della libera autonoma gestione (amministrativa, organizzativa) di tutti i mezzi di comunicazione: giornali, libri, tivù, pubblicità, spettacoli, canzoni, ecc. Il dibattito trovò il suo punto focale prima e dopo il ’68. La spinta a dibattere questo problema conseguiva all’esigenza di una autonomia politica sempre più accentuata nell’esercizio della comunicazione, in quanto proprio dietro la spinta degli avvenimenti si era fatta vivissima l’esigenza di allargare l’area dei rapporti col pubblico per proporre disporre e imporre le nuove idee che chiedono sempre di camminare; di conseguenza s’era resa indispensabile una verifica generale e una riverifica linguistica in particolare di tutti i mezzi di comunicazione.
Era un dato di fatto che la cultura di sinistra, per varie ragioni, si trovava in arretrato nell’elaborazione e in alcuni casi perfino nell’accettazione di questi problemi. Ottenere in concreto un risultato positivo era dunque essenziale per superare e colmare ritardi, incertezze; e proprio mentre il potere progrediva con la sua violenta indifferenza pubblica nell’appropriazione calcolata di questi “beni strumentali”, accentuando lo strapotere televisivo, conquistando o comperando testate di quotidiani e riviste, gestendo con l’aggressività spesso criminale del sottogoverno la più grossa fetta della programmazione cinematografica, teatrale, musicale.
Allora una lotta politica quasi unitaria e un impegno preciso portarono ad alcuni risultati interessanti; soprattutto fecero convinti non solo dell’importanza tattica di una gestione diretta di questi mezzi da parte della sinistra; e come fosse necessaria una approfondita programmazione in merito.
Quasi dieci anni dopo, a metà degli anni settanta, il problema della gestione è entrato nell’uso e noi ci troviamo di fronte un problema diverso, strettamente collegato al primo ma che sposta ancora avanti la fascia delle domande di interventi urgenti sempre in riferimento alla comunicazione. Intendo il problema di gestire la distribuzione della comunicazione, di conquistare la proprietà – che rende autonomi – dei canali centrali e periferici attraverso i quali si evade la comunicazione ma senza patire condizionamenti, senza le discriminazioni, senza i sotterfugi tattici che rallentano le conseguenze o senza i sabotaggi continuamente messi in atto dal potere. In conclusione, riuscire ad allestire finalmente in modo organico, tecnicamente funzionante ed economicamente produttivo, una rete di distribuzione alternativa. Ma basta questo accenno; oggi, per un impatto preliminare con questi problemi, può interessare il caso atipico dell’Horcynus Orca, per avere alcune indicazioni.
L’editore, per mettere in orbita il romanzo, ha programmato tempo e luogo con sottile e intelligente attenzione, predisponendo una attesa a tempi lunghi poiché poteva contare su un autore e su un libro che gli offrivano appigli di innegabile eleganza e, in dettaglio, dati di forte suggestione popolare. Il metodo scelto, secondo questo programma, si affidava a un linguaggio medio – aggressivo e a scansioni assillanti nel rimpallo di anticipazioni aneddotiche molto raccontate e “visive”.
Tutti sanno che il romanzo è stato in gestazione per oltre venti anni e che l’autore è passato attraverso prove crudeli nella vita privata; su questa realtà molto precisa l’editore ha alimentato con una tenerezza in principio calcolata la leggenda di un autore chiuso dentro quattro mura e notte e giorno intento a questo solo lavoro. I mucchi dei fogli pendenti dalle cordicelle tese alle pareti, una salute purtroppo sempre affannosa; tanti fatti di vita resi ancora più sorprendenti, incredibili.
Parallelamente alla leggenda del libro che si compiva adagio, ma la cui conclusione veniva di continuo rimandata per una incontentabilità addirittura nevrotica, cresceva la leggenda privata dell’autore raccontato come il portatore di una vicenda straordinaria. Quando il romanzo fu stampato l’editore, che nel corso degli anni aveva consumato le scorte propagandistiche con una sagacia scrupolosa, poteva contare su una attesa generalizzata e viva; su una curiosità sollecitata anche fra un pubblico non sempre attento a cogliere le novità culturali.
L’editore poteva compiere l’ultimo atto di questo fantastico carosello pubblicitario partendo da una situazione ottimale. Seguirono allora quattro annunci, su diciotto grandi quotidiani, così scaglionati: quindici e sette giorni prima dell’uscita del libro, il giorno stesso d’uscita e sette giorni dopo. Sei fra i principali periodici furono interessati per il lancio con articoli o pubblicità inserita; l’avviso apparve anche su ognuno dei principali quotidiani di Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, USA.
Tuttavia è proprio durante l’ultima tornata, nel corso dell’ultima aggressione pubblicitaria, che il linguaggio promozionale stravolge gli argini di un controllo articolato e suona come un linguaggio da schermo grande, da cinemascope, fortemente iconografico nel senso di una colorazione da rotocalco: opera di grandioso respiro epico e lirico; immenso potenziale mitico e simbolico; potente e ammaliante figura; straordinaria evidenza; immagini di potenza vitale e visionaria; dimensione eccezionale; serie sterminata di personaggi; l’immensa tematica; testo di smagliante bellezza; una sorta di monstrum della narrativa ecc.
È facile additare l’enfasi perentoria, che non riesce a tradursi in una sollecitazione convinta, mancando l’argine delle regole, lo scrupolo della ragione e un appiglio critico motivato e articolato con la malizia delle idee. L’enfasi e l’aggressività di queste sollecitazioni hanno dilatato l’attesa in un limbo infuocato dentro al quale si è consumato il primo atto abbastanza esemplare di questa operazione, che ha voluto proporre una diversa metodologia pubblicitaria – editoriale mostrandone novità ma anche pericoli, limiti, contraddizioni. Ingorgando tutti i canali con un messaggio pletorico, tradotto in un linguaggio esagitato e dannunziano, l’editore ha gestito ogni momento dell’operazione promozionale; ma ha terrorizzato il suo probabile e possibile pubblico piuttosto che convincerlo; l’ha frastornato invece di suggerirgli la scelta; l’ha definitivamente irritato proponendogli in forma di terrorismo autoritario, quasi con un ultimatum, un giudizio complessivo sull’opera, e un giudizio preventivo; togliendogli margine e spazio e non gli ha lasciato alternativa se non fra il rifiuto reciso o una sommessa e quasi pavida accettazione. Gli ha tolto il piacere del giuoco e della festa, due momenti irripetibili legati alla lettura e al gusto della lettura; e dall’aggressività, che può essere tollerata, è passato all’arroganza – che è solo e sempre del potere.
È anche possibile che questa arroganza dei gestori della comunicazione non lasci per il futuro alcun margine di libertà per il deluso consumatore, al quale viene strappato anche l’ultimo margine di gestione della propria autonomia critica. Occorrerà al lettore nascondersi, rifiutarsi completamente, per non farsi soffocare; mentre in passato bastava, forse, fingere di non ascoltare?
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 27 giugno 1975.
Il catalogo delle navi
Lo scritto che segue è in riferimento alla stesura di un commento per un film documentario su Bologna; film già concluso, con la regia di Carlo Di Carlo, della durata di tre quarti d’ora, scomponibile in quattro parti singole e non dipendenti commissionato dal Comune per una specifica scadenza. Tale scadenza può riferirsi ai trent’anni di governo ininterrotto delle sinistre nella nostra città, può riferirsi alla prossima dura battaglia elettorale che vede tutti impegnati e chiama tutti a una precisa e responsabile unità, può riferirsi anche al bisogno (che ogni tanto viene e che è giusto) di contarsi ossa e legna sulle spalle mentre si tira avanti senza perdere il fiato in questa fatica di condurre le cose a essere fatte e di scioglierle dai nodi. In questo paese che è il nostro.
Come è naturale i problemi di organizzazione del discorso, via via propostisi durante il lavoro, sono stati molti e sono stati seri; tornare a identificarli, identificarne anche solo pochi, può consentire di cavare alcune deduzioni magari a conferma di risultati già acquisiti in diverse occasioni e altre a critica senz’altro utile per le scelte compiute all’interno di queste. Stendo però queste note in forma ellittica, come appunti approssimativi, perché ognuno, se vuole, possa integrarle precisando o dissentendo.
1. La proposta; meglio, la richiesta del committente è questa: «come Comune, e come Comune democratico, governiamo da trent’anni in un certo modo, cioè in questo modo; vorremmo che ci consentiste di mostrare agli altri (a quanti hanno interesse a saperlo, italiani e stranieri) che cosa è stato fatto fino a ora. Non la nostra faccia migliore, di creta o in rilievo o comechessia; ma la faccia più vera. Quella giusta: quella che conta».
Un’obiezione, per me, è subito questa: la richiesta, che non deve essere elusa, verrebbe modificata così – per avviarla a una completezza più proficua e più redditizia sul piano corretto delle conclusioni alle quali vogliamo pervenire: «mostrate non che cosa abbiamo fatto ma come abbiamo fatto. Noi chiediamo la descrizione di un metodo piuttosto che la descrizione della quantità; e la qualità di un metodo invece che, esclusivamente, il peso dei risultati che restano». Se la modificazione del proposito è confacente, ne consegue che la domanda può essere aggiornata e completata in questo modo: «noi vi chiediamo di mostrare in modo chiaro come abbiamo fatto le cose che abbiamo scelto di fare». Il fare come conseguenza dello scegliere. Disponendo la domanda in questi termini, le opere individuate dal documentario (quelle che devono essere individuate) sono almeno esorcizzate da ogni tentazione trionfalistica; vale a dire che non si allineano come le pietre più belle i muri più alti le porte più giuste le case più utili (non come gli oggetti di un uso soltanto e le opere semiperfette o abbastanza grandiose e lucrose di regime) ma stanno come i segni di una comunicazione, come il linguaggio non della retorica politica ma di una nuova e diversa organizzazione delle cose cercata trovata e mantenuta dalla città con la fatica dei giorni. E potremmo spiegare così la conclusione del documentario: proponiamo questo e quello, ma in un gruppo altrettanto organico e significante potremmo proporvi altre cose fatte da mettere sotto gli occhi per scandagliarle e valutarle, proponiamo queste soltanto perché anche queste rappresentano scelte della città e testimoniano in ogni modo il metodo con cui è gestito l’autogoverno.
2. Se il riferimento è corretto (anche solo in parte solo in parte, sia pure così sommariamente) consegue che identificare le opere e raccontare le scelte pubbliche significa sì connotare un’azione e identificare un metodo ma, soprattutto, catalogare. Catalogarle a voce e con penna, queste opere e queste scelte; cioè disporle in ordine e riconoscerle in questo ordine; dare a loro un numero e una collocazione. La catalogazione, che raduna senza scompensi né falsi indizi, diventa il mezzo più diretto della comunicazione. Essa può anche anticipare la conclusione predisponendo all’ascolto. Fa sfuggire alla retorica dei segni, al linguaggio ufficiale o ufficioso che è oscillante equivoco esornativo; porta a riconoscere ogni elemento all’interno di un discorso o di una operazione globale; a precisare i dettagli, ad allontanare il desiderio di aggiungere qualcosa per correggere, ad abbandonare l’approssimazione e ogni secchezza fredda che viene dalla routine. Catalogare è richiamare all’ordine interno del racconto è anche una pausa riflessiva ed è un recupero degli elementi di solito emarginati e che nel contesto della riflessione tornano a mostrarsi talvolta necessari o indispensabili. Questo grosso riepilogo serve anche da personale controllo, come un modo legittimo di tornare ad ascoltare le cose; di far tornare i numeri e i conti.
3. Sono convinto che potrà sembrare una troppo grossa occasione per una verifica specifica dei problemi indicati, ma a questo proposito voglio richiamarmi brevemente a un esempio.
La peste e l’ira; il sogno e il catalogo delle navi. Quelle nel primo libro questi nel secondo dell’Iliade. Dunque all’inizio dell’opera, predisposte scena ed azione con travolgente modernità di ritmo, la grande voce cieca sente, per rigore e nel rigore di dover sospendere il respiro concitato per disporsi a una catalogazione semplificata, soltanto indicativa di uomini e cose – per l’esattezza delle azioni future che saranno dette a stimolo abbastanza feroce della memoria. Perciò la voce quasi si ferma poi si avvia a stabilire in un discorso riassuntivo termini e dati di tutto ciò che è in scena. Indica che lì stanno le navi dei greci ormeggiate, lì gli uomini-guerrieri e lì gli uomini-eroi; e mentre gli uni sono dati come numeri e solo numeri (la folla non dirò, non chiamerò per nome, nemmeno se io dieci lingue e dieci bocche avessi) questi vengono descritti con una ferma obiettività che si staglia sia da dentro la tranquillità dei numeri sia da una lenta e necessaria prolissità.
All’interno del nostro contesto quali sono le navi da elencare, quali gli oggetti-eroi da mettere in primo piano, sul piano o da disporre ai margini? Possiamo scegliere dall’insieme o è meglio enunciare e descrivere tutto quanto è possibile, ripetere con quella monotonia ogni dettaglio, insinuarsi nelle crepe? E in calce: non sarebbe più immediatamente esaltante, meno difficile per l’insieme dei risultati e più consenziente alla norma e alle regole della nostra cultura abbastanza placata affidarsi a un’ironia (alla solita ironia) che personalizza e rende astuta ogni partecipazione, a una malizia (alla solita malizia, che ramazza i più disparati consensi) e al giuoco un poco torbido della intelligenza-intelligenza? Non potrà capitare che la scelta di dire questo e questo, scegliendo nella successione, preferendo a ragion veduta di commentare il catalogo delle nostre navi – anziché esaltarsi in una nuova invenzione che resti nell’aria – rischia di complicare un poco le cose, non solo, ma frastorni forse la sostanza del discorso, lasciando sfogo al bla-bla di molti colletti bianchi e delle solite facce? Inoltre, badiamo, ci sono alcuni confronti in atto; e subito uno con l’eccellente esemplare cartesiano del giornalista di Francia.
Può capitare e si corre il rischio. Ma ripeto che questo rischio bisogna correrlo.
4. Così si sceglie anche il destinatario, che è il gran pubblico delle piazze, a cominciare dalla Piazza Maggiore. Il pubblico composito e inquieto che si aspetta qualcosa e aspetta qualcosa anche da occasioni come queste; che entra nella sostanza del discorso, senza accontentarsi ma chiedendo; e respinge ogni infatuazione. Per questo pubblico, molto più attento e difficile del pubblico ufficiale (che vive nell’accademia) il commento deve cercare di spiegare non di celebrare; ma spiegare enumerando perché la richiesta è anche di un riepilogo delle forze in campo e dei modi tenuti nel compiere le azioni e nel prevederle. In altre parole: il commento deve indicarle col dito lasciando le conclusioni – che sono di uso diretto.
5. Non occorre temere la prevedibile ironia degli avversari o l’alzata di ciglio dei sopracciò. Si deve invece riproporre a quel pubblico l’esempio (l’immagine) di una città che è convinta ma non soddisfatta, lasciando che all’interno del discorso si colga la continuità e il metodo, come ho detto, di un lavoro che si svolge. Questo soltanto; mentre sarebbe troppo facile inserire il resoconto degli errori o delle contraddizioni che l’azione di ogni giorno rende possibili e qualche volta inevitabili.
Accontentarsi di essere chiari, cioè precisi; scegliendo un campo che esprima un consenso e procedendo con metodo. Cercare di suscitare qualche sorpresa e nuove aspettative; puntare ad allargare il giro e il giuoco dell’attenzione toccando quasi con mano alcuni risultati acquisiti – risultati nuovi e diversi nella sostanza aperti a quel futuro che ci formiamo con le nostre mani. A questo punto concludo riconoscendo d’avere calibrata di proposito una certa concitazione nel mio commento. È un rischio, anche questo, calcolato. D’altra parte: questa città merita l’affetto rabbioso e magari scontroso che le è dedicato.
Vivere a Bologna, oggi, è ancora e soprattutto una cosa diversa.
Rinascita, anno 32, n. 20, 16 maggio 1975.
Bologna
1. IL CENTRO STORICO
Questa è Bologna.
Capoluogo della regione Emilia-Romagna.
Con una popolazione che nel 1870 era di 107.000 persone e oggi è di oltre 490.000.
Con una università che precede storicamente tutte le altre in Europa.
Con una amministrazione comunale composta, ininterrottamente dal 1945, di socialisti e comunisti; avendo la collaborazione delle altre forze democratiche.
È vero che una città è di tutti (di tutti i suoi cittadini); ma una città deve anche scegliere il suo modo d’essere: cioè il modo di parlare, di interrogarsi, di comunicare, di crescere, di svilupparsi.
Bologna vuole fare cultura mentre si autogoverna; vuole compiere scelte sociali e politiche di fondo e non semplicemente strumentali; e comunicarle con un linguaggio autonomo, antagonista, non subalterno alla norma. Dunque, Bologna propone un modo (o un metodo) di governo; non un’utopia.
Alcuni modelli urbanistici del centro, come via Castiglione o la piazza Santo Stefano, rimandano al ricordo di una città che era e si manteneva al servizio di tutti; con la varietà dei portici, che assolvono a precise ragioni urbanistiche e sociali; con gli androni dei palazzi e delle case, tutti aperti sui giardini e sugli orti.
Il complesso del Baraccano (di una semplicità affascinante che non può restare pura decorazione) è invece l’esempio di un grande contenitore entrato nella nuova strategia dell’appropriazione dei complessi monumentali da parte dei quartieri; per trasformarli in luoghi in cui si possono finalmente gestire i servizi culturali e sociali di una comunità.
Perché una città non può rassegnarsi o lasciarsi sopraffare e accettare di subire nuove aggressioni.
Non può restare imprigionata dalle pietre dure della storia. Una città deve cercare e trovare gli strumenti per difendersi dalla speculazione; e deve proporsi di rovesciare e sostituire i rapporti codificati; per esempio: quelli che dispongono l’operatore pubblico a promuovere e l’operatore privato a realizzare e a guadagnare.
Oggi la forza di Bologna è avere scelto d’essere una città con la voglia di confrontarsi, di comunicare, di lottare.
La vitalità è nelle scelte dirette non nelle ipotesi astratte.
Naturalmente: scelte discusse e realizzate con la partecipazione di coloro che ne sono i destinatari, cioè i quartieri; e quasi sempre contro le ostilità burocratiche ufficiali.
Noi contiamo, dicono infatti i quartieri agli amministratori, se e in quanto ci ascoltate non in quanto vi ascoltiamo.
In questo modo è stato possibile avviare l’impegno più nuovo dell’amministrazione comunale negli anni ’70: il restauro organico del centro storico con il consenso e la partecipazione di chi ci sta.
Sottrarre questi centri all’avidità speculativa, vuol dire mantenere le classi popolari nell’uso dei luoghi in cui da sempre sono integrate, e opporsi alla loro emarginazione. L’avvio alle iniziative per un piano urbanistico del centro storico risale al 1968, con il censimento degli edifici.
Fino allora Bologna aveva proseguito i piani impostati dal ’36 al ’42; e intanto accoglieva un forte flusso migratorio dalle campagne e dalle montagne intorno. Di conseguenza, negli anni ’50, il problema della casa era diventato preminente. In questo periodo si impostano i primi insediamenti di edilizia economico – popolare, con il programma di una crescita illimitata della città (comune all’ideologia del tempo); infatti l’obiettivo era una metropoli da un milione, un milione e duecentomila abitanti. Solo negli anni ’60 si prende coscienza che la crescita di una città è sempre a scapito di qualcuno e che, prima di crescere, bisogna cercare di trovare e realizzare nuovi equilibri territoriali. Perciò anche i quartieri antichi della città non sono più visti in funzione decorativa o turistica o pronti per la speculazione, ma come pietre da rinnovare secondo un metodo, perché possano essere naturalmente abitate.
Qui in San Leonardo siamo al centro dell’intervento.
Al piccone demolitore si sostituisce il restauro o la ricostruzione tipologica, che mantiene gli antichi elementi e le antiche strutture. Dunque, usando il mattone bolognese, che nel tempo ha codificato la dimensione degli ambienti e degli interi edifici.
Il modo tecnico dell’operazione è molto semplificato; ma interessa ripetere l’obiettivo che sta a monte dell’intero programma di restauro: assicurare l’assetto della città antica, perché questo consente di mantenere nel centro storico le classi popolari che lo abitano e le piccole attività commerciali e artigiane che lo caratterizzano.
Presto sarà completata la rete primaria che convoglia il traffico di penetrazione verso l’area urbana, il traffico tangente e il traffico di scorrimento veloce.
Questa rete, impostata nel ’58 e modificata nel ’69, è costituita dalla tangenziale, dall’asse sud-ovest e dall’asse sud-est.
Su tre corsie, ha alleggerito la città dall’incubo del traffico (anche se, certamente, non da tutti i suoi problemi) e ha aperto prospettive razionali per i nuovi insediamenti urbanistici.
Le strade sono arterie vitali dell’organismo urbano. Ma anche il verde è una fondamentale necessità sociale. Bologna ha affrontato il problema del verde pubblico con la stessa metodologia che è servita per il centro storico.
Alcuni esempi:
Villa Chigi, nel quartiere Colli, circa 280 mila mq. di parco, aree agricole, piante rare e l’antica villa al centro;
Villa Spada, nel quartiere Costa-Saragozza;
il parco Cavaioni, nel quartiere Colli, che con Paderno forma due zone collinari vicine di circa 600 mila mq.;
Un verde non solo da scoprire, conservare, difendere; ma da promuovere e produrre. Perciò sul piano regolatore la distribuzione degli spazi verdi è stata segnata dopo le indicazioni dei consigli di quartiere, che ne hanno stabilito anche le finalità.
Usando la politica degli acquisti immobiliari, luoghi di incantevole armonia naturale sono stati sottratti alla speculazione e disposti in modo adeguato al servizio dei cittadini, come lo stupendo complesso dei Prati di Mugnano (acquisito col concorso del comune di Sasso Marconi) con una superficie di oltre un milione di mq. Qui sono già in funzione i servizi di ristoro e di collegamento, mentre una cooperativa gestisce all’interno la zona agricola.
Questi polmoni di verde confermano due obiettivi della politica immobiliare del comune: riequilibrare il territorio mediante lo sviluppo di un’armatura di servizi; aggiungere alla proprietà pubblica una parte sempre più ampia del territorio comunale. Perché questo ritorni, e perché resti, ai cittadini.
2. I SERVIZI SOCIALI
Bologna non ha mai voluto proporsi come un comune antagonista allo stato. Al contrario, si muove proprio come partecipe dello stato. Nello stesso tempo chiede che ci sia un quadro di riferimento nazionale diverso. In questa richiesta entra l’ipotesi che ha condizionato fin dal principio l’insieme delle opere pubbliche realizzate: non fare un po’ di tutto, nel bene e nel male, come molti Comuni piccoli o grossi; ma scegliere.
E riferire le scelte a problemi individuati all’interno di una visione globale, poi giudicati e discussi pubblicamente.
La campagna, in questo contesto, non appare e non è un luogo ormai spento in attesa d’essere aggredito dalla speculazione edilizia, che avanza secondo direttrici concordate dal capitale.
Attraverso le cooperative, le leghe, i centri di raccolta e conservazione dei prodotti, la campagna è ancora protagonista. Rinnovandosi, è produttrice di beni e di lavoro; è stretta in un rapporto non subalterno con la città. E riorganizza la propria storia e la propria cultura.
Da parte sua la città resta collegata con questi problemi ed è coinvolta per la loro soluzione. Scegliendo un’economia integrata fra industria e agricoltura, Bologna conferma una intelligenza generale sulle cose e una indipendenza di giudizio aperta al futuro.
Il macello comunale, realizzato dopo un lungo dibattito pubblico e messo subito in funzione, ha potuto migliorare alcuni servizi e ha cominciato a correggere alcuni errori individuati nella pratica.
E man mano ottiene anche il consenso degli operatori economici, i quali in principio opponevano una resistenza sostenuta dalle abitudini e dalla convinzione d’essere emarginati dal centro cittadino.
Il macello comunale, la borsa del grano, il palazzo degli affari, l’ente fiere di Bologna sono quattro complessi al servizio di questa economia integrata.
La borsa del grano raccoglie la parte maggiore delle operazioni riguardanti l’economia agraria della provincia, oltre a quelle avviate o concluse nel corso del mercato settimanale.
Il palazzo degli affari, attuato dalla camera di commercio, è il centro dell’attività economica in generale e degli interessi sollecitati dalla fiera di Bologna (la quale ormai ha un ampio rilievo internazionale) e delle mostre specifiche in atto durante l’anno.
Vicino al grande complesso della fiera, che si rinnova e cresce secondo la necessità, è ormai pronto il palazzo per la galleria d’arte moderna. Questa, integralmente riorganizzata, adempirà in modo sempre più rigoroso e continuo alle funzioni di importante servizio culturale per tutti.
La cooperativa del latte di Granarolo e la Felsinea latte sono un centro organizzato per la raccolta e la distribuzione. Questo è ancora un caso tipico di gestione aperta, senza condizionamenti partitici e preclusioni ideologiche. Nel collegio sindacale sono presenti l’unione e la lega delle cooperative, l’alleanza dei contadini, i coltivatori diretti. Questo programma generale, e le scelte territoriali, permettono di individuare una serie di servizi nuovi che sono ormai in atto.
Il centergross, tra San Donato e Bentivoglio, vicino alle arterie di scorrimento veloce, consorzia circa centocinquanta grossisti. Sarà completato entro il 1977 ed è un grande punto decentrato di raccolta e di smistamento delle merci non alimentari.
La scelta delle direttrici di sviluppo lungo l’asse Bologna-Ferrara o Bologna-Modena contiene precise indicazioni e vincoli nella programmazione urbanistica. Gli obiettivi tracciati consentono una tempestiva realizzazione dei servizi. E le “opere pubbliche” non sono le solite “opere di regime” ma un complesso conseguente che definisce e completa questa politica.
Un altro insediamento importante, di quarantasei aziende artigiane e piccole industrie, è a Castel Maggiore. Aggiungendo queste alle cinquantaquattro in attività al “Bargellino” di Calderara, si forma un complesso con oltre duemila dipendenti.
In entrambi i casi la programmazione ha coinvolto tutto il processo di insediamento: dal terreno alla costruzione dei capannoni, ai servizi, alle abitazioni. L’istituzione dei comitati comprensoriali è destinata a riportare ordine nella politica di programmazione del territorio, promuovendo il momento del coordinamento e della direzione complessiva.
Nel piano in atto per un risanamento completo della rete distributiva, il Conor (consorzio orto – floro – frutticolo) e i centri Coop di vendita possono essere indicati come esempi.
Il Conor riunisce un folto gruppo di operatori del settore e introduce le tecniche più nuove di distribuzione per contenere i prezzi di gestione e al dettaglio; i centri Coop, come questo di San Donato, offrono un servizio competitivo (e alternativo) con i grandi complessi di vendita capitalistici. Nei due esempi, organizzazione associata dei dettaglianti e momento cooperativo dei consumatori, si saldano in una struttura tecnologicamente avanzata.
Come i vari esempi hanno dimostrato, l’obiettivo della città è di scegliere nella programmazione, perché ogni opera fatta sia un’aggiunta necessaria ai servizi sociali e un vuoto coperto nell’insieme delle richieste, che sono tante e spesso urgenti (e perché sia una promozione per una vita comunitaria sempre più civile nella sua novità).
L’inceneritore è un complesso all’avanguardia per un servizio e un problema che l’amministrazione comunale ha individuato con un anticipo di molti anni. La città può disporre, così, di un centro di raccolta e di incenerimento dei rifiuti che ha pochi uguali in Europa.
Per l’acqua e il metano i continui lavori di ammodernamento e allargamento della rete al centro o in periferia permettono di soddisfare ogni domanda.
Ma la previsione del futuro, con un aumento della richiesta e una diminuzione eventuale delle disponibilità, ha consigliato di programmare investimenti produttivi ormai conclusi. E di impostare in dettaglio il progetto dell’acquedotto del Reno che, una volta realizzato, consentirà di servire con acqua potabile fino al 2015 non solo la città e i trentasei comuni del comprensorio ma anche i sette comuni della montagna.
Intanto sono in corso i lavori di costruzione del serbatoio seminterrato del centro principale di distribuzione di San Lazzaro che dovrà essere collegato per mezzo della tangenziale idrica ai centri di Vallescura e di Casalecchio. In un’epoca spesso faraonica nelle realizzazioni e nella sua grande tristezza, è utile seguire il lavoro svolto da una città che si amministra pensando di fare. E volendo fare le cose.
3. IL QUARTIERE
Dal quadro generale delle cose fatte a Bologna (dopo lotte, errori ma anche dopo ricerche, verifiche, dubbi, dibattiti) si ha l’immagine di una città che respira con fiato grande.
Abbiamo detto: gli errori degli uomini.
Ma possiamo anche ricordare, subito, la felicità, l’ansia di fare e volere, di progredire, di non fermarsi.
Quartiere Barca, uno dei diciotto di Bologna. La tangenziale a tre corsie per il traffico a scorrimento veloce, che collega con altri svincoli e nodi.
I nuovi insediamenti cooperativi, in cui il verde è di nuovo usato come una componente urbanistica essenziale; e in cui fin dalla progettazione è compresa un’area, anche all’interno dei palazzi, da adibire al tempo libero. Creare spazio intorno all’uomo, secondo le esigenze, rientra nell’impegno sociale dei quartieri. In contrapposizione ai nuovi insediamenti vediamo il pesante aggregato degli anni ’50, battezzato “il Treno”: che resta una testimonianza negativa.
In periferia, come nel Quartiere Barca, i nuovi insediamenti consentono di accogliere e sistemare in ambienti moderni tutti i servizi occorrenti alla comunità.
I poliambulatori sono punti di appoggio per la medicina preventiva e per le cure geriatriche; e sono centri promozionali di iniziative sanitarie di base. L’assistenza di personale specializzato anche a domicilio consente di sviluppare il programma complessivo che si propone il recupero psicofisico degli anziani.
In ogni caso il criterio di beneficenza e di paternalismo è finalmente accantonato. Il comune, oltre a concedere a quanti hanno una pensione inferiore alle sessantaquattromila lire mensili, l’uso gratuito dei mezzi pubblici di trasporto (che sono stati rammodernati e ampliati così da renderli più celeri e da collegare ogni zona) contribuisce in casi specifici a integrare le spese d’affitto; o fornisce le vacanze al mare (come qui a Pinarella) o nella collina e montagna circostanti.
II trasporto gratuito è anche fornito agli studenti e a tutti i cittadini nelle fasce orarie della prima mattina e del pomeriggio. Queste e altre iniziative sociali sono state decise dopo un’intesa stabilita dal comune con i sindacati unitari dei lavoratori.
Con la collaborazione fra il comune e altri enti di assistenza ospedaliera sono già in programma nuove strutture sanitarie, come le case di riposo protette; mentre è recente l’avvio dell’Hospital Day presso l’ospedale Malpighi.
Il primo “ospedale di giorno” in Italia, che accoglie gli anziani bisognosi di assistenza ma per i quali non è necessario il ricovero in corsia.
Il quartiere è la base della vita politica e amministrativa della città; pertanto è al quartiere che sono di fatto affidate le operazioni pilota che segnano il processo di sviluppo e le correzioni delle strutture: come la riorganizzazione del sistema distributivo.
Nel quartiere Lame il centro commerciale “Marco Polo” è uno degli esempi più interessanti e nuovi sia per quanto si riferisce alla distribuzione al pubblico sia per la forma cooperativa realizzata all’interno fra commercianti ed esercenti, che consente a ciascun associato una gestione autonoma del settore di vendita. Disponendo questi centri di quartiere su un piano autonomo e di concorrenza merceologica rispetto ai grandi empori speculativi, si favorisce un giusto equilibrio dei prezzi e si offrono contemporaneamente servizi adeguati.
Un altro risvolto dei bisogni sociali del quartiere è la richiesta di luoghi e di spazi per la vita associativa, specialmente dei giovani.
Per soddisfarla, anche nei quartieri periferici, è in atto il recupero dei vecchi edifici.
Questi, dopo il necessario restauro vengono adattati per il tempo libero o per i bisogni scolastici.
Si ottiene così di abbassare i costi di acquisto e di guadagnare tempo, per rispondere alla continua necessità di vani per i servizi comunitari. Il quartiere è il protagonista della politica di decentramento impostata in pratica dall’amministrazione comunale con la prima delibera del ’63. Nell’autorità e nella qualità dell’impegno assunte dai quartieri ha trovato conferma il proposito di rendere la partecipazione popolare sempre più incidente nella realtà dei fatti e delle scelte.
Il quartiere rappresenta il mezzo diretto per bloccare l’emarginazione coatta delle classi popolari (o comunque di tutte le categorie a basso reddito) dai centri conquistati dalla speculazione immobiliare e fondiaria, avviando un modo diverso di governare la città a tutti i livelli.
La scuola è il problema prioritario del comune; il centro del suo intervento.
A Bologna un quarto del bilancio comunale è speso per la scuola e per gli impegni collaterali; e tre bambini su quattro vanno alla scuola materna; mentre si preparano decine di asili nido in aggiunta ai tanti già in funzione. Problema della scuola e impegno nella scuola vogliono dire organizzare e razionalizzare i servizi scolastici di base, preparare in modo attento e tempestivo gli altri servizi che possono rendersi indispensabili in futuro; allestire delle strutture e delle infrastrutture; soprattutto fare scelte per una cultura o scegliere un modo di fare cultura.
La ricerca di sicurezza sociale è alla base della pratica amministrativa; ma sono i quartieri, è la partecipazione popolare che la connotano.
Il quartiere (e qui siamo al Mazzini) organizza mense interaziendali per gli operai delle industrie e i piccoli artigiani. L’aspetto politicamente e socialmente nuovo dell’organizzazione di questo servizio è d’averlo inserito all’interno del quartiere, come un servizio sociale e non più soltanto aziendale o di solidarietà generica.
Dalla beneficenza ottocentesca ai servizi sociali direttamente gestiti.
Dallo sport come spettacolo allo sport come elemento di salute e tempo libero.
Al centro polisportivo di Borgo Panigale i servizi e le strutture permettono di svolgere molte attività: dal nuoto al tennis, al pattinaggio, al calcio, all’atletica. Qui il monumentale è sostituito dal funzionale. L’agonismo speculativo, in ogni senso, è sostituito dallo sport fatto. Si propone dunque l’ideologia dello sport finalmente praticato; di un’attività messa a disposizione di tutti.
Il quartiere è il microcosmo politico che esprime esemplarmente le nuove esigenze alternative, e che risponde (cercando di organizzarle) alle nuove domande della comunità. Il consiglio di quartiere è il momento della partecipazione diretta, del governo diverso della città.
(Interventi in presa diretta del consiglio di quartiere Mazzini (settembre 1974). All’ordine del giorno l’apertura della biblioteca del centro sociale di quartiere. Parlano il consigliere Lucarini, responsabile del settore culturale e il consigliere Longo).
Lucarini: La riunione di venerdì sera tenuta al “centro sociale Fratelli Cervi”, ha avuto come tema della discussione l’inaugurazione della biblioteca.
All’avvenuta conclusione dei lavori, sono già stati catalogati duemila libri, esiste già lo schedario, esistono gli arredi.
La commissione cultura propone:
1) che la biblioteca inizi a funzionare alla data del primo ottobre in concomitanza con la apertura della scuola, quindi anche con un periodo di assestamento per il personale, per prendere conoscenza dell’ambiente;
2) come orario iniziale del tutto sperimentale: dalle 14 alle 20, sabato incluso;
3) la necessità della presenza, all’interno della biblioteca di un bibliotecario e di un operatore culturale proprio perché esiste all’interno del quartiere un problema di giusto rapporto con le scuole, un rapporto continuativo soprattutto con quelle dove si stanno facendo esperienze del tempo pieno. Longo: Siamo d’accordo che l’inaugurazione della biblioteca avvenga non con una manifestazione singola, il primo ottobre, ma con tutta una serie di iniziative che si protraggano nel tempo (anche in ottobre, in novembre e forse oltre) in case del popolo, parrocchie e nei diversi luoghi dove si riunisce la gente del nostro quartiere, con conferenze, dibattiti, proiezioni con video-tapes ed altro.
4. IL CUORE DELLA CITTÀ
Bologna scende in piazza non soltanto per applaudire ma per verificare, prevedere, partecipare. Piazza Maggiore è sempre stato il luogo per una ricapitolazione e una verifica pronta del risultato di tutte le lotte. Questa grande piazza ancora oggi accoglie l’appuntamento politico più immediato e vitale della comunità.
Lì si scontrano le idee; lì si hanno le prime conferme.
È vero che tutta la storia di Bologna richiama a questa abitudine che è ormai una necessità popolare; anche negli ultimi cento anni, segnati da tante lotte per conquistare il diritto di vivere e di contare. Il diritto di dirigere. La città è sempre stata in primo piano nell’impegno di avviare e custodire ogni spinta al progresso; punto di riferimento e di difesa dei diritti di libertà nei violenti e spesso sanguinosi contrasti di classe. Anche nel ’45 Bologna è stata partecipe del grande lavoro comune che ha impegnato con la fatica di sempre il popolo italiano; e si è presentata con la forza e il prestigio della lotta vittoriosa appena terminata.
Ricordiamo i grandi scioperi della fine dell’ottocento e dei primi anni di questo secolo fino al fascismo. Gli scioperi del secondo dopoguerra, quando, dopo tempi sanguinosi e orribili, combattuti col coraggio e col dolore della decisione spietata, la città si disponeva a rimettersi in moto per contare e pesare nel compito politico della ricostruzione. Ciò che era stato fatto e concluso, tutti i sacrifici, non si disponevano come un passato ma scorrevano ancora come un sangue giovane che spingeva a fare.
Così le pietre di Sabbiuno e le pietre della Certosa; o più semplicemente: così Sabbiuno e la Certosa sono luoghi di vero approdo per la riflessione e la volontà che si rinnova.
In una semplicità senza contorni stabiliscono la presenza e la giovinezza, non il ricordo, di uomini morti che sono sempre vivi per insegnare. Da questi luoghi sopravviene un sentimento forte che è stimolo continuo a volere il mondo migliore e diverso. Profondamente cambiato.
Gli anni seguono agli anni; azioni e vicende della storia della città, e della sua vita, si scontrano, si mescolano; e vanno cercate.
Alcune date restano memorabili e sono ricordate come esemplari:
— la cerimonia, che fu un’autentica festa popolare, per l’insediamento della prima giunta elettiva dopo il ’45, con a capo Giuseppe Dozza, il grande sindaco della Liberazione;
— i giorni della lotta prolungata contro la legge truffa nel ’53;
— gli scioperi nelle campagne per la giusta causa;
— la lotta contro ogni ingiustizia, che è sempre feroce; contro la ferocia del potere, quindi contro la guerra nel Vietnam;
— il primo consiglio regionale (anche questa una bella giornata e una bella vittoria delle forze popolari);
— e poi sempre la partecipazione pronta e decisa nella sostanza, per tutte le lotte del lavoro.
Testimonia ancora una volta l’impegno comune della città l’adesione di tutte le forze democratiche allo scontro prolungato e molto duro dei lavoratori della Ducati.
L’internazionalismo di Bologna è la naturale esplosione di sentimenti di accordo, o di interesse, suscitati dalla pratica politica. A Bologna non vengono come in un museo ma come in un posto dove la gente è viva. Vengono da ogni parte; come, fra i tanti, i cubani e coreani. O come gli studenti stranieri, sono più di seimila, che restano qui a studiare; e si trasformano da ospiti in amici.
Ma non è detto che questa dura pazienza e questa serenità virile anche nella lotta debbano persistere intatte.
Nell’ora dei grandi appuntamenti con la storia il volto di Bologna si indurisce. Come nei giorni dell’attentato al treno Italicus, quando occorreva essere forti ancora; e ancora una volta senza paura.
9 Agosto 1974. Parla, all’interno della Chiesa di S. Petronio, durante la cerimonia funebre per le vittime della strage di San Benedetto Val di Sambro l’Arcivescovo di Bologna, Card. Poma.
Card. Poma: “II tragico avvenimento accaduto non lontano dalla nostra città non può non farci dimenticare le tragedie che hanno insanguinato altre comunità della nostra Italia. Noi ci chiediamo il perché di una simile strage mentre cerchiamo nella parola del Signore un’ispirazione profonda che valga a sollevarci nella rinascita di una vera speranza”.
Anche quel giorno la città intera, con la sua voce, ha parlato.
(Prende la parola — unico oratore della cerimonia — il sindaco di Bologna, prof. Renato Zangheri).
Zangheri: “Su queste bare non diciamo vane parole (…) L’omaggio di Bologna viene dal cuore di una città che è antifascista senza incertezze, civile e nemica della violenza e della sopraffazione: è un segno di lutto e di compianto intimamente sentito; è anche, vuole essere, atto di condanna ferma degli esecutori del delitto, dei mandanti, delle centrali interne e internazionali che reggono le fila di una mostruosa strategia della tensione e del crimine (…) Vi è solo un nemico della democrazia, sia pure coperto di mutevoli vesti e pronto ad usare tecniche diverse. Questo nemico è il fascismo (…) Al raggiungimento di questo obiettivo, che viene prima e sopra ogni altro, Bologna e l’Emilia-Romagna offrono, signor Presidente della Repubblica, il loro contributo di mobilitazione e di iniziativa. Se la trama nera volesse stringere da vicino questa città e questa regione, troverà adeguata risposta. Qui la democrazia affonda nella vita stessa e nella storia, non si riduce a riti formali; qui il popolo conosce tutte le asprezze e tutta la nobiltà di una lotta che sa essere suprema”.
Oh mia mente, mio cuore
Se potessi dire le ragioni del cuore andrei lontano sarei già lontano se potessi dire le ragioni del cuore saper dire le ragioni del cuore per andare lontano le ragioni del cuore ma per dire le ragioni della mente sprofondo nel mare grido chiamo aiuto invano.
Con il cuore si fa molto con la mente tutto con il cuore tutto con la mente molto senza cuore la mente è dispersa nel bosco e aspetta il cacciatore il cuore pompa erba foglie petrolio alla mente accende il suo furore senza cuore la mente è in un deserto di sabbia sulla mente i pensieri di ferro con garetti feroci lasciano tracce e sono sabbia di vento.
Ma il cuore in naufragio bianco di neve nelle sere d’inverno quando il grande silenzio notturno induce a pensare che la vita è un valzer chiede aiuto alla mente se è giovane ancora alla giovane mente.
E la mente risveglia con un fischio il destino appisolato vicino alle braci di Pinocchio all’erta! bisogna partire correre i mari andare nei cieli profondi.
Così il cuore beve sull’orlo del lago africano dopo la marcia durata cento anni di vita e la mente sorveglia il cuore che sogna i leoni.
Vieni vieni Duemila e uno
A pensarci bene, che cos’è un anno? È una fetta di tempo. Una buccia d’arancia, uno spicco di mela (odi pera se vi conviene meglio), una fetta gelata di cocomero. E un secolo, cos’è? Una fetta più grande di torta ricciolina, da poter mangiare a morsi. Un anno dunque è breve, passa via presto; un secolo è un poco più lungo, ma non troppo. È fatto di cento anni. Si fa presto a contare e lui fa presto a passare. Con questo di buono, odi particolare, che quando è passato non ritorna. Si può solo ricordarlo e l’uno e l’altro conservarli ben ripiegati nella memoria.
Il ’99 mica mi piaceva tanto, devo confessarlo, e neanche l’intero secolo scorso dal principio alla fine. Un secolo maledetto di guerre e guerre, che avevano seminato al posto dei fiori mine e mine in tutto il mondo, sicché i bambini non potevano correre sui prati, lungo i fiumi, per la paura di saltare in aria. Un pericolo subdolo e vile. E nelle città non potevano respirare l’aria sempre nera di fumo. Tanto che anch’io dicevo: appena arriva il Duemila ci salto dentro e via che vado, come su un battello a vapore sul grande fiume Danubio pieno di pesci. Avevo preparato la valigia e mi sentivo leggero, intenzionato a far mille cose nei riguardi di questo tempo nuovo e giovane in arrivo.
E poi. Poi quando è arrivato io, preso da un orgasmo di paura, me la sono data a gambe. Mi hanno riacchiappato dicendo: ehi, devi restare qua con gli altri, magari a fare un po’ di festa, perché non puoi scappare via dal tempo, e questo è il tuo tempo. Vedrai che bellezza. Mi sembrava vero, fra suoni canti e un gran vociare di giovani esaltati… Era una porta aperta sul vuoto, con un risucchio come di un treno che passa veloce e apre l’aria sotto un nuovo cielo. Tutti battevano le mani e sembravano felici. Il Duemila. Davanti, mille anni nuovi tutti da vedere e da godere, o anche un secolo nuovo da correrci sopra a piedi nudi.
Ma ecco, non era passato neanche un minuto, che tutto è tornato come prima, al vecchio modo, come un uccello accovacciato sul ramo di sempre. Le mine esplodevano, le guerre correvano, i fumi nell’aria facevano il bagno e le auto ferme nelle strade ansimavano come leoni in attesa. Era questo il nuovo o questo era, semplicemente, ancora il vecchio? Ero io che non intendevo il nuovo linguaggio? Cos’era cominciato? Cos’era finito? Cos’era cambiato?
Passa un giorno, e televisione e giornali cominciano a dire che forse il calcolo era sbagliato, che il Duemila non era che l’ultimo anno del vecchio secolo e non il nuovo del secolo nuovo. Tutto deve cominciare sul serio fra dodici mesi. Adesso siamo ancora antichi. E voi, bischeracci, smettete di fare gazzarra e andate a dormire. Spegnete le luci. Questo dicevano.
Così ho fatto due passi indietro, ho chiuso la porta di casa, mi sono messo in poltrona con un libro in mano. Leggere fa bene e ho tempo fino a dicembre. Non mi preoccupo più, perché mi sono accorto che il tempo si accorcia e si allunga come un elastico, secondo come noi lo tiriamo e usiamo. Il tempo sembra trascinarci e non è vero; siamo noi che possiamo imbrigliarlo e guidarlo come si guida un ciuccio, se cominciamo fin da giovani a non sciuparlo, dimenticarlo, buttarlo via come un foglio o come una matita che scivola sotto il tavolo.
Lo aspetto questo Duemila e uno, per vedere se davvero sarà un tempo di giochi e d’amore.
Quattro brevi note su Pasolini reale
Il seguente intervento fa parte del lavoro introduttivo per il corso del professor Giorgio Conti all’Università di Berna (marzo 1979), a cura di Monique Courbat e Nicola Trippi, in collaborazione con Franco Fortini e Roberto Roversi. L’argomento portante è la protesta religiosa, ma anche politico-sociale della poesia di Pasolini.
Fortini ha (o avrà) come al solito delle buone lucide ragioni per non volere oggi (adesso) parlare o scrivere su Pasolini, poiché il potere culturale o l’ufficialità ecc. ne manipola tutti i segmenti in modo famelico e scriteriato; ma io penso proprio il contrario e proprio perché il potere culturale ecc.; cioè penso che oggi si possa, anzi si debba parlare di Pasolini soprattutto per l’uso indiscriminato che a livello pubblico si fa di questo “autore”. E che ogni nostro intervento, sia pure marginale, è sempre un minimo contributo al ristabilimento di una verità, e al rafforzamento di una lotta verso la verità (e la libertà della cultura) alla quale Pasolini partecipava con tutta la forza dei suoi sentimenti arrabbiati.
È per questo che io, in certe occasioni e a ragion veduta, non ho preoccupazione a parlare ancora su di lui, in quanto ritengo che Pasolini sia un tramite per i nostri discorsi generali; un supporto forse necessario. È ancora, insomma, un suscitatore di problemi. Cercare di capirlo sempre meglio, in particolare, è un modo di cercare di interpretare un poco anche questo nostro tempo. E per questa occasione, senza alcuna pretesa di sistematicità, proporrei tre o quattro note su alcuni punti che a me sembrano interessanti. Ancora interessanti.
1) LA TENEREZZA VITALE DI PASOLINI. Pasolini è sempre stato aggredito, contrastato e ferito dall’arroganza culturale di un tempo e di una ufficialità culturale che non lo tollerava. Non riusciva né d’altra parte poteva tollerarlo. Pasolini, nonostante un successo cinematografico assordante e un poco cupo, fu nella sostanza dei fatti un escluso dal suo tempo, anzi fu tenuto escluso e con accidia rifiutato e ributtato ogni volta che egli proponeva un contatto “organico”. Quando lo inglobavano, lo inglobavano per inquinarlo, comprometterlo, infiacchirlo – come è poi il giuoco solito del potere. D’altra parte è anche vero che Pasolini non tollerò mai questa opposizione che lo escludeva; ma è altrettanto vero che partecipò al dolore di questa esclusione come a una offesa più generale, che andava oltre di lui, e che lui riteneva fosse fatta alla ragione e anche alla “purezza” (una purezza intesa come conoscenza e giovinezza) della vita. A tutto ciò che era lontano dalla corruzione, dall’intrigo, dall’interesse e invece si affidava all’ingenuità piena di fantasia e di sorpresa, alla volontà precisa e continua di giustizia, al desiderio forte e stimolante di agire, di conoscere, di comunicare.
Parlando con Ferdinando Camon Pasolini diceva: “Il fondo del mio carattere non è il malessere, bensì la gaiezza, la vitalità, e questo io paleso non solo nell’opera letteraria ma nella vita stessa. Intendo per vitalità quell’amor di vita che coincide con la lietezza. E gaia, vitale, affettuosa è nell’intimo la mia natura: son le continue angosce oggettive che ho dovuto affrontare che hanno esasperato gli aspetti del mio malessere”.
Una esclusione e una concomitante tensione angosciosa, dialettica, che si esercitarono fin dai primi momenti, fin dai primi atti ufficiali di questo autore. A partire, ed è importantissimo ricordarlo, dalle vicende e poi dall’ultima vicenda friulana che lo vide prima emarginato pubblicamente, poi contrassegnato col disprezzo di un diverso infine espulso dal partito comunista. Singoli momenti e atti checonfluiscono in una storia che è atroce soprattutto per i biechi risvolti di una polemica rissosa e paesana (fra cellula a sacrestia) che l’avevano suscitata e alimentata e che lo costrinsero a fuggire verso Roma. Dirà nel 1965: “Son tredici anni che non capito in Friuli, se non per fughe di un giorno. Non ne so più niente”.
Questo episodio, a mio parere, è il momento centrale nella biografia di Pasolini; e si aggancia direttamente anche alla morte del fratello, partigiano. Insultato; accusato come corruttore di giovani per la sua omosessualità, Pasolini sottostava improvvisamente (cioè con lo sbalordimento angosciato e doloroso di chi passa da un sentimento di libertà felice a una costrizione impaurita e opprimente e quasi irrazionale) al saldarsi di una duplice condanna. Una era rappresentata dalla definitiva esclusione da parte cattolica, che lo considerava un transfuga non più recuperabile e lo combatteva come un doppio avversario; l’altra era di essere considerato un “inquinato” da parte comunista. La sua omosessualità in quell’Italia dai codici tradizionali (o stalinista o bigotta) spaventava, indignava, repelleva. Il comunismo ufficiale, ad esempio, manifestava un’attitudine intransigente e bigotta, contrassegnata da un moralismo abbastanza cupo, per tutto ciò che restava fuori o sembrava restare fuori dalle istituzioni “congelate” di una norma morale molto tradizionale. Perciò anche di fronte a questo episodio il suo atteggiamento fu di pronta chiusura. E questo moto di riflusso continuò fino all’impatto col primo romanzo di Pasolini, Ragazzi di vita, contro il quale buona parte della critica marxista si esercitò in un rifiuto molto duro, uniforme anche se poco argomentato.
2) IL MARXISMO DI PASOLINI. D’altra parte a me è sempre sembrato che il marxismo di Pasolini fosse soltanto una sua personale e originale rivelazione. O intuizione. La componente mitica, o mistica, di questa straordinaria intuizione o, se si vuole, dell’ansiosa invenzione marxista di Pasolini è stata poi una connotazione determinante e quasi esplodente depositata ne Le ceneri di Gramsci e incanalata poi anche nelle opere successive. Ma già in questa prima, ne Le ceneri di Gramsci, il marxismo è ricerca di una innocenza perduta da sé ma anche in generale e che dunque va ritrovata ad ogni costo per riappropriarsene come necessità, bisogno per vivere. Quindi è ricerca di verità sociale più che di giustizia sociale. E nella verità è compreso soprattutto cercare e capire. Non è mai un bisogno di sistematicità, un rassicurante sistema chiuso da norme delegate e da delibare.
Bisogno di innocenza, ho appena detto. Ma non tanto di una innocenza della memoria (per cose e fatti ormai accaduti) quanto di una innocenza per le cose e per i fatti che stanno accadendo o sono per accadere. Da paragonarsi all’ordine della natura. Tale ricerca finiva per tradursi in una sperimentazione di vita continua, ossessiva; ossessiva anche nella sua insaziabilità pubblica di fare, cercare, scrivere, parlare, esporsi ed esibirsi. Ma non era un’esibizione declamatoria, narcisistica. Dirà: “Questo dare accade mio malgrado, per le vie che non sono tipiche dell’estroversione, e inconsciamente. Alcuna forme esibizionistiche ci sono evidentemente in me, ma in quel profondo che non implica responsabilità, fanno parte dei miei traumi, della mia psicologia patologica e io non le domino”.
Quindi il marxismo di Pasolini è anche una invenzione di questa innocenza; è mescolato alla continua ricerca di questa innocenza (perduta) e al suo continuo affannoso doloroso tragico rimando. Conseguente è anche il suo bisogno di definirsi, per la necessità immediata di darsi un appiglio. “Sono, come dire, gramsciano. È una definizione possibile? Comunque la mia indipendenza non è né voluta né amata: è coatta e dolorosa. Vorrei poter scegliere…” scrive in una dichiarazione del l955. Altrove, in quegli anni, si definiva ideologo e poi marxiano. Marxiano direi come gramsciano, con equale tenerezza per il mondo; ideologo, quindi disposto più a definirsi per discutere che a discutere per definirsi (nella tensione di ritrovare una connotazione significante all’interno del sistema dei rapporti politici, concedendosi contemporaneamente una zona di franchigia).
E per un immediato approfondimento in merito, già nelle pagine di poesia de Le ceneri di Gramsci si ricava una descrizione in filigrana della rivoluzione (della rivoluzione combattuta e violenta) che io ritengo di sconvolgente attualità. E la descrizione muove da una premessa che presuppone l’accettazione di questa (possibile? probabile?) verità: che una rivoluzione definitiva in quanto vittoriosa non si dà né si è mai data. La rivoluzione, la sua ricerca, il bisogno sociale di farla, è il propellente della storia, da sempre; è il momento della sua tragica e travolgente utopia. Ma ogni rivoluzione (oppure: sempre, la rivoluzione) hain sé l’inevitabile ma giusta (direi, necessaria) sconfitta. L’ebbrezza della rivoluzione (per chi questa ipotesi può suscitare entusiasmo) sta dunque nella volontà di farla, nel suo progetto e poi nell’avviarla. Dunque nel farla. Ma la inevitabilità tragica e la giusta sconfitta di ogni rivoluzione è una conclusione assolutamente anticipatrice che ha consentito a mio parere a Pasolini di inserirsi, negli ultimi anni di vita, dentro al contesto dei problemi in atto (scoprendo e non inventando metafore fulminanti).
3) IL TRAGICO QUOTIDIANO DI PASOLINI. Prima ho parlato di tenerezza vitale; poi di ricerca di innocenza (una ricerca continua, spesso ansiosa o disperata per trovare una nuova diversa innocenza, più matura, con ferite riconosciute e ricomposte, più faticosa e faticata ma, se raggiunta, senza più strazio e dunque rassicurante). Adesso aggiungo: una memoria sempre in piena luce per gli anni giovani in quel Friuli assolato e una dolcezza itinerante e ricorrente per questa memoria che concludeva sempre a riportare i dati e i singoli elementi nella sopravvenuta disperazione. Tale voglio dire, che non lasciava margini e copriva tutto, nella sostanza. Era allo stato puro. Così da non consentire neanche il suicidio, perché esso è, in questa situazione, una liberazione ed è anche scelta per questa liberazione, lasciando libertà per l’attesa e per il modo. Attesa della propria morte.
Questa libera attesa, non condizionata da una scelta, è stato il momento che ha reso davvero terribile ed esemplare l’ultimo periodo della vita di Pasolini. L’ha reso carico del peso di un “insegnamento” pubblico, di un ammonimento pubblico e di sollecitazioni generali di cui il tempo gli darà senz’altro atto. E che noi, almeno, dovremmo fare in modo intanto di mantenere attivi dentro al dibattito culturale. Cercando di difenderlo dall’abuso che il nostro tempo fa di lui e di altre persone (personaggi) meritevoli d’attenzione e di rispetto (nel senso di considerazione delle proposte). Infatti ai nostri giorni questo uso e questo abuso sono sempre più strumentali, sempre più terrificanti in ogni senso. Non si cerca né si tenta alcuna aggregazione culturale, sia pure dimidiata; ma si cerca subito e soltanto la conferma di pubbliche mitologie. L’uso/abuso non consiste nella quantità di accettazione o di rifiuto, dato che l’inglobamento, quando è deciso, diventa totale (vincendo ogni contraddizione). È la ridistribuzione dei messaggi dei singoli artisti, assunti o acquisiti dal sistema culturale, che ubbidisce a una logica di potere non certo codificata ma esercitata con spregiudicatezza che può sembrare alle volte naturale mentre altre volte è segnata da un imbarazzo cavilloso o teatrale. Si può ad esempio, e a questo proposito, riscontrare sia pure in fretta il rapporto di Pasolini con le istituzioni ufficiali della comunicazione, proprio negli ultimi anni prima della sua esecuzione. Mi riferisco alla sua collaborazione con II Corriere della sera; che fu manovrata con spregiudicatezza tattica e tecnologica del tutto organica al sistema. Così, mentre si presentavano le invenzioni di un uomo certamente di grande ingegno ma già codificato nella opinione pubblica come stravagante e diverso, la sua collaborazione su questo giornale/monumento era commentata come un esempio di libertà e di democratica tolleranza delle idee. Ci si limitava soltanto a far corrispondere, a ogni “pezzo” di Pasolini, un secondo intervento del tutto contrario, oppure che lo correggesse o lo limitasse o lo interferisse indirettamente con strafottenza - a firma di notabili, baroni universitari e personaggi credibili. Pasolini pativa il peso di questa situazione piena di contraddizioni (e che gli era comunque garantita non dal suo valore artistico ma dalla sua fama cinematografica), secondo la quale da una parte era accettato e magari anche un poco genericamente adulato, mentre dall’altra era tenuto al margine, in una esclusione che lo legava sempre ai giorni terribili del Friuli. Fuori da ogni panegirico, la sua realtà era la seguente: presente a tutto, in fondo egli gestiva niente. Non aveva potere. E le piccole concessioni gli erano ribattute in faccia attraverso piccole persecuzioni, denunce, processi, censure eccetera. Occorre sempre ricordare che il romanzo Ragazzi di vita subì il processo (che ho già ricordato) a seguito di una denuncia inoltrata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dietro una richiesta precisa del Ministero degli Interni.
Anche da questi brevi appunti, credo si possa avere conferma che Pasolini non è stato un intellettuale che ha “usato” la cultura ma un uomo che ha vissuto i problemi reali della cultura a lui contemporanea partecipandoli fino a morirne. Questo, io credo, definisce e chiarisce anche la sua violenza, la sua instancabile e acuta ferocia nell’aggressione del reale, la sua fame di verità vera, il suo instancabile bisogno di cercarla e poi di difenderla. Spiega anche il suo eccesso vitale. E la sua insaziabilità di linguaggi.
BIBLIOGRAFIA
AA.VV., Perché Pasolini, Ed. Guaraldi, Firenze 1978.
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I giovani di Vidiciatico
1. Mi fisso su un punto che è generale; anzi, è generazionale. Riferendomi sia a una frase di Ricci, inserita alla fine dell’introduzione, che voglio trascrivere: Credo che per noi, intendendo chi visse ancora giovane l’esperienza del fascismo dall’interno senza occasioni di confronto politico, la strada dell’errore fosse tutta da percorrere, affinché la conquista di una identità reale dovesse poi risultare approdo sicuro”; sia a un brano cavato dal volume “Il sangue d’Europa” di Giaime Pintor, a pagina 133 (“Commento a un soldato tedesco”, articolo pubblicato sulla rivista “Primato” nel febbraio del 1941): Dietro gli schemi universali offerti dalla propaganda, la gioventù d’Europa cerca dalle due parti una ragione e uno scopo alla guerra che si combatte. E non può trovarli nelle statistiche e nei discorsi, nei dati dell’economia e della storia diplomatica, perché in realtà questo suo lavoro si traduce in una ricerca interiore, nella ricerca delle proprie possibilità e dei propri mezzi, della propria misura personale di fronte alla guerra. Opera di puro egoismo come sono le opere migliori della giovinezza, questa ha un valore politico immediato: di indice sulle future esperienze. Perché, quando la generazione di cui si discorre sarà arrivata a governare, il senso dell’avventura ora attraversata dominerà le sue decisioni. Su una parola, “generazione”, si innesta la polemica. D’altra parte, nel merito delle singole questioni di questo volume entrerà anche Scalia col suo scritto; così gli lascio carta bianca. A me, dei problemi toccati e poi discussi, interessa raccoglierne alcuni specifici e con riferimenti diretti; per quanto questi riferimenti valgono. Perché oggi possiamo guardare a un passato che ci introduce all’ultimo momento di quel fascismo (1940-1943) con una disposizione critica senza umori appassiti; attiva non solo nei sentimenti ma nella mente; decisa e calma nello stesso tempo; la quale può servire a farci comprendere non solo qualcosa di più di noi stessi ma ad andare al fondo delle questioni residue (spesso anche personali, come in questo caso) senza sgomitare, senza impennate, senza il qualunquismo liquidatorio che ha sempre buona e pronta cittadinanza dalle nostre parti e che per me si condensa nella frase largitaci da un giuggiolone sciocchino, anni addietro, quando scrisse furbescamente che nel periodo dei fascisti sarebbe bastato arrivare in bicicletta fino a Chiasso per essere bene informati, bene infervorati, bene defascistizzati. Il punto generazionale può essere invece affrontato partendo da una esplicita e soltanto in apparenza ovvia considerazione preliminare: che la nostra generazione (1920-1924) ha patito e dovuto sopportare nel periodo della sua prima formazione culturale tutte le possibili omissioni; non tanto la violenza di una educazione autoritaria ma la scaltra ubiquità di una calcolata reticenza, le vaste sacche di silenzi che, questo è il punto, non si potevano né circoscrivere né tantomeno riconoscere ma che producevano disagio (una insoddisfazione lacrimosa, senza identificazione, che scavava dentro a ciascuno intaccandolo solo esistenzialmente). Di disagio parla anche Ricci, interrogandosi: da che cosa nasceva dunque il nostro disagio, che era un fatto reale e come si pensava di superarlo? Oppure si può rimandare a una affermazione di N.S. Onori, storico acuto e attento del periodo, indicata anche in nota al presente volume: Senza saperlo questi giovani cercavano la libertà. Dunque: per questi giovani (per la maggior parte di questi giovani) non si può parlare di antifascismo ma di insoddisfazione nei riguardi del fascismo inteso come potere delle istituzioni; e per Pasolini, in questo periodo che è così definito, anticiperei una constatazione: come per molti altri, magari soltanto meno acuti, la sua è una opposizione letteraria alle istituzioni letterarie del fascismo; un’opposizione all’ermetismo che era un codice ermetico del potere, dopotutto (anche se pareva esacerbarlo contestandolo, ma con innocui segni elitari). Del potere, ho detto, non del fascismo. Perché un antifascismo esplicito e concreto dentro alla cultura, e tale che ne manomettesse gli archetipi e ne squilibrasse le volte maestre non c’era; tanto è vero che a nessuno di noi arrivava nulla (dico, a nessuno dei giovani, in generale). Certamente: si coglievano in giro i borbottii maldestri, angustiati con ironia, provinciali, e quasi sempre legati a schemi e a riferimenti letterari. A meno che non si voglia continuare a recepire come antifascismo; anzi, a definire antifascismo l’irritazione esistenziale che accompagna ogni volta lo svolgersi del tempo e il cambio delle generazioni. Scrive Pasolini, in una pagina anche qui riportata: Come non siamo fascisti, se senza mutare il senso della parola possiamo chiamarci italiani, così non vogliamo chiamarci, genericamente, né moderni né tradizionalisti. E al N° VIII di “Una disperata vitalità”, pagina 467 de “Le poesie” nell’edizione Garzanti del 1975: Venni al mondo / dell’Analogica. Operai / in quel campo, da apprendista. / Poi ci fu la Resistenza. / E io / lottai con le armi della poesia.
2. Generazione sciagurata; cresciuta cioè fra sciagure e cento contraddizioni; mortificata ossessivamente nel suo bisogno “naturale” di verità e di identificazione dentro a una cupa magniloquenza; sempre intenta a cercare e ricercare un monotono e spesso doloroso moralismo da cui era assente, perché non ancora conosciuta né sperimentata, la chiaroveggente ironia – che, se non ancora chiaroveggente, tuttavia si insinua fra le righe di alcuni scritti di Pintor, più anziano di due o tre anni (e a questo proposito potrebbe servire un riscontro e un raffronto dei due scritti, uno dello stesso Pintor l’altro di Pasolini, sull’incontro degli scrittori europei a Weimar nell’ottobre del ’42).
In una lettera di alcuni anni dopo a Serra, Pasolini scriveva: Da che cultura provenivamo? Mi si drizzano i capelli in testa a pensarci… L’informazione era un miscuglio di atroci dati retorici: il nulla… Lo sforzo che abbiamo dovuto fare noi per uscire da quel nulla, da quella condizione mostruosa, sembra, ora, quasi miracoloso. La sola forma di resistenza possibile all’accettazione globale di una realtà chiusa era dunque l’arte, la letteratura. Ma non come vita, secondo la mistica secca degli ermetici, a cui bastava difendersi con questa torva soddisfazione; ma come l’unico riferimento in atto, reperibile, identificabile e da utilizzare per rovesciarvi dentro e provarvi la discussione e l’insoddisfazione. Anche sul Setaccio, come si può vedere, e come lo indica con esattezza Ricci, i discorsi artistico-letterari sono preminenti. Si fanno analisi di testi, si discute sull’arte; ma la componente più fonda è una suggestione dolorosamente decadente che si accompagna a una certa tensione religiosa; anche il mondo popolare di Pasolini è subito definito se non ancora rifinito nella sua persistente difesa di valori tradizionali “buoni”, “antichi”. Dunque riconoscibili e confortanti. Da qui la conseguenza di una continua presenza morale, di una sollecitazione e di una ricarica morale; come se soltanto in quel mondo fosse e si adagiasse la parte “giusta” della vita, il modello unico che si oppone e ci oppone alla morte e all’angoscia di ogni possibile distruzione: la notte / ricordi?, ne era tutta piena nel fresco / vuoto, nelle strade percorse da frotte / di braccianti vestiti a festa, / di ragazzi venuti in bicicletta / dai borghi vicini: e la mesta, / quotidiana, cristiana, piazzetta / ne fiottava come in una sagra./ E in un’altra occasione Pasolini dirà: ero perduto come in una sconfinata intimità che faceva del Friuli ecc.
Ma se questa generazione era sciagurata; se era dentro a tutte le sciagure del suo tempo, era anche incolpevole, perché non le conosceva, non le produceva, non le partecipava; le subiva invece con una pazienza animalesca che era tragica; spesso o quasi sempre di queste era un oggetto ignaro; e quando poteva capirle, circoscriverle, in qualche modo interpretarle, allora, solo allora le risentiva come offesa (un’offesa) e reagiva con l’arma che aveva disponibile: l’arma del risentimento esistenziale e del “discorso” morale. La morale non come clausura o come una possibile armatura (secondo la teoresi degli ermetici) ma come arma in qualche modo di attacco, di percezione diretta, di trivellazione della realtà delle cose e degli atti pubblici e privati. Solo alla fine, in un momento orribile, quando questi giovani furono definitivamente coinvolti e travolti (non divenendo mai protagonisti) e poterono oggettivare la realtà vedendola come l’altra faccia di sé; allora e solo allora la reazione morale, trasferita direttamente sulla scelta delle cose da fare, diventò reazione politica; diventò un atto politico; e non giudicò più – perché non poteva e non si poteva più giudicare – ma scelse. Questo, è appena il caso di ripeterlo, accade sempre nei periodi storici di angoscia, quando finalmente la necessità di scegliere sulle cose consente, e costringe, di stravolgere le idee conservate o acquisite e di cambiare la pelle con una triplice fatica: fisica mentale sentimentale. Soltanto a operazione compiuta si può sperare di progredire e partecipare, e si può vigilare su sé. A questo proposito voglio ancora una volta ricordare le parole di Pintor, citato, a pagina 134: Ma i tempi sono ora rivolti ad altre considerazioni, e si misura con altri metri il valore delle esperienze, se occorre affrontare inattese risoluzioni e valutarne per una nostra storia la portata improvvisa. Così, senza attendere i rimorsi di un’altra età e gli scrupoli della cauta riflessione, altri prevengono le requisitorie future e chiudono ogni esitazione con un breve atto di forza, Allo stesso modo sono sorti quei procedimenti giuridici che hanno distrutto un’antica Europa e travolto con sé l’autorità delle consuetudini.
3. Una generazione che ha dovuto patire tutte le possibili omissioni e quindi una generazione non fortunata. Le omissioni erano nelle scelte che il sistema politico sembrava proporre e in realtà imponeva; nella metodologia generale e generalizzata che distorceva le cose; non erano soltanto nell’ambito di un’autarchia culturale in atto; quindi subita e non persecutoria. Non è stata fortunata perché, nata agli albori del fascismo, quando però il fascismo era già un potere autentico, quindi violento; anzi, quando era già il potere; fu educata nell’ambito strettissimo di istituzioni che non lasciavano margine a nessuna fantasia critica, alla fantasia individuale (a meno che non preesistessero particolari situazioni familiari di antifascismo militante) mentre sollecitavano di continuo la fantasia retorica, proponendo il grandioso come “empito” delle idee. A questo proposito sono abbastanza esemplari le sei paginette di Pintor, rifiutate dalla rivista Primato e dedicate al convegno degli scrittori europei a Weimar: Lo scenario cambiò di colpo come nell’epilogo di un dramma barocco: il tono dimesso e democratico delle sedute in albergo cedette al più rigido stile totalitario e i signori che erano stati accanto a noi in comune abito grigio si coprirono a un tratto di aquile e di nastrini. La grande sala della Weimarhalle era pavesata di bandiere: il rosso e l’oro dei generali splendevano nelle prime file tra le giacche nere degli scrittori europei. Un’orchestra si era disposta immobile intorno all’arengario e lampi di magnesio diffondevano brividi dalle gallerie in alto. “Soldaten un Fahnen, hoch!” gridò il più elevato dei gerarchi presenti ed entrò Goebbels col suo passo strascicato e un seguito di personaggi in uniforme. Quindi la sala si ricompose lentamente mentre l’orchestra suonava musiche militari.
Il fascismo programmaticamente allevava questi polli perché fossero ruspanti e di conseguenza tranquilli; cercava di stimolare il loro consenso attraverso o servendosi di tutte le possibili manomissioni; quindi si proponeva il fine ultimo di educarli a questo consenso; o per questo consenso. Obiettivamente, d’altra parte, non percepivamo reazioni contrarie esplicite che potessero e sapessero scuoterci da questo progressivo invelenimento, ottuso ma da sembrare a un dato momento definitivo. A meno di non mitizzare, sempre in generale, come una reazione esplicita quel borbottio simile al ronfare di un cane vicino al fuoco, a cui ho fatto un cenno all’inizio. Questo fascismo immediato, continuo e “diretto” non è stato conosciuto fino in fondo se non da quelli che biologicamente l’hanno consumato o ricevuto in dotazione giorno per giorno; dentro alla pentola di tutte le reticenze, delle omissioni di cui ho parlato e senza che le contraddizioni venissero “esposte” e indicate in modo da essere recepite con una qualche approssimazione, ma almeno chiara e consumabile. Il giuggiolone a cui ho fatto un cenno non ha invece contato quanti siano stati gli inutili viaggi oltre frontiera, per varie strade, senza mai recepire dissensi espliciti, domande imbarazzanti o comunque stimoli diversi per reagire o per riflettere. Perché noi eravamo pischelli scipiti. Ma il Cattaneo a Lugano non c’era più; e non c’era più lì vicino la Tipografia di Capolago e su e giù per l’Europa trovavamo soltanto turisti contenti o plaudenti. L’Europa molle e abbastanza oscena si strisciava ansimando sulla pelle di questi ragazzi destinati al macello. A me pare che quel periodo sia stato fino ad ora raccontato con segni di realismo spicciolo, frettoloso e polemico, e credo che ci sia ancora molto da rileggere e da riflettere per approfondire la verità dei fatti.
La pedagogia che il fascismo inteso come esercizio repressivo di un potere (ufficialmente e genericamente acclamato) riservava a questa generazione di poveranime e di ometti dolcissimi in divisa che stavano crescendo, era scrupolosamente calcolata e affatto approssimativa; e di questa, omissioni, reticenze, parcellizzazione dei dati erano la base. In realtà si insegnava tutto di niente; o capovolgendo il lemma: era insegnato niente di tutto.
4. Angariati da questi vuoti che nessuno di noi riusciva a riempire, l’inquietudine “generica”, un poco opprimente e, alla fine, esclusivamente letteraria diventava il centro su cui si attestava l’estro dei migliori. Si finiva per incanalare ogni blocco contestativo, ogni sollevazione critica, verso il letto rassicurante della letteratura (si intende pure la letteratura come fiume o come amica – amante); tanto è vero che l’ermetismo come letteratura e non il fascismo come politica, o come istituzione, era oggetto del dibattito, cuore delle ire esplicite e dei ripetuti disdegni.
Questo è un dato da estrapolare toccando tali problemi. Così mi sembra che le storie recenti e nostrane, poco riguardose di questi dettagli che invece dovrebbero essere importanti, divaghino su aspetti e momenti più spettacolari e dissacranti ma spesso meno legati alla realtà; concludendo (nel momento di uno scisma atroce che stava accadendo e travolgeva l’Europa) a descrivere una generazione subito pronta, subito chiara, subito decisa, subito intraprendente al modo giusto e richiesto dai fatti, subito chiaroveggente, subito allestita a scegliere il campo e l’ora. È un decorativismo storicistico che la sinistra ha un poco contribuito a tinteggiare.
5. I giovani di Vidiciatico sono i giovani che nel ’42-’43 hanno diciotto anni; magari diciannove o venti ma non più o meno (Giaime Pintor, nato nel ’19 appare subito più maturo, più aperto, più preciso; e più all’erta). Sono studenti universitari al primo o al secondo anno, di poco pelo, di una borghesia piccola e discreta, soprattutto tranquilla; studenti che frequentano la facoltà di lettere, di legge, di economia – commercio. Forse c’è qualche ingegnere. Niente medicina.
Vidiciatico è sulla montagna bolognese verso Pistoia, oltre la Porretta; un luogo di villeggiatura appartato. Aria buona, un fiume che scorre, i boschi. A Vidiciatico, per circa un mese, all’estate, si passava il campo premilitare della milizia universitaria; lì andavano gli studenti che di diritto avevano ottenuto il rinvio di un anno alla chiamata alle armi. Era un campo come tanti ma alla buona, molto casa e chiesa; si bivaccava sotto tende in un declivio alberato, si facevano marce non debilitanti, si sparacchiava con alcune mitragliatrici e fucili modello 91 verso l’argine opposto di quel fiume; ma tutta la faccenda era tranquillamente inconcludente; direi anzi che era sconclusionata. La guerra sembrava ed era lontana. È lì che Pasolini si trovava nell’estate del ’42, mi pare; è lì che ci troveremo noi nell’estate del ’43, in quel giorno del 25 luglio. A ribadire il peso e il segno della nostra gracilità ideologica in quel momento ho questo ricordo, chiuso dentro a innocui dettagli.
Non sapevamo nulla di ciò che bolliva. Il fascismo era tutt’uno, per noi, con l’Italia che si toccava con la mano; ci era soltanto indifferente o fastidioso perché quel fascismo eravamo noi, o noi eravamo dentro di lui. L’inquietudine era soltanto una nostra inquietudine; la rabbia era una nostra rabbia esistenziale, perciò privata. A metà di quel giorno fu chiamata l’adunata mentre prima eravamo stati lasciati, in pace, a bighellonare vicino alle tende; così schierati in modo approssimativo arrivò il nanetto un poco iracondo e un poco paterno che ci comandava (era il seniore della milizia) seguito da alcuni di noi che portavano un tavolo, pile di camicie grigioverdi e una scatola con dentro le stellette dell’esercito. “Infilate queste, toglietevi quelle” disse il seniore indicando le nuove camicie e i nostri petti con la camicia nera; allora ci accorgemmo che lui era lindo e pinto nel nuovo travestimento da ufficiale di artiglieria. E anche noi fummo artiglieri. Così, mentre ci cambiavamo ridacchiando imparammo che il fascismo era caduto. Bejor, fra noi, che aveva un padre antifascista e allevatore di bachi da seta nonché a suo tempo molto amico di Dino Campana, si rallegrò con una convinzione sicura e ci passò un poco di allegria. Ma la nostra curiosità era se saremmo tornati subito a Bologna. Il giorno dopo ci imbarcammo sul trenino di montagna mentre la gente che ci vedeva passare applaudiva scambiandoci per soldati veri. Fu la prima vergogna “politica” della mia vita. Un semplice cambio di camicia, ridacchiando. Questa esemplificazione indica almeno un quadro vero (in quella circostanza), anche se sbiadito, dentro al quale le nostre vicende personali andavano frantumandosi. Noi non eravamo i protagonisti. Dopo, certamente, cominciammo a cercare di far quagliare le cose; ma con una fatica che non durò un giorno. Questa generazione di Vidiciatico si sparpaglierà ai quattro venti e non si ritroverà più. Ciascuno maturerà la sua storia che lo porterà a farsi pietra; o a farsi uomo; o alla morte.
Vladimir Komarov
Ci siamo entrati finalmente nel Duemila, dopo tanto parlare e parlare e immaginare. Ed erano soprattutto i vecchi che arzigogolavano intorno, tanto che sembrava di essere, tutti quanti, su una nave come il Titanic, con l’iceberg enorme che arrivava annunciando una tempesta di pensieri sicuri, di abitudini certe, di buone tagliatelle della nonna, di passeggiate sotto la luna sulla spiaggia del mare. Insomma, sembrava di entrare in una galleria scura scura, dentro alla quale non c’erano orizzonti. I giovani per fortuna se ne fregavano, e pensavano a vivere in tutti i modi; perché sentivano, senza paura, che non sarebbe arrivato niente di troppo nuovo o che non fosse già in qualche modo preveduto, aspettato. E adesso che ci siamo arrivati, tutti tocchiamo con le mani e coi piedi e con gli occhi che il mondo non è naufragato né si è rovesciato. Dopo la solita frenesia dei fuochi artificiali, dei tappi che saltavano, degli abbracci e dei baci – e dei soliti ubriachi che gridano – gli uomini hanno ancora una volta mostrato d’avere la memoria corta. Hanno confermato che è facile dimenticare, anche le cose veramente importanti e che possono, o potrebbero, fare male e costringere a faticose riflessioni quotidiane sul proprio destino, sul futuro di questa nostra Terra che sempre gira e rigira ed è di continuo smazzuolata dalle nostre avide mani. La Terra che sta lì, vicino al Sole e alla Luna, con Marte Giove Venere vicini; vale a dire, luoghi dell’infinito ma ormai a noi così vicini, dove l’uomo entrerà di corsa e a frotte nei primi secoli di questo terzo millennio (i nostri lontani fratelli); dove, adagio, quasi in punta di piedi, stanno arrivando giorno dopo giorno, anche i giovanissimi di oggi; voi, che state leggendo. Ma intanto anch’io, aprendo la porta del secolo nuovo, vorrei per me compiere un atto giusto e suggerirlo a un amico, a qualche amico, questo atto giusto di un buon appuntamento. Avendo, per necessità e dovere, scaraventato fuori di bordo una massa di vecchi appunti, vecchie carte, vecchi ricordi, vecchie memorie. E trattenendo in testa, in cuore, davanti agli occhi solo l’essenziale, che si stringe nella mano. Fra questo poco che conta, dico che porto con me all’inizio del mio viaggio nel secolo nuovo, Vladimir Komarov, astronauta sovietico. Il primo uomo caduto nel combattimento in cielo non per la conquista ma per la conoscenza dello spazio (nel mese di aprile dell’anno 1967). Scrissero allora: “Il rientro nell’atmosfera è avvenuto fra le 5 e le 6 di lunedì mattina… Nel rientro i retrorazzi hanno funzionato per quanto riguarda la frenatura, ma non per quanto riguarda la stabilizzazione… I bulloni del paracadute saltano… ma Komarov non ha sentito il brusco sobbalzo. Era la fine… stava precipitando da 7000 metri alla velocità di 450 chilometri all’ora… La cosa più agghiacciante è stato che Vladimir è rimasto fino all’ultimo cosciente della sua fine, e fino all’ultimo ha comunicato per radio con il cosmodromo di Baykonur”. Un giornalista sovietico ha scritto: “Gli ultimi rapporti di Komarov ricevuti a terra sono stati esempi sconvolgenti di padronanza di sé, di calma, di forza morale”. Ecco, cercando di mantenere il contatto reale con le umane vicende vivificanti ed esaltanti (che ci aiutano a capire dentro a mille errori); ecco con chi vorrei avviarmi sull’autostrada del Duemila, avendo accanto questo uomo aviatore che, a diciotto anni scriveva: “La vita dell’uomo è così breve, riuscirò a fare qualcosa di utile? Ne avrò il tempo?”. Il tempo speso bene, è un tempo che dura. E lascia un segno.
Io muoio e anche questo mi nuoce (Per una riappropriazione di Pasolini)
Il tavolo è sgombro di carte. Per il momento non c’è sopra neanche un libro di Pasolini o di altri su di lui. Soltanto qualche foglio bianco, la solita matita. Voglio dire che nella direzione di una mia privata continuità – e per quel che può valere – cerco di riflettere da solo su alcune cose che di P. mi importano ancora, soprattutto in questo momento. Sforzandomi di dirle e di pensarle non voglio cercare altro, o di più; e non voglio allargare il discorso. Resto sopra con puntigliosa fermezza (nel proposito) al quadrattino risicato che mi sono scelto per oggetto. Il discorso critico sarà giusto e comunque necessario che altri lo allarghino secondo le regole canoniche; io mi limito a dare questa riflessione che è mia, quasi trascritta a voce alta, perché possa servire innanzitutto a me. Ma devo dire, per una certa esattezza non solo temporale, che avevo cominciata a fissarla nei mesi andati, orientandomi fra altre mie paginette divulgate in precedenza. Oggi ho potuto riprenderla per concluderla, aiutandomi col mezzo di qualche appunto particolare, non sistematico; e col sottinteso di tendere a non staccarmi mai da un aggancio continuo e meditato con i fatti, con la realtà che gira, che ho intorno. E questo per capirla, parteciparla in ogni modo, in ogni occasione; non da spettatore risentito, disincantato o magari soltanto inquieto, ma da autista di piazza. Cioè come uno che va in giro per dovere e per lavoro e deve conoscere anche le stradette più nascoste da un luogo all’altro della periferia. Conducendo un veicolo. Quindi è obbligato a mandare a mente molto bene i percorsi. Altrimenti è necessario, è inevitabile che si debba servire di una “pianta” e che ogni tanto si fermi per consultarla, sorpreso da un dubbio.
Collocandomi nel mio posto, di uno che cerca di leggere le pagine ma anche i fatti (come per P. si trattava di vivere attraverso il cinema un’esperienza fisica della realtà, diciamo che anch’io mi propongo di continuare a vivere una esperienza fisica della realtà attraverso le ultime pagine e le ultime vicende di P.), penso che oggi possiamo cominciare a non avere più paura (un timore che può essere solo fastidio o stanchezza della ragione e del sentimento) di dire qualcosa e di essere qualcosa nella realtà. Di cominciare a definirci (e ridefinirci) dentro a una situazione reale stravolgente ma completamente aperta; e di tornare anche ad effettuare delle scelte. Sì, delle scelte. Lo dico in un momento in cui questo proposito sembra il più deteriorato dall’uso e il più improbabile secondo la situazione. Eppure credo a mio modo che sta ritornando un tempo in cui è più necessario definirsi (attingendo al proposito e al progetto di durare) che qualificarsi (riferendosi al potere). Un tempo in cui l’essere torni a corrispondere con un rigore quanto meno approssimato possibile al volere. In cui la convinzione del dover fare qualcosa torni a insinuarsi opposta all’inquietudine straziata dalla convinzione che tutto è già stato fatto e vissuto; o scritto. Perché non sembra rimandabile l’impegno di tornare ad assumersi il peso effettivo delle deformazioni e delle contraddizioni pratiche che sono in atto al fine di collaborare (e ciascuno lo farà come sa e come può) a isolarle ribatterle superarle.
So bene, anche in questo caso, di parlare solo per me, da questo angolo. Perciò mi sento libero, dentro a una tale situazione, di scegliere in generale un linguaggio che mi è comodo e una partecipazione interna al discorso contrassegnata da una angolazione di ricerca conseguente che si può definire morale. Il termine oggi rischia di sembrare, con ironia, ambiguo sfatto desueto; non solo nell’uso della comunicazione di massa ma in quello comune. Per me, credo che siano anche i testi, e soprattutto i testi ultimi, di P. che invitano a farlo.
Ad ogni modo lo assumo nell’accezione che sento ancora valida e di conseguenza utile (con una persistente necessità) di partecipazione alle cose, di scelta di vita ecc. che fanno scegliere e privilegiare alcune strade conclusive e non altre. La mescolanza dei generi mi sembra una manipolazione concordata e perciò, sia pure dentro a un calcolato rigore, artificiale. Questa particolare tensione, così delineata, è diversa dall’impegno (come è congelato dall’iconografia d’archivio dei decenni passati); e nello stesso tempo è più che impegno; perché più drammatica, realisticamente legata a necessità non settoriali ma generali e da tutti condivise, almeno. Mentre l’impegno di allora era illustrato dal sole di una violenza che per lo più restava ancorata soltanto a una speranza – e poteva essere (ed era) ribattuta direttamente.
Queste brevi annotazioni riferite al discorso appena avviato si appoggiano a domande generali che adesso sottopongo, dato che credo possano servire. Alcune possono sembrare addirittura semplicistiche o semplificate. Ma, insieme, si possono trascrivere in questo ordine, anche se con qualche sommarietà: senza estrapolazioni frettolose o troppo drammaticamente sentimentali (per essere critiche nel senso e nel tempo giusti), qual è l’ideologia di P. che noi riusciamo a individuare come alimento e non come simbolo o sintomo da museo? Dove individuiamo l’approdo del suo mondo, della sua speranza non affrancata, della sua acutezza critica e scontrosa e talvolta irritante, del suo amore violento e ingenuo per la vita (un abbandono totale), dei suoi amori terreni; tutto quasi sempre segnato o inquinato da aspri inseguimenti della memoria, del sentimento, della nostalgia?
O ancora: che cosa è oggi, adesso, P. per noi? Che cosa ci resta? Che cosa riceviamo? È solo una scaglia struggente della nostra storia recente annidatasi ormai dentro ai libri di testo e alle antologie o continua a emettere messaggi indispensabili per uomini che sono all’erta? Come lo leggiamo; come possiamo leggerlo, oggi? Voglio dire: come lo usiamo nella pratica quotidiana, mescolandolo alle nostre beghe, ai nostri sussulti, alle idee che sembrano un branco di uccelli alzati in volo da uno spavento improvviso? Al di fuori di una privata tenerezza che non accenna a diminuire, possiamo servircene come strumento di conoscenza oppure è ormai allestita, quindi resa definitiva, la roccaforte della intermediazione critica ufficiale, che dovrebbe consentire di leggerlo vederlo magari sopportarlo, e anche giudicarlo, con una freddezza e una equità solo in apparenza lucide ma al fondo contrassegnate da una severità ironica (quando non si tratta di autentica antipatia)? Sono domande, certo, che meriterebbero una più rigorosa stesura; ma che riescono a tracciare, anche così disposte, la situazione reale e generale di lettura di un autore che è continuamente raccolto a riva come un naufrago e ributtato a mare, come pesce mal pescato, dalla arroganza reticente dei fiocinatori di rane (che coprono ogni atto fingendosi, al contrario, interessati) ma anche dalla arroganza dei nostri sentimenti; che stentano a equilibrarsi, a calmarsi dietro l’urto e l’impatto continuato delle emozioni.
In quel gesto della pesca ributtata in mare, a cui ho fatto cenno, si può vedere senza ombra di dubbio la prevalenza della insoddisfazione generale e della generale impossibilità di vivere, in un modo che sia senza dannazione, il mondo odierno. Comunque, ho solo trascritto alcune domande, accumulandole; non mi spetta di svolgerle e affrontarle. In questa occasione, come solo interesse, vorrei tornare a verificare (non dall’esterno ma con alcune motivazioni suggerite da un rapporto diretto col testo degli ultimi interventi) l’uso che possiamo, anzi dobbiamo continuare a fare di P. Fuori dalle antologie, dai libri di critica e di memoria, dalle tesi di laurea; fuori dalle tavole quadre e tonde, dai festival di cinema, dagli incontri di poesia a cui confluiscono in prevalenza, e in primavera come accade nelle corse ciclistiche, i corridori accasati e i relativi sponsor con la signora in pelliccia. In altre parole: fuori dal mondo delle luci e delle voci ufficiali; ma dentro allo spazio “basso” calpestato da tutti, che è quello, che non consente alcun tipo di falsificazione o di manomissione, dei bisogni quotidiani. Dentro all’inquietudine di questi giorni che si accavallano, siamo direttamente aiutati da P.? Con una presenza, una continuità che resistono e non come un semplice flebile lumicino della coscienza? Vive ancora con noi proprio mentre viviamo, o siamo noi che dobbiamo spendere per lui se vogliamo inseguirlo?
Tracciando questa piccola tabella motivata delle nostre inquietudini penso che – prima di ogni altra cosa – ci dovremmo impegnare (con una costanza non renitente e non episodica) per rendere giusta, da infame che è, la morte di Pasolini. Cosa voglio dire? Che ci dovremmo impegnare per liberarlo dalla sua morte (non quella subita, che c’è e non si può cambiare; ma la sua ombra dura, che si è precipitata sopra di noi, rendendoci un poco colpevoli). Per ridargli una nuova pazienza e ancora verità contro l’ingiustizia calcolata (il vilipendio del cadavere essendo il segno di una uccisione rituale, da sasso in bocca). Liberarlo, perché la sua morte comincia a slittare, per calcolata malizia, sul piano inclinato del piccolo incidente e del sesso tormentato; di una morte declassata, inserita e conclusa in una violenza improvvisa, che motiva – se non giustifica – tutte le possibili induzioni. Della morte che può essere coperta da una causa terribile ma piccola e forse ignobile. Liberarlo da “questa” morte vuol dire riconoscere a questa morte, e riportare dentro a tutta la vicenda, una causa di grande necessità, di grande peso. E dentro a questa causa, generale, potrebbe essere compresa esemplarmente anche la nostra morte, la morte di ciascuno di noi. Nel collegare gli eventi si valutano anche le necessità delle idee, il loro attuale tortuoso (od oscuro) percorso. A una morte di piccole cause concomitanti, come è quella che ci verrebbe (e ci viene) periodicamente descritta, affondando nel reale delle cose e della situazione dovremmo avere l’insistenza (e una certa feroce fermezza) per opporre e contrapporre una morte reale (quale in effetti è stata) contrassegnata da grandi eventi (nel senso delle emozioni conseguenti e dei presagi anticipatori); quindi una morte davvero tragica proprio e anche per questi segnali che ci coinvolgono.
La morte che vogliono “raccontarci” sarebbe una morte che si può anche rifiutare o dimenticare o accettare sia pure lacrimando per convenienza o per stanchezza o per adeguarsi alla polvere ufficiale; mentre la vera morte, questa che indico dentro alla realtà – e che sfugge alla sua conclusione definitiva a cui vorrebbero in tanti collocarla – non si deve neanche piangere ma solo temere, perché ci prende in mezzo e ci costringe a non esaurirci nei sentimenti, essendo una morte che raccoglie la violenza di un tempo (il nostro) ed è feroce non contro uno ma contro tutti.
Proprio ai nostri giorni credo che siamo richiamati con severità a sciogliere il nodo della morte di P., cercando di capirla per appropriarcene. Direi: per definirla, nel senso di concluderla; allo scopo di chiarire noi a noi stessi; dentro a questo mare di contraddizioni e secondo la necessità a cui mi sono riferito.
Siamo all’inizio dell’anno ’82, mentre si sta discutendo – in altri termini – di questa vita e di questa morte, sulla scorta anche di alcuni discorsi e di alcuni interventi a stampa. Per esempio, alcune settimane fa è apparsa una nota di Camon argomentata con acutezza anche se discutibile nelle conclusioni. Ma per lo più si tende ad abbracciare la tesi ufficiale della morte ufficiale (è andato là per motivi suoi ed è stato ucciso dentro a questi motivi).
Niente politica, dunque, né altre invenzioni aggiuntive. La morte di P. svestita di ogni ritualità che non le compete (così hanno deciso e concluso) tenderebbe a riassestarsi sotto il segno esclusivo di un martirio privato, piccola squallida tragica conclusione esistenziale tra il macabro e il vizioso; ricompensata in esclusiva dal pianto di alcuni conoscenti, alcuni amici, alcune maddalene. Questa conclusione comunque da contrastare è stata subito ribattuta, e bisogna darne atto, prima di altri da Laura Betti. Non si tratta allora di una disputa drammatica quanto si vuole ma cavillosa, su una “qualità” di morte, quasi si trattasse di un genere letterario; ma di un discorso continuato sulla condizione di questa morte, che io intendo piuttosto come soluzione finale di una vita.
Comunque si vogliano leggere le cose, anche in questa vicenda, travolti dall’onda immediata dei sentimenti “onesti”, spesso si è dimenticato di valutare dentro a quale contesto sociale (e dentro a quale condizione generale) sono passati, per definirsi esemplarmente, gli ultimi anni di vita che è (è stata) contemporanea alla nostra.
Parecchi, ma non tutti, si sono domandati: Pasolini la cercava, questa morte? La preparava, la voleva, la chiedeva con quella violenza drammatica fatta di reticenze turbate e che sfiorava a volte l’ingenuità più disarmata? Credo che si possa rispondere dopo essere risaliti alla sua presa di coscienza che la “diversità” non era una colpa ma un diritto. Cioè, dopo essere risaliti al momento in cui anche P. (dietro lo stimolo del grande moto esploso alla metà degli anni Sessanta) prima prende atto poi assume, fortificandosi, la convinzione che la propria omosessualità non solo non va tenuta nascosta o comunque coperta ma neanche va giustificata con la solita rabbia incerta o con il linguaggio del sarcasmo e dell’invettiva; ma soprattutto va difesa. Questa difesa prima generale poi personale (quindi privata) dell’omosessualità, esercitata col mezzo di motivazioni e ragioni articolate in vari modi ma sempre partecipate con la tensione della fantasia oltre che dei sentimenti, rappresenta a mio parere l’atto in concreto “vincente” dell’ultimo P. e di sicuro il suo momento più alto, convincente, aperto al futuro. Confermandolo come un indispensabile (e forse unico) provocatore culturale. Sovrastando il ponte degli anni Sessanta, da cui ha ricevuto molte indicazioni stimolanti ed alcune addirittura capitali, il P. corsaro nella caoticità rabbiosa, abbastanza frastagliata e varia (ma anche dinamica e graffiante) dei suoi interventi, si riallaccia al P. friulano, incantato dall’azzurro di un cielo non ancora intorbidito da alcun segnale di peccato; né sconquassato dai venti della tragedia.
Negli scritti di questo primo periodo si legge il trapasso da una innocenza ricevuta come un dono naturale (acque limpide, venti chiari, prati placidi e distesi) a una innocenza incupita dagli anni e dalle vicende – e che viene di nuovo raggiunta e difesa nell’ultimo periodo della vita con una pesantissima fatica, e forse solo come un sogno appena sognato (un fervore), non più come una realtà possibile (una possibile verità). Comunque, come il possibile principio di una nuova libertà (una nuova forma di libertà). Io lo sento, questo. Con una innocenza che adesso è ferita, complicata ma, in ultima istanza, è altrettanto libera; quindi, in modo certamente straziato, di nuovo felice (magari con ferocia e con risentimento). Dentro a questo stato dei sentimenti, che rappresenta ed è un continuo scontro in pectore, mi sembra poco probabile che P. si lasci uccidere o cerchi la morte violenta solo perché travolto da una sola ossessione d’amore. A me sembra più vicino alla verità che si sia lasciato sopraffare da questo sentimento ritrovato, direi riconquistato, di libertà non tanto personale quanto piuttosto culturale.
In un mondo che, come autore, P. non si stancava di descrivere e interrogare così com’era, cioè “ufficialmente” corrotto e sporco all’esterno e inquinato in mille modi e maniere, è vero che egli riesce a sdipanare il filo di una qualche novità o ad agganciarsi al filo di una qualche novità emergente – di cose e di parole. La sua omosessualità non più sopportata ma portata, non più patita ma capita, diventa un’arma accanita non di difesa ma di offesa; non personale ma generale; e non resta più il piccolo incendio doloso, di volta in volta riacceso, dei sentimenti svuotati dalla storia. Non resta una stasi nevrotizzante addolcita da un successo pubblico voluto e anche cercato ma assai poco goduto; o forse anche patito e sopportato, dopotutto. Cercare di orientarsi dentro a queste dure profonde contraddizioni culturali ed esistenziali, credo che possa servire non solo per leggere, quindi per intendere un autore (questo autore), ma per orientare con meno approssimazione noi stessi dentro al nostro tempo; o magari in opposizione.
Subito dopo la morte di P. anch’io parlai di esecuzione; poiché mi pareva e mi pare che questo termine fosse allora e sia ancora oggi più complessivo e meno approssimato di assassinio. Infatti l’assassinio è opera di una sola mano e di una sola rabbia; invece l’esecuzione è pubblica, frequentata, partecipata, veduta, voluta e goduta – per lo più. E poi è rituale; ha suoi segni specifici e colpisce più a fondo; vale a dire che non si accontenta solo della morte. Cerca di aggredire e sopraffare anche la memoria che resta.
Per questo, contro ogni interpretazione diversa via via riciclata, continuo a credere che la morte di P. non si è chiusa e compiuta ma è ancora da soffrire, contornata com’è da persistenti segnali in atto, che obbligano, convincono a non rassegnarci. L’obbligo si riferisce alla necessità, per noi, di continuare a guardare capire interpretare il mondo reale.
La giustizia può sommariamente giudicare; e se fosse vera giustizia potrebbe in conclusione solo condannare. Ma non è solo di una eventuale condanna che possiamo servirci. Dobbiamo invece capire, e continuare a capire, se il tempo che ha tollerato questa morte vuole, fra le altre morti, anche la nostra. Se la vuole ancora.
Penso che se riusciremo a dare una qualche risposta non disattenta a questa domanda potremo fare anche giustizia e rendere giusta cioè esemplare, nel senso di una esemplarità non formale, la morte di P.
Si può fare, cominciando a liberarlo dalla sua stessa morte e riportandolo dentro alla sua scrittura, dentro alle pagine compiute, ricollocandolo nell’universo dei suoi segnali. Impegnandoci così a liberarlo dall’ossessione insistita di un martirio che è vero come violenza perseguita e compiuta ma che lo blocca in una fissità da museo. Mentre è ancora un produttore autorevole e autorizzato per comunicarci segnali necessari. E noi potremo ascoltarlo con impazienza non come un martire brutalizzato dalla violenza pagana (a cui si chiede almeno un atto esemplare) ma come un autore la cui prolungata forza di scrittura provoca e aiuta non solo la nostra fame di lettori ma anche la nostra resistenza nel contrasto di ogni giorno e a tutti i livelli con la realtà.
Rileggendo le sue pagine – quelle dell’inizio ma soprattutto quelle della fine – caviamo sempre spinte determinanti per affrontare i problemi generali. E questo capita quando avviciniamo non un dispensatore di piccoli segni, piccole lacrime, piccoli incubi e piccole vanità, ma un autore.
Mi tornano in mente (e adesso mi fa effetto se riascolto nella memoria la sua voce uniforme, medio bassa, appena sfiorata da un appannamento d’ombra, quasi impolverata, incisa in un 45 giri della RCS) due versi del poemetto La Guinea, là dove è scritto: “La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri, con la più strana indifferenza. / Io muoio e anche questo mi nuoce”. E ne deduco che la vera necessità e la vera fatica non devono essere richieste agli altri per cercare di riequilibrare una giustizia stanca; ma a noi stessi, e di volta in volta, per rimetterci in discussione continua e per tornare a comprometterci utilmente, e fino in fondo, con le responsabilità della nostra vita.
Capire e perciò volere P. non come un reggente o un sacerdote lontano ma come un compagno di strada, ai nostri giorni significa voler fare di nuovo i conti col nostro tempo – per non perderlo e non vederselo sfuggire più avanti (noi attardati dal peso di convenzioni culturali invecchiate). Altri cercano invece di usare P. come strumento e argomento di utensileria letteraria o ideologica (archiviato in una cassetta Black & Decker).
Dalla morte di P. sembra, a volte, che siano passati non pochi anni ma decenni; con il rischio calcolato e tutt’ora in atto (ripeto) di vederlo trasformato in un busto di cera; un classico innocuo, leggibile, disarmato e contrastato. Ma il rischio di vederlo sottratto sotto i nostri occhi alla mischia utile e a una partecipazione “armata” – almeno per i lettori avvertiti e non rassegnati – può essere eluso non stancandoci di cavarne stimoli e problemi (o aggiunte ai nostri problemi); e magari aggredendolo per calarlo in contesti sempre rinnovati. Se impediremo, per convinzione, che scenda dal nostro carro per imboccare invece la strada di lusso che porta difilato al luogo ove attendono le eccellenze e gli addetti ai lavori con i biglietti di viaggio sempre pagati.
Questo ciclo continuo di rinnovazione interna ed esterna P. lo consente. Lo richiede. Senza che dobbiamo a nostra volta sforzare ogni suo contesto strumentalmente, per estrapolazioni interessate. Ma fuori dall’uso che di lui continua a essere fatto in ogni cantone – specialmente dal Potere/Palazzo/Processo che è quello che prevale sul momento, perché ha il vantaggio di essere appoggiato ai canali della comunicazione ufficiale – è nella lettura dei suoi ultimi anni, vissuti e scritti come una ricerca nuova e una nuova scoperta di vita dentro alla disperazione, che dobbiamo riagganciare P.; al fine di un uso corretto e perciò attuale dei suoi segnali. Perché è proprio nella novità insistente e resistente di questi segnali, e dei segni conseguenti, quindi nella sua mai eclissata vitalità, che mi pare consista ancora oggi l’importanza alta di un autore che si è trasferito con tutta la sua struggente ferocia nelle pagine scritte; e che ci appare di volta in volta, sorprendentemente, con venti facce diverse – anche se non è mai mascherato. Incalza o subisce a viso aperto. La sua novità consiste nel sopravanzare la paura della storia pur mantenendo per i fatti appena accaduti una “giusta ed equilibrata nostalgia”.
Se si ritualizza in alto o si semplifica in basso la sua morte, gli è certamente sottratta l’ambiguità piena di un fascino cupo, insistente, stupendamente generoso perché ingenuo (e organico nella sua ansietà), della scrittura. È nei segni che vanno ogni volta decifrati con suggestione (e poi, non una volta per tutte), non nella morte per quanto atroce e compianta, che come lettore attento e prepotente ritrovo dentro a una non spenta energia i messaggi di questo scrittore civile.
Civile lo intendo nel senso che non è vissuto solo per se stesso e la morte non lo ha ancora finito.


