Super User
Golden Smoked Herrings
Stese su un rosso panno
le aringhe sognano
con l’occhio socchiuso
– gialle, opime di grano.
Venti lontani, corse
precipiti in abissi di cielo
dileguare di mare
– e il canto delle pinne
come il battere di un cuore sfrenato.
Abissi dove non giunge
il vento di novembre.
Sulle scogliere nidificano uccelli
strani, con la piuma rossa
o bianca e con il canto triste;
ossessi della solitudine.
Gialle, con l’occhio stanco
dopo la corsa in mare, fra le alghe,
fra le terre del nord sopraffatte
da soli senza vita, da alberi spettrali
– ma fra gli scogli si insinua l’onda
e canta.
Stese su un rosso panno riposate,
fra il verde neon, nella città frenetica;
voi strappate a una furiosa vita,
voi viandanti sotto rabbiosi cieli;
per sorte sfortunata, per inganno
strappate al mare, al mare, al mare
aperto.
(Il margine bianco della città), il manifesto, 20 settembre 1980 (già in Officina, n. 1, maggio 1955).
L’oblio non ristora ma lascia soli. Fatela forte
Il Risorgimento fuori dalle secche della retorica: una dichiarazione d’amore di Roberto Roversi.
Il poeta, da sempre studioso dell’Unità d’Italia, la testimonia con i versi dei poeti che la vissero.
Qualche anno fa La Repubblica, quotidiano nazionale, pubblicò in allegato, con una bella e solida veste editoriale, in otto volumi assolutamente attendibili e molto illustrati, una Enciclopedia del Risorgimento Italiano.
Vorrei trasferire in convinzione la speranza che questa edizione, fra l’altro di accessibilissima spesa, abbia avuto un buon esito di diffusione, raccolto lettori, allargato il campo dei bene informati.
Ho ricordato questo avvenimento editoriale perché è un dato mortificante il disinteresse generalizzato degli italiani per la storia patria, quindi il ribadito disinteresse degli italiani per le vicende del proprio Risorgimento; nello specifico, per l’intero XIX secolo (secolo, invece, di grandi e gravi avvenimenti).
A conferma di questa situazione non encomiabile, basterebbe riscontrare le vicende e gli umori che hanno accompagnato, e tutt’ora accompagnano, progetti, propositi e risultati delle celebrazioni appena avviate, che hanno ricevuto spinte affaticate.
Anche solo dagli otto volumi a cui ho fatto cenno, che si possono sfogliare senza affanno, è possibile ricavare informazioni dettagliate sui fatti, episodi, scontri armati e battaglie di quegli anni di storia febbrile, in cui si cercava (da parte di tanti ma non da tutti) di comporre da sparse membra lacerate, impolverate, invischiate in sottilissimi misteri in cui l’Italia era da secoli parcellizzata, un corpo sociale organico, unico, insomma alla fine uno Stato, fuoriuscendo dal trauma, egoisticamente imperversante, degli stati e degli staterelli contrapposti ma alleati con un percorso lungo, complesso, contraddittorio, coperto di lacrime e sangue, di indifferenze nocive, dolorose, volgari, con una enorme, folle guerra mondiale che sembrò concludere il percorso o, meglio, che azzerò le cose già concluse e ripropose, altrimenti articolate o disarticolate, il cumulo delle contraddizioni, delle violenze e della volgarità politiche e riflessive in un’altra terrificante e disumana ottica.
Basti ricordare, per cominciare a districarsi fin dal principio, pur partendo dalla fine, che mentre il nostro Risorgimento si batté in tutti i modi contro l’Austria che ci dominava, lo svolgimento confuso e implacabile degli anni seguenti ci vide non più servi ma tollerati alleati (inizio della Prima guerra mondiale: 1914-1918).
Comunque, per ripercorrere il cammino nei decenni del secolo XIX, il risultato delle battaglie quasi sempre in alleanza con più organizzate truppe straniere (risultato non definitivo ma sempre realisticamente scomposto) fu faticosamente incerto.
Eppure, dentro a quel turbine contraddittorio, le occasioni per entusiasmarsi, per partecipare con emozione, furono millanta e molti personaggi emersero in esse, meritevoli a tutt’oggi di alta e non episodica informazione.
Speriamo che l’occasione così tormentata di questa centocinquantennale scadenza sia la spinta per un ravvedimento riflessivo, culturale e storico generale, e non vada platealmente dissipata.
Ripeto: fuori dalla retorica celebrativa ufficiale, gli italiani non conoscono il loro Risorgimento, non lo conoscono neanche un poco.
Nessuno glielo racconta o glielo ricorda o li stimola a ricordare.
Dunque, perché dovrebbero, a scadenze per loro un po’ improvvisate, emozionarsi per eventi che non li hanno mai sfiorati con costanti riferimenti scolastici o pubblici?
A parte Garibaldi, visto nei rilievi di gran guerriero, l’anticipo di un Che Guevara da leggenda, eccezionale comandante di formazioni militari sui campi di battaglia, ma non adatto, o propenso, a inoltrarsi senza stivali nei lunghi corridoi spesso ombrosi della difficilissima diplomazia e politica risorgimentale, nei quali risvolti e infiniti pertugi l’imbelle conte Benso di Cavour era sovrano.
Gli italiani conoscono almeno il nome di Garibaldi per via dei grandi monumenti a cavallo che ornano o premono le piazze di città e di paesi o per il nome delle strade, mentre del grande conte si danno molto più misurati rilievi riducendolo a mezzo busto su colonnette di marmo al margine dei pubblici giardini. Gli scritti, le lettere, i discorsi di Cavour sono raccolti in volumi subito adagiati nelle biblioteche e non so, invece, se ci sia qualche antologia bene annotata oggi in commercio.
Neanche le memorie di Garibaldi, almeno quelle riservate ai “Mille”, sono a disposizione (e se sì, non sono certo in evidenza).
Sicché un lettore desideroso di informarsi nel vivo di una scrittura diretta resterebbe impelagato nella ricerca (o nelle ricerche).
Messe a parte le plateali manifestazioni – lucenti fredde ed effimere – quali sono state pensate e programmate per l’occasione delle scadenze più conclamate o acclamate, sarebbe stato miracolosamente più utile adire a una programmazione editoriale, con riferimento soprattutto alle scuole (così tormentate oggi, e prive in gran parte di riferimenti emozionali). Almeno due nomi in alto rilievo. Cavour, dicevo, Garibaldi dicevo.
Garibaldi, per il cittadino comune, difficilmente si identifica e si precisa fuori dal sentimento di ammirata attrazione che prescinda dalle azioni leggendarie compiute sui campi di battaglia.
Ma Cavour è astrale.
Sembra, anche solo a sfiorarlo nei dettagli della sua persona e delle sue azioni in quel momento storico così poco decorativo o affascinante, burbero e anche spietato, così poco emozionante o emozionabile.
Tutta praticità vigorosa e impietosa, tesa ad aderire e, quindi, a far progredire un disegno politico straordinariamente lucido e complicato, in un percorso di gravi mutamenti politici in tutta Europa.
Dunque, nel Risorgimento italiano, due personaggi su tutti: un eroe epico e un genio della politica. Intorno a loro, esaltanti per originalità di vita e per dedizione alla causa, e per la infrangibile fedeltà alle idee fino al patibolo, alla ghigliottina, personaggi anche femminili.
Sicché si può strettamente collegare e legare la loro immagine a quelle altrettanto eroiche della Resistenza italiana durante il secondo conflitto mondiale degli anni Quaranta.
Che cosa promuove, anzi come alimenta l’Italia contemporanea questo cumulo di azioni?
È arrivata alla scadenza di queste celebrazioni con un ritmo, un fiato affannato, stentatamente retorico, privo di autentiche convinzioni e motivazioni (di emozioni).
Zeppo, piuttosto, di polemiche elargite da ometti travestiti da politici di potere. Tanto da rendere ancora vera e drammaticamente attuale l’affermazione forte e spietata di un grande, Massimo D’Azeglio: “Abbiamo fatta l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani”.
Popolo paziente, geniale, laborioso, tartassato dalla storia e dalla prevaricazione di personaggi infami, costretto a retrocedere a calci ogni qualvolta riesce, al prezzo di immani sacrifici, ad aprirsi un qualche pertugio verso il futuro, sempre capace ad uscire vivo da scenari di morte.
Almeno questo è vero. Basta, per un’esemplificazione, il periodo della Seconda guerra mondiale, combattuto da eserciti contrapposti anche sul suolo italiano, in cui l’Italia, quasi unica nazione europea, è stata arata dalle bombe, città e paesi, dalla Sicilia al Po, mentre gli antagonisti combattevano implacabilmente per sopraffarsi.
Certamente la poesia, intanto negli anni del Risorgimento, ha accompagnato le vicende, suscitando emozioni ed entusiasmi nella parte, certo non prevalente, di una Italia ancora suddivisa e parzialmente mortificata, irretita negli ambulacri di culture, di beghe, paure, pregiudizi secolari.
Verità è, come è stato anche scritto, che la storia d’Italia è un guazzabuglio di contraddizioni, fra le quali emergono, di volta in volta, personaggi memorabili e azioni altrettanto memorabili.
Bisogna conoscere, con pazienza, il corso degli episodi accaduti in questi ultimi secoli per ricavare la spinta, anche al presente, per una qualche fiducia. Infatti, come è stato già notato, “pochi grandi uomini si resero conto di essere cosa più difficile governare l’Italia con onestà e con giustizia che ridurla ad unità”.
Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci sono protagonisti, in questo precipitato assalto comunicativo, a rendere complesso il turbamento del tempo. Ma poi una selva di voci, un continuo ansimare di cuori sui ritmi della poesia, cuori partecipanti, di menti protese e attive per dare risalto alle azioni che tendevano a voler reclamare l’urgenza di rovesciare la realtà in atto.
Fra i tanti episodi che dovrebbero essere, con urgenza, rimemorati almeno da una scuola educativa e formativa (fuori dagli eventi sibilanti delle scadenze) vorrei intanto segnalare la battaglia di Curtatone e Montanara, gli undici martiri di Belfiore (Mantova), i trecento di Sapri, i “mille” di Garibaldi, il frate Ugo Bassi, la rivolta di Venezia e la sua bandiera bianca.
È quello il tempo, insisto, di versi scritti e cantati, di suoni, di trombe, di bandiere lacerate e divelte, di infinita amarezza e di quotidiana speranza, decoro epico di morte e di vita. (I giovani potrebbero ascoltare se i vecchi si decidessero a ricordare non per un solo giorno).
Curtatone e Montanara sono vicinissime, a pochi chilometri da Mantova.
È il giorno 29 maggio 1848. Lì sul campo, le milizie toscane formate soprattutto da studenti volontari delle università di Siena e di Pisa, al comando dei loro professori, si batterono e impedirono con le armi in pugno agli austriaci di arrivare a Peschiera assediata dai piemontesi, con la conseguente vittoria a Goito.
Il poeta Giovanni Prati dice: Quando la fredda luna / Sul largo Adige pende / E i lor defunti l’itale / Madri sognando van / Un corruscar di sciabole, / Un biancheggiar di tende, / Un moto di fantasmi / Copre il funereo pian. / E via per l’aria bruna / Sorge un clamor di festa: / L’ugne su noi passarono / dei barbari corsier / Viva la bella Italia! / Orniam di fior la testa: / O vincitori o martiri, / Bello è per lei cader!
È il ritmo della poesia che si impolvera con la marcia dei soldati e dei volontari verso un campo di battaglia, o che parla alto perché i propositi e gli avvenimenti maturino.
Un altro autore, in questo ordine di scritture, poco amato dalla critica accademica, ma di avventurosa eleganza formale e di grande empito narrativo, è Giuseppe Giusti con Sant’Ambrogio: Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco / Per que’ pochi scherzucci di dozzina. / E mi gabella per antitedesco / Perché metto le birbe alla berlina. / O senta il caso avvenuto di fresco / A me che, girellando, una mattina / Capito in Sant’Ambrogio di Milano, / In quello vecchio, là, fuori mano…
O Vincenzo Monti, in Per la liberazione di Italia: Bella Italia, amate sponde, / Pur vi torno a riveder! / Trema il petto e si confonde / L’alma oppressa del piacer.
O Alessandro Manzoni, grande fra i grandi, nel suo Marzo 1821, dedicato a Teodoro Koerner, poeta e soldato della indipendenza germanica, morto sul campo di Lipsia il giorno 18 d’ottobre 1813: Nome caro a tutti i popoli / che combattono per difendere / o per riconquistare una patria: Soffermati sull’arida sponda / Vòlti i guardi al varcato Ticino, / Tutti assorti nel novo destino, / Certi in cor dell’antica virtù. / Han giurato: “Non fia che quest’onda / Scorra più tra due rive straniere: / Non fia loco ove sorgan barriere: / Tra l’Italia e l’Italia, mai più!”.
O Luigi Mercantini con La spigolatrice di Sapri (al comando di Carlo Pisacane, mazziniano, a Sapri, al centro del golfo di Policastro, sbarcarono poco più di trecento “audaci”, dopo avere approvata questa dichiarazione letta dal Pisacane come una sottoscrizione di impegni: “Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del vòlgo, forti della giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gl’iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, noi, senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange dei martiri italiani. Trovi altra nazione del mondo uomini che, come noi, s’immolino alla sua libertà; ed allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino ad oggi schiava”): Eran trecento, eran giovani e forti / E sono morti!… Eran trecento, e non voller fuggire; / Parean tremila, e vollero morire: / Ma vollero morir col ferro in mano. / E avanti, a loro correa sangue il piano.
Un tentativo drammatico come quello del Che in Bolivia, tanti anni dopo. Oppure l’inno di Goffredo Mameli, steso e subito anche cantato fra il 1848 e il 1849.
Scrisse il Carducci: “Che è quel che squilla come una fanfara di gioventù? Leviamoci in piedi: è il quarantotto”. I giovani lo cantavano andando a combattere, e anche Mameli, dopo averlo scritto, l’ha cantato e ha combattuto, cadendo, intrepido, alle porte di Roma: Fratelli d’Italia / L’Italia s’è desta… Stringiamoci a coorte, / Siam pronti alla morte; / Italia chiamò / …Noi siamo da secoli / Calpesti e derisi, / Perché non siam popolo, / Perché siam divisi; / Raccolgaci un’unica / Bandiera, una speme; / Di fonderci insieme / Già l’ora suonò. Colpi di scalpello sulla pietra della storia d’Italia che si stava radunando.
L’Italia fino ad allora una terra tempestata dalle invasioni militari e devastata dall’oblio. Si esalta il sentimento sempre più prolificante di doversi unificare per trovare finalmente una identità comune, tale da farci apparire, noi italiani degni di essere, di sentirci una nazione. Concludo, e potrei continuare, con due frammenti bloccati fra l’epica di un poeta, Cesare Pascarella fondamentale di quegli anni e della nostra letteratura (in dialetto romano): il CCXXI sonetto della Storia nostra, uno fra quelli dedicati a Giuseppe Garibaldi:
Solo, senza nissuno! E a ’na chiamata
Je risponneva tutta la nazione.
Addio matre, sorelle, innamorate,
Case, parenti, amichi, professione…
Ricompariva! L’arba era spuntata
Che nun ci aveva cinque o sei persone;
Dopopranzo già c’era un battajone;
Verso sera ci aveva già un’armata!
E dovunque, purché lui se li pij,
Le giovane je davano l’amanti,
Le matre je portaveno li fij…
E lui già, sempre lui! Sempre io stesso!
Come che quello lì diceva: Avanti!,
Tutta la gioventù j’annava appresso.
E da un frammento, al margine della Storia, per l’Italia:
Dio ve l’ha fatta bella. E si la sorte
Ci ha concesso a noi de falla unita,
Adesso tocca a voi: fatela forte.
Un colloquio con Roberto Roversi
Roversi ci accoglie nella sua casa di Via San Gervasio in un salotto pieno di libri con una piccola scrivania su cui sono appoggiati i fascicoli originali della rivista Officina uscita a Bologna tra il 1955 e il 1959. Noi siamo un gruppo dell’Università Primo Levi e abbiamo chiesto di incontrare Roversi a conclusione di un corso lungo e complesso su Dostoevskij, Musil, Rilke: un itinerario che ci ha portati nei dintorni di Roversi, Pasolini, Serra, Leonetti che quegli autori avevano amato fin dagli anni del liceo.
Sullo scaffale il testo di una canzone su Obama musicata da Lucio Dalla, ma non ancora resa pubblica. Carte di lavoro, il terzo numero di nuova pubblicazione – Foglio degli eremiti: “un bicchiere d’acqua, dice – non il fiume Po –”. “Può ricevere solo cartelle di 90-100 righe”. Sulla sedia il catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde appena pubblicato da Pendragon. Spiccano i nomi del giovane Pasolini, di Franco Fortini, Francesco Leonetti, Angelo Romanò i “meccanici” di Officina, amici del Galvani, scrittori e poeti che da lì a qualche anno sarebbero entrati nella cultura italiana con autonomia e potenza.
Roversi, ottantasette anni è un uomo molto bello, con i capelli bianchi, l’eleganza naturale del blu e del grigio e gli occhi trasparenti. Entriamo subito in argomento. Ci mostra le foto di gruppo sui colli bolognesi, con Pasolini, Leonetti, Serra, Romanò e poi le foto della redazione nel 1955, di Via Rizzoli al numero 4 con Scalia, Serra, Romanò.
Parliamo del liceo Galvani, dove il fascismo non era evidente, se non per sottrazione: “alcune cose non potevano essere insegnate, perché c’era la censura. Prevaleva la dolce ingenuità della gioventù”. “I primi due articoli” dice “li ho scritti per l’Architrave un giornaletto dei GUF, il terzo articolo per l’Avvenire d’Italia considerato di odore antifascista. Ma in noi c’era una ‘sacrosanta e ingenua ignoranza’ anche quando ci recammo in Piazza maggiore con la bandierina, nel 1936. C’era moltissima gente dappertutto. Solo nel 1945 quando Togliatti fece il comizio a Bologna rividi altrettanta gente. In realtà l’Italia non ha fatto i conti davvero con il fascismo, non si è interrogata abbastanza in profondità sul consenso che aveva ottenuto”.
– Tu eri già amico di Pasolini.
“Andavo spesso a casa di Pasolini in Via Nosadella. Si parlava di tutto e si preparava il teatro irlandese assieme a Luciano Serra, oppure ci si sedeva da qualche parte a parlare di letteratura. Il primo settembre del 1939 eravamo ai giardini Margherita, c’era anche Leonetti e parlavamo di una nuova rivista da fare, il nome che avevamo immaginato era Eredi. Un uomo ci informò che la Polonia era stata invasa. Venimmo a sapere in questo modo che la Seconda guerra mondiale era iniziata”.
– Com’era il liceo Galvani?
“Al liceo c’erano professori bravissimi, di italiano, greco. Il nostro insegnante di storia era Valli, molto bravo considerato un po’ di sinistra. Durante una celebrazione delle elezioni del 1921 fu talmente efficace a usare l’ironia che considero quella la prima vera iniziazione all’antifascismo. Accanto al Galvani, nella chiesa di Santa Lucia c’era la palestra senza riscaldamento. Facevamo ginnastica con il cappotto addosso. In terza liceo ci fu una leggendaria camminata sui colli bolognesi, ma io non ci andai e fui rimproverato per questo. La finestra dava sui tetti e spesso uno di noi si sdraiava e restava lì a guardare il cielo. Io mi vestivo con i niker booker che mi dava uno zio. Abitavamo in Via Rizzoli. Ero amico di Antonio Meluschi e Renata Viganò. Meluschi era un poeta che era stato in carcere con Gramsci. Al liceo c’era anche Agostino Bignardi che scriveva ottime poesie e poi è diventato il segretario del partito liberale”.
– E Renzo Renzi?
“Renzi l’ho conosciuto dopo; sapeva tutto del cinema americano e francese. Ci portava al Manzoni di Via Indipendenza a vedere gli ultimi film che magari non andavano giù ai fascisti”.
– Quale libreria frequentavi?
“Andavamo alla libreria Cappelli o alla libreria Galeri in Via Indipendenza. Ero in quinta ginnasio, il libraio mi concedeva di salire le scale, era un privilegio. Trovai in questo modo i libri di scienza della storia di Vico pubblicati da Treves”.
– Com’era Bologna?
“La Bologna di allora era ancora piena di odori campagnoli, era un pezzo di Italia contadina; si sentiva l’odore del mosto in Via San Vitale e via Santo Stefano e i moscerini da tutte le parti”.
– Come vivi oggi il rapporto con la sinistra?
“Non sono mai stato un iscritto, ma ho sempre apprezzato il Partito comunista italiano e il marxismo. C’è una differenza fondamentale fra marxismo come progetto di società ancora attuale e comunismo come quello applicato nell’Urss di Stalin. Purtroppo ho l’impressione che oggi a sinistra ci sia un vuoto assoluto”.
– In questo periodo si celebra, tra molte polemiche, la storia dell’Unità d’Italia, cosa ne pensi?
“Mi ha sempre affascinato la storia del Risorgimento. Lessi Cavour prima di Ungaretti. Ero assistente alla cattedra di storia del risorgimento nell’Università di Bologna. Cavour è stato il vero genio, Garibaldi capiva poco di politica”.
– Ma leggeva Marx.
“È vero”.
– Io e i miei amici venivamo spesso nella tua libreria, la Palmaverde, quando era in Via Castiglione, ricordo il clima straordinario, i libri rari e quel colore particolare che ricordava l’anima di Bologna. Ora la libreria è stata consegnata alla coop, la casa editrice Pendragon ha reso noto l’elenco delle pubblicazioni edite da Palmaverde, ma il il tuo archivio personale, le carte della tua vita dove le conservi?
“Il mio archivio personale l’ho donato al comune di Pieve di Cento, dove stava la mia famiglia di origine di cui faceva parte anche un monsignore, lo zio Gigio. Ricordo che quando morì accompagnai mia madre al suo funerale e quella volta, per un vecchio di 102 anni, davanti a numerosi prelati, i giovani di Pieve di Cento organizzarono uno dei primi concerti rock in chiesa. Fu un’esplosione di suoni, un vero segno di modernità. Pieve di Cento è un comune molto efficiente e ricco di iniziative. Nel palazzo dove è collocato il mio archivio ci aveva abitato Ugo Foscolo quando era un ufficiale napoleonico a Bologna. In Italia purtroppo non c’è una cultura seria dell’archiviazione. Materiali preziosissimi giacciono abbandonati; spesso è il caso a decidere, come quando Eva Grigorovich si recò a Roma, trovò la chiave di un archivio semiabbandonato e lì c’erano le lettere di Michelangelo”.
– Cos’è la poesia?
“L’ho sempre considerata uno dei tanti sistemi di comunicazione. Il suo campo specifico è la parola e il poeta segue le vicende della parola. La poesia è come un’ape e la parola è il miele. Tanti scrivono oggi, ma era la stessa cosa al tempo di Dante e Petrarca. Di tanti non è rimasta traccia; soltanto Dante, Petrarca, Cavalcanti, Guinizzelli sono ancora considerati autori classici in quanto hanno saputo esprimere sentimenti, emozioni, fatti con parole diverse, alte, specifiche. Non esiste un poeta incoronato o laureato, ma solo una comunicazione poetica fondata sulla specificità e l’altezza della parola. L’esempio più chiaro lo troviamo in Omero quando a proposito del mare dice ‘il mare insonne’ anziché il mare che non dorme mai. L’aggettivazione è fondamentale, ma solo quando le parole da sole non sono sufficienti a esprimere un’emozione o un concetto. La poesia è una struttura, come direbbe Jakobson, che si può montare e smontare e da cui occorre sottrarre le aggettivazioni inutili. Del resto Officina era nata per elaborare una nuova cultura e forgiare un nuovo linguaggio”.
Sono passate due ore, è il momento di salutare Roversi e augurargli buon lavoro.
Bologna, maggio 2010
Università Primo Levi
Poesia
UNO è Giove vestito da toro
avido ilare lascivo vendicatore
fra le nuvole sorveglia il mondo.
Con saette di miele
ferisce le labbra dei suonatori di flauto
vicino ai fiumi tumultuosi
DUE sono il ragazzo e la ragazza dell’avventura
nel verde della foresta. Non hanno paura.
Oltrepassate porte proibite
mentre i diavoli pugilatori riposano
entrano in un inferno di luci e di suoni
di ombre che gridano fra le fiamme
parole mai udite.
TRE i guerrieri combattenti
tre i giovani nemici. Impugnate le spade
i guerrieri fuggono via. Ah, vili!
ridono i giovani all’inseguimento
e si dispongono in fila come il fumo di un treno
appena scosso dal vento.
I guerrieri adesso si fermano contro un pino
in mezzo a un campo
lì aspettano e zac! via la testa al primo
zac! al secondo e zac! al terzo che arriva
ansimando e non ha scampo.
QUATTRO fratelli e sorelle sulla riva di un mare
agosto di vacanza
la terra trema non si può nuotare.
Navi da guerra all’orizzonte
lampi lontani e voci di cannoni
ombre di velocissimi aerei sopra il mare. Se c’è la
guerra giovinezza che vale?
CINQUE i giorni di lavoro pieno
sabato domenica riposo ma
martedì il padre ritorna a mezzogiorno
da oggi in casa ci vorrà pazienza
dovremo fare senza
di molte cose
ma posso dirmi ancora fortunato
orario ridotto ma non mi hanno licenziato
SEI la dichiarazione forte d’amore.
Bedda bedda ich liebe dich bianca rosa
ragazza amorosa tanto ti vedo bella
che mi sento morire.
Io di Crotone tu sei di Berlino
ma mi basterà un panino
un poco di torrone
e una tazzina di caffè
per vivere d’amore e stare stretto a te.
SETTE se il treno non deraglia
prima di sera arrivo finalmente a casa
a Battipaglia.
Cos’è il sud! meraviglia di un fiore
anche se ha il cuore lacerato
anche se sembra come un Cristo inchiodato.
Ma è patria vita luogo dell’amore.
OTTO gli ospiti a tavola dal re.
Stoviglie d’oro camerieri inglesi.
Quattro madame tre signori e
profumato lavato
con sapone di bucato
un gatto. Un gatto a pranzo dal re?
Che meraviglia c’è?
Ha parlato con garbo e ha mangiato per tre.
NOVE i giorni che servono a Napoleone
gran generale
per decidere il piano di una guerra
assaltare città divorare imperi cancellare nazioni
infilzare i nemici come fossero capponi.
La sua dieta per questa forma eccezionale?
Mai carne di maiale
e a digiuno a metà della mattina
un bicchiere colmo d’acqua pizzighina.
DIECI eh! dieci è la fine del mondo dico io
perché è una squadra di calcio senza più il portiere.
Il portiere, ha scritto ieri un pensatore,
non è un atleta necessario
è una spesa superflua per l’erario
sulla porta si può metter un terzino
oppure si può lasciarla vuota disadorna
lasciando ai tifosi sulle gradinate
di far scongiuri e corna.
Nuvole e soli
È uno non tanto giovane ma sembra in gamba, dice: “In quanto all’immaginazione cerco sempre di servirla bene, così immagino sempre il meglio”.
Io: “Sei un ottimista”.
Lui: “Sarà, ma mi aiuta a vivere”.
Si chiama Giovanni Pilastrino e fa l’assaggiatore di vini per un produttore qua intorno a Bologna, e non è un lavoro da poco quello di ciucciare a piccoli sorsi vino bianco e vino scuro tutti i giorni e a tutte le ore restando lucido e danzante.
Dice anche: “Mi conosci, ragazzo, io non tracanno tantomeno bevo ma assaporo”.
Questo è il punto. Così anche l’immaginazione come il vino va accompagnata e assaporata, va lasciata fermentare con uva buona. Mica puoi immaginare sempre il lusco e il brusco del futuro come un carro di letame o una serra piena di paure, quindi da piangerci dentro o sopra.
Bisogna immaginarlo, questo futuro, con la lingua del cuore. Un italiano che non dà tregua alle idee, nominato Jovanotti, ha enunciato tempo fa una proposizione da tenere a mente per la sua gradevolezza e la sua utilità, in ogni ora della giornata e anche del sonno… Sì, perché uno sembra che dorma, addirittura che stia russando, invece testa e cuore del dormitore pompano immagini e storie di mondi che stanno arrivando, astronavi grondanti luci e canti, donne che volano in un cielo squassato da lampi cilestrini; sicché uno alla fine sobbalza nel letto, s’aderge sui cuscini sudato e tripilloso, guata la stanza sommersa da un buio pieno d’affanno e per un momento si interroga sul suo destino a venire, cerca con la ragione ricuperata di immaginarsi il futuro…
Ma parlo troppo, commenta Pilastrino assaggiatore professionista di vino senza ubriacatura… però, ecco la enunciazione del critico e filosofo cantante di canzonette sferzanti e non da poco: io penso positivo, perché son vivo perché son vivo.
Dico io, si può dire meglio e più conciso?
Altri, grondando dottrina, avrebbero riempito pagine e pagine di affaticati pensieri senza neppure sfiorare l’orma di questo rapido pensiero profano.
Azzardo: “Se in riferimento al futuro e alla sua ardita immaginazione – faccio un caso, per dire – io mi fossi destato con un formidabile malanno al dente del giudizio? Dove andava a finire la bella storia e la forte fiducia?”.
Finge un poco di adontarsi: “Al diavolo andava a finire. Con voi giovani, che tracannate Coca Cola e birra e non i vini meridionali che fan rosse le gote, non si può parlare; tantomeno si può discutere sul serio; sbriluccicando nella vostra intemerata e forse faticosa giovinezza, buttate per lo più troppe cose in burla, alla faccia anche dei vecchi assaggiatori di vini. Ma voglio andare avanti con questo discorso, visto che oggi né domani devo assaggiare e sono fresco di idee come una donzella. Così ti dico che tracimano o spumano da fiumi laghi rigagnoli fosse e dai rubinetti di casa. Un odore esaltante di api di miele e mirtillo… E tu invece?”.
“Io lo immagino biondo, arriva dal cielo planando, entra furtivo dalla porta e soprattutto non si dispera”.
“Ha una bottiglia in mano?”.
“No!”.
“È una bella pensata, peccato che valga poco o niente… Tieni a mente questo mio pensiero: il futuro appena arriva è già ripartito; o anche così: appena entrato è già uscito. Non riesci a tenerlo fra le mani, come il filo di un aquilone. Quando lo pensi ti sembra ancora lontano, quando arriva e arriva presto si consuma e frange come un’onda sulla riva”.
“Così non si può azzardare nulla nei riguardi dell’immaginazione e ogni immaginazione è cassata?”.
Sorride.
“Pensa quel che credi. L’immaginazione è larga come un oceano o ristretta come una foglia, può muggire tempestosa o frusciare come una farfalla che vola. Immaginare, credi a me, richiede un esercizio da brividi e molta fiducia nella vita, anche nei momenti inquieti. Poi, non ho dubbi, l’immaginazione appartiene, come il primo regalo della vita, ai giovani, che non devono strologarsi e consumarsi a cercare strade troppo torbide o erpicanti e invece esercitare e spronare l’esercizio della speranza, dolcissima signora quando può assidersi sul cuore. Essa alla fine non lascia mai delusi. La vita è vita, non una cicca da buttare. E sopra di noi ci sono nuvole e soli, anche neve e fulmini talvolta ma poi stelle e tramonti. È un bel guardare con gli occhi per cercare una strada. Parola di un vecchio assaggiatore di vini”.
Una libreria assai poetica
Non c’è nulla di polveroso nella libreria di Roberto Roversi. Anzi, tutto è lindo, ordinato, profumato. In ciotole piene di fiori secchi come di acque furtive, le più dolci, dormono essenze che emanano i loro sogni. E dai libri vetusti, e dai libri che l’altro ieri erano recenti, e dalle riviste riposte e quasi nascoste alla vista, e da ogni più minuto libercolo come dal tomo che appartiene alle specie maggiori di tale foresta a stampa, esala un alito di sapere, di sapore, un alito di buono che è come l’anima della libreria.
Un profumo singolare (ma per niente esotico, anzi familiare), un revenez-y, oserei dire con Baudelaire.
Un richiamo, un invito a tornare, una soavità di tornagusto che rimane indelebile.
Entri e ti accoglie Elena. Esile, delicata, soave, in lei domina il bianco come in altri il colore del tramonto o della notte. Mai la parola vestale, abusata metafora, fu più adatta a persona. Inflessibile vestale dei libri che difficilmente reperisci, ti cerca e spessissimo ti trova un libro che credevi perduto. (Mai smettere di sperare, di chiedere, di cercare!).
Più che una libraia, Elena, la moglie di Roberto, è una fioraia. Ha tutto della fioraia: la consuetudine delle fioriere, delle cassette, dei padiglioncini che ci si ostina a chiamare scaffalature, la sicurezza con cui riconosce, distingue e cura le varie specie, la maniera delicata come tocca e dà il libro – fiore cercato, la cui assenza ti meravigliava e ti impauriva, e come te l’incarta modestamente, perché sa che lo sfarzo di un fiore non è nella confezione spampanata.
“Piangere i laghi, le betulle disperse / perché al confine del mondo vedono le acque morire. / Tu divori aggredisci uccidi / il cuore della carta / il silenzio delle pagine crocifisse”.
Parole che usa Roberto Roversi per inveire contro il “tarlo indolente” che morde i libri, le cortecce della foresta. Essi sono povere creature come noi, seppure non immortali, e bisogna compiangerli. Difenderli, sentire il loro destino di pagine chiuse e aperte come una similitudine lampante del Libro della Memoria o della Vita.
Se non è andato alla posta, dove è accolto con un sorriso e additato non come il poeta che è, ma come maestro impacchettatore raro e impeccabile, Roversi è nella sua libreria. Presente, ma spesso invisibile. Le sue occupazioni principali sono due, mi pare.
Una è di ricevere i giovani e parlare con loro, per annosa e puntigliosa abitudine, in una specie di studio che è in realtà un alveolo della libreria, cavità nobile in cui trovi sempre degli ossi da rosicchiare.
Ossi di parole, che compongono lo scheletro dell’universo.
I giovani aguzzano i denti e il loro ingegno, affilano le zanne. L’altra occupazione, una meravigliosa lezione per il fortunato che vi assiste, si adempie in un locale attiguo, e Roversi è in piedi, come un officiante la messa al momento dell’eucaristia. Lì egli impacchetta i libri che sono stati richiesti dai quattro angoli del mondo. Lì si conferma veramente impeccabile. Impacchettare un libro, perché arrivi intatto com’è alla partenza – in Giappone, poniamo –, richiede una poesia della mente e delle mani. Un’attenzione, una docilità, un rigore. Carta, imbottitura, carta di nuovo, spago, etichetta stampata, colla, tutto dev’essere adattato alla preservazione decente del libro-reliquia. Il cliente lo deve ricevere così com’è descritto nel catalogo. E l’occhiello finale, fatto legando i capi dello spago, in maniera da poterci infilare l’indice, è come il cavo di un fiocco. Ora puoi partire, libro, verso il tuo porto di destino convenuto. Sei stato munito di armatura e di cintura. La mano che ti scioglierà, sarà contenta.
Il bello e il buono sono una cosa sola: va’ nel mondo e insegnalo. Chi ti riceve, sa di dove vieni: Libreria Antiquaria Palmaverde, via de’ Poeti 4, 40124 Bologna, Italy.
Su quegli anni lunghi lunghi
Qua noi leggiamo non una prosa – un racconto in prosa, un romanzo – ma un poema. E il poema a diario o epistolare sembra non finire mai e procedere più per grida che per sussulti; tanto che nella sua densità iterativa, al primo incontro un poco angustia e un poco appare (potrebbe apparire) perfino tedioso. Perché la vicenda è monocorde, tutta sfilata senza alternativa su un ribadimento di diluvio universale appena consumato DENTRO AL CUORE DI UN UOMO. Consumato e, naturalmente, patito.
Ripeto: se badiamo al primo incontro o scontro di lettura. Anche scontro, dato che registra come in atto una conflittualità dei sentimenti (di alcuni sentimenti); i quali di continuo si ritorcono per modificare via via, sia pure di poco, l’asse della comunicazione.
Il procedimento produce senz’altro un senso di oppressione affatto liberatoria; ma nello stesso tempo trascina in basso, con un approfondimento della tensione degli affetti sempre sorprendente, coinvolgente.
Non si può tacere d’altra parte (è una constatazione non marginale) che nei suoi pregi, questa è un’opera «diversa» nella storia ancora così recente e attiva di D’Elia.
Una probabile definizione esatta – e la verifica all’interno del testo a mio parere lo conferma – è data dallo stesso autore quando enuncia: non si tratta di un libro confuso, ma di un libro che può confondere.
«Confondere» sia per l’esplicita complessità iniziale (da parte del lettore) ad agganciarlo secondo una corretta prospettiva; sia perché non propone in immediata evidenza, come ho detto, nessun legame diretto con le altre opere di D’Elia fino ad oggi pubblicate.
Per esempio: mi ricordo così a mente, e spero di non sbagliare la citazione, che nel suo primo libro di versi (pubblicato da Savelli nel 1980) aveva scritto: «Ciò che abbiamo trovato / è perso per sempre… Ciò che siamo per sempre / pare trovato». Stabiliva subito una generale precarietà in atto con la suggestione di un preciso riferimento generazionale, che tutto il libro proponeva in una dialettica molto alta e drammatica dentro a una solarità contratta; una solarità, anzi, abbastanza fredda anche se non dichiarata esplicitamente; perché segnata dallo sforzo non tanto di volerne uscire fuori quanto di capire. Di capirla. Di farsene una ragione, anche a costo di dissanguarsi. La voglia drammatica di capire il mondo nella sua complessità quotidianamente contraddetta e dinamica, terribilmente esemplare, mi risultava più alta e più forte della voglia di viverlo. Il risultato era sorprendente, perché non era una poesia di testa – con la trama di tutte le possibili riflessioni – ma di nervi scoperti, cioè di tensioni e di emozioni in mezzo a questo duro cercare.
Emozioni. Infatti, dopotutto, il termine a più costante e ampia utilizzazione, lì dentro, era VITA; un percorso integrale da scoprire («Il presente è scoperto / per essere inteso dal figlio, / da un figlio che torna»).
Era il tempo in cui D’Elia, con una convinzione drammatica e intensa, scriveva: «Per questa mia generazione la poesia è venuta dopo la coscienza politica (che è stata per molti anche una esperienza umana insostituibile). Ma a differenza dei nostri padri, anche il nemico per noi è venuto prima della poesia». Eccoci allora, senza tirare il respiro, dentro al testo presente, a rimorchio di questa splendida, nel senso della sua lucidità senza fronzoli, affermazione. Vera e propria attestazione di intenti. Perché infatti questo libro è dedicato, almeno a mio parere, all’incontro/scontro con quel nemico. Che è un killer addetto a sopprimere tutte le utopie e a ridar credito, con selvaggia prepotenza, al dramma della vita consumata tutta intera in solitudine; e in un parziale silenzio che induce alla riflessione. Questo 1977 rappresenta il momento in cui il diabolico sciacallaggio su quegli anni lunghi lunghi è già messo in opera; e tutto viene cancellato e calpestato; perciò l’autore si dispone a registrare la situazione ma non a sottoscriverla, anche se gli manca sul momento ogni ipotesi alternativa e ogni peso argomentativo, fuori da questo sentimento della vita che improvvisamente si è addensato, agglomerato e preme e così sembra che costringa, induca a fare i conti solo con la realtà (e la verità) della morte. La morte, tuttavia, non come conclusione ma come presenza attiva.
In questo senso, il punto iniziale di comprensione potrebbe essere la frase: «sto morendo qui voglio andarmene a morire altrove». L’affermazione, io credo, attiene a una lacerazione della esistenza (o dell’esistente) valutata e sopportata nella sua drammaticità; ma non come atto o fatto totali; in quanto poi – senza ironia, anzi come una confessione legittima – D’Elia avverte che «la scrittura è il referto della mente»; quindi non le è sottratto neanche l’impegno a un giuoco «alto» nella disposizione di cose persone e occasioni per essere dette e significate. O anche: «tutto è rabbiosamente letteratura lì dentro – con spasimo – e con speranza».
Spasimo, leggo, e conseguente speranza sono – come dire? – consegnati alla presenza virtuale della morte.
E nell’opera in oggetto, una morte magnifica; cioè una presenza, un approdo vitale. Non una completa negazione. E neppure un pretesto metaforico; ma una verità riflessiva che diventa realtà costruttiva dentro a questo lungo respiro slabbrato pieno di inquiete domande e incertezze.
Ho detto, e ripeto, che le persone qui ci sono (ci stanno) come indicazioni succinte, senza amore; e che le cose accadono anche in una ripetitività spesso lugubre, spesso deprimente ma proprio e solo per essere raccontate.
Perché ciò che in verità trattiene (o meglio, riesce a inalveare) questo ansimante generoso impietoso profluvio di emozioni, di dolore, di preoccupazione, è la tensione di una letterarietà molto colta, significativa (significante) che ha paura realmente e impietosamente (vedi sopra) di comporsi in struttura narrativa ferma, quindi in una organizzazione culturale. E tende a sfuggire debordando ai lati, nella impossibilità di aggregarsi e di comporsi.
Al fine, comunque, di stabilire – nonostante tutto – una conclusione o un approdo. Tuttavia non è crisi o delusione della comunicazione (quella che ci è sottoposta e presentata); o più esattamente della comunicazione in poesia; ma solo una delusione lancinante dei sentimenti e delle annesse speranze – che affioca ogni tensione e scompagina le varie suggestioni e infrastrutture della nostra vita. Così si vorrebbe cessare di scrivere, perché è morta non la vita ma la paura che ci preparava e aiutava a scrivere, sottomettendoci drammaticamente alla vita. Dato che il referente non era un altro, uno fuori da sé; ma l’altra parte di sé; una ombra turbata e furente, oppure strisciante, talvolta invece solo timida, immacolata.
Il proprio doppio che la paura morta, o se vogliamo, la morte della paura ha ricomposto, sovrapposto; di modo che alla conclusione – come un riscatto incandescente o un lacerto insanguinato – su tutti e su tutto risalta una sola figura, una sola mente, un solo cuore. Quindi si ricostruisce il circolo entro cui innescare una nuova comunicazione in versi. A mio parere il presagio c’è già nel gruppetto di alcuni versi che compongono la plaquette senese Interludio, quando D’Elia con una malinconia così lucida e piana su cui la paura della morte (o della vita) scivola via leggera quasi trasumanando (il trasumanar pasoliniano) afferma: «Inizio a comprenderti, / leggera-uccelletta! – / nelle fulminanti tue / corse che imbandisci / tra gerani». Con ciò, in un modo struggente e razionale, sembra che si sottoscriva la ricomposizione del mondo degli affetti, alimentato da aneliti di curiosità e di speranza per tutte le cose.
Gli stessi aneliti espressi vittoriosamente dal filosofo sul bordo di un vulcano; non temendone i fuochi.
[1986]
La libertà la cerco, la inseguo, la ritrovo
Descrivo una libertà, questa libertà.
La nostra.
Ahi che la invento. La sento.
La ritrovo sulla campagna, sul mare, sulla montagna.
L’uomo la chiama.
La cerca anche il cane.
La libertà grida: “ritorno, ritorno. Mi sono allontanata per la città ma adesso ho fame”.
Cos’è accaduto nel duemilacinque mesi di aspro sentiero?
Un pensiero ha cominciato a girarmi intorno
verso la fine di un giorno molto nero.
Oggi apro la sinossi universale
e leggo che
per dodici mesi l’anno ha gridato
come un maiale da macellare
sempre, viola violenza, viola senza pietà, giornate amare.
Da gennaio a dicembre.
Mi chiedo quale destino ci dobbiamo aspettare.
Cosa vogliamo. Anzi cosa possiamo sperare.
Ogni giorno ci guardavamo sorridendo piangendo.
Sembrava un inizio che non aveva mai fine.
Preparato limato piallato sulla pelle del mondo.
Come si vede nei giorni che stanno ancora correndo.
Eppure. Solo difendendo la libertà
questa cerva braccata lacerata ferita
possiamo uscire dall’affanno di essere vivi in un mare in tempesta.
Ci chiederanno allora:
che hai fatto dei tuoi anni?
poter rispondere: come vedi, li ho spesi. Li ho
spesi. Li ho spesi.
Ma i conti adesso tornano. Almeno un poco.
Ho fatto errori tremendi
ma non mi sono mai consolato.
L’anno che viene sarà un anno che canta.
La libertà mi salterà sulla spalla.
Sul braccio. Su gli occhi che sono
ancora chiusi.
Canterò anche dentro la foresta buia di Brecht
allora
se l’ho cercata
uscirà alla luce del cielo lontana dal fuoco.
Cambieremo la sorte.
Noi possiamo seder sul bordo di un vulcano
mai sul cavallo impazzito della morte.
LA LIBERTÀ È DIFFICILE E FA SOFFRIRE.
Il poligrafo. Pietro Aretino e i suoi “Ragionamenti”
Nato di bassa lega, in una società in cui soltanto i “potenti” valevano (fossero essi principi, regnanti, alti prelati o artisti di genio); subito irretito dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare puntando su innegabili “qualità” naturali (che via via si affinavano, rodandosi, nei contrasti della vita e nella rapida ascesa al potere), l’autore di quest’opera “incriminata”, relegata frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è tal personaggio che meriterebbe una considerazione maggiore e un esame più attento di quelli che fino a pochi anni fa gli erano riservati. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante; come di un “grosso” scrittore, a cui per essere grande, davvero grande, mancarono una più riposata attenzione allo svolgersi ed emanciparsi del proprio lavoro e meno interessati pretesti per esibirsi in pubblico, disdegnando misura e studio (“ho partorito ogni opera quasi in un dì”; “né di mio si vede mai lettera che passasse un foglio”). Ma era la “brama” a spingerlo, a pungolarlo, con una persistenza amara, cattiva (e per brama intendo una precisa fame di cose e di risultati, di successi mondani pubblicamente largiti); la brama di accumulare e primeggiare, seguendo gli esempi del tempo; costringendolo essa ad un operare rapido, secondo una programmazione di fini e di lucro “mondani” in tutto pari, per intemperanza ed estro, a quelli esercitati ai nostri giorni dai più esperti e tenaci arrampicatori sociali. E poi non era tanto il successo in sé che gli premeva, ma la potenza che dà il successo; la potenza efficace ed opprimente e tuttavia inebriante di una conquista effettiva, che aggiunge “qualcosa”; la rivalsa sul prevaricare delle situazioni; un’alternativa mimetica a una nascita deludente. Infatti nelle pagine dell’Aretino, anche nel momento del consenso più vasto (dell’autentico successo) affiora spesso, per un rapido accenno o per ombre che incrinano lo sfarzo della sua lusingata presunzione, il sentimento di chi non sa abituarsi fino in fondo, nonostante tutto, al proprio successo, alla nuova ricchezza; direi: alla misura di questo successo e all’impegno di questa ricchezza – e sempre li vagheggia, li accarezza col sentimento della mente. Temuto dai “grandi” per la temerarietà e impudenza di divulgatore geniale e perfido, li sferza ma li ammira; si lascia corrompere sollecitando la loro debolezza, accarezzando con arte l’ambiguità della loro natura, corrotta e presuntuosa, debole ma arrogante; eppure conserva un misto di timidezza risentita, un residuo di cautela spigolosa e sospettosa (che magari, alle volte, e proprio per questo, lo rende anche più efficace nell’attacco, più duro o addirittura feroce nel giudizio); perciò è più arrogante e grezzo nell’invettiva – anche se immediatamente riesce a risultati di maggior effetto – e più sottile e fine, più brillante e spregiudicato quando adula, esercitando l’arte della finzione (“adulazione e finzione son la pincia di grandi”, cioè il regalo più amabile, una specie di miele) o la propria “temeraria importunità”. È ben consapevole della posizione di prestigio e di preminenza pubblica che si è assicurata con la penna; ne valuta fino in fondo il valore “commerciale” (“chi tralascia me insegna a me di tralasciar lui… Dìcamisi per che conto debba cantar un poeta non volendo altri sonare? Chi è quel capitano sì affezionato a la Francia che voglia servirla per dominum nostrum? Date a lo dabitur vobis, disse il pedante. Io adorava il re Francesco, ma il non aver mai argento da lo sbragiar de le sue liberalità raffreddarla le fornaci di Murano. Sì che V.E. Ecc.ma o mi faccia dare del fiato per le trombe della virtù, o mi perdoni s’io non gli grido ad alta voce il nome”); si è reso conto dell’enorme efficacia che ha la divulgazione pubblica di un episodio o di avvenimenti intimi e scabrosi che toccano la vita dei grandi personaggi; eppure questa penna “infernale” non si trasforma in un ricattatore calunnioso o fantasioso; non inventa; egli non fa che “propalare scandali accertati”; direi che è quasi scrupoloso nel verificare la fondatezza e il dettaglio delle notizie che vuol strumentalizzare (“la bugia, pane quotidiano de i gran maestri, non è cibo de la mia bocca”). Queste due intuizioni originali e in un certo senso “fondamentali” dell’efficacia della propalazione “contrattata” dell’aneddotica storica o privata, e della necessaria veridicità della notizia o delle serie di notizie che si divulgano, testimoniano e confermano, al di fuori di un giudizio morale (o moralistico), della genialità composita dell’autore e della sua modernità (in un certo senso); sicché alcuni lo vedono e lo videro come un precursore, o il precursore, del giornalismo moderno.
E certamente una conferma “la prontezza, la brevità concettosa, lo spirito d’opportunità, lo stile incisivo e mordace” dei suoi pronostici satirici e dei suoi foglietti volanti – ferocissimi e spietati libelli, con tanto di nome e cognome, in cui si raccoglievano e propalavano le malefatte, gli intrighi, le vicende familiari lugubri o sconnesse dei maggiori personaggi del tempo (“l’apparire di questa stampa periodica ingrandisce favolosamente la figura del primo giornalista europeo”). Per controllare le notizie, i riferimenti, le allusioni velate e tanto più pungenti in essi contenuti, o per sovvertirli almeno per quanto riguardava la parte che li concerneva, autentici regnanti o solenni personaggi pubblici e politici compivano le azioni più umilianti nei riguardi dell’autore: dalla minaccia alla corruzione, dalla lusinga alla preghiera, all’adulazione (una “epidemia di viltà che l’Aretino aveva provocato con la sua penna”). Questo “tagliaborse de principi”, dopo vario peregrinare, da Roma a Mantova, Ferrara, Reggio, Urbino, trovò a Venezia la sede più adatta per le sue scorrerie letterarie; nessun’altra “città al mondo poteva assicurargli l’impunità che gli era accordata a Venezia”. Lì infatti trovò l’opulenza del vivere e il piacere glorioso delle giornate nella frequentazione di personaggi come Tiziano e Sansovino, protetto dagli assalti furtivi dei killers di professione dalla liberalità interessata della Repubblica, che mentre lo proteggeva se ne difendeva.
I Ragionamenti sono un affresco magmatico, a tinte dense e colanti, della società rinascimentale, un imponente rapporto Kinsey, meno rigoroso, ovviamente, ma più pittoresco e movimentato, più sregolato, compiuto utilizzando una campionatura dettagliata e dall’interno, cioè da chi partecipava degli stessi difetti che si proponeva di discutere o di rappresentare, ne conosceva in un certo senso tutti gli “orrori” e non intendeva affatto colpirli ma descriverli, partecipandone. I particolari non sono sfuggenti ma definiti; gli ambienti non sono “ricostruiti” secondo una scenografia della memoria, né tantomeno della fantasia che colora, ma descritti con esattezza un po’ fredda ma organica, uggiosa ma avvincente, con l’ovvietà, alla fine rigorosa, di chi volge lo sguardo a un ambiente, proprio all’ambiente che lo circonda.
C’è tuttavia, in questo grande racconto, in questo “codice dei vizi”, una rabbiosa sospensione di giudizi, come un’indifferenza a concludere, a giudicare. All’autore basta descrivere, non dico neppure raccontare: l’abilità stilistica, la sua capacità di comporre, è tutta – almeno al limite – d’istinto: provocatoria ed esagitata, direi “rumorosa”, simile a chi racconta ad alta voce, fra parecchi ospiti che ascoltano. Non c’è (né risulta) l’intimità della coscienza; ma piuttosto l’esibizionismo compiaciuto di chi è abituato a parlare o a raccontare in pubblico e che, con la foga del tono, si industria a distorcere o a deviare i piccoli o grossi dubbi sulla veridicità del racconto e mimandolo pittorescamente distrae il giudizio critico dello spettatore, ne accattiva la fantasia senza mettere in moto o caricare la coscienza, per lasciarlo infine, esclusivamente, alla propria curiosità divertita, o a una voglia inappagata, o a una soddisfazione grassa. È un’arte, o una situazione artistica, da “spettacolo”, da parete; i personaggi sono sempre tali che sembrano muoversi in scena; come tali sono descritti, direi schizzati, piuttosto che definiti. La descrizione dei personaggi, infatti, coglie sempre, o per lo più, il loro aspetto esterno: abiti, faccia ecc.; mai si propone di lavorarli “internamente”; non li umanizza, li congela. O, se vogliamo, più semplicemente, li tipicizza per comodo. Mentre uomini e donne si coricano, ad esempio, in una sarabanda di letti che suonano, si muovono “le cose” ed è più vivo e vitale, più drammatico, in un certo senso, l’ambiente che li raccoglie e li difende, o che tuttavia consente con i loro amori. Che poi queste storie d’amore, o questa lunga storia d’amore (amore che si “consuma” o comunque si compie rapidamente e non si strugge, non delira), conducano alla fine a una forma di sazietà affaticata, a una ridondanza non dico repellente ma esausta, esaurita – dovuto alla monotonia “sforzata” del racconto che si torce in sé, si riepiloga e regredisce e s’intreccia più che distendersi in una organicità strutturalmente definita. Poiché l’Aretino, nonostante le sue profferte moralistiche, un moralista certamente non è; le sue teorizzazioni restano o riescono piuttosto fredde, fumose; dalle sue pagine non si esalta un dissenso col tempo o un contrasto meditato, una definita ripulsa; egli non vuol correggere o colpire per correggere, né tantomeno sferzare perché la società (o il tempo stesso) migliori, per quanto possibile; non c’è l’ombra di una fantasia che descrive, sottostendendolo, un panorama più cauto e calmo, più “pulito” della situazione. Non c’è l’ombra della tristezza (non dico l’invernale tristezza di un Machiavelli, che nutre la propria struggente malinconia nella rimembranza del mondo). L’Aretino è più sbrigativo ed equivoco ad un tempo; è meno sagace ed è più astuto dei moralisti ufficiali; è più “interessato” e meno disponibile ai richiami dei sentimenti o della ragione che si agita. Il sesso, nelle sue pagine (almeno in queste pagine) è un sesso senza tormento. Una sensualità secca, ghiotta, decisa, senza imprevisti, con un unico scopo; non è “turbata” in senso moderno (nevrotica ed equivoca, drammatica) e tuttavia, per la verità, neppure è grossolana e semplicistica al modo dei trecentisti più scurrili, né è senza contorni e sfumature, ma queste sfumature, che talvolta abbondano, non sono psicologiche ma ambientali. La sua ferocia nelle invettive (e nelle invenzioni; una violenza “fantastica”) è una interessata finzione, che si unisce e si compenetra e anche si amalgama a una indifferenza a volte trasandata e alle volte giocosa, per artificio. Astuto, perfido, certamente, ma con imprevedibili (anche se calcolate) “cortesie”, per non dire tout-court “gentilezze”, il lievito e la misura interessata di una mente molto più educata di quanto egli non intendesse esibire. A una esatta “comprensione”, a una giusta impostazione o imposizione di lettura di questo testo “pittoresco” (per tante ragioni) nuoce, a mio avviso, l’organizzazione “interna” dell’opera. L’esordio (La vita de le monache) è opprimente e distorce, contaminandola, un po’ tutta la prospettiva “generale”. Questa parte risente di una malevolenza ispida e sgraziata, fatta di umori recalcitranti e risulta eccezionalmente frettolosa; sembra il risultato compiaciuto o la conclusione di una vendetta “pubblica”, grossa che sia. C’è il lubrico (soltanto) disposto senza rigore, gettato con malgarbo; la descrizione è senza umori, uniforme, come a sfogliare le pagine di un libro illustrato equivocamente; sembra l’abbozzo di un episodio o di una scena, più che una scena interamente realizzata e appare anche assente, o lontana, la volontà di proporsi una eventuale definizione del racconto, che così resta slabbrato, monco di rifiniture, immerso in una sorta di magma narrativo enfatico. Le monache sono tutte in nero (o in bianco), i frati in saio; la vita, la giornata nel convento è un riposo breve fra un assalto d’amore e l’altro. Ciò che colpisce è l’aria uniforme, un po’ chiusa, da interno rarefatto (salvo quando i convitati siedono intorno alla tavola), direi, in alcuni momenti, un’aria morandiana (col rilievo della polvere sugli oggetti e il segno delle dita). Ma non c’è altro; tutto l’episodio è concluso entro questo umore vetroso; figure, estri, non ci sono; mancano perfino i farnetici bizzarri, le autentiche voci degli amatori. Ogni contrasto è di riporto. La crapula annoia, raccolta in questo unico orgasmo dilatato.
Ma La vita de le maritate è, a mio giudizio, un racconto stupendo, svolto con arguzia sottile della ragione e con una precisa consapevolezza artistica, con elaborato magistero. Tutto si inebria e i colori si fanno accesi; dagli angoli ammuffiti dei chiostri si risale in un momento dentro all’aria viva; sfolgorano le vesti variopinte e insieme ad esse le risa di queste belle donne innamorate – o soltanto infervorate; il racconto si trascina per le strade, in mezzo alla gente; se si rintana nelle case, queste sono disegnate in quel lume un po’ fosco che risulta (e risalta) dalle tele maliziose e perfette dei maestri del tempo. Ogni volgarità si attenua e più esaltato è il gusto della descrizione d’ambiente, degli oggetti, delle persone. Soprattutto gli uomini – “che attaccano” per suggestione altrui, per malizia femminile o addirittura a comando – sono visti in rilievo, a tutto tondo, in un prorompere di sensualità non levigata ma sanguigna, avida, quasi rabbiosa. Le donne sono raccontate con il lindore sagace e maliziosamente sfumato di un classico dell’umorismo; ogni particolare è per lo più leggero e gradevole; anche le malizie, che talvolta sono perfide, acquistano un tono dilatato, da apologo non opprimente, qualcosa di melodrammatico in senso “cantato”. Basti per tutte, come esempio, la descrizione della sposa diciassettenne (che si sfrenerà in un finale apocalittico), la quale “mangiando pareva che indorasse il cibo” – tutto un dettaglio di particolari che trasformano la descrizione in una accesa esaltazione pittorica.
La vita de le puttane è sotto il segno e la grande ombra della tristezza “economica” (“che chi non ha oggi dì de la robba, è peggio che un cortigiano senza grazia, senza favore, e senza entrata”), con un vero e solo personaggio protagonista (e parlante): la Nanna. È l’autentica tragedia (cioè l’ossessione degli uomini e del danaro) non la “miseria” di questa donna; è il racconto – svolto nella direzione della necessità e di una ridondanza autonoma e autorevole – della loro disarmata debolezza sentimentale, contro la cattiveria sottile, o astuzia soltanto calcolata, degli uomini e della società entro cui esse vivono e con cui contrastano, e da cui sono, alla fine, sopraffatte: “Le puttane non son donne, ma sono puttane”. Il racconto si svolge denso e minuto, fitto di particolari che lo dilatano in profondità; i discorsi sono frequenti, ansimosi; i contrasti “verbali” violenti; le prove d’amore si diradano e balzano in primo piano i contrasti o gli equivoci che li precedono e le seguono; le donne non sono più desiderose e “disponibili” ma sospettose e all’erta; i pericoli più concreti; gli episodi più reali; l’apologo non è schematizzato in un aneddoto ma si trasforma in un episodio denso di suspense, attenuato dai rancori delle coscienze, dal sospetto dell’intelligenza o da cattiverie autentiche e feroci che danneggiano fisicamente, che distruggono socialmente. Il contrasto fra gli antagonisti è il contrasto autentico di una società, o di un aspetto della società, descritto analiticamente, senza alcuna riduzione a sottintesi capziosi o volgari o banalmente interessati (“perché è niuna cosa crudele, traditora e ladra, che spaventi una puttana”). L’individuo, se non è confortato da una situazione economica che lo distingua e lo protegga dalla massa, è veramente un essere isolato (senza avere fino in fondo la consapevolezza di questo isolamento), debole e inefficiente contro le vicende della vita o “il volgere della fortuna”; gli è impossibile chiedere appoggio o soccorso, anzi, è messo in una continua e faticante condizione di difendersi o di arrangiarsi per non soccombere o annientarsi. La società non lo tutela; dalla propria coscienza non cava che il vuoto di un’esperienza volta esclusivamente all’interesse pratico e alla lotta per la vita. Il sesso è la sola alternativa al lavoro, meglio, alla fatica del lavoro ed è un’alternativa che si trasforma in una idea continua, in un bisogno assillante, in una “necessità” che tuttavia non può prescindere dal danaro. È sempre un contrasto economico che oppone i protagonisti, i “due” protagonisti, oppressi o suggestionati dalla stessa “furia”, dalla stessa “malizia”, l’una di togliere quanto può, l’altro di cavare meno che può. Episodi, scontri, o tragiche violenze nascono o si pongono su questa alternativa, poiché, in ogni caso, è una lotta per la vita. Il danaro permette (e promette) quegli agi che “qualificano” e tolgono la persona da una situazione di uniforme precarietà; oltre a difendere dal presente preserva dal futuro, distoglie in certa misura dagli orrori della vecchiaia. Il vecchio è sempre laido e debole, facile ad essere rubato, maltrattato, deriso, e tuttavia la donna vecchia, se misera, è soltanto un relitto che si trascina oscuramente, schiava di orrori da cui non sa più difendersi.
In questo quadro conclusivo di autentica tragicità si trasferisce anche l’angoscia occulta, e sia pure mistificata in ogni modo, dell’autore, che pare spesso dimentico di tutto (e della nascita e delle varie fatiche per riscattarsi dalla situazione precaria), eppure è certo che ne patisce il ricordo e ne teme, sia pure oscuramente, un eventuale ritorno. L’acredine dell’Aretino, la sua continua fame di danaro, lo spendere per una vita “pazza” e il chiedere senza tregua, il barattare il silenzio della penna per l’oro delle tasche ha questa origine di fondo – non dico questa giustificazione. Il secolo tutto d’oro non concede tregua: il povero serve ed è strumento di ventura, solo il ricco è potente, può largire sorridendo, ottenere con rapidità e appagarsi della vita. Chi non ha, non può altro illudersi che di sopravvivere.
Certamente in quest’opera non c’è una morale di fondo, né una conclusione “seria” voluta dall’autore, ma dall’insieme degli episodi e dei racconti, interpolati da digressioni e da concioni spesso gustosissime, sortisce un quadro che appanna la splendida rappresentazione del secolo, abbastanza iconografica, che ci è suggerita dai ricordi scolastici e dalle enciclopedie monumentali. Se ne libera una ossessione alienata per tanta “licenza” che non approda se non ad una disperata solitudine, che non produce che noia faticosa, contrasti violenti, insicurezza continua e imprevisti dolorosi. Alla vita umana, alla vicenda della società, manca un filo – o così pare, o comincia a mancare il filo, il filo della consapevolezza della libertà (della vita) – o di quella libertà, che era una libertà di provenienza comunale, aspramente raccattata e in ogni modo entusiasmante. Le fazioni, che definivano e sommuovevano, s’erano integrate e afflosciate, trasferendosi; tutto si irretiva in un meccanicismo splendido ma senza speranza. Il bel secolo, esplodendo, s’avviava nello stesso momento a finire. L’Aretino, illustrandolo, pare che ne illumini, con una grande intuizione, il tramonto.
Dicono che l’Aretino morisse cadendo all’indietro da una seggiola, per il gran ridere a una scenetta volgare che si svolgeva nella propria casa. Può non essere vero, e non sarà vero, che il moralismo pubblico condannasse con questo aneddoto finale un uomo che aveva temuto, ammirato, disprezzato, seguito e odiato, un uomo così poco pedante in un tempo di retori illustri, che aveva, nonostante tutto, io credo, invidiato, per quella sua forza opulenta di giungere a ciò che voleva, di volgere il corso delle vicende, di toccare la fortuna e la ricchezza e di assestarvisi sopra senza più lasciarle, per quella sua forza vitale che coinvolgeva e provocava la forza degli altri (“io sono il segretario del mondo”). Un uomo, un artista che, come scrisse un gran critico, aveva la logica del male e la vanità del bene. Un uomo tuttavia che “amando se stesso fino ad esser ebbro di sé, desiderava piuttosto la gioia che il dolore degli altri”.
Alcuni riferimenti bibliografici
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Il lupo e la lepre l’aquila e l’agnello
Porto l’amore sulle spalle e salgo verso la montagna.
L’odio è una spada che brucia è l’arpione
sul fianco della balena
l’odio fa scintille sul sasso l’odio brucia
le piume dei gabbiani alti nel cielo.
Scrivo la parola amore sulla tua mano
appoggiala sul cuore o lavala nel mare
fa’ scomparire la mia ombra fra le nubi
ma lasciami la luce dei tuoi occhi.
L’odio è nero come la pelle travolta dal fuoco
è la tempesta che scortica l’albero
fino a farlo urlare
l’amore è amore anche senza speranza
l’odio emerge da caverne profonde
e strappa il velo alle nuvole pellegrine.
L’amore grida ragazza ragazzo non credere mai
che la violenza la guerra sia una cosa buona
mai credere non credere
che la guerra sia una cosa buona.
L’odio spegne ogni giorno le candele
alle finestre del mondo.
Così il soldato nel fango dice: oggi c’è guerra
chi morirà per primo?
L’odio non lascia scampo non contiene amore
l’amore contiene l’odio intero e lo brucia cantando
lo distende come cenere sui prati
amore sveglia il giorno e cancella la notte
l’odio è K.O. se arriva di corsa l’amore.
AMORE È LA VOCE DELL’ANTICO POETA CHE DICE
SE L’INVERNO VIENE PUÒ LA PRIMAVERA ESSERE LONTANA?


