Un quotidiano nella tempesta

La vicenda de «Il foglio» – Lettori troppo “difficili” – Errori, pregi e novità

 

«Il foglio», un quotidiano nella tempesta. E quando un “quotidiano” si dibatte fa sempre l’effetto di qualcosa di misero, di perduto; qualcosa che sta al margine, che non riesce a inserirsi, che si sta sgretolando; che può perdersi, allora, perché non è necessario. E poi: di fronte alle grandi testate che mangiano miliardi e miliardi come uva, cosa conta, a che serve il piccolo quotidiano di provincia? Che cosa importa se esiste o se muore, se riesce a sopravvivere, tanto più se è un quotidiano nuovo, appena nato, a cui nessuno si è ancora abituato o affezionato, perciò molto debole e poco conosciuto?

Ecco, secondo me, la domanda più importante e “vera”, al di fuori della facile anche se giusta tensione sentimentale e della giusta, anche se facile, rabbia politica o sindacale: a che cosa è servito e a che cosa serve oggi «Il foglio»? È utile (dico utile con spregiudicatezza e non dico giusto, come sarebbe altrettanto normale); dunque: è utile che nonostante la sua intrinseca debolezza sopravviva? Che noi tutti procuriamo perché non solo continui ma “possa” continuare? In quattro parole farò la storia de «Il foglio»; non quella ufficiale o quella che attraverso varie azioni e documenti adesso passa sotto gli occhi di tutti; ma la storia di alcuni dati come l’ha potuta recepire un lettore normale, ma un lettore fin dal primo numero “attento”, come sono. Mi autorizza la mia fedeltà.

Per conferma di una adesione sostanziale ai programmi di lavoro e alle modalità con le quali il giornale si presentava, non volendo adattarmi a fingermi uno dei piccoli elargitori di modesti contributi strappati di volta in volta, ma volendo collocarmi nell’unica e vera veste di “lettore”, ho costantemente acquistato tre copie del giornale (due da proporre come offerta e suggerimento ad amici, a persone anche dubbiose o contrarie perché provassero a scontrarsi, ecc.), dato che credo, e lo ripeto, che la comunicazione si realizza soltanto nell’essere consumata.

Ogni altra forma di consenso e di sussidio è paternalistica, svincolante, tattica; comunque lontana dall’aderenza alla realtà dei fatti che si inseguono e si scontrano. E diciamolo subito: sarebbe bastato che gli amici, i cosiddetti amici de «Il foglio» avessero acquistato il giornale con regolarità, senza dimenticarsi di farlo pur commentandolo, perché le vendite si assestassero su quell’argine di sicurezza da cui nessun vento contrario avrebbe potuto smuoverle. Ma i conto confermano che neppure gli amici hanno acquistato con scrupolo il giornale, o hanno continuato ad acquistarlo.

Il fatto è che «Il foglio» si proponeva di rivolgersi fin dall’inizio a un pubblico di lettori da una parte estroso, umoroso, anche rancoroso, facile alle distrazioni e ai rapidi amori ma anche agli altrettanti rapidi disamoramenti, dall’altra parte un po’ fazioso, cavilloso, stretto alle proprie scelte una tantum come a un’ancora di sicurezza o di salvezza; dunque non duttile (nel senso voluto dall’iniziativa) e soprattutto non “nuovo” (ammesso che un lettore “nuovo” si dia ancora, in questo senso, e sul detto taglio si potrebbe disquisire fino a domani). «Il foglio» non avendo voluto o potuto o saputo fare i numeri zero (cioè numeri di prova e non di vendita), neppure è da pensare che abbia compiuto un sondaggio per identificare in anticipo e in termini realistici (cioè sul mercato delle idee e degli acquirenti delle idee in notizia) i propri lettori; il numero dei quali restava pertanto un’ipotesi.

Secondo le premesse generiche avrebbero dovuto essere: a) i buoni lettori del quotidiano montiano, dunque quel 10% dei 150.000 consumatori giornalieri dello smog locale che avrebbero assicurato 15.000 copie; queste aggiunte b) alle 3.000 copie dei soci sottoscrittori e c) alle 2.000 copie di lettori probabilmente interessati al giornale come seconda lettura (quindi lettori del PCI, del PSI, extraparlamentari, radicali) avrebbero assestato la vendita sul margine di 20.000 copie giornaliere; il resto sarebbe magari venuto, come si è detto.

È subito apparso che i 2 mila lettori del gruppo c) sono lettori troppo “difficili” da coinvolgere e soprattutto da trattenere: che il 10% dei lettori del R. d. C. non si riusciva a schiodarli o a persuaderli perché la partenza fu da “formula 1” (ruggente e frastornante ma che, se non affidata a campioni, per lo più nei primi 100 metri brucia la frizione; e si aggiunga insieme il fumo dei gas compressi e le debraiate rabbiose, ecc.); e che i 3.000 lettori del gruppo b) che dovevano essere arcisicuri poiché promotori, via via si intiepidivano fino al punto (molti di loro) di dimenticarsi di comperare, o di comperare con regolarità. Restano i fedeli: alcune migliaia di cani sciolti, pertinaci consumatori di notizie, fra i quali il sottoscritto. Quali dunque gli errori intrinseci? Quali i pregi? Le ovvietà? Le novità? Un errore di fondo come ho detto: la concitazione ideologica fin dal primo numero che tocca più di una volta la confusione per eccesso. A fianco a fianco nella stessa pagina coesistevano ideologie e tensioni sottilmente diverse (non dico contrastanti) che articolavano le notizie su molti piani; la pagina era spesso “turbolenta” e ansimava; questo poteva certo provocare e attrarre gli addetti ai lavori o lettori dall’orecchio esercitato ma certamente non il timido, scontroso e prevenuto lettore che ci proponeva con cautela e progressivamente di esorcizzare.

Le ovvietà? Una ridondanza di argomenti e di problemi che svettavano fra il locale e il nazionale non riuscendo spesso a coprire o a riempire in modo esauriente né l’uno né l’altro settore. L’aver voluto, nonostante le premesse, mettersi in qualche modo in corsa col «Carlino», volendo tutta la cronaca e non essersi subito decisi, con convinzione, a dare una cronaca più stringata, selettiva, immediatamente più socializzata, meno informativa nel senso del colore e più incidente nel corpo della città. I pregi? Intanto uno è di fondo; tale che a mio parere giustifica l’esperienza e la convalida; e rende desiderosi che continui. Il linguaggio; il modo di dire le cose, oppure la volontà (che è cultura) di dirle in certi modi; magari arrancare ma cercare, tentando un po’ per volta di selezionare semplificando l’informazione; e insieme una tensione dell’intelligenza che era cultura e che coinvolge il lettore come un invito fatto a voce alta, molto persuasivo.

Dunque un giornale pieno ancora di errori ma un giornale “diverso” nel senso sopradescritto. E questo è stato principalmente merito dei collaboratori tutti molto giovani (quindi impazienti e poco educati; alle volte vistosamente insofferenti), che offrivano al lettore un modo nuovo di vedere (cioè di leggere) il mondo molto stimolante.

Ma devo finire. In questi giorni «Il foglio» è ridotto a un pugno di parole; molti sono anche sbarcati. Io mi auguro che si trovi attraverso questo impegno faticoso, il modo di rimetterlo in onda; non perché prosegua un giornale, ma perché c’è bisogno di questo giornale. Aver ribadito in poco tempo e nonostante cento errori la necessità di una presenza mi pare possa essere un motivo di soddisfazione per chi ha fatto, e di spinta ad aiutare per chi ha letto, e vuol continuare a leggere.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 3 ottobre 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 3 ottobre 1975
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