A Beethoven preferisco l’insalata
Riferendosi dieci anni fa a un album di Battiato appena uscito: L’Arca di Noè, un critico scriveva che questo era una raccolta di emozioni: «È un album che propone atmosfere da grande dramma, da vigilia dell’apocalisse. I testi sono ancora a mosaico, buffi mosaici, dove tutto si innesta e si scompone con grande piacevolezza d’ascolto. Lo sberleffo per la scrittura tradizionale è evidente, ma Battiato non poggia tutto su quello, quanto piuttosto sui corali “alla russa”, sulle continue citazioni di Tirana. Varsavia, i giochi di onde, le voci lontane…». Invece l’album da poco distribuito, oggetto di molta attenzione, direi che è tutto intero una raccolta di riflessioni: chiarissime, scandite, essenziali. Con un risultato complessivo che affascina, pure dentro alle riserve. Ad alcune riserve. Dove collochiamo il fascino e da dove deduciamo, da attenti ascoltatori, il manipoletto di riserve? Cominciamo da queste, annotando quasi una intercapedine, un sottile strato di fòrmica, fra il gruppo delle prime quattro canzoni con testo e musica di Battiato e il gruppo delle altre quattro canzoni di Wagner, Marlin, Brahms, Beethoven nelle quali Battiato ha solo messo le mani e ha prestato la voce. Un disco di Battiato, oggi, presuppone almeno (ma si può dire soprattutto) una struttura molto compatta, una organicità che sorregge il discorso argomentante con il massimo di rigore. Qua, a mio avviso, c’è una ascensione, o progressione, con cesure. La qualità timbrica della voce tende un poco a squilibrarsi: lo sforzo trattenuto della pronuncia appiattisce la tensione che in Battiato ha di solito la grande qualità di essere sempre molto interna e di suggerire emozioni soltanto a un ascolto non solo attento ma attentissimo. Dal cauto impaccio appena sfiorato del canto in francese, si passa a un testo tedesco e a un testo inglese (anzi, a due testi tedeschi) in dizione, come dire?, molto didascalica. Con la conseguenza che ci è proposta di volta in volta una piccola delizia che non riesce a liberarsi. Partecipiamo ma non siamo estraniati dal mondo. È una promessa, non un compimento. Altra riserva la rivolgo, vorrei rivolgerla, alla prima canzone Povera Patria, che tanto consenso ottiene ed è dunque così celebrata.
I segni scritti ricevono costanti incrinazioni da una costante piccola rabbia del sentimento che stenta a comporsi in dramma, ricalcando il terreno di una corretta ovvietà. Abusi del potere, gente infame, inutili buffoni, paese devastato dal dolore, le iene negli stadi, nel fango affonda lo stivale di maiali; possono sembrare conati di vomito per un carico di cibo eccessivo; mentre il lavoro “buono” di Battiato è sempre sotto il segno di un digiuno rigoroso; una scelta di ricerca e un’assenza di prevaricazione. Qua invece è come un’occhiata all’intemperanza. La resa è certamente immediata ma un poco squilibrante. Detto questo, torno a precisare che il risultato complessivo di questo ultimo impegno musicale di Battiato a me sembra notevole. Se non sbaglio troppo, il segno costante, coinvolgente e sconvolgente di questi testi così ravvicinati è la rottura continua, la rottura costante del silenzio. L’atto di sortire dall’ombra di un qualche purgatorio. Una rottura di vetri, via via, per ricomporre con gesti cautissimi, subito dopo, lo specchio che dovrebbe riflettere un cielo e invece riflette una tempesta – o il tormento dell’attesa di una tempesta immaginata e da cui si vuole o si vorrebbe fuggire. La rottura del silenzio è non la presunzione ma la convinzione di riuscire a comunicare, coinvolgendo qualche altro, con se stesso. Perciò anche il movimento, attuato solo per necessità, non comporta trapassi di sostanza ma è rottura, esclusiva rottura dell’immobilità; che va in fretta ricomposta. E la vita è speranza di essere un altro, e di diventare un altro; ed è certezza di essere già stato, partecipando; quindi di non appartenere più a un dubbio ma a una convinzione. Convinzione, non speranza. Questo sistema riflessivo, comunque venga interpretato o accettato dall’ascoltatore, suggerisce spesso una tenerezza vibratile dei sentimenti e una perfezione formale essenzializzata, da ritenersi unica in questo momento, nel nostro ambito. L’esattezza espressiva, accompagnata da suoni scabrissimi, consente di percepire e partecipare ogni minima vibrazione e indicazione; così che niente va perduto. Le sacre sinfonie del tempo e Come un cammello in una grondaia risultano essere, a mio parere, al centro di questo discorso cantato (un piccolo oratorio filosofico).
Mongolfiera – Bologna, n. 10, 24-30 gennaio 1992.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Mongolfiera – Bologna
- Anno di pubblicazione: n. 10, 24-30 gennaio 1992


