Forse che sì forse che no
A vederlo sul palcoscenico o con il microfono in mano sull’arena televisiva, così composto e a modo, mai completamente sciolto, Paoli può anche sembrare un funzionario di alto rango, per esempio il direttore di una agenzia centrale della Banca Commerciale Italiana, in gergo Comit. Compassato, lievemente sorridente, leggermente ironico, con una voce non alta attraversata da qualche arrochimento, suscita buone malinconie e predispone sia pure per due minuti al quieto sonno della ragione; cioè, a un ascolto disarmato, da consumarsi in buoni interni borghesi o al riparo di una natura assolata, ma senza prevaricazioni. La sua vera qualità è l’onesta misura. E con una linea musicale che è come il calco di un piede su una strada impolverata; resta subito impressa. Così che avrei qualche obiezione, anche se nelle promozioni dei concerti è normale sparare alto, leggendo nella biografia ciclostilata distribuita in questi giorni in giro, che Gino Paoli è l’uomo che ha scritto le più belle pagine della melodia italiana di questo secolo.
I suoi collegamenti di fondo, in ogni senso, sono con la canzone francese di questo secolo; cioè con un modello in prevalenza estenuatamente ripetitivo, ipotattico; in cui anche il grido è come risucchiato dal respiro del cantante. Il regno, insomma, della canzone orizzontale, quella che andrebbe ascoltata (e anche cantata) sdraiati, distesi, con la testa sul cuscino. Al contrario della canzone verticale (il vero rock degli anni duri, per esempio; oppure la canzone napoletana, tanto grande e irripetibile da sembrare una canzone d’amore mentre è una canzone di guerra. Non la piuma di un angelo ma la coda infuocata di un diavolo).
Fra l’altro è forse il caso di annotare che le sue canzoni migliori hanno avuto successo quando sono state cantate da donne. Più drammatico e vivo Paoli come uomo. Da un consenso ottenuto a fatica ma poi favoloso (“con le donne più belle, le macchine più belle, l’appartamento più bello di Genova”– lo ha appena ricordato lui stesso in un’intervista), al sodalizio con Tenco; al grave incidente stradale; al tentativo di suicidio con una rivoltellata al cuore; alla sua lunga eclisse negli anni Settanta e al progressivo riemergere, fino ai rinnovati entusiasmi di questi anni e l’elezione alla Camera.
È da aggiungere a queste brevi note che può ritenersi uno dei pochi cantanti italiani della sua generazione che si è tenuto lontano, non so se per indifferenza o insofferenza, dalle vicende degli anni fatali e terribili fra il Sessantotto e il Settanta.
Forse è per questo che Quattro amici o Matto e vigliacco risultano così gradevoli, giustamente equilibrate, correttamente cantate. Si possono ascoltare una giornata intera, senza sconcerto. Con immutata ammirazione; ma da un orecchio entrano, dall’altro escono. Come il discorso di un bravo deputato.
Mongolfiera – Bologna, serie II, n. 5, 13-19 dicembre 1991.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Mongolfiera – Bologna
- Anno di pubblicazione: serie II, n. 5, 13-19 dicembre 1991


