Il telefono

Un tempo era un lusso vero, adesso questo strumento è diventato di tutti – Impedire ogni intervento che comporti altri assillanti problemi agli utenti – Un servizio che dovrebbe essere garantito e gestito come “sociale”

 

Il telefono: questa “cosa” che in casa nostra è lì come un oggetto fra gli altri, qualche volta anche stilisticamente più bello degli altri; ebbene si può dire che il telefono oggi “è di moda”. Infatti, oltre a essere una necessità primaria per i nostri rapporti rapidi, sia familiari, personali o di lavoro, è anche argomento di un aspro dibattito e oggetto di violenti scontri politici; oltre a essere oggetto di premure attente e di manomissioni sapienti dei corpi separati e dei servizi segreti di ogni genere (abbiamo su ciò letto e riletto notizie per anni). E il telefono è tutte queste cose insieme in quanto è al centro e alla base della nostra comunicazione.

Un tempo, non troppo lontano, avere il telefono era un lusso vero, riservato ai ricchi; comunicare per telefono restava un fatto ancora sorprendente; e tale privilegio (l’uso di questo canale di comunicazione) rimaneva affidato al beneplacito di tutti coloro che avevano il potere. Il popolo non telefonava, oppure si avvicinava al telefono con circospezione, in occasioni estreme.

Oggi, la situazione è capovolta. Il telefono è (o era) diventato di tutti – o di quasi tutti –; è o era diventato una comunicazione sociale, dunque ormai una necessità per molti o per quasi tutti. Direi meglio: è o era diventato il canale più aperto semplificato direttamente gestibile e dunque più utilizzato di “distribuzione della comunicazione”: soprattutto perché lo hai subito sottomano, te lo trovi in casa, lo usi o lo usavi senza scrupolo di rapporti e interferenze intermedie (all’apparenza!), e perché il rapporto con l’altro che ascolta è immediato e riservato – o dovrebbe esserlo. Il telefono non è più un lusso, occorre ripeterlo bene – anche se come oggetto può diventare un lusso (c’è il falso antico o il modernissimo aerodinamico, adesso l’apparecchio a pulsanti, costosissimo e rapidissimo, che toglie la preoccupazione dell’errore perché non sbaglia mai. Ma anche questo gioiello tecnologico sarà presto superato da altre e diverse alchimie).

In questi giorni intorno al telefono c’è un rinnovato fermento e c’è scontro e un dibattito anche furioso; oltre a essere in atto, ricordiamo, la grossa novità dell’autoriduzione che ha convogliato nell’azione – è giusto riconoscerlo – molta più gente e gruppi familiari di quanto previsto. Ribadendo il dissenso da ogni forma di violenza che serve solo a suscitare l’isterica, rabbiosa, perfida, articolata e programmata violenza avversaria, è urgente ripetere che la lotta impegnata contro il calcolato rincaro della bolletta è strettamente opposta e legata alla violenza antioperaia, che i portatori di ogni privilegio intendono proseguire dilatando l’ombra di nuovi errori, nuove difficoltà e diverse e improvvise necessità.

Ma proprio perché il telefono soddisfa ormai a un bisogno sociale (a una richiesta sociale di comunicazione) occorre impegnarsi per impedire ogni intervento che comporti ancora ristrettezze altri assillanti problemi agli utenti (e sono tanti) ai quali il telefono presta l’unico legame con “il mondo”. Mi riferisco alle persone anziane e sole, ai pensionati, insomma a coloro i quali nel telefono hanno il solo collegamento che li rassicura di un eventuale pronto intervento, di un sollecito incontro o soccorso; e che li conforta con la voce ritrovata, sia pure breve sia pure saltuaria, di una persona amica. Per questi l’uso del telefono dovrebbe essere garantito e gestito come un servizio sociale di prima necessità, al pari di altri ritenuti indispensabili.

In diversa prospettiva (per chiudere questa nota) sottoposta a questo problema la preoccupazione, oramai ribadita e convalidata da prove che direi “orribili”, che proprio per la sua affermata priorità la comunicazione telefonica sia consegnata a ogni tipo e genere di interferenze spionistiche – vorrei dire “definitivamente”. Pare infatti che ci si debba rassegnare – in una società qual è questa – ad avere sempre un terzo incomodo, come ospite senza volto e senza respiro, nel corso delle nostre conversazioni con gli altri. Questo limita il campo della comunicazione (di questa comunicazione), induce a una reticenza calcolata; in altre parole, porta all’ipocrisia mascherata della comunicazione e questa ipocrisia può diventare norma, una pigra abitudine; una malattia viscida di cui non dobbiamo adattarci a essere portatori incolpevoli; o magari sapendolo e dunque già con l’abitudine a questo male. Bisogna lottare politicamente per rovesciare questa conclusione negativa.

 

 

 

“Chi comunica cosa e come”, l’Unità, venerdì 17 ottobre 1975.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 17 ottobre 1975
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