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Venerdì, 28 Giugno 2013 18:24

Dedicato

Nella casa piantata sopra il colle

ci fu un giorno in cui il tempo

cambiò il passo,

camminavano tutti un po’ in salita

in questa parte della città malconcia:

andatura montana, così lontana

dall’odore di mare.

Il sole era un po’ grigio,

non è dato andar via

senza lasciare cataclismi in atto

quindi la luce

sbiancava nel tramonto

come donasse sangue.

La tua voce confessionale

veniva da lontano,

con i tuoi occhi stanchi guardavamo

una patria straniera, obliqua,

eppure così amata,

affamata di quiete

e di onestà, che non si può comprare.

Un poeta

desideroso di sconosciutezza

accompagnato nella sua grandezza

da un suono solitario

che lucidava i vetri nelle stanze.

Il principio e la fine, così è scritto.

I libri parleranno,

non sentiremo le tue risate brevi

subito spente nella clemente attesa,

dalla clausura

in cui infiorescevi, malgrado la sua frusta.

Ci mancherà il rigore, compatto estremo

senza perdere mai la tenerezza,

senza perdere, Che,

la tenerezza, tu come lui,

vòmere nella terra, dimenticata,

del nostro sacrificio quotidiano.

Maestro è chi è più grande,

è il vento di nord ovest:

asciuga il cielo,

affonda le sue dita nelle zolle

muove i germogli, le grumette neonate,

humus antiquus, semina cordis…

in piantagioni intere…

Ci penso sempre quando

sento il suo fischio,

e la notte si fa immaginaria.

Vento maestro, maestro che rimani

insieme a noi, obbligati a sperare

per cambiare la storia…

Mentre l’alba si alza dalle cave

di marmo bianco, nascoste all’orizzonte.

Nella pianura larga, nella terra del Po

dove insiste la traccia dell’eccidio,

volti stranieri

si affacciano a migliaia, come i pensieri,

fuggendo da una guerra senza fine…

A questa terra che ha tremato nel buio,

da nord a sud,

si chiede un esorcismo

un compimento di solidarietà

come fossimo, noi, abilitati,

immuni da sconfitta,

come fossimo, noi, mossi da un vento

che fa crescere il grano…

 

 

 

(Con la collaborazione di Antonio Bagnoli)

 

Immagini sempre diverse, non c’è mai nulla di scontato,

niente è sicuro fino al fischio finale: sta qui il fascino della partita.

La corsa all’ingaggio dei giocatori-attori.

Squadre ricche e povere.

Ma la violenza potrebbe essere espulsa dagli stadi.

Tattica e strategia di un allenatore.

Come si costruisce un campione.

 

 

Ilario Castagner è nato a Vittorio Veneto il 18 dicembre 1940. Iniziò l’attività sportiva come calciatore nella squadra della sua città, quindi passò alla «Regina», poi al «Legnano», al «Perugia», al «Prato» e al «Rimini». A 28 anni concluse la carriera di calciatore e cominciò quella di allenatore. Per cinque anni allenò le formazioni giovanili dell’«Atalanta», quindi per sei anni lavorò come allenatore del «Perugia». Due anni di permanenza alla «Lazio», due al «Milan», due all’«Inter». Nel campionato ’86-’87 è diventato allenatore della squadra dell’«Ascoli». Ha vinto due «Seminatore d’oro» per la serie B nel campionato ’74-’75 e per la serie A nel campionato ’78-’79.

 

 

A Terontola, per Perugia si cambia. Si entra nel cuore d’Italia, mentre i pensieri riflessivi sono costantemente in allarme, considerando quanto in fretta sta cambiando, ormai, la faccia e la pelle del nostro paese.

Il Trasimeno fuma come un animale ammalato. Il suono del treno, sciogliendosi negli occhi dei pochi animali che spariscono fra gli alberi, mi ridà quasi fisicamente il ritmo superbamente lieve dei versi di Sandro Penna; e mi sembra di andare verso la sua casa; a Perugia, travasata adesso dal medioevo all’anno dell’industria piena, in una sovrapposizione turbinosa, da frontiera americana. Alla stazione c’è Castagner. Ilario Castagner, allenatore dei giovani dell’Atalanta, della squadra del Perugia, della Lazio, del Milan, dell’Inter e ora, dopo essere stato un anno senza squadra, dell’Ascoli.

Partiamo in macchina verso casa. Antonio Bagnoli, uno studente universitario ventiduenne alto e dritto, che è venuto con me da Bologna, osserva che la città, in crescita svelta, con tutte quelle gru e case mezze fatte, non sembra caotica o invivibile, a una prima occhiata.

Castagner precisa che l’Umbria, con i suoi ottocentomila abitanti in tutto, praticamente è una Svizzera; poi subito ci indica lo stadio, che un po’ ha contribuito a costruire quando la squadra era in serie B.

Seconda osservazione di Antonio, a cui lo stadio sembra molto piccolo.

«È uno stadio solo per il calcio – dice Castagner – non ha la pista, tra la linea di fondo e le tribune ci sono cinque o sei metri. Ma ora che il Perugia è in C2 è un disastro. Giocano per pochi intimi, due o tremila persone».

 

Quando c’è un dislivello iniziale: il denaro

 

Si sale verso la collina e io mi aspetto, per certa luce e certa aria, ad ogni svolta asfaltata di vedere spuntare laggiù in fondo il mare. Le case diradano, adesso ci sono le ville. Un cancello, il prato all’inglese, la villa nuova, a un piano, bella. I cani. Dentro, comode poltrone, un arredo caldo. Siamo ancora soli. Antonio, sedendosi e come a ripigliare il discorso, dice che preferisce seguire il calcio dal di fuori, staccato dalla realtà che è brutale.

Castagner si fa attento. Riconosce subito che dentro, negli stadi, adesso c’è violenza; e una violenza che purtroppo tende a crescere. Tanto per dire, nelle grandi città, durante le partite di calcio, ci sono meno furti; anche meno delitti. Questo verrebbe a confermare che anche cattiva gente è dentro agli stadi. Perciò, se la polizia riuscisse a identificare quei cinquanta o sessanta capi, che sono quelli che guidano questa violenza, e magari li costringesse ad andare in questura nel periodo della partita, come ha fatto a Rimini qualche anno fa; se riuscissero a ottenere questo, con i capi che guidano veramente i gruppi, molte cose non accadrebbero. Perché oggi, andare sulle curve, mette veramente paura.

Quando questi sono concentrati sulla partita, allora è tifo, urlano, cantano, è anche bello sentirli, dal di fuori, con le loro trovate. Le canzoncine, per esempio, come «vieni a pescare con noi / ci manca il verme», che sono prese in giro. Ma quando scatta la scintilla della cattiveria e c’è un gruppo dall’altra parte, diventano incontenibili; tirano fuori quello che hanno, le famose armi improprie.

«L’anno scorso – dice ancora Castagner – quando ero all’Inter, andai a vedere Legnano-Piacenza, perché nel Piacenza giocava Lorieri, che ora è portiere del Torino ma allora era dell’Inter. A un certo punto venne giù il diluvio. Finché le due tifoserie erano separate si erano sfottute soltanto a parole, ma quando quelli del Piacenza sono scappati anche loro in tribuna, al coperto, le botte che si sono date».

 

Antonio ricorda d’aver visto più volte, la sera del Real Madrid-Juventus, vari giocatori juventini fare un gesto con la mano. A dire: ti aspetto a Torino.

Per Castagner gli juventini sono stati sempre duri. «Non so, Bettega era uno dei giocatori tecnicamente fortissimi ma anche giocatori cattivi, nel senso calcistico. I Gentile, i Furino erano tutta gente di carattere, altrimenti la Juve… ».

È interrotto da Antonio, per il quale fare i gesti può rientrare nello spettacolo.

Anche per Castagner, certamente, la partita è spettacolo. Perché già in partenza, come si muove, alla società arrivano contributi dalla Regione, dagli sponsor. Quindi si mette in moto quello che può attirare l’interesse della gente a tutti i livelli. E spettacolo quel volere vincere a tutti i costi, dato che porta a far crescere la propria immagine, i propri interessi. A essere ingaggiati, se giocatori, da squadre più forti.

Ormai c’è tutta una trafila sottile nella preparazione del gioco – dice AntonioBerlusconi che ridisegna le maglie del Milan e usa tessuti particolari nella confezione. La verità è che lo sport, anche il calcio, è diventato un momento importante della realtà economica e un momento determinante dello spettacolo in generale…

Castagner: «Tutte le società cercano di incrementare gli introiti per avere la possibilità di ingaggiare giocatori/attori sempre più bravi. Adesso, per esempio, si parla di play-off; il primo tentativo lo stanno facendo in Spagna. Ma in Italia, secondo me, il play-off esiste già, perché il Napoli che fa ventitré miliardi di incasso all’anno o Milano, Firenze, Roma, Torino…  Ci sono sette od otto squadre che hanno un abisso di incassi in più rispetto all’Ascoli, all’Empoli eccetera; per cui le squadre che comporrebbero i play-off sono già determinate da questo dislivello iniziale; dal denaro».

 

Le provinciali si misurano con le grandi

 

Antonio ribatte che, squadre in alto e squadre in basso, così ci sarebbe un appiattimento dell’interesse. Ma per Castagner negli ultimi anni le squadre provinciali si erano un po’ avvicinate alle grandi. Adesso una squadra che va a giocare a Milano o a Torino non ci va più con l’idea d’aver perso in partenza. Si sente forte abbastanza da potersi misurare. Fanno anche il risultato, spesso; cosa che una volta non succedeva mai. Il Perugia e il Vicenza sono andati a vincere a Torino con la Juve, per cui si è capito che c’è la possibilità di fare risultato anche contro le grandi. Il divario si sta ricreando proprio per la differenza di forza economica, che gli incassi, lo sponsor, la Tv creano.

 

Obiettiamo che proprio questo fatto può aver causato il mutamento sostanziale del pubblico, ormai abituato a usare anche l’occhio per vedere e chiedere cose completamente diverse, o più appaganti.

Castagner: «Il pubblico, al settanta per cento, viene condizionato dalla stampa, dalle dichiarazioni dei principali attori, presidenti, dirigenti, giocatori, allenatori. Il pubblico giudica già condizionato. Perché si deve vincere sempre, perché sembra che bisogna vincere per diritto divino. Mentre invece è difficile, perché bisogna vincere sul campo e si vince con il sacrificio, con l’allenamento, con la fortuna, con le reali possibilità». Io gli ricordo che studiosi che sono anche tifosi si sono già interrogati su cosa è realmente oggi una partita di calcio. Anni fa un loro discorso, se ricordo bene, partiva dalla visione di un campo vuoto visto da una gradinata vuota: le linee, i segni bianchi sul campo, tali da indurre a una sorta di simbologia medievale. Che lo spettatore, quando arriva siede e comincia a guardarsi intorno, riesce a interpretare magari in forma astrusa e personale. Lo stadio, cioè, propone una situazione molto provocante e dinamica anche quando è senza giuoco. Poi entrano i calciatori, con le loro maglie, i loro gesti e, prima della partita, con saltelli, brevi balletti, flessioni. Si ha la suggestione di un balletto, dove la presenza in sottofondo della morte è compensata da una ferocia che si sta liberando. Questo giuoco, insomma, è sempre una rappresentazione.

Castagner: «Che propone però immagini sempre diverse. Non c’è mai niente di scontato, mai niente di sicuro fino alla fine».

Antonio: Solo avanzano e retrocedono.

Castagner: «Sì, ma se seguiamo la linea tracciata dal pallone, ci accorgiamo che essa compone figure e segmenti sempre diversi».

Antonio: Però l’occhio percepisce il punto di partenza e il punto d’arrivo.

In questo momento a me sembra, dico, che tutto sia in piena ebollizione proprio perché molte cose ancora ci sfuggono, nonostante l’apparente sottigliezza di tante letture della situazione. Tanti elementi che entrano nella nostra vita li controlliamo ancora in modo incerto o approssimato. Così siamo obbligati troppo spesso a utilizzare o sopportare le chiavi di lettura e di giudizio proposte da altri, non sempre disinteressati. Per rifarci a un tema di fondo già sfiorato, anche la violenza non è affrontata come una componente reale della nostra società; è solo un bubbone, un dente cariato da estirpare.

 

Allo stadio tutti i posti numerati, anche nelle curve

 

La risposta di Castagner è che ci sono molte società e molti dirigenti che conoscono bene i violenti, però li adoperano a proprio vantaggio; per calmare gli altri o per fare dimostrazioni contro questo o quel personaggio. Quando la violenza degenera è segno che la cosa gli è scappata di mano. Questi personaggi hanno interesse a non identificare i capi. Gli raccontava un suo collaboratore a Video Uno, che uno dei capi dei tifosi della Roma era il suo scopino del palazzo, nella vita un uomo umile, di quelli considerati poco o niente. La domenica questo si piazzava davanti a tremila persone e diventava di una forza spaventosa. Era il capo che tirava tutti gli altri.

Per Antonio, una via per placare la violenza potrebbe essere quella di far stare tutti seduti, larghi e comodi.

«Dal Cin, a Milano – dice Castagner – è stato uno dei dirigenti che aveva proposto di numerare tutti i posti anche in curva. Sarebbe un rimedio, perché invece di andare due ore prima per prendere il posto basterebbero dieci minuti d’anticipo; sapendo che ho sicuro il mio posto a sedere. Ho visto lo stadio dei Cosmos, ottantamila poltroncine, un gioiello, grandi spazi, a cominciare dagli spogliatoi. Ogni giocatore ha a disposizione lo spazio che c’è per una squadra intera a Genova. Nello stadio del New Jersey, tra due anelli di gradinata c’è tanto spazio che sembra un’autostrada».

Ma, sempre secondo Antonio, anche la scarsità tecnica di gioco potrebbe essere causa di violenza. Gli zero a zero, la noia della melina, la lentezza ripetitiva degli schemi. Perché così gli spettatori hanno più tempo di distrarsi e identificare gli avversari, il nemico; per preparare trappole, imboscate.

È il gioco stesso, secondo Castagner, che porta le partite a essere più o meno spettacolari, pur avendo gli stessi attori. Ci sono dei momenti particolari, delle necessità. Liedholm che fa marcare a uomo Platini è una cosa strana; perché lui in genere gioca a zona, cerca di imporre il proprio gioco e ha sempre seguito la logica. Ma il Liedholm contestato, che vede traballare la sua poltrona perché ha perso uno a zero con l’Ascoli e poi a Verona e la classifica non c’era, cerca di fare l’unica cosa che lo salva, il risultato. E siccome nel mondo calcistico italiano c’è un processo al giorno…  A Milano lui, Castagner, ha passato venti giorni che non augurerebbe al suo peggior nemico, nonostante che dopo otto partite avesse dodici punti, più di quanti non ne abbia avuti l’Inter quest’anno. Era contestatissimo, lo avevano massacrato e la mattina quando apriva il giornale pregava il cielo che si fossero scordati il suo nome. Perché lo avevano esasperato. E, così, lo stesso discorso per Liedholm. Quando un allenatore si trova in questa situazione solo il risultato lo può salvare; allora cerca tutto quello che ritiene giusto per farlo.

Gli ricordiamo d’avere da poco letto una sua intervista sul Guerin Sportivo, nella quale sosteneva che è ora di smitizzare il ruolo dell’allenatore; che l’allenatore conta fino a un certo punto; che i giocatori possono farlo grande o piccino; e che i giocatori «ci marciano».

 

Conta sempre e soltanto il risultato della domenica

 

Sì, sono i grandi giocatori che fanno grande l’allenatore – risponde –. Perché il compito dell’allenatore è quello di fare in modo che i giocatori a sua disposizione diano il meglio di loro stessi. Il Real Madrid ha tre giocatori fortissimi in area di rigore e rischia per poterli mettere in condizione di risolvere le partite. È la legge delle probabilità: io attacco e faccio quattro goal. Certo, limito la forza della mia difesa, però visto che gli attaccanti dell’altra squadra hanno meno tecnica della mia e fanno solo due goal, vincerò sempre quattro a due. Quindi, se prendo Butragueño e Sanchez e li costringo a rincorrere gli avversari e a buttare via le energie a difendere, l’allenatore da questo non trae vantaggio.

«Il potere dei giocatori, insomma, è enormemente più forte di quello degli allenatori. Noi, come associazione allenatori, non valiamo niente. Non possiamo fare niente, anche se vorremmo fare. Certo, abbiamo la pensione, che una volta non c’era. Adesso, siamo tutelati. Gli allenatori guadagnano parecchio, però non tutti; anche qui c’è una grossa scala di differenze. Ma come associazione, ripeto, non abbiamo potere; perché, se fanno sciopero gli allenatori, le squadre giocano lo stesso. Mentre se scioperano i giocatori, si bloccano sessanta miliardi di interessi alla settimana del Totocalcio; e allora si muovono le autorità, si muovono i ministri, si muovono tutti».

Chiedo: cercando un modo più diretto e più aggiornato di valutazione e trattamento dei problemi, questa situazione abbastanza mortificante non si potrebbe almeno modificare?

Risponde: «Quando ci muoviamo come associazione allenatori, lo facciamo a braccetto con i giocatori. Non si può più fare come una volta, come facevano i cosiddetti sergenti di ferro, i quali dicevano: tu fai questo, perché te lo dico io; vai laggiù e corri dieci volte; va su per la collina e poi torna qua. Adesso chiamo i giocatori e dico: oggi facciamo un lavoro di condizione, facciamo questo o quest’altro, perché dobbiamo allenare il cuore. Insomma, devo spiegare il motivo dell’allenamento. C’è quindi un dialogo, tra giocatore e allenatore. Tante volte, però, il risultato della domenica se viene a mancare può far dire che l’allenatore manca di polso. Dato che, ripeto, ciò che rende buono il lavoro dell’allenatore è sempre e solo il risultato della domenica. Se vince, tutto va bene; se la domenica gli altri fanno un tiro e segnano di autorete, mentre io prendo cinque pali, sono gli altri che hanno lavorato bene, non io. Il nostro minimo comune denominatore è il risultato. Se c’è quello siamo a posto».

Rientrano adesso la moglie di Castagner, che viene da scuola dove insegna, e i tre figli, dopo le lezioni. A tavola c’è l’onda di un clima sereno, molto gradevole. Antonio chiede a Castagner del dopo partita, degli allenamenti nel corso della settimana. Ecco, quante volte?

«Tutti i giorni. Ci sono dei momenti della preparazione che si fanno due allenamenti al giorno. Alcuni addirittura ne fanno tre; i russi, per esempio. Se noi in Italia facessimo fare un lavoro così ai nostri giocatori, dopo venti giorni avremmo perso il posto; perché è una questione di mentalità, di educazione. Questo non vuol dire che i russi, che fanno tre allenamenti al giorno, siano più bravi di noi; e che quella sia in tutto la regola giusta. La regola giusta, sempre sempre, è fare il risultato».

 

Studieremo modi nuovi per bloccare l’avversario

 

E si andrà avanti così, senza molto cambiare?

«Credo che pian piano cambierà sempre qualcosa, in ogni modo; perché si cerca sempre qualcosa che possa creare difficoltà all’avversario. Le regole quali sono? Quando ero giocatore, c’era più pressappochismo e forse tutto era più bello, più istintivo. Adesso invece si cerca di studiare ogni cosa. D’altra parte noi sappiamo ormai tutto attraverso le immagini televisive. Tante volte, al martedì, spiegavo ai giocatori la partita della domenica e mi facevo aiutare dalle immagini, montando i quaranta minuti più importanti. Cose buone o meno buone le mettevo in evidenza per correggere gli errori per la partita seguente. Credo che sarà sempre così; staremo a studiare qualcosa che possa portarci a creare dei problemi agli altri.

Se cambieranno le regole del calcio? Si parla non di abolire lo zero a zero, ma di invogliare a vincere. Propongono di mettere tre punti per la vittoria, come in Inghilterra. Poi leggevo l’altro giorno che, mi pare in Polonia, davano tre punti per la vittoria con più di tre goal di scarto; e davano meno uno a chi li subiva. Il pareggio zero a zero senza punti è stata un’esperienza già fatta. Quando allenavo la primavera dell’Atalanta, ho fatto un campionato con questa regola. Credo che possa essere un fatto positivo dare tre punti per la vittoria in trasferta, per abituare a rischiare di più fuori casa.

In Austria, per lo spettacolo, alla fine delle partite con risultato di parità – ne ho vista una a Graz – uno sponsor metteva un premio per chi vinceva ai calci di rigore. In quel caso era di un milione. Così, alla fine hanno battuto dodici calci di rigore e la gente si è divertita. Per la classifica non contava».

 

A quattordici anni già padroni della tecnica

 

Come mai – gli chiede Antonioqueste cose non prendono piede da noi?

Castagner: «Chi cerca di fare spettacolo, qui in Italia, è solo Berlusconi; che crea il Mundialito e si muove per portare avanti qualcosa».

Antonio: Ma a livello di Lega?

Castagner: «Lì sono piuttosto conservatori».

Antonio: E il terzo straniero?

«La gente – risponde Castagner – è chiaro che paga più volentieri il biglietto per andare a vedere Platini o Maradona. A mio parere sarebbe più logico cercare di non permettere che si acquistino solo attaccanti o solo uomini-guida; e se facessero in modo che ogni squadra potesse prendere tre stranieri, ma uno per reparto. Aveva ragione Bearzot, che intervistai per Radio Capodistria, quando mi ha detto: noi non abbiamo tiratori, perché tutti gli uomini-guida e tiratori delle squadre sono stranieri, e la nazionale, alla fine, ne risente.

«Anche perché, se andiamo a vedere, il 30% dei goal nascono su azioni susseguenti a palla ferma. Tra l’altro, io sono stato uno dei primi a curare questa possibilità della “palla inattiva”: calci di punizione, falli laterali. A organizzarli. Tant’è vero che a Coverciano mi hanno già chiamato tre volte.

«Qui a Perugia, un anno, vincemmo otto partite in casa e sette furono vinte in seguito a calci di punizioni. Ci sono dei punti strategici dentro l’area di rigore, e degli uomini che vengono messi per impedire o evitare il pericolo. Nel basket è più facile organizzare tutto, perché si tiene la palla in mano; si può allora aspettare e organizzarsi ragionando meglio».

Antonio: Con l’allenamento si arriva ad avere un controllo perfetto della palla o ci vuole una dote innata?

«Ci vuole anche un dote innata. Certi movimenti che fa Maradona li sa fare solo lui. Però la tecnica di base si può migliorare. Ci sono giovani di quattordici o quindici anni che palleggiano meglio di quelli di ventisette o ventotto. Ed è a quell’età che si prende questa tecnica».

E questi grandi giocatori, che hanno questa tecnica, che cosa sono dentro alla squadra? Come si collocano? Che rapporti hanno?

«Per Maradona non so dire. Parrebbe che sia un leader, un trascinatore. Rummenigge non è un leader, non è un trascinatore; forse perché lui, essendo straniero, ha avuto la difficoltà iniziale della lingua; anche se ha imparato presto, con grande volontà. Mentre questo non era successo con Blisset, quando io ero al Milan. Aveva preso quasi in odio la lingua italiana, perché tutte le volte che lo vedevano gli chiedevano: “Allora, cosa hai imparato, oggi? hai studiato?”. Poi quando ha capito che non si sarebbe mai inserito in quell’ambiente, a Milanello se ne stava seduto sulla poltrona, a guardar fuori dalla finestra, come un uccellino in gabbia. Contava i giorni, come i carcerati. Non vedeva l’ora che passassero quei quattro o cinque mesi che mancavano alla fine per tornare in Inghilterra».

 

Un gelato, un fiume, un prato

 

Antonio chiede: Lei ha ricevuto il Seminatore per la B e per la A; per gli allenatori è come il Nobel; però ci ha anche detto che i momenti passati all’Inter non li augurerebbe al suo peggior nemico.

«Fino ad allora mi ero divertito a fare questo lavoro. Invece lì sentivo come un carro armato sopra di me, perché capivo che ogni partita era da vincere».

In questo caso c’è la solitudine assoluta.

«Avevo qualche amico, ma l’unico punto di riferimento era la famiglia e basta».

Nessuno, all’interno dell’organizzazione sportiva?

«Ho sentito la mancanza – dice Castagner – di una persona di fiducia, sulla quale scaricare questi problemi, perché per noi è importante avere, che so, un direttore sportivo o anche lo stesso presidente, il medico, qualcuno con cui liberarsi di questo peso che si ha dentro».

E con i giornalisti?

«Ho sempre cercato di trattare i giornalisti sapendo bene che devono fare il loro lavoro; però non ho mai perdonato il fatto di operare una critica premeditata. Loro mi hanno sempre trattato così».

Lei ha detto che le piacerebbe, piuttosto che la grande città, ritornare ad allenare il Perugia, per esempio.

«Va bene anche una grande città, però una società che mi desse la possibilità di poter lavorare in tempi lunghi. Vorrei che la società e la gente lasciassero la squadra lavorare tranquilla».

Antonio gli chiede quasi a bruciapelo: Con che squadra le piacerebbe vincere lo scudetto? Con quale sarebbe più bello?

«La squadra ideale, dove penso si avrebbero le soddisfazioni più grandi, sarebbe il Napoli. Perché vincerne uno là è come vincerne dieci con la Juve. Quelle sono soddisfazioni. Sono convinto che mi metterebbero il gesso addosso e mi metterebbero in piazza. Lì, così».

Dalla piazza napoletana passiamo all’ecologia. Castagner ricorda che con la squadra era in Svizzera, a Basilea, sul Reno. Un bambino di quattro anni stava mangiando un gelato. Camminava scalzo, con i genitori. Finito di mangiare, aveva la carta; si è guardato intorno per cercare il cestino dei rifiuti e, scalzo, ha fatto otto o dieci metri sulla ghiaia. Sembrava che camminasse sui chiodi. Piano piano è andato a buttare via questa carta. Gli è rimasto impresso. È una questione di educazione, per salvare la natura. Si comincia a quattro anni, con il gelato, per finire da grande con le grandi cose.

Dall’ecologia passiamo a un progetto politico. Da chi vorrebbe governata l’Italia nei prossimi anni?

Risponde che, essendo nato a Vittorio Veneto, i suoi nonni quasi quasi parlavano della «vittoria» di Caporetto. E precisa d’avere sempre avuto simpatia per l’Austria. Non per essere filo austriaco, come gli altoatesini; no, si sente italiano a tutti gli effetti; però, per questo modo di ben amministrare gli è sempre piaciuta l’amministrazione austriaca. Gli piace moltissimo Vienna. Il loro modo di vivere gli sembra il modo ideale.

Ma tutte le città che vanno verso il Duemila stanno perdendo le misure dell’uomo, commenta Antonio.

«Per me va benissimo la grande città per il lavoro, risponde Castagner. Milano, Torino, dal martedì alla domenica; ma non ci vivrei mai dove c’è tutto cemento. Mentre Roma è già diversa, c’è più verde. Io mi vedo in un ambiente dove possa scarpare».

Un’ultima domanda: e le centrali nucleari?

«Credo che ormai questa energia sia diventata una necessità. Quello che bisogna fare è non lasciare neanche una probabilità che succeda quello che è successo. Creare tutte le situazioni di sicurezza tali da impedire disastri. Sì, questa energia è ormai diventata una necessità ma poi basta che ne salti una in Francia… ».

Quando lasciamo Perugia è quasi sera. Riconsiderando nella quiete del treno gli appunti presi, mi accorgo che nel corso di queste ore si è più parlato del presente che del futuro. Ma in realtà, questo voler sbriciolare nei dettagli il presente – secondo i particolari punti di vista – non è il modo più corretto e più faticoso di agganciarsi col futuro? Non è così cauta anche la vera scienza? E non è giusto, e confortante, che così cauto e attento lo sia anche un allenatore di calcio?

 

 

 

Incontro al Duemila – Collana documenti, Edizioni l’Unità, 1986.

 

 

 

Venerdì, 28 Giugno 2013 11:01

Bravi ce ne sono tanti, unici pochissimi

«Nessun foglio scritto è da buttare perché può avere un retro bianco da riempire con qualcosa. Sono immerso nella carta stampata da quando sono nato. Amo i giornali: mi piace leggerli, dissentire, arrabbiarmi. È solo che i giornali italiani sono per lo più scritti male. Il giornalista che scrive bene invece mi commuove, mi fa andare in brodo di giuggiole. Lo vado a cercare, lo inseguo».

Roberto Roversi

 

 

Ci vorrebbe un poeta, per esprimere in poche righe l’enormità culturale e artistica che ha creato Roberto Roversi. Un poeta, per raccontare un poeta come Roversi: quasi coetaneo di Pier Paolo Pasolini, con cui nel 1955 fondò a Bologna la rivista letteraria autoprodotta Officina (la redazione era in via Rizzoli 4). Dopo essere stato partigiano, si laureò in filosofia e pubblicò quattro raccolte di poesie (la prima, in piena Seconda Guerra Mondiale nel 1942, pubblicata dal libraio antiquario bolognese Landi). Del 1959 è il primo romanzo, Caccia all’uomo, edito da Mondadori, a cui ne seguiranno altri con Rizzoli, Editori Riuniti. Scrittore instancabile, ha collaborato a tante riviste nella sua lunghissima carriera, tra le quali: Corriere Padano, Rendiconti (da lui fondato), Quaderni Piacentini, l’Espresso, L’Informatore Europeo (con una rubrica di poesia in cui lancia giovani nuovi poeti). Iscritto nell’elenco speciale dell’albo dei giornalisti, ha realizzato importanti collaborazioni anche con i quotidiani l’Unità, il Manifesto, Lotta Continua, del quale assumerà una direzione “morale” negli anni ’70. Ha scritto pagine fondamentali per il teatro e lo spettacolo italiano, soprattutto dopo la decisione, intorno alla metà degli anni ’60, di non pubblicare più con grandi editori ma solo con piccolissimi, o con autoproduzioni, perché l’arte sfuggisse al consumismo industriale. Questo non gli ha impedito di collaborare con giovani attori, e di lavorare come paroliere per il cantautore Lucio Dalla, nella prima metà degli anni ’70, per poi tornare con lui in teatro con lo spettacolo Enzo Re alla fine degli anni ’90. Sono seguite altre incursioni nella musica leggera, come paroliere per gli Stadio e Paola Turci. Per quasi tutta la vita è stato libraio alla Palmaverde, che ha gestito per più di mezzo secolo con la moglie, in varie sedi di Bologna. In questo posto si sono formati editori come il nipote Antonio Bagnoli di Pendragon, comici come Alessandro Bergonzoni e scrittori come Stefano Benni, che a Roversi dedicò due poesie in Prima o poi l’amore arriva del 1981. «Anche nell’attualità, aveva lo sguardo alto del poeta, vedeva lontano, non soltanto il fatto di quel giorno» ricorda Benni. «Mi ha influenzato in tante cose, anche nella semplice arte del vivere. È unico. Di bravi ce ne sono tanti, ma di unici pochissimi».

 

 

 

Giornalisti, anno XXVIII, n. 85, marzo 2013.

 

 

 

Triste il paese che non ha nemici dove tutti vivono felici a mangiar cioccolata.

Vecchiaia è l’assenza di nemici nemici che ammiro non amici di latta. Il mio nemico ha le ciglia d’oro. L’amico è grigio coperto di polvere fina.

Il nemico lo vedo lo ascolto sorvola foreste e l’acqua dei fiumi. L’amico rimira le mani allo specchio di prima mattina.

Il nemico affila la spada l’amico affila la lingua.

Il nemico si precipita a valle gridando oggi ti sposo.

L’amico tace perché non è più primavera. L’amico è colui che taglia di notte tutte le canne. Oh la fortuna d’avere nemici la noia la noia d’avere carissimi amici pessimi amici.

I nemici seduti intorno a un cratere aspettano il tuono il fischio dei lupi il miglior temporale poi bussano ai vetri quando il cielo e il giorno si uccidono sollevano massi invitano a nozze i gentili serpenti lasciano orme davanti alla casa.

Gli amici con le orecchie di rame davanti al computer nella città fra le ombre siedono difesi dai dirupi del tempo.

Il nemico apre la porta entra ti uccide è l’alba gli amici scoperchiano le tombe. Il nemico nella sua armatura suona partendo una allegra canzone anche nel sonno.

È lì su questo alto cavallo balzano.

Il nemico è il nemico ma l’amico dov’è?

 

 

 

 

1. Le vetturette Diatto Bugatti Maserati

Fiat 804 Alfa Romeo P2

Delage Miller Mercedes.

CAMPARI. MATERASSI. BRILLI-PERI.

ASCARI. ARCANGELI. BORDINO.

BACONIN BORZACCHINI.

2. Strepitose le imprese di Bordino nel Ventidue

ma Bordino è morto in prova nel Venticinque.

Brilli-Peri vince il Gran Premio d’Italia

nel Venticinque ma

Brilli-Peri muore in prova nell’anno Trenta.

Campari che vince rombando a Monza

nell’anno Trentuno

muore in gara nell’anno Trentatré.

Grosso a nero cantava l’Aida con voce profonda.

Anche lui dipinto il suo corpo di rosso

ha rotte le corde trascinato da un vento garbino.

3. Senza destino, come il lattante

che dorme, respirano i re.

Baconin Borzacchini eterno secondo

e anarchico è

morto a Monza durante la prova. Varzi

freddo compasso di Euclide si uccide provando,

leggero leggero senza dolore

come vicino al mare morivano un tempo

i figli di Zeus.

4. Oggi viviamo in un momento straordinario.

Difficile. Difficilissimo.

Parliamo parliam parlia parli parl

marusmamme tribab gora birava

lazaratel bolfor

dossa ghiceva. Ehi!

Tutti saltano come birilli impazziti.

5. Allora solo Nuvolari diventato vecchio

aspettava.

Con il motore spento.

6. Oggi è probabile che vincerà Villeneuve.

 

 

 

l’Unità, domenica 9 settembre 1979.

 

 

 

Mercoledì, 26 Giugno 2013 17:15

Un poeta: Roberto Roversi

L’ho conosciuto poco più di un anno fa. M’era stato dato un indirizzo dal vecchio preside del mio liceo e si trattava di un inesistente numero di via Caduti di Cefalonia. Attorno alla sua dimora un silenzio equivoco come se si trattasse di un esiliato pericoloso. Un uomo da non conoscere o da dimenticare. Eppure quel vecchio antagonista degli anni di liceo mi aveva parlato di Lui con rispetto e ammirazione, un giorno caldo d’estate nella sua casa foggiana. Annaspava e chiedeva il contributo della mia vista per rintracciare tra mucchi di libri «Il sogno di Costantino».

Quando finalmente trovai il piccolo volume edito da Einaudi ne lessi alcuni versi. Notai, mentre leggevo, che sollevava i suoi occhi spenti dietro la coltre degli occhiali spessi ed abbozzava un sorriso di godimento sul volto ieratico. Quando ebbi finito, scuotendo il capo sussurrò a labbra quasi serrate: un classico moderno. E con una certa aggressività: – non è vero, poeta? – Io ero confuso nel confessare di non conoscerlo e sapevo che per lui questa mia ignoranza era eresia. Mi parlava ora di lui, come al liceo mi parlava del suo grande Pascoli. Lo aveva conosciuto negli anni sessanta sul Gargano ed aveva ricevuto in seguito un grazioso dono di vini emiliani. Di lui apprezzava oltretutto la coerenza ideologica, la libertà di pensiero ed il rigore morale. Mi disse di rintracciarlo e di portare i suoi saluti.

 

Cercai Roberto Roversi.

 

Non mi mortificava la condizione di chi vive da 15 anni in un città e ignora che tra le sue mura vive uno dei maggiori poeti. M’offendeva l’ignoranza di molti bolognesi. Molti ne ignoravano l’esistenza ed altri ancora lo confondevano con qualche altro Roversi.

 

Lo trovai nella sua libreria antiquaria Palmaverde di via Castiglione. Fu un caso, un tentativo riuscito, una domanda rivolta alla persona giusta. L’accoglienza formale fu cordiale. Chissà perché ne associai l’immagine a quella di Lelio Basso. Quasi la stessa figura, la statura morale, l’impegno politico e quella punta di barba bianca. Un’impressione che non sono mai riuscito a togliermi di dosso. I miei versi lo convinsero. Ero ansioso di sapere, di conoscere quale fosse il poeta che lui vedeva in me. E quando mi disse Pasolini, pensai che avevo fatto centro. Sì perché Pasolini era stato uno dei suoi migliori amici.

 

Dopo questo primo incontro mi diedi a cercare tutto quanto era stato scritto su di lui, ma il risultato che ne ricavavo era inautentico, stereotipo o artificioso come sono tutte le immagini dei letterati tracciate da altri letterati, critici e no. Quei pochi scritti pubblicati e che ero riuscito a trovare mi davano di lui un’immagine diversa, che dovevo verificare giorno dopo giorno durante i nostri brevi incontri. Mi convinsi di trovarmi di fronte ad un uomo raro pervenuto troppo presto o troppo tardi in questa società. Un Don Chisciotte consapevole che i giganti sono solo mulini a vento e non corre più armato nella pianura. Nel suo rifugio, protetto da un muro invalicabile di libri conduce la sua guerra silenziosa alla mortificante cultura ufficiale, al giochi di potere, agli ottoni sfiatati dei letterati di mestiere, alle vergogne dei premi letterari con i loro rituali e le loro farse, alla decadenza politica.

 

Un poeta. Un intellettuale di stile educato e non conformista. O meglio un saggio che sotto la pressione della sua forza ribelle, esce dal silenzio del suo bunker cartaceo con scritti che onorano l’intelligenza – conforme a quel ritratto di personaggio antico che mi dipinse il vecchio preside del liceo.

 

Ora mi pare che tutti conoscano Roberto Roversi, tutti in Italia e fuori. A Bologna, la sua città, molti ne ignoravano ancora l’esistenza.

 

 

 

Al Biassanôt, anno 2, n. 1, 20 gennaio-20 febbraio 1978.

 

 

 

Mercoledì, 26 Giugno 2013 16:02

Ulisse, Enea e il Mediterraneo

Il Mediterraneo è la vasca di nuvole e nembi in cui Giove bagnava le mani oggi è il bicchiere d’acqua di fosso in cui nuotano rane e formiche i delfini muoiono nel grigiore di marmo dell’onda i tonni offesi si perdono senza ritorno.

Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.

Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.

Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.

Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.

Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.

La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?

 

 

 

 

Mercoledì, 26 Giugno 2013 14:50

Introduzione

Marisa Zoni è ape che vola e si ristora dentro alla ricerca del sole (“il sogno si allarga come un affresco / e io mi metto a camminarci dentro”); ma è anche vespa paziente che, sia pure indorata, punge, trafigge prima di tornare al suo volo (“Violentano in / quattro una ragazza / il suo corpo si / schiaccia con l’anima / che schizza in scaglie / come un cervello / sotto un sasso…”). Ha la tenerezza, scrivendo, di chi ama il mondo tutto intero e si contenta con umiltà di guardarlo aspettando le viole – per poi goderlo anche solo per il profumo. Ha la perseveranza di aspettare le stagioni senza modificare nell’attesa la speranza; però unisce nelle occasioni dovute la rabbia, con una certa durezza implacabile e costante. Questo segno rosso poco si vede alla luce ma è ben mescolato al suo sangue di buona scrittura, perché appartiene a chi ripugna dai guasti dolorosi drammatici del nostro destino quotidiano – che acquista sempre più violenza e in ogni occasione si dispone a instaurare, fra rose e viole del giusto poetare, un combattimento di sentimenti senza esclusione di colpi, e a dare conto o resoconto di questo spettacolo al fondo atroce; e di perseguirlo, dichiararlo, anche soltanto irriderlo per cercare di cancellarlo. Questo suo pungolo acuto è come avvolto, ripeto, anzi è racchiuso dentro alla lucida leggerezza di versi spesso brevi, di ritmica rapidità. Quasi un suono scandito di campana, sulla pianura, che avverta di un incendio. Appunti precisi, in successione, di ogni male vile o feroce che può offendere il buon diritto alla vita. La sua poesia è dunque un confronto senza sosta fra il desiderio di mantenere preservare difendere la bellezza residua di un ordine naturale che è anche desiderio di giustizia dentro le cose e, dall’altra parte, con il male imperversante che non intende acquietarsi. Così disponendosi nella lettura si può intendere, a mio parere, la disposizione dei testi di Marisa Zoni come confluenti in un unico corso di fiume, dove le parole una per una possono diventare acute forme di ghiaccio – e ferire, come si deve.

 

 

 

 

Mercoledì, 26 Giugno 2013 12:21

Il variopinto mondo delle merci

a Daria di Magistero

 

1. C’era un mondo di lunghi respiri

ma individuali

oggi bisogna acquisire gli elementi

                                          [obiettivi

di molte diversità. È il momento

di cambiare il comportamento e di

                                      [cominciare

a giudicare.

2. L’arte non è uno specchio che

                               [riflette una lotta

l’arte è sempre una vera arma

                                              [di lotta

3. La tortura (diversa dalle sevizie)

è la violenza su qualcuno fatta

                                         [per ordine

superiore. Non è uno strumento

                                           [sadico; è

strumento di governo.

Il medico viene utilizzato dalle

                                [forze repressive

per ottenere determinati fini

che altrimenti non sarebbero

                                           [possibili.

Per la tortura si presume la

                                       [conoscenza

di farmaci o limiti biologici

che solo i medici possono conoscere.

4. Anche l’amore è dentro alla

                                           [violenza.

Quando una donna piange

non piange solo per dolore

piange anche per rabbia.

Perché sa che cosa l’aspetta.

Non piange mai per amore.

5. Ogni atto di violenza

è solo un gesto di clemenza

verso le istituzioni

e mette lo studente e l’operaio

                                      [in ginocchio.

Mentre il potere trionfa e sfila

                                       [in cocchio.

6. Certo che le relazioni

fra uomo e donna

e capitale e lavoro

sono molto difficili

nei giorni che corrono.

7. Millecento persone muoiono ogni

                                               [giorno

di fame. Noi europei copriamo

il mondo di rifiuti

e sopra ci volano i gabbiani

sempre più bianchi sempre più

                                     [lenti sempre

più grassi sempre più voraci.

Gridano con la voce dei cani.

8. Quello che non è utile sparisce.

L’hanno preso una mattina

senza sapere perché.

Eppure andava via leggero

il suo passo non dava suono

era solo un pensiero.

9. Ma il figlio deve osservare il

                                               [padre

prima di dimenticarlo.

Non dimentico che mille schiene

                       [hanno sopportato un

tremendo dolore o mille uomini

              [sono adesso gocce di neve

sull’erba perché questa libertà

                     [incerta e amara ancora

salti come una mela acerba e dia

                                  [voce alla notte.

10. Ma il meglio deve ancora venire.

 

 

 

il manifesto, venerdì 23 settembre 1977.

 

 

 

Martedì, 25 Giugno 2013 18:15

Se fosse tutto qua

Se fosse tutto qua, come si potrebbe stabilire ad apertura di libro cogliendo la trama primaria (una paternità rifiutata e una dolente sottomissione femminile che si fa tragica; cioè l’ovvia storia di un aborto programmato, con inevitabili vicende) sarebbe questa una cronaca (nera) soltanto, o poco più; una sventagliata di pratiche ossessioni, economiche e grevi dopo tutto, alle quali il protagonista oppone un tetro egoismo, un egoismo tiepido amaro, una propensione violenta e ripetuta a tale egoismo intestardito, certe sue ingenuità scandalose; in un paesaggio di città italiana dei nostri giorni, così vago o piuttosto generico (di proposito) da diventare angoscioso. Ma il fatto è che il libro alterando o distorcendo, con una fatica voluta dall’autore, i nessi privati o primari della vicenda: rapporto dell’uomo marito con la donna moglie, lo standard dei vizi parziali, delle piccole avidità, delle significanti miserie della società condominiale (e circostante); il prevalere di alcune figure (tipiche) che si ingrossano fin quasi a scoppiare (deprimenti, aggressive, solide vilmente) e poi si sfilacciano e diluiscono – il libro, dicevo, si svolge in una prospettiva di tensione a definire (non a descrivere) non solo una miseria sostanziale e alienante che condiziona la vita o le vite di tal genere (e che, pur diversa, potrebbe comunque confondersi o coinvolgersi con il comodo protipo neorealistico o populistico fegatoso della nostra novellistica più recente) ma la miseria reale, la miseria delle cose anche ma soprattutto degli atti, la miseria generalizzata (all’interno di una situazione in atto) che è così scarsa di addentellati decorativi; e che l’autore registra con una disperazione secca e con una deformazione spasmodica nell’uso delle sacche sentimentali. Questo gelo per la norma, questo stacco netto e preciso da qualsiasi insinuazione tradizionale nel modo di articolare i rapporti e di intenderli e volerli – in una parola, nel modo di seguire e patire la vita – sono i dati più precisi di questo libro, che è nuovo.