Caro Pasolini. Rievocazione di Roberto Roversi

Il solo modo di ricordare Pasolini è di continuare a leggerlo e di continuare a discuterlo. Perciò a me piace, dato che questa sede mi sembra giusta, riproporre, unendoli, due brevi scritti. Uno scritto poco dopo la morte e in cui si fa cenno ad alcuni dati di Pasolini “giovane”, l’altro scritto due giorni prima della morte di Pasolini, in cui cercavo di cogliere – in un modo acre e isolato – la novità che dico dura e nuova dell’ultimo momento di questo uomo “straordinario”, comunque sia poi, per ciascuno, il giudizio conclusivo.

Da un versante all’altro di questa biografia così tragicamente compiuta, i due scritti colgono almeno il segno brutale e autentico che ha investito la corsa vitale dello scrittore, il passaggio, cioè, dalla felicità tenerissima, struggente, della giovinezza, alla disperazione soffocante e angustiata degli ultimi anni, da bestia ingabbiata, e da cui, secondo la mia lettura, stava scrollandosi negli ultimi momenti spinto da quella aggressione della fantasia culturale che gli permetteva, a volte, di essere (come dirò) più avanti.

 

 

Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i “tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi”. Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.

Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: “Fontàne d’àghe dal mè pais” (Fontana d’acqua del mio paese).

Nella ristampa del 1954 in “La meglio gioventù” anche questo verso è cambiato così: “Fontana di aga dal me paìs”.

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato “Officina”: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.

Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua “in costume”, molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo allucinante.

E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.

Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.

Il nome già proposto è “Eredi”. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

(Il secondo scritto verrà pubblicato sul prossimo numero)

 

 

 

Macchie, supplemento al “Quotidiano dei lavoratori”, marzo 1981.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Macchie, supplemento al “Quotidiano dei lavoratori”
  • Anno di pubblicazione: marzo 1981
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