Io e Roversi alla Palmaverde tra libri suicidi e topi letterati

COME avevo detto un mese fa, i miei ricordi di Roberto non stanno in un solo articolo. Vorrei scrivere ancora di lui. Perché questa città (forse l’Italia intera) ha per gli intellettuali un rimpianto dal fiato corto, chiuse le celebrazioni si cerca di dimenticare, musealizzare e cancellare i contrasti, specialmente se il poeta in questione è uno spirito libero e non un possibile candidato elettorale. Cominciamo dal punto dolente: perché la Palmaverde, una libreria conosciuta in tutto il mondo da lettori e bibliofili, ha chiuso dopo sessant’anni di vita gloriosa? Qualcuno ha detto: per volere stesso di Roversi. Non è vero. Roberto non ha mai chiesto a capo chino un intervento. Ma erano le cosiddette autorità a dover sentire l’esigenza culturale e morale di salvare una delle bellezze di Bologna: un prezioso monumento all’intelligenza. Ci sarebbe voluto poco, era una piccola libreria, non una pretenziosa Aula Magna, non era difficile trovarle uno spazio. Ma la Palmaverde ha chiuso, anche se la sua anima di carta e inchiostro si è incarnata in un gruppo, in uno spirito, in pubblicazioni, in un fondo librario. Ma i politici, con poche eccezioni, hanno deciso di farne a meno. Perché? Un motivo lo trovo in una vecchia conversazione con Roversi, quando discutevamo sul come incoraggiare chi ha fame di cultura a Bologna. Bisogna fare il possibile da soli, disse lui, non per superbia o ritenendosi depositari di qualcosa. Perché la nomenclatura sventola sempre la bandiera della cultura, ma non scende in campo al suo fianco, si lamenta perché non ce ne è in giro abbastanza, ma non la produce e non la coltiva, anzi spesso la teme. Perché? «Perché – disse Roberto con uno dei suoi sorrisi un po’dolci e un po’severi – certi signori sanno, in cuor loro, che Bologna ha prodotto uomini di cultura molto migliori della sua classe politica. Li spaventiamo – concluse con una risata – siamo i fantasmi del castello». E allora non parlavamo solo di cantautori e scrittori, ma anche di grandi intellettuali come Roberto Dionigi, Silvana Martignoni, Enzo Melandri, Piero Camporesi e tanti altri. Certo Roversi ha meritato stima sincera da più di un politico. Ma questo non è bastato a salvare una delle iniziative culturali più originali e vivaci della nostra città: la libreria magica, la falegnameria dei poeti, il regno del topo letterato e del libro fantasma, la Palmaverde. E chi la frequentava sa che era davvero un posto incantato, apparentemente fuori dal tempo, in realtà ben dentro al nostro presente e alla battaglia civile.

Ecco alcuni segreti che ricordo.

 

IL TOPO LETTERATO

Una volta Roversi mi confidò una scoperta di cui andava fiero. Aveva la certezza che esistevano topi lettori molto più intelligenti degli umani. E me lo dimostrò. Mi fece vedere un libro di gran pregio del Carducci. Il topo aveva rosicchiato la parte bassa, le note e le chiose, e lasciato intatto il testo delle poesie. «È un topo critico nei confronti dei critici noiosi» disse Roberto. Poi mi fece vedere una serie di giganteschi volumi del Magistrato del Po. Migliaia di pagine, mappe e disegni. Il topo aveva mangiato una sola pagina, un bellissimo paesaggio. «Una sola pagina su diecimila disse Roberto: non è una scelta gastronomica, ma culturale». I topi erano per Roversi nemici-amici del libro. Sui tarli, come sa chi ha letto il suo bellissimo libro di commiato “Contro il tarlo inimico”, era più scettico. «Troppo avidi e frettolosi – diceva –. Potrebbero essere paragonati a lettori di best-selleracci. Ma io non tengo best-seller e quindi mi hanno sgranocchiato Majakovskij e Celan. Meritano l’impiccagione». Fu alla Palmaverde che mi venne l’idea del verme disicio, il verme che mescola le parole dei libri per creare confusione. Roversi fu entusiasta: «Da qualche parte esiste sicuramente – disse – dobbiamo cercarlo».

 

LA PALMAVERDE DEL TESORO

In un punto della Palmaverde, di fronte all’entrata c’era un muro che risuonava come fosse cavo. Un giorno, diceva Roversi, sfondiamo col piccone e sicuramente c’è nascosto un tesoro. E giocavamo a immaginare cosa poteva essere. Un bottino dei lanzichenecchi. Il tesoro segreto di Cagliostro con formule alchemiche, i lingotti d’oro del Reich. Oppure un libro rarissimo di Calabernardo o un inedito di Borges dove si parla dei tortellini. Ma il suo sogno preferito era: dietro al muro c’è un forziere di dobloni d’oro, come nei romanzi di avventura. Cosa avremmo fatto con quei soldi? Metà ce li teniamo, diceva Roversi, e con l’altra metà compriamo il Bologna. Era uno dei nostri argomenti preferiti. Roberto era tifoso di auto, di atletica, di calcio. E del Bologna. Che già allora deludeva un po’, anche se al confronto della dirigenza di oggi, Gazzoni sembra un gigante. Roberto mi parlava di Schiavio e Cappello, mi diceva che il calcio era cominciato come poesia, era diventato prosa, e stava diventando un bilancio aziendale. Era buon profeta. Mi raccontava delle partite di quando era giovane. Il calcio era bello, diceva, quando il pallone bagnato e ponderoso calava dal cielo come Giove, come una meteora, e sentivi il colpo di testa fin sulle montagne.

 

IL CLIENTE SOSPETTO

Roversi amava i suoi libri di un amore che a volte diventava gelosia. Mi accoglieva dicendo: oggi ho spedito un volume. Per metà sono contento. Per metà mi dispiace, ce l’avevo da tanto tempo. Tutti ricordano che ogni tanto, non per capriccio, ma per qualche istinto misterioso, rifiutava di vendere un libro. Una volta entrò un signore molto elegante e distinto. Si presentò come amico di una tale importante, a cui voleva regalare un libro importante, e a questa frase lo sguardo di Roversi diventò sospettoso. Il signore distinto si mise a guardare i libri, a sfogliarli con un certo malgarbo. Dopo un poco Roberto mi sussurrò: vedi, mi disse, sta scegliendo un libro per fare colpo. Ma non perché è un libro che conosce o ama. Ne cerca uno che impressioni, con una gran copertina e soprattutto costoso. Infatti il signore scelse un pregiatissimo volume sugli impressionisti. «Mi dispiace – disse Roversi con un sorriso impareggiabile ma l’ho appena venduto per telefono a un giapponese». L’uomo se ne andò tra il perplesso e l’offeso. Io chiesi a Roberto se era giusto non vendere un libro, il cui destino era, in fondo, di essere letto. Primo, disse Roversi, quel libro sarebbe stato messo in mostra su qualche scaffale, ma forse non sarebbe mai stato aperto. Due, non si vendono i libri a chi li sfoglia con tanta fretta e senza rispetto. Tre, lo venderò a qualcuno più simpatico. Quattro, il libro mi ha detto che non voleva andare via con quel tipaccio.

 

IL LIBRO SUICIDA

«Che tu ci creda o no – mi disse una volta Roberto – ho un libro che vuole suicidarsi. Sono già due mattine che lo trovo per terra. Non è in bilico, è in una buona posizione equilibrata, non ho urtato lo scaffale. Un topo non ha abbastanza forza da farlo cadere. Allora cosa succede durante la notte?». «Fantasmi? – dissi – oppure una maledizione?». «Giusto – disse Roversi – e allora scopriremo perché si lancia nel vuoto». Salì con la scala fino all’alto scaffale. Il libro suicida era una Divina Commedia illustrata dal Dorè. Ma proprio al suo fianco c’era un formidabile librone nero: una storia del Papato medioevale. E subito nelle prime pagine, c’erano alcuni ritratti di papi. Uno era Bonifacio VIII, il grande nemico dell’Alighieri. «Ecco spiegato tutto – disse Roversi – sposto il libro e non si butterà più». Che ci crediate o no, questo succedeva alla Palmaverde. Da allora quando entro in una piccola o grande libreria, anche la più fredda, sempre più simile a un supermercato, guardo i libri in un modo diverso. So che sono lì per essere venduti, che sono merce, che sono di tutti, ma anche che sono speciali, che hanno un segreto, che aspettano la persona giusta. E sarà sempre così anche se molti, chissà perché, sembrano godere all’idea che il libro muoia. Ma è da secoli che i libri attraversano le guerre, i roghi, le censure e i terremoti tecnologici. Quindi ho ancora fiducia. È una delle tante cose che mi ha insegnato Roberto Roversi. Alla prossima puntata.

 

 

 

la Repubblica, 24 novembre 2012.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Stefano Benni
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: la Repubblica
  • Anno di pubblicazione: 24 novembre 2012
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