Caro Pasolini

Il solo modo di ricordare Pasolini è di continuare a leggerlo e di continuare a discuterlo.

 

 

Non voglio ancora e di proposito ordinare criticamente idee o racconti su Pasolini (uomo di cultura provocante, in ogni senso), perché ho bisogno di più ordine dentro e perché mi propongo di lavorarci sopra con la pazienza necessaria oltre che con il giusto rigore; e nemmeno voglio in questa occasione improvvisare.

Qua mi piace – perché la scelta mi sembra giusta – riproporre unendoli due brevi scritti. Uno, pubblicato due giorni prima della morte di Pasolini e in cui cercavo di cogliere – contro corrente, in un modo acre e isolato – la novità che dico dura e nuova dell’ultimo momento di questo uomo «straordinario» – comunque sia poi, per ciascuno, il giudizio conclusivo. Il secondo, pubblicato poco dopo la morte e in cui si fa cenno ad alcuni dati di Pasolini «giovane» predisponendo delle note.

Da un versante all’altro di questa biografia così tragicamente compiuta, i due scritti colgono almeno il segno brutale e autentico che ha investito la corsa vitale dello scrittore; il passaggio dalla felicità tenerissima, struggente, della giovinezza alla disperazione soffocante e angustiata degli ultimi anni, da bestia ingabbiata; e da cui secondo la mia lettura stava scrollandosi negli ultimi momenti spinto da quella aggressione della fantasia culturale che gli permetteva, a volte, di essere (come dirò) più avanti.

 

I

 

Che cos’è che rende così stimolanti, così irritanti, spesso anche così deludenti ma comunque per lo più importanti (alcune volte molto importanti) e soprattutto diversi nella tensione che li muove, gli interventi di Pasolini pubblicati sul settimanale «Il Mondo» e sul quotidiano «Il Corriere della Sera»?

Rispondo: la qualità diversa, il genere, l’impasto della disperazione; che è unica, così in pubblico e non moralistica, nella sua funzione di stimolo e di frusta. Ma non una disperazione esistenziale (che coinvolge di solito l’individuo e lo trascina via come un relitto sfumato); invece la disperazione della ragione.

Questa disperazione non è per cose, fatti, persone, avvenimenti, strutture perdute (anche se può sembrare); non ci sento questo struggimento fisico e malanno di cuore. A mio giudizio la disperazione della ragione è per la difficoltà caparbia e la volontà tutta tesa di capire le «enormi» novità che sconquassavano la nostra società; novità che stanno per venire, che ormai ci pesano addosso.

La proiezione di Pasolini, il suo ingorgo tragico e immondo che comunque lo pone al centro dell’attuale dibattito «sulle» idee, è appunto questa travolgente disposizione «in avanti». È naturale: incespica, cade in continuazione ma sale; si irrita, contraddice, impreca, ma parla; mentre gli altri si muovono e ascoltano, o soltanto ripetono. La novità balbettante e turbata ma forsennata e dinamica di Pasolini si contrappone alla ripetitività senza rischio dei suoi aulici o troppo grezzi contradditori. Inoltre la sua fantasia ideologica, frenetica nella precipitazione di riuscire ad annunciare i fili dei nuovi ideogrammi, scarica in continuazione rifiuti, macerie, ma insieme offre lo stimolo unico di «rivisitazioni» culturali, approfondimenti, diversificazioni e identificazioni di novità. Spezza un sistema di segni che si riteneva codificato; ripropone – sia pure come un uomo straziato non dagli incubi ma dalla volontà di intendere – altre domande che non devono lasciarci più tranquilli a riposare.

Io ritengo un errore (e una occasione mancata) che la cultura italiana, quella che conta, non accetti la provocazione di Pasolini e resti invece legata al beneplacito di un dubbio ragionevole, al sorriso condiscendente o all’argomentazione professorale che è ormai scontata. Pasolini ha riproposto con una concitazione che è anche furore un dibattito sulle cose «a venire» e non un «lamento» sulle cose che si disfanno e scompaiono. Ritengo che non volesse trattenere nulla, anzi. Sbaglia secondo me chi si riferisce, anche con intelligenza, a un preraffaellitismo; sbaglia chi propone l’identificazione con un reazionario avvolto in una disperazione calcolata, o un conservatore che si bagna nel mare della memoria storica. Per capire l’ultimo Pasolini basterebbe rileggere quel libro grande e giusto che è «Le ceneri di Gramsci». Nessun neorealismo, nessun misticismo grondante sperma, nessun canovismo frigido; ma già allora, profondo, l’istinto di precedere – magari di un passo soltanto – la realtà che si forma: di essere un attimo avanti per giocarsi tutto (anche la vita) in quell’attimo in cui si intravvede il cuore delle nuove idee e in cui tutto può ancora accadere. Un istante frenetico, in cui il gelo si mescola al calore e in cui la disperazione vera è vita vera.

Nei suoi ultimi tempi Pasolini ha concorso, a suo modo, a ridefinire il fascismo come ideologia; a ridefinire la DC come nuovo fascismo di questa ideologia: è passato dall’ossessione di un consumismo da commiserare al discorso, tutto nuovo nella esemplificazione, del «nuovo modo di produzione». Certo: attraverso errori anche banali o errori irritanti o taluni sconsiderati fraintendimenti; ma con questa disposizione totale e questa integrità intellettuale di cui è giusto dargli atto.

Infatti su «Il Mondo» del 30 ottobre ’75 riprendeva con concitazione la richiesta, formulata sempre più ansiosamente nei mesi passati e nelle ultime settimane, di essere aiutato a capire; d’essere comunque discusso e contraddetto; ma di non essere lasciato solo, relegato al margine da una sentenza di indifferenza o di tolleranza snobistica, sempre con ironia, come si fa con uno dichiarato fuori misura.

Scriveva «Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti e ad approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio che è cattolico».

Poi la vita di Pasolini si è conclusa, con una esecuzione: e la fotografia di quel corpo massacrato e straziato, lì per terra, adesso gira il mondo. Un odio ideologico ha fatto tacere una bocca che parlava.

Nel suo ultimo anno Pasolini aveva riacquistato quella formidabile tenera aspra lucidità onnicomprensiva che gli era un tempo caratteristica: una tensione culturale così stimolante nella direzione dell’invenzione ideologica e dell’aggressione con strumenti diversi dalla realtà (da lui recuperata con ricognizioni sempre nuove, a cerchi sempre più concentrici e stretti, stimolanti soprattutto nel senso dei reperti e delle indicazioni) da appaiare – come ho detto – questo suo momento all’altro, ormai definito e sembrava ineguagliabile, che l’aveva condotto a comporre e concludere «Le Ceneri di Gramsci».

Così, a confermare un destino straordinario, i suoi ultimi pensieri, scavati nel vivo di questa realtà, si riannodano agli inizi di un lavoro culturale di straordinario vigore.

A pagina 157 del volume che raccoglie i suoi ultimi «Scritti Corsari» si legge, ripetuta con evidenza, una conclusione alla quale di continuo ogni intervento stimolava: «per inerzia, per pigrizia, per inconsapevolezza – per il fatale dovere di adempiersi coerentemente – molti intellettuali come me e Calvino rischiano di essere superati da una sorta di reale che li ingiallisce di colpo, trasformandoli nelle statue di cera di se stessi… il potere non è più difatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti a cui ci eravamo quasi affezionati e tanto abituati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo… Il nuovo potere… si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote sconsacrazioni, non gli serviva più». Questa citazione esemplifica la densità degli interventi di Pasolini corsivista, cioè di Pasolini «politico», confermando il suo trapasso di campo, il salto di qualità interpretativa da lui compiuto, e di cui era, con l’angoscia dell’isolamento, consapevole.

Il discorso sul potere diverso, che è il potere nuovo; il discorso non più sul ruolo «nuovo» ma sul «nessun» ruolo affidato all’intellettuale che si ponga fuori della politica e che, quindi, mantenga innaffiata la vecchia diaspora, che tanto serve e tanto rincuora, di politica e letteratura, di politica e cultura, ecc. – insomma tutto riducibile agli orizzonti stremati di una cultura in disuso; l’urgenza ribadita, come stimolo non rimandabile per dar respiro e vigore (nonché rigore) al dibattito, per renderlo più utile e più giusto nel senso della correzione di errori e distorsioni; e l’urgenza di chiamare in causa tutti gli altri, di invitarli a parlare, a discutere; per concludere: «quanto alla mia opinione non aspetto altro che mi si convinca che è sbagliata» (p. 142).

Ma al suo pensare «fondo», al suo procedere e cercare, al suo rivolgersi e chiamare nella direzione di problemi affrontati e discussi con una novità e aggressività argomentativa sconosciuta da noi, come si rispondeva?

Cosi, su «Paese Sera» di giovedì 23 ottobre: «con i suoi patetici rimpianti, i suoi crudeli paradossi, Pasolini finisce per fare soltanto della cattiva letteratura». Dunque non politica, ma letteratura; non sondaggi a viso aperto e a mano nuda nel reale ma ancora e sempre espressività, fantasia, umori, estri. Cioè un qualche puro divertimento, una qualche pura mistificazione. E proprio mentre fra le sollecitazioni stimolanti dell’ultimo Pasolini c’era quella di ricominciare a pensare (e a pensare sulla realtà, cioè politicamente) prima di scrivere.

Tutti dunque l’abbiamo lasciato morire solo, in un modo che è politico. E adesso lo rimpiangiamo in un modo che è letterario. O privato.

 

II

 

Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i «tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi». Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.

Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: «Fontàne d’àghe dal mè pais» (Fontana d’acqua del mio paese).

Nella ristampa del 1954 in «La meglio gioventù» anche questo verso è cambiato così: «Fontana di aga del me paìs».

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato «Officina»: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.

Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua «in costume», molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo lancinante.

E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.

Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.

Il nome già proposto è «Eredi». Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

 

 

Riforma dell’editoria. Rivista della Federazione unitaria lavoratori poligrafici e cartai, anno I, n. 1, febbraio 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Riforma dell’editoria. Rivista della Federazione unitaria lavoratori poligrafici e cartai
  • Anno di pubblicazione: febbraio 1976
Letto 3133 volte Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2013 13:38