L’occhio (magico) di Dante e la barba (bruciata) di Marx

Stando sulle pagine della Monarchia non c’è storia senza fede. Il Regnum non è attesa ma certezza di venuta, e non è la spada che lo determina ma la speranza (prima) poi la volontà. Il presente è voluto migliore del passato solo e perché il futuro sarà migliore d’entrambi. Quindi la certezza della volontà, che è soprattutto nell’ordine morale, contrassegna la nostra vita, la nostra partecipazione culturale e la nostra attività politica (nel politico, vale a dire nella domanda dei giorni). Ma la certezza della volontà non è altro che il contributo finale e sostanziale della fede. Dio e l’uomo si inseguono per unirsi e poi opporsi al principe, o all’imperatore. Cioè ai fiati neri del mondo. A meno che il principe, o l’imperatore, fattosi uomo veramente non soggiaccia all’impegno di riconoscersi del tutto al servizio di Dio. Advocatus et Defensor Ecclesiae. Certo: un servo d’oro. Le cose del mondo sono un oggetto languente ed esistono, o si propongono di esistere, per rimandarci (con la loro maschera inquieta e con le nostre speranze) lontano. Ad inseguire altre speranze (speranze, non sogni, non i sogni); speranze di cose; e a suscitare altre e utili passioni. Questa tensione della speranza è la vitalità della fede. E anche il sogno, quando c’è, quando sopravviene, è sogno di cose vere, di cose già avverate o di cose (e azioni) che dovranno utilmente accadere.

L’uomo che sogna è (quasi sempre) un pellegrino sorpreso dal sonno fra l’erba o lungo una proda. Pellegrino; quindi mentre cammina, in un atto di movimento da una città all’altra; da una speranza che sta per spegnersi verso un’altra speranza che chiama; da una città che piange perché deve morire a una città che esulta dentro le feste di primavera. Questa tensione piena di laceranti o sfolgoranti fantasmi; questa angustia drammaticamente reale e incidente, mossa dall’insoddisfazione delle cose possedute o appena lasciate e dal bisogno «profondo» di ricerca, sono alcuni dei fuochi straordinariamente moderni del medioevo; e ancora disponibili per noi; suscitatori di alte commozioni e relative riflessioni – ancora vitali (naturalmente, dopo avere precisato dentro a quali modificazioni).

Dante come uomo e la scrittura di Dante come segno che resiste al tempo senza corrosione possono, di volta in volta, se li caviamo dai contesti e dagli inquadramenti rigorosi entro i quali devono considerarli gli specialisti, servire dunque come speculum (uno specchio delle brame non risolte) riflessivo anche per noi, che ogni giorno ci scontriamo col basso calore dell’esistenza, col suo eterno (continuo) frignire e altalenare fra deliri lucidi, strepitose fantasie, angosce che spesso non si possono neanche dichiarare, piccole speranze, gioie rapidissime (o piuttosto sussulti di una felicità non meritata). Ed è con riferimento più esplicito allo scrittore della Monarchia che si possono desumere dati ed elementi integrativi più rigorosi per rapportarsi al problema della politica; cogliendo proprio il momento in cui Dante si dichiara, in modo più scoperto e diretto, legato e coinvolto alle cose del mondo. Così che la sua descrizione delle cose pensate diventa una grande illustrazione allestita nel sovrumano (e postumo) silenzio della storia. Qualcosa di epico e di terrificante che da i brividi, nonostante il procedere cauto, anche un poco astratto, proprio di chi pensa quasi respirando le parole dentro all’aria del tempo: Nunc autem videndum est quid sit finis totius humane civilitatis (Libro I, cap. III).

Dunque. Il principe (o l’imperatore); anzi, l’imperatore (o il principe) è lì e invade; o si appresta a farlo. Invade qualcosa. Sempre. Una terra completa da mare a mare, una montagna, una città che ribolle, una nazione prepotente e orgogliosa (o soltanto ricca). Circondato dagli eserciti egli è grandioso, terribile. Per destino ormai segnato e convalidato egli dovrebbe portare, nella speranza di tanti, sempre e solo pace e giustizia. E invece, per la delusione di tanti, dietro le sue insegne in movimento ridono bevono imprecano teschi di uomini destinati al massacro, mentre cominciano ad alzarsi i fuochi degli incendi. Insieme ai quali si diffondono le tavole lungimiranti di nuovi e buon governi – che però fra le righe o sotto le righe nascondono soltanto frenetiche e rinnovate avidità, appollaiate come ombre dietro lo splendore della forma. E nei momenti cruciali accade che anche l’occhio dell’imperatore esprima soltanto una lucida e inesorabile atrocità. Ma sia i teschi degli uomini destinati al massacro in battaglia, sia il grande imperatore oltremontano che le bandiere al vento coprono (o difendono) da un sole forsennato, sia i cittadini asserragliati nelle città assediate, sono esseri animati da un triplice «fiato» di vita (il vegetativo, l’animale, il razionale), quindi di necessità debbono percorrere una triplice via. La via dell’utile (per l’anima vegetativa), la via del piacere (per l’anima animale), la via dell’onestà (per l’anima razionale). Ed è quest’ultima via privilegiata, coinvolgente la morale, piena di fulgori e dolori e autentiche fatiche, che associa tutti gli uomini alla natura angelica; e li fa in qualche modo degni dello sguardo non distratto di Dio. Così anche nella Monarchici è subito resa esplicita la professione ansiosamente perseguita di volere e dovere appartenere al regno dello spirito – dove miseria del mondo e splendore della speranza si uniscono per inverarsi nell’unica e infinita verità divina. Ma uno spirito tuttavia che non chiude gli occhi sul mondo, se sostiene con chiarezza et humanum genus potissime liberum optime se habet («il genere umano si trova nella condizione migliore solo quando è libero completamente»).

La Monarchia dunque è. Stabilire gradi e qualità, misura e durata, potenza e imponenza – o altre simili connotazioni interne ad essa, che ne formano lo specifico – è compito serio e grave di chi si interroga per ansia inesorabile o per scrupolo morale sul mondo e sugli uomini; cioè al filosofo (oggi diremmo, in un senso allargato e appena più tollerante, all’uomo di cultura); ma la sua presenza determinante, l’ordine del suo essere, la sua necessità non sono contestate. D’altra parte ogni uomo vive per arricchire di poco o di molto il suo tempo e il mondo (per il futuro) col contributo delle sue azioni. Il suo operare, dunque, è prevalentemente di ordine morale. Perciò anche la penna (l’atto della scrittura che comunica) non può essere un’arma ma un ricettacolo da cui distillare parole sublimi che feriscono come spade angelicale. L’edificazione è impegno (compito) più glorioso urgente difficile, perciò necessario, della convinzione. Il martirio perciò è più straziante ma anche più edificante, nella sua esemplarità consumata in solitudine, di una morte nel giusto impegno della lotta sul campo; cioè nel momento in cui il nemico infierisce. La realtà è inferiore alla sua immaginazione o alla fantasia del suo divenire. L’ordine politico è una necessità che consegue alla fragilità dell’uomo, il quale ha bisogno (così ci dicono da sempre) di «ordinarsi» (collegarsi) per non perdersi. La società è una aggregazione di individui che si sono cercati, per salvarsi non da una solitudine – che sarebbe soltanto privata – ma dallo smarrimento della ragione. la comunità – l’ordine sociale – si assume quindi la debolezza dell’individuo, lo fortifica e lo riscatta dalla morte. Non lo punisce ma lo giustifica. Contemporaneamente lo investe dell’obbligo di cavare da sé tutto ciò che è possibile perché sia dato agli altri, nel senso di un beneficio dovuto ma non obbligato, di un servizio compiuto per il mezzo di opere fatte scritte dette; o anche solo pensate. L’uomo in ogni occasione deve agire per gli altri come impegno di vita dettato da Dio.

La Monarchia, se è benedetta da Dio, quindi se non è messa contro Dio; se è con la Chiesa quindi se non è contro la Chiesa; si identifica come il ricettacolo grande, il vaso elettivo entro cui versare sia il fervore iniziale sia l’insistenza nel cammino, sia il risultato finale di questa azione continuata, di questa volontà di agire a servizio degli altri.

Ciò determina un moto che unisce il simgolo alla collettività e una alternanza continua fra i frutti da dare e quelli che possiamo attenderci di ricevere. In quanto il progresso spirituale e la ricerca di sé è alla base della vita dell’uomo, in ogni momento, per raggiungere Dio – faro di luce tenuto acceso dalla fede ma anche dalla speranza della fede. Dio è l’occhio che vede e aspetta. L’occhio competente e sorridente. Spesso anche l’occhio ammonitore, perché balugina saette. È il sole che irradia; un cupo aquilone; il moderatare invisibile del mondo; suscitatore di fremiti, brividi, speranze.

So bene che spremo il limone per un uso del tutto privato; ma dentro a queste pagine ci sguazzo come un pesce rosso nell’acqua; con un divertimento che forse è anche nevrotico, io credo, quasi mi si scaricassero in corpo tante piccole accensioni. L’opera mi ha sempre impressionato come se fosse una donna bellissima, già invecchiata, raggelata dentro a una maschera tirata, quasi mortuaria (a parte gli occhi); ma che per certi guizzi repentini, per un sorriso strisciato e improvviso quindi imprevedibile, per un lampeggiare di denti o per una tenerezza del ricordo pescata come una perla dal fondo del cuore e allungata sul palmo di una mano; per questi laceranti impulsi di vitalità riuscisse a turbare – nonostante tutto – i sensi e il sentimento del lettore. Per me era stato Edwards Amstrong a farmi notare, molti anni fa, che sono avvicinabili Monarchia e Il Principe; anzi, che è naturale avvicinarle; rappresentando i due grandi ideali politici prodotti dall’Italia a partire dalla caduta degli Hohenstaufen fino alla dominazione spagnola; benché l’Italia non sia mai stata capace, se si lascia da parte Venezia, di rendere concreto un assetto politico duraturo. Il quale ahimè dovrebbe essersi invece consolidato, a parziale contraddizione del già detto (lo scritto di Amstrong è di circa un secolo fa) con l’unità di Roma capitale. Ma intanto, e per un piccolo e pronto riferimento, la nostra Repubblica ha la stessa carica ideale della monarchia dantesca? Può, oggi, essere (tanto per dire) tale e quale una ipotesi che realizza l’individuo, trasferendolo dai gorghi striminziti e infernali di giorni che non hanno riposo? Essere quindi una ipotesi totalizzante di vita? Una carica di folgori spirituali che rimandano nei grandi momenti a un qualche dio che riassume ogni cosa e la coordina, lusingandoci anche dopo la morte? o anche solo per il corso della nostra vita? No, oggi tutto è cambiato e naturalmente tutto è diverso (ma tutto è, anche, manchevole). Nei nostri tempi, intanto, ogni identità è scomparsa. Né sussiste la speranza di mettersi in moto per rintracciarla, in quanto sembra scontato che ogni ricerca è stata ormai esperita e consumata; ogni conclusione tentata. Gli addetti ai lavori ci ammoniscono che le grandi utopie giacciono afflosciate nei prati come mongolfiere incendiate; sicché la nostra mente sembra vuota della speranza di potere ottenere un assetto politico finalmente diverso migliore e duraturo (un utile tendone che ci potrebbe sul serio riparare quando in Italia nevica). È indiscutibile che al tempo di Dante nevicava; e che nevica tutt’ora ma con una continuità che fa della notte giorno. Eppure quello di sperare (di volere o essere costretti a farlo) sempre in qualcuno piuttosto che in se stessi (con durezza ma anche con chiarezza autopunitiva) è stato il cappio della nostra storia attraverso i secoli. Ancora adesso stentiamo a contare solo in noi stessi, con l’insistenza e la determinazione che l’impegno comporta; mentre troppo spesso abbiamo gli occhi rivolti alle spalle degli altri. Che spiamo con occhi inquieti e da cui speriamo la fine dei nostri mali e generali salvezze. Inoltre c’è anche un vuoto di protagonisti, di personaggi che partecipino dal di dentro al dramma politico che ci angustia – e che lo documentino interrogandosi e aiutandoci a pensare. Noi viviamo dentro a una violenza senza ordine, a una violenza disordinata, fra torbidi orrori; e i personaggi al vertice delle fiaame – quelli che detengono il potere di aprire e chiudere le porte, ogni sorta di pertugi e d’entrata – sono “morbidi, selvatichi e ’ngrati siccome gente venuta in piccol tempo in grande stato”, secondo la discrezione che il Compagni fa dei Cerchi. E poi abbiamo imparato inoltre, tanto da non sgomentarci né offenderci più, che tra fratelli l’odio è più duro, più lungo, più difficile. E se poteva essere vero che Arrigo, a cui Dante fa riferimento come portatore di pace e giustizia (a sollievo del mondo incatenato dal male), era diverso da tutti gli altri petenti del suo tempo – in tanto la sua vita non era in sonare, né in uccellare, né in sollazzi, ma in continui consigli, e a pacificare i discordanti e assettare i vicari per le terre – oggi tali luci da orbare e da disarmare o rimirare, con tanta tenerezza di segni lungimiranti e giusti, si sono spente. Eclissate. Io, per me, la prendo per una fortuna; per una grande fortuna; tuttavia perigliosa; in quanto ci ha anche, e di molto, disorientati. Per la prima volta, da mille anni, non ci è un imperatore pronto a un fischio al di là delle Alpi; né un libro che ci caschi sul tavolo, a un nostro cenno, smuovendosi dallo scaffale (un libro di sacri testi, mi intendo, sempre da citare).

Ma dopo avere appuntato per nostro comodo i limiti della attuale miseria e della grande ma non ancora goduta fortuna (quella cioè di non avere parenti da accompagnare, di volta in volta, al cimitero), conseguono ancora alcuni dubbi, alcuni scrupoli, alcune domande impellenti; tali e quali le seguenti: è vero fino in fondo che il palmo della nostra mano non stringe più neanche una mollica? o non c’è in giro ancora qualche frustolo ideologico che può continuare sia pure traballando a sorreggerci, come una trave in mare? una piccola verità vagante? una esiguissima fede da farci contrire? e infine, è proprio vero che la folta barba di Marx, di color bianco rossiccio, è per intero bruciata? o non abbiamo usato la scopa, per tutti i meandri di casa, con troppa precipitazione? Sì, certo, il mondo sembra fissato in una gelida rapacità che ferisce; i pensieri appena più prolungati sbattono contro le montagne come coltelli. Eppure il mondo, simile a un antico muro di fortezza, è incrinato ma non ancora spaccato; tantomeno è diroccato. Allora, intanto, rivediamolo per un momento questo Marx che non prometteva avventure in terra né si proponeva come l’archetipo della sapienza e della forza insieme. Che non era Arrigo né Bonifacio, ma neanche rivisitava il mondo sotto la vela aristotelica per salvarlo; piuttosto navigava in tempesta con una barca neanche calafatata e ogni tanto poteva dire: chi si dispone a pensare per necessità o per volontà il mondo diverso, idest esercitando il proposito di cambiarlo, può salire in coperta. Non si promette di arrivare in porto ma, come si vede, lo tentiamo nonostante la maretta. Questo Marx induceva dunque (e piuttosto) a pensieri molto inquieti, strisciati nel fango delle campagne e delle periferie, poco splendidi anzi molto faticosi. E forse questa mancanza di immediato splendore nelle cose proposte – dove la fantasia poco ci entrava – l’ha fregato, per il momento; insieme al suo dover puntare su una milizia formata da uomini – in apparenza – senza qualità. Essi infatti per lo più puzzavano. Mentre l’uomo di Dante anche quando deambula per foreste e sentieri, incalzato da un suo segno dentro al quale danza la verità, sembra sempre azzurro e benedetto, vestito con abiti curiali, tuniche bianchissime tolte al bucato del sole; insomma, egli è salvato anche dalle apparenze. Marx invece, fino quasi a ieri, ha proposto una fiducia senza domande (era dapprima una fiducia, non una fede). Questo è il nodo. Un pellegrinaggio senza soste per dormire – con mancanza di relativo segno di cose sperate. Gli occhi dovevano stare, di continuo, aperti. Trattavasi di realtà non di utopia; si voleva non si aspettava. L’ampiezza, la tensione complessiva del progetto tendeva a smorzarsi, e infine si è impattata, contro il grigiore dei giorni; la ripetitività dei giorni e anche delle conseguenti delusioni. Non ha potuto avere (o essere) epopea. Ma solo sangue e nebbia. Non tendeva alla libertà ma alla salveaza dalla realtà; così dentro alla realtà che non si è salvato. Come un uccello di palude, che non ascolta il richiamo del vento, ha inumidito le penne dentro la pozzanghera dei giorni.

È solo una mediocre e scialba metafora? Forse. Ma in ogni caso, nel grande e tragico giuoco di questo destino cercato, sono stati coinvolti uomini duri e determinati – sia in quegli anni lontani sia da noi, fino ad ieri. Uomini come Dante o come Victor Serge. Fare le cose. Applicarsi ad esse con un furore quieto che è spinto solo dalla morale. Entrare direttamente dentro al moto del mondo. Certo, Dante che in seguito scese fino all’inferno, in un viaggio tremendo e straordinario compiuto contro la morte, si iscrisse all’Arte dei medici e speziali (l’unica a lui consentita) dopo l’accordo del Popolo Grasso con i Grandi, spinto in modo determinante alla politica attiva dal desiderio, direi dal bisogno di soddisfare forti ambizioni; e la politica è stato sempre il mezzo per primeggiare. Ma l’agire politico chiede (almeno ai migliori) l’applicazione di alcuni principi fermi al servizio di scelte di vita e di cultura; così Dante, essendo Priore (per i due mesi dovuti e nel giugno del 1300), con durissima intransigenza patì il dramma di mandare in esilio Guido (Cavalcanti), con altri. Un esilio che significava quasi la morte fra le febbri malariche della maremma di Sarzana. E fu davvero la morte. (Commenta un biografo moderno: complessità della vita e crudeltà della politica). Un uomo contro un uomo, per ribadire proporre difendere una scelta di giustizia che sembra tale a chi la detiene, e al di sopra delle parti. Guido ebbe il condono il 15 agosto ma tornerà a Firenze per morire (per trovare pace=quiescere) il giorno 29. Questa durezza di rapporti, questa intransigenza, è ben moderna, spietata e ancora in atto; e dà i brividi. Quale giustizia? quella dell’imperatore contro il papa? quale diritto? quello del papa contro l’imperatore? Per quale lucida violenza delle idee? Un amico contro un amico, fino alla morte. La tenerezza, direi la spirituale tenerezza da agnello di Guido in questo momento della vita intenerisce anche i sassi. L’arroganza inflessibile del vincitore, al contrario, indurisce i contrasti e propone contraddizioni ben nette. E io credo che la terribile (sembrerebbe definitiva, in quel momento) arroganza di Dante sia moderna, assolutamente. Anche perché la pagherà poco dopo con un conteggio totale: l’esilio, la condanna a morte non solo a lui ma agli eredi, un girovagare fra castelli, borghi, città, selve che durerà tutta la vita. Queste feroci contrapposizioni non sono state protagoniste anche all’interno della sinistra «reale», quella cioè che pagava i propositi e i progetti con la vita? Basterebbe, appunto, rileggere le memorie di Serge per una conferma. Ecco quindi con Dante, e come fosse un nostro contemporaneo, un esempio meditato e da meditare di un intellettuale in rapporto con le istituzioni. Disponendosi a lavorare sul reale, il quadro possibile è questo: diaspore atroci, intransigenza morale che ferisce gli altri e non può alla fine salvare nemmeno l’autore. Eppure tutto ciò che è fatto, in quel momento sembra bene; e sembra che non potesse essere diverso.

Mi permetto questi modesti raffronti, certo approssimativi ma non credo scriteriati, appoggiandomi per un esempio anche alla lucida intelligenza del Gregorovius, un autore che leggo e rileggo, il quale sostiene che “Roma è l’unico luogo dove i fantasmi del passato non svaniscono mai”. Per riportarmi ancora una volta alle nostre faccende. Roma, cioè l’Italia; ancora paese e non ancora Stato – come ai tempi di Dante. Con Bocca e Ronchey che scrivono per i contemporanei il loro pataffio o il loro tesoro; e con il quadro del movimento del mondo disposto secondo gli eventi, in una omogeneità che non finisce di sorprendere. Forse è per questo che personalmente credo siano ancora in atto alcune verità, le quali possono consolare dentro alla fatica dei giorni; e per le quali non mi sembra sia ancora venuto il tempo di buttare la spugna. Dante ha penato a lungo prima di risalire il paradiso; avendo dovuto discendere in un profondo inferno con viaggio interminabile. Perciò, a chi dice (o ci ripete monotonamente) che è arrivato il tempo di badare solo a se stessi e che tutte le barbe sono state bruciate – e si deve ormai lacrimare o esultare sul privato soltanto – sento che e si può rispondere: aspettiamo un momento; poi chi vivrà vedrà.

E in questa conclusione, per respirare alto, leggiamo la lettera all’amico fiorentino: “se per nessuna di tali vie s’entra a Firenze, io in Firenze non entrerò ma più”. Dante peregrinava da lustri e lustri come un cervo a volte, a volte come un cinghiale. Ma era, ci raccontano, un animo alto e disdegnoso molto. Proprio come un Serge del secolo ventesimo. E rigore morale e disdegno si dovrebbero ricominciare ad assumere, come uno zaino per il nuovo cammino. Perché gli uomini non siano crudeli piuttosto che giusti ma giusti nella vera giustizia; che non è quella parcellizzata e tralignata che ci vediamo intorno, lusingata insanguinata frastornata – tutto, tranne che silenziosa. Volendo sul serio il mondo non migliore ma diverso, da tutte le parti ormai abbiamo spinta ed esempio per volerci addentrare in un mare senza sangue. Senza la viltà di farsi gloria della VERITÀ.

 

 

 

Il piccolo Hans, n. 45, gennaio-marzo 1985.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Il piccolo Hans
  • Editore: Dedalo
  • Anno di pubblicazione: n. 45, gennaio-marzo 1985
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