Le duemila parole

Vi decido a scrivere un’annotazione semplice semplice; però il lettore, anche amico può benissimo saltare il presente articoletto che è poco importante; anzi, pregherei che lo facesse, questo salto; lasciandomi solo dentro ai miei piccoli umori. Almeno una volta credo che a chiunque sia permesso parlare di una faccenda privata; d’altra parte riconosco che il discorso viene svolto in pubblico, in un angoletto di questo giornale caro carissimo, quindi è giusto dichiarare, in aggiunta, che l’atto è compiuto per una necessaria anzi inevitabile pubblica mortificazione. Così dopo non ci penso più. Mi scuso inoltre con chi potrà giustamente ribattere che in tempi difficili non ci dovrebbe essere spazio per le beghe private di un vecchio matto.

Ecco come stanno le cose (d’altra parte delucidate da me medesimo ogniqualvolta si è dato il caso di ricordarle): i miei libri a stampa, tutti sono andati di filato al macero, trascinati via come le carcasse delle auto nei grandi parcheggi degli sfascia carrozze di periferia; e nel macero andavano a impiombarsi dopo che ne erano stati ceduti sempre e soltanto non più di un centinaio, compresi nel numero anche quelli per il babbo, la mamma, il fratello, le sorelle Franca e Rita, mia moglie, mio figlio. Non più di cento, mondo cane. Pochini insomma, anche nel peggiore dei casi; tanto da convincermi che un po’ di gente intorno non sapevo ramazzarla e che il pubblico non c’era perché non sapevo e non trovavo il modo di interessarlo, quindi non si concludeva nulla. Ne deducevo che il mio messaggio (come si dice) fatto di parole scritte non arrivava alla gente per la ragione che io ero involuto, noioso e ciuccio. Stop. Naturalmente, abbastanza autoironico e credo abbastanza vitale dentro alla vita che fugge, mica ci morivo dietro a questa conclusione. Mi rassegnavo a scarabocchiare i miei quaderni in santa pace quando è uscito un libro dalle cui pagine ho creduto possibile si potesse capire qualcosa di più critico e specifico sul mio ansimare in salita e sul conseguente scivolare sui sassi; mentre gli altri diobono li vedo sforbiciare via senza sudore in fronte, lindi e pinti che fanno invidia.

Il libro, nuovo ma non recentissimo, è quello di De Mauro, pubblicato dagli Editori riuniti nella collana “Libri di base” con il titolo Guida all’uso delle parole e con un sottotitolo molto ghiotto: Come parlare e scrivere semplice e preciso. Uno stile italiano per capire e farsi capire. Era ciò che mi serviva e l’ho letto subito; soprattutto ho spulciato e controllato il vocabolario fondamentale di 2000 parole compilato sulla schedatura del Centro universitario di calcolo elettronico dell’università di Pisa. Sono, queste, le parole che risultano più usate e frequentate nello scrivere e nel parlare; quindi nel testo di De Mauro, insieme ad altre 3690 parole meno frequenti e riportate in corsivo, sono stampate in un neretto che incanta. Beccaci, sembrano voler dire; serviti pure e scrivi come dio comanda, se hai voglia di aumentare la pattuglia itinerante dei tuoi quattro lettori. Per cominciare a imparare, tenendo questo libro aperto sul tavolo, ho preso la copia dei miei I diecimila cavalli – un romanzaccio faticoso e stralunato che mi è caro – l’ho aperto a caso, ho messo un dito su alcune righe e ho cominciato a compitare; leggevo e controllavo parola per parola. Nel confronto, mi aspettavo di trovare che la mia pagina fosse fuori uso per oscurità peso o doppiezza, così che in seguito mi sarebbe bastato badare alle tabelle per registrarmi e per sperare una sorte migliore. Se niente coincideva fra le parole che usavo e quelle segnate in neretto nel libro, i conti tornavano; bastava cambiare cavallo. Invece l’esempio mi ha buttato a terra e mi ha cavato il fiato. Testo del sottoscritto: Marcho Marcho e Fraulissa si rimettono in marcia per la strada, una delle tante (il mondo è grande) che salgono scendono con giravolte verso il paesotto lassù (siamo nel paese del limoni) che è in sfacelo, tutto segnato sulla pelle dalle rughe del tempo. Sulla base del vocabolario fondamentale riportato da De Mauro avrei dovuto scrivere: Marcho Marcho e Fraulissa si rimettono in moto per la strada, una delle tante (il mondo è grande) che salgono scendono verso il paese lassù (siamo nel paese dei limoni) che è mezzo crollato, tutto ferito sulla pelle dalle rughe del tempo. (Le parole evidenziate in queste ultime righe rientrano fra le 3690 segnate da De inauro).

La differenza è poca, è appena un soffio; non cambia niente. Credevo di essere astruso e invece sono chiaro chiaro come un pulcino. Concludo che il difetto è nel manico. Nel manico. Se potevo sperare di migliorare un poco e progredire solo cambiando registro (nonostante l’età), partendo dal controllo attento di questo aureo libretto, adesso mi tolgo le residue illusioni e mi decido a spezzare la biro sul ginocchio. Ritornerò dentro a più modesti mestieri (sentieri). “Nessuna perdita per la letteratura” sento già qualcuno che mi alita sul collo. Pazienza. Ma dovevo dire la cosa e l’ho detta. Grazie.

 

 

 

il manifesto, 31 ottobre 1980.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 31 ottobre 1980
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