Il cane davanti al fuoco

Leggendo i fondi di prima pagina di questo nostro giornale nei tempi recenti ho l’impressione non tanto implicita ma molto esplicita che gli dei sono stanchi (ed è forse umano che lo siano), ma soprattutto che a questa stanchezza, che può sembrare anche una usura profonda, consegua una sorta di faticoso aspro scetticismo circa la situazione in generale e circa le “sorti progressive” non solo del giornale ma della nostra vita.

Dentro a certi interventi ci sento un livore introiettato che si va disponendo in autoironia, la quale poi altro non è se non il modo – forse il solo modo, per l’occasione – di impacchettare la stanchezza della fantasia politica, delle relative necessarie invenzioni; insomma, della speranza di fare e di riuscire a fare le cose, quelle che si possono fare, quelle che si debbono fare; speranza che dovrebbe essere il lievito, credo che siamo d’accordo, anche nei momenti politicamente tremendi.

Certamente più pieno di interventi, di annotazioni, di articoli specie a firma di nuovi collaboratori giovani, il giornale da mesi – a me che lo leggo – sembra che abbia disperso un bel po’ della sua caratteristica tensione, della sua provocazione minuta tanto stimolante; in quanto adesso le constatazioni tendono a sovrapporsi alle argomentazioni e il malanno di ogni singolo giorno è privilegiato come linea conduttrice nella previsione argomentata del futuro. Che così appare sempre più inquieto, sempre più acerbo e grigio. E sempre più lontano. Noto insomma non tanto irrequietezza, quanto un poco di confusa incertezza.

Pintor, in un suo intervento che rientra nel segno del negativo a cui mi sono riferito più sopra, il giorno 8 aprile scriveva che i traguardi recenti propostisi dal giornale suscitano in giro più solidarietà che partecipazione (in parole povere: più pacche sulle spalle che quattrini); e ricorda che il giornale non vende non solo a tutta la sinistra ma neanche alla sinistra vicina e amica, e che non riesce a superare il tetto patologico nella sua esiguità delle 18000 copie; le quali, come sappiamo, consentono poco o nulla e non rassicurano. Allora? tacere? cambiare registro? ristrutturarsi ancora e ancora? Insomma che fare?

Per continuare almeno a dire o a proporsi la verità in merito al problema, come suggerisce Pintor chiudendo il suo articolo, converrebbe fare un discorso più dettagliato, più realistico, meno inquinato da una insoddisfazione, da una incertezza lacrimosa. Perché il grido periodico, “oh dio affogo tiratemi una corda” noi l’abbiamo nell’orecchio si può dire da sempre e quasi per una scarica della coscienza tendiamo ormai, tutti ormai tendono quasi inconsciamente a rimuoverlo come il grido fra fasullo e scherzoso di “al lupo a1 lupo”. Siamo cioè da una parte sdegnati e dall’altra parte un poco affaticati. Infatti troppo spesso ci viene segnalato che se Il manifesto o Lotta Continua o Il Quotidiano dei Lavoratori sono messi a tacere o devono trasferire la periodicità, la colpa prevalente è di coloro – singoli o partiti – che allungano la resa dei conti della legge sulla stampa, sulla editoria. Insomma, ci hanno insegnato o insinuato che la colpa è sempre degli altri; mai è colpa nostra e solo nostra.

Mentre io credo, al contrario, che se per una volta almeno rivolgessimo gli occhi nelle nostre tasche, rimireremmo proprio un bello spettacolino. Che ci farebbe accorgere intanto che ci sono perfino dei collaboratori de Il manifesto che non comperano Il manifesto. Ma se, lasciando da parte questo dettaglio comunque abbastanza traumatizzante, allarghiamo lo sguardo al panorama generale, un’altra conclusione sarebbe la seguente: non solo l’arco istituzionale della sinistra storica (per lo più) non legge la stampa di sinistra, ma non la legge neanche il gruppo più ristretto e più attivo della nuova sinistra. Dunque i nostri giornali non possono neppure contare sui lettori sicuri, vale a dire su quelli che dovrebbero avere gli stessi fini del giornale. Solo diciottomila acquirenti giornalieri de Il manifesto sono una vergogna non per il giornale ma per la sinistra tutta intera italiana. E questo, senza peli in bocca, dovrebbe essere un primo punto fisso su cui fermarsi. Il quotidiano della città da cui scrivo è Il Resto del Carlino (è detto tutto); bene, i militanti di sinistra comperano e leggono per lo più come abitudine quotidiana questa gazzetta, mentre non leggono, o non comperano, altro.

Per restare sul concreto concluderei dicendo che se non vogliamo trovarci sempre nella peste, ad ogni scadenza, è tempo di rivedere le toppe delle nostre braghe e non stare tanto a sfrugugliare arrotando i denti contro le istituzioni ufficiali. Le quali, come è naturale, smuovono soltanto il loro gioco.

Per me, in questo momento soprattutto, il problema di fondo per un quotidiano di sinistra non è il contributo statale ma è il suo lettore. Il quale lettore manca, latita come si dice; non c’è proprio, nella misura che è necessaria al giornale e nella misura che sarebbe pure necessaria allo stesso lettore. Questo bel tipo di lettore auspicabile ma non in atto è un bischero che ogni mattina s’alza imprecando contro il mondo che è cane e contro tutti i relativi dettagli, poi esce sbattendo la porta e all’edicola si impunta e compera o il quotidiano locale o il foglio sofisticato e rosato. Vedere per credere come se lo legge attento, con gli occhi infossati! È su questo bastardo che, a mio parere, bisognerebbe mettere e mantenere gli occhi addosso e cominciare a lavorare. Cosa vuole? È lì, lo conosciamo, ma cosa vuole, cosa chiede, cosa cerca? E cosa possiamo fare per insinuargli addosso nuovi dubbi precoci e nuove curiosità che lo invitino a partecipare?

Domande gravi e semplici come il mondo; che riconducono al nocciolo del problema; e a cui non si può rispondere solo smuovendo la fantasia per necessità. E il problema generale, molto complesso e urgente, si riferisce e deve riferirsi alla nuova organizzazione della comunicazione. Dopotutto stiamo facendo giornali troppo vecchi; alle volte, anche terribilmente vecchi. Perciò credo, non da oggi, che sia inevitabile interrogarsi in fretta (e poi provvedere in merito) sullo stato della comunicazione nelle nostre file; dato che il tempo delle carrozze verbali o scritte è finito. E qui, o ci si impegna con le nuove tecniche e i nuovi linguaggi, sopportando responsabilmente uno sforzo tremendo, oppure è meglio chiudere bottega piuttosto che continuare a vivere come mendicanti trasandati.

Nel frattempo, ricominciamo per favore a leggere in prima pagina “fondi” meno sul drammatico e più, invece, su una rinnovata o ritrovata linea di battaglia; vale a dire sulla voglia di vivere, di durare, di cercare, di discutere, di progredire (magari anche solo un poco, un poco). Affidandosi, per questo, alle ultime cose superstiti. Perché il mondo, da qualche parte, bisogna pure pigliarlo – in attesa di tempi migliori. Ma tali tempi spettano solo a noi, alla nostra volontà e alla nostra nuova attenzione. E non verranno, almeno non così presto, se prenderemo per norma il borbottare, il lamentarsi, il frignare; questo coacervo di suoni di torbido dolore che immiserisce anche le nostre parole. Che devono invece, come si spera, rinnovarsi del tutto.

 

 

 

il manifesto, 28 aprile 1981.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 28 aprile 1981
Letto 2896 volte