Prova scritta d’italiano
Mi provo. Non a fare commenti o chiose ma a fare sul serio uno svolgimento cadauno dato che l’esame di maturità non l’ho dato perché c’era la guerra. Allora noi abbiamo avuto un calcio e via. Ma adesso?
Per il terna numero uno, di Calamandrei, vien subito da dire che Calamandrei era un uomo esemplare e che anche questo suo pensiero non fa una grinza. Sicché lo svolgimento sarebbe secco e breve: sta bene! È vero! E poi? Mi sbrigherei con due affermazioni e una interrogativa diretta. Quest’ultima ingloberebbe una riflessione: il sottoscritto studente ritiene che le frasi esemplari dei grandi e giusti uomini del passato finiscano nei cioccolatini o nei compiti in classe: ivi comprese quelle di Cartesio o di Kant. Figuriamoci le frasi sulla democrazia! Però Calamandrei diceva ma faceva. Adesso ci sarebbe bisogno di altre voci in altre stanze che dicano e facciano. Senza tanti arzigogoli.
Per il tema numero due la partenza è analoga. De Sanctis non si discute, è un uomo che diceva e faceva. A leggerlo viene il brivido. Ma bisogna avere molto più di vent’anni per capirlo. Come Calamandrei, De Sanctis è scrittore anzi è autore per letterati, per soldati all’addiaccio intorno al fuoco, per gente che ha le mani strette a un fucile: o lo ha appena appoggiato sul tavolo. Calamandrei è lì dentro la Resistenza; De Sanctis è lì dentro al meridione mentre questa povera Italia smilza smilza qualcosa faceva per ricucire la pelle. A parte Pellico che mi sta antipatico, nessuna obiezione che Foscolo, Parini e Manzoni stiano nelle mani splendendo come Napoleoni d’oro (o sovrani di Francia). Però nel senso del tema credo di capire che si vuole insinuare il seguente, estrapolando dalla pagina desanctisiana ben più raffinata e irta: che uno può essere sotto mille stelle diverse ma purché scriva cose importanti la differenza non conta. Decidiamo pure che non conta essere di scuola romantica come di scuola classicistica, come non dovrebbe contare oggi essere dell’avanguardia più spinta, della mezza avanguardia o di nessuna avanguardia; oppure della parola innamorato o della parola recalcitrante; dell’impegno disimpegnato o del riflusso impegnato; oppure alla ricerca degli scorfani del passato seguendo la fame che contorna la pagina di valorosi autori dell’anno Ottanta. Ma su tutto insiste la seguente domanda che non è stata fatta: perché Manzoni Parini Foscolo erano moderni! Cosa facevano e brigavano! Le Grazie non rompono? I Sepolcri non rompono? I Promessi Sposi non sono una lagna quando si è giovani giovani? Non è meglio Lou Reed o Bob Marley o l’ultimo libretto di Bucowski? Foscolo, Parini, Manzoni dovrebbero per legge essere letti nella loro straordinaria attualità in età più matura. Quindi concluderei, mi sta bene per i tre grandi e per il piccolo con gli occhiali ma quel che moderno non è, in mezzo ai tre, è la scuola italiana vecchia e sbrodolosa.
Passiamo al tema numero tre per il quale presto detto: l’interventismo è nel senso risaputo di “diamoci dentro a questa guerra che ci farà grandi”; il neutralismo nel senso di “ragazzi badiamo al sodo non siamo mica micchi, se c’entriamo non batteremo un chiodo”. La cosa fu poi dimostrata, ancora una volta in una terza maniera col teorema che ogni guerra, in qualunque stato, è sempre e solo immonda; che i morti sul campo non sono coperti di gloria ma solo di una rabbia tetra e di lacrime dure che passano di filato dentro la terra. Il tema si poteva svolgere in poche parole, dicendo che da qualunque parte guardi la guerra, la parola è una sola: merda. Per due volte in questo secolo ci hanno fregati. La terza non sarà più possibile perché stiamo non con gli occhi aperti ma sbarrati. Per il quarto tema me la sarei cavata in poesia: Borromini architetto / Bernini scultore / Ma su tutti Marietta Masi / che si è uccisa per amore.
Il quinto dovrebbe avere una risposta concitata e declamatoria: i fattori che incidono sono quelli dello stipendio. Se è pagato, l’insegnante viene a scuola altrimenti si dà ammalato. D’altra parte l’alunno, anche se l’insegnante si impegna, finge di dormire: perché le parole, li dentro all’aula, volano come calabroni e sbattono contro i vetri.
Il tema sesto sembra bandito da Giscard d’Estaing per una infornata nella burocrazia francese che andava a fare pratica con i negri in Africa fino a vent’anni fa. Ma quale professionalità, se la scuola non condisce nulla. Se lo specialismo si è rifugiato nelle scuole private e sofisticate nascoste dentro parchi antichi e difese dal numero chiuso e dai cani lupo? Per le arti applicate, al tema settimo, c’è l’argomento dei centri storici. Sono lì a fare che? Lavati col sapone di Marsiglia, tutti in mano alle consorterie varie, banche immobiliari industrie. Alla sera ogni finestra si chiude e il centro sembra la Certosa comunale; con qualche lumino sulle tombe più importanti. Cosa avranno scritto i bravi giovani? Consegnato il tema, i ragazzi rientreranno nella vita, ben più varia, mortificante, straziante o esaltante di quanto le omelie proposte all’esame possono suggerire. Uscendo dalla scuola, infatti, si deve prendere sul serio a fare i conti il reale. Lo stesso accadeva ai miei tempi.
il manifesto, 4 luglio 1980.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: il manifesto
- Anno di pubblicazione: 4 luglio 1980


