Sanremo, e poi e poi e poi

Una risata lo seppellirà. Sì, certo. Solo una risata come quella di Gargantua oggi potrebbe uccidere Sanremo, la canzone di Sanremo, il festival di Sanremo; ormai è disteso sul bagnasciuga con la noia in bikini. E così festival non ne ascolto da dieci anni (cioè dall’inizio degli anni ’70) mentre prima li ho snocciolati tutti, uno dietro l’altro, a partire dal Primo (le ragioni dell’incontro e i motivi della prosecuzione non interessano e non li sto a riferire).

Ma non credo vero, affatto vero, almeno per il periodo dal ’51 al ’70, cioè da Grazie dei fior a Chi non lavora non fa l’amore che – come vogliono i notisti con la puzza sotto il naso – Sanremo sia stata un a polpetta solo per la piccola borghesia rincoglionita (chissà mai perché) e non un fatto, nel piccolo bene e nel piccolo male, popolare.

Lo è stato invece, per un periodo non breve, un fatto popolare. Sanremo molti la vedevano in Tivù ma tanti e tanti la ascoltavano, ancora, con l’orecchio al transistor. E non soltanto i camionisti. Così una più onesta decenza nel valutare tutte le cose nel loro insieme, e anche questa in particolare, non stonerebbe proprio. Come ho più volte cercato di sostenere venendo zittito.

Sanremo è ormai inascoltabile, perché è sfuggita a ogni rapporto (linguistico? sentimentale?) con la gente, dato che è manipolata da una industria rigorosa e tracotante; ma come vediamo, continua tuttavia a strisciare il suo corpo con l’invadenza di un personaggio disegnato da Grosz. Questo spettacolo/incontro non è più dentro le cose e non è neanche completamente fuori dalle cose; non ha la novità dell’astrattezza né il peso della reltà cercata sia pure solo per cantarla. È un magma che prolifera e striscia per la strada. Dunque solo una ghignata torbida e sublime potrebbe annichilirlo, distruggerlo, perchè dalle sue ceneri qualcosa d’altro, meno ufficiale e più attuale, potesse uscire e comporsi.

In quanto c’è bisogno di nuove canzoni, per dire ancora le cose. Di un nuovo linguaggio, di un nuovo suono. Mentre attualmente suono e voce sono inscatolati come la carne, cioè mescolati con una infinità di nitriti e nitrati che tengono a bada i microbi. Sarà Benigni il Rabelais che aspettiamo? Oppure anche lui filerà tranquillo, e rassicurato nella sua verità, come Nunzio Filogamo? Dicono che daranno un premio anche a Cinico Angelini, il patron della musichetta italiana per trent’anni. Dicono che canteranno anche Morandi, e poi Bobby Solo e poi e poi e poi. In quelle sere sarà meglio – ad esempio – riascoltare le poche cose di Ciampi che si trovano in giro (tanto per dare una indicazione con il dito rivolto a casa nostra verso uno molto bravo che è appena scomparso).

 

 

 

il manifesto, 8 febbraio 1980.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 8 febbraio 1980
Letto 2491 volte