Super User
Il sonno del vento. Ulisse coperto di sale
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oh, disse (dice) come è
lungo il viaggio
oh, disse (dice) come è breve il guardare
se guardo (dice) l’arrivo è immediato
se viaggio (dice) non mi posso fissare sul fiore al bordo del campo
fugge via l’orizzonte
mi sperdo nel mio destino
mentre è la foglia che resta immobile e leggera vicina al sasso
vicino all’acqua che scorre, addio addio
(ma) intorno
fra il lungo viaggiare e il breve guardare
fra la foglia e il treno
fra l’orma in terra e la nuvola errante in un circolo immenso
(e impaurito e sperduto)
entro e vedo il mondo torcersi adagio
in questo andare insaziato
come un pellegrino che non ha pace né sonno
eppure non chiede pietà
ma esige (con cautela) amore e attenzione
(amore vince la morte e attento al dolore che viene)
il pellegrino naufrago e vivo
esce dal mare coperto di sale
la sua testa è nera salvo dopo un lungo naufragio
disteso a terra senza respiro il suo sonno è nel vento
neanche l’urlo della donna lo scuote è sacra è nuda
sacra per antichi oscuri affanni nuda
per una giovane rinascita d’amore
(labile il confine fra dolore e vita
libertà e amore morte e vita)
là dove si ascolta il silenzio del mare
è anche assiso l’urlo della morte che si annuncia lontana
una morte misteriosa
che nasconde misteriosi risvegli misteriose avventure
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dunque l’uomo deposto nel sonno del vento è morto o riposa?
è dentro al sogno che è un’ombra
o dentro la morte spenta come un nero carbone?
scavato dentro al proprio corpo sembra attendere la terra che lo ri-
prenda fra le braccia per riportarlo all’esultanza della vita. E co-
sì profondo intanto questo suo sonno. E così leggera, intanto, que-
sta sua morte ma
sembra lì già disposto a rialzarsi non dico a risorgere
per stringere fra i denti il filo buono di una nuova vita (o anche
solo della vita) (il suo fuoco che arde)
è magro magro ossa non ci sono quasi
ha una calma pietà negli occhi chiusi spenti
il suo cuore parla cammina con noi amico delle nostre avventure
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la donna aurora è ferma e guarda lontano sembra
incerta se essere
presente se presentarsi se accendere il mondo oppure
dileguarsi lenta retrocedere andare lontana dall’affanno del mondo
porta fra le mani la luce incerta ancora
se regalarla con un soffio gelato
che spegne l’aurora ma anche la vita del mondo senza più sole
l’aurora arriva scivolando fra i veli della notte
con il respiro li brucia ma sul suo viso
è ancora segnata il dubbio che ogni giorno rinasce
se gettarsi sul mondo esplodendo di luce o sedersi cantando
aspettando
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l’uomo che vede lontano (che vede da lontano)
le mani sulle ginocchie
una a pugno l’altra aperta con le dita come solidi nodi (solidi anelli)
dà il senso di una forza dolorosa ma dura di una vita
sopportata fino in fondo dei suoi mille dolori
di una vita mai neanche in parte goduta
ma almeno sempre cercata nei suoi infiniti sentieri
sembra davvero lui sì ecco l’uomo del nostro tempo
dentro e in attesa sempre di nuovi destini (sopporta mio cuore
ben altro soffristi più cane) chiamare la stella del giorno la
luce del giorno e
ogni giorno ricominciare a lottare
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l’urlo forte della donna che grida
madonna scolpita da Jacopo che ritorna fra noi
perseguita e proceduta dal grido annunciatore di una sventura
è come protesa a raccogliere
sotto il panno il male del mondo, per catturarlo e
stringerlo e trattenerlo come un otre
omerico. Vedo il funebre
destino del mondo che si va sperdendo, eppure
il suo grido apre il cammino del sole
il suo grido è senza pianto
come l’ululare di un lupo ferito
non dà il senso
di una debolezza anche se la sua figura è esile perché
sembra anche sul punto di
gettarsi su un corpo
morto o dolente rappresentando
l’orrore lucido del mondo
(che solo la leggerezza della luce può dissipare)
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intrecci: viola (violino) senza
corde ADAGIATO
spento ma in attesa di cantare
sembra infatti (vibrante) disperatamente in attesa di potersi
RIALZARE e suonare (vento che proviene da foreste lontane)
vorticosamente strappando
la voce delle anime
E lì disposto a rappresentare il primo giorno del
mondo (creato) il momento
in cui tutto esce dal buio e
comincia a muoversi a risuonare (a ricevere luce)
questa viola (violino) esausto per il gran suonare è in attesa
di ricevere suono (suono parole parole immagine suono)
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testa d’uomo pescata nel mare l’ho detto frammento di vita bruciata
è una grossa conchiglia addentata dagli dei del mare
solo il naso è levigato è perfetto (lucente di grande armonia)
gli concedo il privilegio dell’odore nel buio più
periglioso
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il tempo delle grandi avanguardie artistiche è concluso
ora è il tempo di una profonda glaciazione (che tuttavia non spegne
la vita)
i frammenti del mondo (della vita) si depositano errabondi nel
fondo di smisurati oceani fra le braccia delle oscure forme vaganti
(al fine di essere preservate per la stupefazione delle generazioni
a venire ma intanto lì collocati sfuggono in silenzio alla villania
infuriata di questi tempi senza pietà e senza attesa)
tutto viene buttato affondato riciclato illuminato (anche) bruciato
fatto cenere ricostruito in diamante (rapido e accecante)
siamo pieni di cose e abbiamo perduto il pregio dell’onesta sorpresa
siamo pieni di tecnologie e abbiamo perduto le parole
cerchiamo di unirci
per salvarci
in un solo linguaggio
e ci accorgiamo fremendo che parla solo di oro DI ORO
siamo raggelati nel sole più caldo
un sole sempre più caldo più grigio (perché buttiamo inesausti
i fumi e i carboni della cattiva coscienza e della nostra
falsa ricchezza in alto sempre più in alto fra le nubi
che ci odiano a morte
noi illusi che i fumi e i carboni con un soffio possono scomparire lontano
per andarsi a rannicchiare spauriti sulle code delle ultime balene
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ritrovare non più (o non ancora) la figura frantumata dei corpi di donna
di uomo è un primo sospiro di sollievo
tornare a confrontarci con quello (con quelli) che dovremmo essere, che
forse eravamo senza troppe speranze, che è urgente che torniamo ad essere
non frantumate dall’odio, dalla guerra, dalla solitudine
di giorni senza parole
figure che tornano a guardare il mondo (la sua luce) e gli altri senza
paura
cercando cercandosi toccandosi sfiorandosi
SOLO LA FIGURA DELL’UOMO IN PIEDI
E DELLA DONNA IN PIEDI
POSSONO ANCORA GUARDARE LA POLVERE DEGLI ORIZZONTI
SENZA MORIRE ANCORA UNA VOLTA
SENZA MORIRE
Pasolini figlio di Rebora sacerdote del mondo infuocato
Occorre ripensare alle cose, alle idee emerse o distrutte, agli uomini, alle donne che hanno importato, che importano. Molti e molte (insieme alle idee) diventati, diventate ombre della storia, ombre della memoria. Altri e altre, invece, da trasferire e ricollocare adesso in un diverso contesto, con un laborioso faticoso trasloco. Altri ancora, dispersi tutt’ora nella piazza domenicale della vita a inseguire soltanto la vita. Così forse, in questo tempo di grandi e freddi orrori, possono tornare a presentarsi e tornare a parlarci, non in sogno ma come presenze utili alla nostra vita intellettuale, uomini e donne che non si contentano di essere soltanto morti e di rabbrividire, sulla carta scritta, nella fredda gloria dei trapassati – alla quale continuano ad aspirare, come unico orizzonte possibile e salvifico, tanti vivi di oggi (ignari d’essere già morti alla vita).
Marxismo, parafascismo, sinistra critica, destra rinnovata, gramscismo, crocianesimo ritrovato, cattolicesimo rivoltato ecc. sono tutte formulazioni lì disposte come su scivoli di una coloratissima fiera che le fanno cadere direttamente nel mare delle dispute contrapposte; un mare troppo inquieto, pronto, avido nello stravolgere arraffare complicare torcere distorcere i muri portanti del nostro tempo – che è dunque da affrontare di nuovo o da soccorrere crudemente e direttamente con la serietà rispettosa, almeno, di pensieri perseguiti dietro lo stimolo di buone disposizioni.
Per questa via, e al seguito di questi stimoli, mi è capitato e mi capita di riprendere vecchie considerazioni e di concludere magari correggendomi un poco che, per esempio, Pasolini ai nostri giorni, tirato di qua di là di su e di giù, da ogni parte, a causa di una utilizzazione caotica, ha perso o annacquato – benché quell’autore di validissimo e intenso spessore mentale e poetico – la propria identità specifica; impinguato e appesantito globalmente da troppe deleghe genericamente consenzienti, che lo investono anche nell’ambito delle previsioni e delle anticipazioni del nostro futuro sociale. Avendo poeticamente e drammaticamente intuito varie vicende di fondo oggi disvelatesi nel loro negativo, Pasolini sembra già essere, istituzionalmente, una riconosciuta statua di marmo e non più, non più sangue che urla e che non si consuma. Così la sua memoria, già catalogata nei libri, è placata da questa fama accondiscendente, da un consenso senza più fremiti.
Dicevo che questo autore ha perso (a me sembra che gli abbiano fatto perdere, al seguito appunto di una progressiva e osannante giubilazione) ogni identità specifica, originale, per immergerlo nel brodo asettico in cui sono messe a lievitare tutte le larve per lo spettacolo della comunicazione. Costretto anche lui nei ricchi panni, tartassati ormai da troppe mani, di personaggio con molti volti e altrettanti umori, che ogni parte politica e sociale intende gestire in libertà di intenti e di conclusioni.
Possiamo allora domandarci: questa situazione realisticamente verificata è conferma di una grandezza che si può prestare senza inquinarsi a elargire ombra e luce in ogni dove, oppure è proprio il segno di quell’implicita ambivalenza di sostanza che autorizza i draghi di oggi a risucchiarlo dentro al micidiale zolfo della comunicazione spettacolarizzata e della cultura esibita?
Sia come sia, dopotutto. Per me, e per quel che serve e che cerco, tendo (e intendo) a trattenerlo e a collocarlo ben fermo in un mondo inquietissimo di resistente, persistente, totalizzante sacralità. Un mondo di macerie mai concluse, anzi tormentate e in continuo vilipese, in mezzo alle quali sussiste forse ancora integro il miracolo di uno spazio autonomo, che può ancora accogliere senza interferenze la libertà dello strazio e la libertà della speranza conquistata. In questa collocazione di residua, resistente anche se tormentosa e spesso astiosa sacralità. Pasolini si colloca come un protagonista non solo dei suoi anni ma anche dei nostri. Con la sofferenza diretta e indiretta che si è detto; anche con l’inquietudine troppo spesso ferita e respinta, a cui si contrappone la temperanza buona e convinta di una speranza, sotterranea come un fiume, che si condensa non solo nel brivido della ragione calpestata ma anche della vita in ogni momento ritrovata. E il dubbio che brucia è al centro di ogni cosa; dubbio che non consente previsioni, mai, ma solo intuizioni annichilenti, senza respiro.
Posso rifarmi, per aggiungere altre considerazioni, all’opera per me preziosa di Dodds (Pagani e cristiani in un’epoca d’angoscia), là dove è scritto, con riferimento a quei secoli lontani: “In un mondo così impoverito sul piano intellettuale, così insicuro su quello materiale, così carico di paura e d’odio com’era il mondo del terzo secolo, ogni sentiero che promettesse uno scampo doveva esercitare un’attrattiva sulle anime più serie. Molti, oltre a Plotino, debbono aver dato un nuovo significato alle parole che Agamennone pronuncia in Omero: fuggiamocene nella nostra patria”. Come dire, e interpreto dunque a modo mio, ripariamo nella nostra patria; sfuggiamo al destino che non è nostro e abbandoniamo anche precipitosamente i luoghi di una battaglia ormai consumata, che non ci appartiene più, a cui tutto abbiamo dato; questa torva battaglia che è in terra come un serpente avido e amaro. Liberiamoci, se ci riusciamo (e in questa lotta ci impegniamo), da questa violenza che tutta intera ci inviluppa e non dà pace; sottraiamo noi a questi lacci terreni di orrido grigiore, dopo la lunga fatica e la lunga odissea. Prepariamoci a un diverso e più doloroso scontro; inevitabile.
Per assecondare in qualche modo questa prospettiva, muoverei proprio dall’indicazione sopra citata di paura e odio, come caratteristica nera di quell’antico mondo, per trasferirla pari pari in un diabolico sinistro ricalco nel nostro mondo senza pace e senza onore anche nelle idee; così vilipeso e mortificato con forza feroce giorno dopo giorno sul piano intellettuale. Ebbene, Pasolini lo ritrovo vivo, ancora vivo, non nello sfacelo documentario di Salò, un’apocalisse di legni incandescenti e designati alla cenere selvaggia; non come testimone acre e urlante di una disfatta; non dibattentesi nello sfacelo della storia; non un cronista di antichi e recenti tormenti; ma nella inesauribile foga di rivalsa contro la storia e i tormenti della storia; con foga e rivalsa dentro alla perdizione che non si consuma mai e può diventare luce; dentro allo smarrimento, alla lacerazione. E così disponendosi, inerme e in qualche modo nuovamente terribile, certamente inflessibile, si colloca a mio parere esemplarmente nel circuito di Rebora e di Testori. Tre grandi autori, ciascuno con le proprie lacerazioni operanti, la cui inesorabile esaltazione è stata la mancanza di sazietà. In altre parole, la pienezza esaltante dei rapporti con un dio sempre cercato inseguito e sempre perduto e mai ritrovato, sempre più lontano; dio inteso anche soltanto come un’esaltazione dei sentimenti, prima ancora che una conquista per una lucida rassegnazione senza tormenti. Da qui la sazietà mancata, per la impossibilità constatata nel tormento della ricerca di potere proseguire per un sentiero di fuoco; tanto che ogni alba ripropone non solo il martirio della conoscenza non consumata ma anche il martirio del proprio corpo e della speranza che dilegua e va riconquistata. “Io inganno tutti, inganno tutto il mondo” esclama, dal cuore, Rebora prossimo a morte, il 26 febbraio 1957. È l’insaziabile fame della loro passione vitale (non passioni) che non lascia perdere niente e insegue anche il frustolo più minuto, a renderli simili, vicini. È questa la fame che accomuna in un unico respiro, così almeno sembra a me, i tre compagni scontratisi (o incontratisi, intanto) in un viaggio di divincolante sofferenza.
Uno dei tanti possibili passaggi a conferma, è per esempio alla pagina 95 della “Passio Laetitiae” di Testori: “Leggitore, et anca te leggitrice, saverài mai cosa signifiga la vuotità del tutto? Saverài mai cosa signifiga sentire il Dio in del te, intendo in del di dentro, et capire che Esso è no lux, benedicite, pase, strada de carità, ’me t’avevano contato, ma violazione, ’cupamento, terribilità del suo essere tutto didentro della tua bocca, la quale può no aver altra vita che in dell’enormità de questo Dio de exercítua et de guerra che la penetra et impienisce?”. Ciascuno di questi grandi va per il proprio cammino in salita, sanguinando per diverse vicende, ma: l’asperità in salita, senza sollievo di alcuna difesa – anche se in Testori e non in Rebora e non in Pasolini la nostalgia alta, rapinosa della pace presepiale come un ordine sommo dei sentimenti entra costantemente in giuoco a temperare la sfrenatezza inquieta che è sempre vicina a esplodere ma poi sempre si ricompone nella lucida aspettativa di un nuovo dolore – è la connotazione stretta e comune a questi autori in percorso accidentato che porta alle aquile. Cerco di ricuperare alla verità necessaria delle nostre giornate, e anche alla nostra dilaniata poesia, questa lucidità del delirio perseguito e calpestato, chiamato e conturbato dentro alla tempesta del mondo, fino a farlo annegare in un sangue mentale ed esistenziale non versato ma donato. Per il preludio di un possibile evento, per un’attesa ancora tutta intera da consumare. E c’è Pasolini lì nel mezzo; ancora vero, e intero.
Lengua, n. 14, 1994.
Da Roversi a Romanelli
Il piatto della speranza
su cui anche il povero più povero può allungare il cucchiaio.
La finestra sul cortile anzi sul mondo
della quale anche l’uomo la donna più orbata per disperazione e futuro
può sentire il fruscio di ali che volano.
Ognuno ha per un minuto
la sua porzione di gloria
come un hamburger addentato da denti bianchi o anneriti
di uno studente affamato.
I rivoluzionari camminano
con scarpe da tennis
lanciano con le racchette morbide azzurre di vene
bombe inquiete che volano
indi si inchinano al pubblico prima
di allontanarsi cantando.
La pace ti sfugge dalla mano
la casa è bruciata dall’ultimo lampo di sole.
Ci sono moduli infiniti
per catalogare rovesciare conteggiare rifiutare approvare
come una città italiana esiste resiste conflittua si provoca
in questo giorno di aprile di un anno quattro duemila.
Eppure tenace irriducibile senza sogni che gravano
l’uomo la donna persegue il suo cammino.
Lontano dalle vette
travolto stravolto incantato
dal ludibrio splendente delle strade.
Delle autostrade.
Così misteriose e cupe dopo la prima pioggia di primavera.
Cos’è che disturba il sonno degli uragani?
Camminare leggeri sul mare
raccogliendo fiori dalle onde e corpi vaganti di sirene senza volto
aprire la porta di ferro di una nuvola solitaria e disperata
osservare il panorama polveroso della città esemplare
essa appare con i suoi silenzi
da polo a polo
con le sue tombe etrusche o azteche aggredite dall’erba di secoli
e con i richiami delle trombe
che da caverna a caverna chiamano gli uomini le donne alla prossima guerra.
GUERRA È. È VITA SCANNATA.
Ma le strade deserte.
Ma le finestre spalancate e vuote.
Ma le giovani spose con lacrime giacchiate di perla sul viso infuriato!
Nell’angolo di una stanza piena di segni
versano il caffè sul tappeto
percosse dall’avverso destino che costringe a un addio.
PARTIRE E
tutti sognano di ritornare
di ritornare dal gran combattimento della vita
nelle scuole le lavagne nere sono secche di segni matematici
e i gessetti bianchi stridono
tracciati da mani invisibili di piccoli geni.
Domani sarà la domenica
dell’ultima partita
le nuvole leggere bige sfioreranno la terra
gli uomini le donne le sfioreranno coi palmi
inoltrandosi esse nell’infinito
come accadeva un tempo in un campo di fiori.
Sia come sia – dice l’uomo la donna – mi sento ebbro di futuro.
Deduco da linee mai interferite e simmetriche
il responso di un destino regale:
l’uomo la donna consegna la propria morte destino
sui gradini dei palazzi delle metropoli ancora vogliose di voci
come il corpo della vergine trafitta
nei rituali notturni sacrifici sui monti.
La verità è:
pur nel silenzio e nell’ordine
l’uomo la donna non sarà mai quieto ma inquieto
non lo sarà più
non suonatore di flauto per strade e sentieri
non giorno notte-notte giorno
gregge camminatore e disperso
propenso solo a partire partire partire senza toccare un approdo
per conquistare terre di mare e pianure
per sfuggire ai ghiacci che inondano
per riconquistare in parte la smarrita ragione dei cieli.
Se non più notte
non più sonno né sogni ad occhi aperti l’uomo la donna
donna (e uomo) deve
è segnato
battere legni e tamburi
e mani
per svegliare la città impietrita nel ferro
aduggiata nel canile dove non entrano fuochi
e tornare a cacciare nei boschi e per strada la buona
LA GRANDIOSA INFINITA VERITÀ DELLA SPERANZA.
Gli squali guizzano in gruppo nei fiumi delle strade
balzano improvvisi verso le nuvole erranti
poi mordono la luce si inabissano per dormire.
Uomini donne al richiamo di un concerto di guerra
dipingono i muri dell’intera città rossi di sangue
poi siedono al fuoco di un bivacco
parlano degli antichi filosofi
ASPETTANDO
che dalla morte
esca
implacabile
la vita.
Scheda per Roversi
Di Roberto Roversi abbiamo finora letto un gruppetto di poesie (Poesie per l’amatore di stampe) pubblicato nel quaderno IV di Botteghe oscure e un volumetto di prose narrative edito dalla libreria Palmaverde in Bologna: Ai tempi di re Gioacchino. E se in Italia si fosse veramente attenti e cordialmente interessati alle cose letterarie, il nome di Roversi non dovrebbe suonare del tutto nuovo ai lettori. E sarà vero, come crediamo, che egli preferirà restare sempre un po’ in margine, nella raffinata posizione del dilettante; ma è altrettanto vero che una critica avvertita non dovrebbe lasciarsi sfuggire un libro come Ai tempi di re Gioacchino. Il quale non è, intendiamoci, uno di quei libri che fanno grido; piuttosto una di quelle piccole cose, preziose e incantevoli, destinate ad una cerchia di pochi e buoni lettori. Perché Roversi non è uno scrittore immediato, ma uno scrittore che ha costante l’esigenza di una mediazione, per così dire, culturale. Si ha l’impressione che egli attinga ad una materia già esaltata e fissata in valori d’arte, e prevalentemente in valori visivi. Questa impressione muove forse dalle Poesie per l’amatore di stampe, ma trova conferma anche nelle prose narrative e nelle due poesie che qui offriamo ai nostri lettori: e si veda soprattutto Il vecchio Celso – se questa figura di vecchio non sembra provenire dal taccuino di un pittore, più che dalla immediata realtà.
Una personalità, quella di Roversi, raffinatamente composita. Direbbe il De Robertis: «natura riflessa d’artista». Già l’epigrafe che sceglie per il libro denuncia sulla natura, le sue inclinazioni – e i suoi limiti: «Quelli sono intelligenti che bevono vino vecchio e che volentieri assistono alla rappresentazione di commedie antiche». E una «commedia antica» formano i diversi episodi del suo libro: quella guerriglia che il brigantaggio sanfedista e borbonico condusse contro i francesi di Murat e contro le popolazioni stesse del regno. C’è il gusto delle stampe dell’epoca; ma vivificato da un senso di pena di inquietudine e di mistero, e forse anche dall’incanto della avventura. Bellissime sono le pagine del Ricordo italiano di un ufficiale napoleonico; stupendamente drammatiche quelle che raccontano La passione di una monaca di casa. E sempre una scrittura vigilatissima, apparentemente semplice, in realtà magicamente assottigliata e capillare.
Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.
È meglio una Suzuki o una Yamaha?
1) In fatto di moto
l’Europa non c’è più
ma neanche l’Usa c’è
solo il Giappone
solo il Giappone è re.
Allora dimmi
rispondi tu a me
può un gatto
invitare a cena il re?
Il rumore del vento
il canto dei motori
nell’autostrada
taglia la testa ai fiori.
È MEGLIO UNA SUZUKI O UNA YAMAHA?
MA TU
NON FAI NIENTE PER ME.
2) In fatto d’auto
certo il Giappone c’è
e anche l’Usa c’è
ma solo l’Europa
solo l’Europa è re.
Allora dimmi
rispondi tu a me
può un gatto
invitare a cena il re?
Il rumore del vento
il canto dei motori
nell’autostrada
taglia la testa ai fiori.
È meglio una Lotus o una Ferrari?
Ma tu
non fai niente per me.
3) In fatto di problemi
stamattina
quando mi sono svegliato
ho udito uno strano rumore
e con una strana domanda
comincia la mia giornata
in questo tempo sciocco
che sembra durare infinito.
È MEGLIO UNA SUZUKI O UNA YAMAHA?
È MEGLIO LA LOTUS O LA FERRARI?
MA TU
NON FAI NIENTE PER ME.
E allora dimmi
se ci sono cose più belle
del canto del motore
e del rumore del vento
questi suoni che sento
fra le rose della strada
in questo tempo sciocco
che sembra durare infinito.
MA TU
NON FAI NIENTE PER ME.
Con questo rumore
la giornata comincia
come comincia un amore
e il gatto
ha ospitato a pranzo il re.
MA TU
TU COSA FARAI PER ME?
Favola della mala fortuna
Camminavo adagio, presso il fosso, calpestando l’erba gialla della proda. L’odore della polvere alzata dal vento del tramonto si diffondeva intorno, tristemente; all’orizzonte il cielo era zeppo di nuvole. La vecchia ansimava, e i piedi nodosi, con le grosse vene cupe, si strisciavano sull’erba. Alle volte apriva la bocca e guardava in alto, davanti a sé, senza alzare il capo: forse pregava.
E una giovane donna, la seguiva con i capelli arruffati, il vestito stracciato, un corpo pieno e un volto ardito, senza bellezza. Costei camminava nel mezzo del viottolo con una certa fierezza, quasi si preparasse a incontrare alcuno. Portava al braccio un canestro vuoto.
Andavano in silenzio tra gli ulivi contorti, disseminati per i campi; né un grido né una voce nell’aria. A una svolta, apparvero un vecchio curvo e stanco – un vecchio fracassato dagli anni – e un ragazzo, magro come il Cristo in croce. L’uomo fissava il ragazzo: non gli diceva parola.
Poi lontano s’alzò il lamento di un cuculo. La vecchia, con le mani tremanti, brancicò lo scialle nero che le copriva la testa. Anche Mariantonia ascoltava il verso del cuculo e quella voce gonfia di lamento le risuonava nel cuore come un presagio assai triste. Infine disse, quasi gridò: «due anni, madre, due anni!». Il vecchio e il ragazzo erano già scomparsi tra gli alberi.
La vecchia non si fermò né volse il capo; rispose: «La Vergine ti aiuti, figlia, e salvi questa terra di Calabria».
La sera camminava rapida nel cielo e già le prime stelle si aprivano, sorridendo. La polvere della strada si faceva fredda e umida. La nostra terra di Calabria! Anche il padre, vecchio come gli ulivi del campo, ripeteva questa frase per soffocare la disperazione. Ma chi aveva ancora speranza? Lo sapeva, lei, Mariantonia, tutti lo sapevano, dal mare alla Sila coperta di foreste, che la vita era finita e si poteva morire. Come la terra anche l’esistenza era secca e disperata.
Andrea, Andrea! Da due anni non lo vedeva; dal 1808, dal 15 novembre, quando se ne era andato, nottetempo, baciandola in fronte, senza far parola. Sulla porta si era arrestato e aveva sorriso; poi scomparve per giorni e settimane e mesi, a formare due lunghi anni di dolore. Dov’era? Con i briganti, dicevano i soldati di re Gioacchino; sì, coi briganti, avrebbe voluto gridare lei; col Parafante, nel distretto di Rossano. Ma poi? Aveva due figli, piccoli come la pianta del cardo, e un vecchio padre e una madre assai vecchia – s’era dunque fatta animo per sopportare. Così alla sera, accanto al fuoco che già si accendeva, Mariantonia ripeteva come una nenia la favola della Mala Fortuna: «Na vota nc’era na mamma, chi avia tri figghi fimmani…», e intanto i due vecchi dormivano in un angolo oscuro. La pace della notte entrava col vento, per la porta socchiusa, ma il cuore della donna correva lontano, per i viottoli deserti e pieni di sassi, verso il marito che da due anni non vedeva. Due anni! A questo pensava Mariantonia, ritornando dal campo, e quanta fatica e che dolore costa numerare il tempo.
«Triste sera» – mormorava frattanto la madre, accennando verso i monti. Infine giunsero. Attraversato il piccolo sagrato della chiesa, sbucarono di nuovo all’aperto e, voltando a destra, udirono subito il pianto dei due bambini affamati. Sulla porta era il vecchio, immobile, il quale come le vide approssimarsi, allungò le braccia brancicando l’aria, senza parlare. La figlia capì che qualcosa di grave era accaduto; allora sospinse la madre nella cucina, accese il mozzicone di candela e sollevati i due piccoli dalla terra, li adagiò sul letto mettendo in mano a ciascuno un pezzo di pane; poi si rivolse al padre che sedeva, piangendo.
Avvicinatasi, mentre il cuore le picchiava nel petto, attese che il vecchio si calmasse. Anche la madre seduta accanto al camino, con lo scialle in testa, tutta nera nella penombra, aspettava.
E il vecchio parlò. «Andrea Basile – disse – t’aspetta lunedì, al tramonto, a Longobucco. E ti manda a salutare».
Mariantonia si sentì leggera e felice, come svuotata di tutto il sangue: cominciò a singhiozzare e a sorridere, afferrava una mano del padre e la baciava, guardava la madre immobile, chiamava i figli che sul letto rosicchiavano il pane come topi. Pianse a lungo, finché la candela si smorzò. Allora, riprendendo i bambini a piangere, essa si coricò accanto a loro e dopo poco erano addormentati.
Il padre e la madre vegliarono per tutta la notte, in silenzio. Quando apparve l’alba e il cielo cominciò a rischiarare, la vecchia mormorò: «Povera figlia!» – si sentiva triste, con un peso nel cuore.
Il vecchio disse: «Lunedì è lontano per noi, ma per quella arriverà in un baleno».
«Purché sia prudente» – rispose la madre. Essa sapeva che i soldati del re Gioacchino, accampati a Rossano, avevano il nome di Andrea Basile segnato sui loro registri: e sapendolo da mesi e mesi tremava. Non per sé, si intende, o per il marito – così vecchi da ricordare tempi ben diversi per la Calabria – ma per la figlia tremava e per i due nipoti ché non li toccasse la sventura. Andrea Basile era uomo gagliardo e lavoratore, ma ora viveva lontano, tra i monti, con una sua idea nel capo. Chi li avrebbe difesi?
Per questo era bene che Mariantonia rivedesse il marito, forse, chissà, sarebbero tornati insieme. Non era troppa la loro miseria, perché Andrea non si commovesse? E poi i soldati di re Gioacchino crescevano ogni giorno e i loro assalti erano terribili. Dov’era più la pietà?
Se Andrea Basile cedesse al pianto della moglie e ritornasse!
Questo pensava la madre, e già il cielo era pieno di alba.
Disse il vecchio: «Carmine Apa ha detto, ieri, che un generale verrà a comandare i francesi contro i briganti. E Andrea Basile?».
La moglie fece un cenno di tacere perché Mariantonia si risvegliava. E infatti, aperti gli occhi e guardatasi attorno, come scorse i genitori seduti accanto alla tavola, sorrise.
Per tutta la settimana sorrise. Era felice e sentiva di amare ancor più i figli ora che avrebbe rivisto il marito, dopo un tempo indeterminabile. Usciva con la madre a lavorare il campo, ritornava alla sera, sfamava i due piccoli che l’aspettavano sulla soglia giuocando coi sassi, e non si accorgeva che il tempo intristiva e l’aria si faceva frizzante. Di nulla si accorgeva. Alle volte, di notte, mentre con gli occhi aperti pensava ad Andrea Basile, le pareva udire un passo – il suo passo – avvicinarsi. Allora si alzava e si affacciava alla porta: e guardava il cielo e la Sila lontana.
I giorni, così lunghi, passavano stentatamente, e Mariantonia, rincasando, sedeva accanto al fuoco e rammendava la veste. «È come andassi sposa» – diceva alla madre, e guardava con una serenità dolcissima i due figli che si rivoltolavano nel letto.
Era ormai la sera del sabato e, come al solito, sedevano attorno al fuoco mentre fuori, nei campi, il vento di ottobre dondolava i rami degli ulivi.
Mariantonia aveva terminato di rammendare il vestito, la madre mormorava il rosario, il padre ripeteva ancora, come nei giorni andati: «Di’ a Andrea Basile che ritorni. La miseria è grande, per noi, senza il suo braccio, e la nostra solitudine è triste. Digli che ritorni». Allora bussarono alla porta ed entrò Domenico Talarico.
Dopo avere salutato, disse che un battaglione di soldati si era accampato nei pressi del paese e che alcuni, venuti da Rossano, affermavano prossimo l’arrivo del generale Carmine Apa e altri pochi erano già scappati dal paese.
Questo disse, e restava in piedi, accanto alla porta, alto e secco, con i calzoni pieni di rattoppi e la camicia stracciata. Mariantonia sentì che, forse, voleva dire altro e fu all’erta, come se fiutasse un pericolo. Ma dopo avere guardato attorno, Talarico uscì, chiudendo lentamente la porta. Si udirono i passi sempre più rapidi, poi ancora la notte allibì nel silenzio. Anche il vento era cessato.
All’alba la campana della chiesa picchiò a ogni porta per chiamare le donne alla messa; e quando esse ritornarono gli uomini seppero che alcuni ufficiali francesi erano entrati in paese per cercare una casa, e tosto furono sicuri che sarebbe arrivato il generale. Il generale Manhès, l’uomo del Cilento e dell’Abruzzo! Sbiancando in viso, anche coloro che avevano l’animo sgombro da paura o da colpe, pensarono ai giorni tristi che si annunciavano; e sulle porte, immobili, guardavano la pioggia cadere e seguivano il rivolo d’acqua che correva tra i sassi quasi a cercare la strada. E ognuno sentiva d’essere solo, solo e inerme, nella rovina imminente.
Quando fu sera, la madre disse a Mariantonia: «Va’, figlia!», e il padre aggiunse: «Digli che torni, che la miseria è grande». Mariantonia, dalla mattina, da una settimana, da mesi, attendeva quel commiato. Baciò la mano del padre e uscì, mentre scrosciava dal triste cielo d’autunno.
Passando davanti al sagrato mormorò: «Vergine degli angeli, aiutami!», poi si raccolse tutta nello scialle e si affidò alla ventura. Conosceva la strada ma non era mai uscita sola: era dunque felice e angosciata per la oscurità del cielo che, ora, le appariva terribile. Il rumore dell’acqua pareva il fioco lamento di un ferito.
Era appena uscita dal paese, quando udì un passo e scorse un lume; poi alcune voci gridarono: «Fermati!» – e si fermò. La riportarono in paese, in una casupola dal soffitto basso, che un tempo era di Antonio Chiappetta, ucciso anni prima, tra il grano, una sera. Le domandarono il nome ma essa, fradicia di pioggia, intontita e con una grande tristezza e stanchezza nel cuore, taceva. Non aveva più alcun desiderio, e sentiva che se l’avessero lasciata andare sarebbe ritornata alla capanna, nel suo letto. E Andrea Basile?
Un uomo, un ufficiale, le faceva domande ma essa non ascoltava. Pensava a Andrea Basile, ora, e alla frase del padre «Digli di ritornare». L’ufficiale parlava, s’infuriava, picchiava sul tavolo con la mano, e Mariantonia pensava ad Andrea Basile, alla lunga strada per Longobucco, al loro incontro. Gli avrebbe detto del padre, dei figli, e di ritornare; di ritornare alla casa, al campo che aveva bisogno delle sue mani e del suo sudore.
L’ufficiale ancora gridava e finalmente Mariantonia si riscosse: lo guardò in viso quasi fosse stupita di vederselo innanzi e, all’improvviso, si sentì sicura e felice. Che cosa volevano da lei? L’ufficiale gridava: «Dov’è tuo marito? dov’è tuo marito?». Essa, senza pensare, rispose dolcemente: «È morto».
«E dove andavi così sola, tu?».
«A casa» – rispose e arrossì per la gentile bugia.
L’ufficiale rise, con astio.
«Sei bugiarda – gridò –. Tutti siete bugiardi… E io brucerò le vostre case e i vostri campi perché la mala erba scompaia» e a un soldato ordinò: «Portala via!».
Ascoltò tutta la notte la pioggia cadere, sui campi, sui ciottoli della strada, e intanto pensava che la stessa pioggia cadeva sulla casa dove la madre vegliava e sugli alberi tra i quali Andrea Basile camminava. Pensava alla pioggia e al campo da lavorare e sempre vedeva Andrea Basile camminare nella notte, soletto, verso Longobucco, scendendo dal monte. Poi apparve un’alba grigia e triste, senza voci, come nel giorno dei morti. Quando udì un gallo cantare, lontano, pensò che Andrea Basile era arrivato e l’aspettava: allora capì che non l’avrebbe rivisto, e cominciò a singhiozzare, con una pena così grande nel cuore quale non aveva mai sentita, neppure negli ultimi tempi. Era dolore e furore, un rancore sordo e una nostalgia dolente, un languore nell’animo e una volontà disperata nel corpo; e tuttavia restava immobile, seduta sulla panca, per la finestra guardando il giorno avanzare e singhiozzando. Le ore passavano, mentre la pioggia cadeva e l’aria era densa di un odore di erba fradicia.
Andrea Basile se ne è andato – pensava Mariantonia –. È ritornato alla Sila e chissà quando lo rivedrò. E ancora la voce del padre: «Digli di tornare», e la voce della madre: «È ora, figliola». Quanta tristezza! Reclinò nel sonno mentre ancora guardava il cielo. La risvegliarono verso sera, per dirle che il brigante Basile, caduto in un agguato, era morto e che lei, Mariantonia de Marco, moglie del bandito, doveva la vita alla clemenza di re Gioacchino; andasse, dunque, ringraziando il re.
Ed essa uscì, sotto la pioggia, ravvolta nello scialle nero e ritornò senza parole alla casa.
E dicono che fu subito vecchia. Incanutì come la terra all’inverno, quando la neve cade e l’aria è silenziosa; e il corpo si incurvò come i pini lungo il Tirreno, battuti dal vento del mare. E né lei, né il padre e la madre, parlarono più; solo i figli chiedevano pane al mattino e la favola alla sera: anche quando i vecchi morirono e rimase la madre a raccontare la favola della Mala Fortuna… e intanto pensava che re Gioacchino aveva ucciso Andrea Basile a Longobucco, e aveva salvato lei. Perché? A quei tempi – dicono – tutta la Calabria era vecchia per il dolore.
Il Progresso d’Italia, domenica 15 maggio 1949.
Dal “Libretto di appunti”
Il testo è stato pubblicato con lo pseudonimo di Lorenzo Colombo.
(Lorenzo era il nome del nonno di Roberto Roversi, mentre Colombo era il cognome della madre).
La piazza comunale
l’antico palazzo merlato
la fontana riarsa, il sole, un colonnato:
quattro uomini scalzi
seduti sui gradini
in silenzio fumano la pipa.
Le vie strette: l’ombra delle case
tra i ciottoli si getta,
un monello, sull’uscio, sbalordito
guarda il forestiero:
un uomo appisolato, col cappello sugli occhi:
un gatto nero.
I campi sono vicini, l’afa pesa.
Cantano le cicale:
ogni altra voce, tace.
Sodalizio. Voce del circolo artistico, anno II, n. 2, febbraio-marzo 1948.
Un appunto
La città in cui si muove Ceccarini è la città metafisica dimezzata struggente e senza faccia che abbiamo appena intravvista (perché subito dopo divorata, distrutta e bombardata, annichilita quasi dal vento di una ragione stravolta) in alcuni quadri, in disegni, in certe proposte scenografiche di anni ruggenti (piuttosto a est che a ovest). Lì dentro, fra le impossibili strutture che si reggono in uno sbilenco stupendo perché ogni calcolo è stato ribaltato e riinventato, ombre rigide, dai contorni precisi, mezze figure in piedi si muovono non come schemi di morti o sagome di vivi ma come tracce di pensieri che si dispongono a inseguire, ogni volta è possibile, la più lucida, la più difficile, la più veloce delle verità. In tale paesaggio astratto non c’è nulla di invecchiato, di allegorico-retorico; nulla che sia esplicitamente e semplicemente iconografico, anche se in una disposizione pertinente e duttile del termine; c’è invece il brivido di una violenta e determinante elettricità culturale che è nell’aria, una tensione di cervelli, uno srotolarsi di domande non precipitose ma formulate con rigore, molto aggiornate. Questa città metafisica, che richiama per l’occasione la scenografia o una scenografia del concreto, è certamente rigida nelle sue strutture anche se distorte ma ha una sua malleabilità, una duttilità, probabile nel senso che la sentiamo non solo condizionante ma anche condizionata, se la nostra ipotesi di quelle ombre lanciate alla conquista di una qualche verità, di una qualche certezza può sembrare convincente. Ne consegue che noi l’abitiamo – meglio, la visitiamo, la percorriamo – con una curiosità che in qualche modo si rinnova ad ogni passo o è rinnovata automaticamente proprio per l’impatto ambientale, che rappresenta una «violenza» conoscitiva.
A convalida, mi sembrerebbe subito da indicare la figura del silenzio quale protagonista; o uno dei protagonisti. Non è un silenzio vuoto, un suono appena percepito e soltanto fremito strano della memoria; non è una cassa di percussione o di registrazioni stanche; al contrario: è una comunicazione continua, in cui scattano anche assonanze e consonanze usate o promosse per integrare e completare in ogni direzione il discorso. In quel vuoto apparente noi non esistiamo inerti e non esitiamo aspettando; non mettiamo in moto, ingranando la solita marcia, la ruota della memoria; piuttosto decidiamo d’essere più circospetti, di disporci a un’attesa più cauta, più attenta, acuiamo «tutti» i nostri sensi e perveniamo infine a percepire segnali esigui (all’apparenza), strani (secondo l’esperienza), ma che finiscono per metterci in una nuova-diversa disposizione nel rapporto con il mondo esterno, quindi con la città distorta, la città di tuttestrutture, la città sopradescritta. Così si realizza un impatto positivo e determinante. Noi non dobbiamo riempire un vuoto un silenzio in una città della memoria o in una città quadro, dunque in una città ricostruita e riconquistata dalla cultura vecchia (che vale quanto il montare e incollare pupazzi ritagliati da libri su una fotografia); ma con una certa precipitazione, con una angustia attiva, ci disponiamo a esercitare le nostre idee e le nostre domande in un ambiente urbano che s’adegua alla nostra ricerca, alla nostra scelta metodologica, al conseguente linguaggio. In questa situazione che pare ecologicamente asettica, non disturbata dal livore del passato (non perché il passato sia rifiutato ma perché è confluito e inglobato nella vitalità del presente, senza altre scorie), non c’è presenza di storia, vale a dire di «cose già fatte» – dunque non c’è neppure un tempo o un luogo adibito a mausoleo del sentimento. Anche la donna, che c’è, è un manichino, neppure disposto in attitudine subalterna o sentimentalmente equivoca; è un’altra «probabilità» che può e deve diventare concreta, cioè viva, di volta in volta dopo che l’ordine delle domande sia ristabilito (sia pure un ordine apparente, continuamente manipolato); e la persona diventa viva e ferita perché può collocarsi o ricollocarsi in tal modo dentro a ogni questione; vale a dire che anch’essa vive o torna a vivere solo in virtù delle domande, se se le pone; e non per i sentimenti «tradizionali» che andrebbe a esprimere, secondo la norma. Anche per la donna, dunque, la forza della propria vitalità, o la ripresa della vitalità, si verifica e si convalida con o dopo ogni discesa nell’inferno secco del dubbio. L’ipotesi cartesiana rende questa donna e così anche ogni altro personaggio indicato dal libro, concreto; lo connota di una insoddisfazione fatta tutta di cose, ponendo la secchezza e il rigore della scienza (tabella ordinata di domande-risposte sempre attuale e via via aggiornata) come prevalente cartina di tornasole. Questa precisa «contestazione», non ambivalente, si accentua con una tensione sempre precipitosa ma egualmente sempre precisa; potrei dire meglio: violenta, nel senso che non è tanto sostenuta dall’impegno di cambiare cercando il nuovo ad ogni costo ma dal rifiuto sistematico dell’utilizzazione pragmatica di una tradizione culturale scaduta o interamente strumentalizzata dall’odioso e ubiquo potere politico; in ogni senso.
Ho detto «freddezza» della ragione; aggiungerei: freddezza meccanica, condizionata da tensioni anomale proprio nell’istante stesso in cui la ragione si pone «quelle» domande o cerca di impostare «quei» problemi. Il mistero fugge al mistero, perché in nessun modo si danno echi d’opera (vale a dire, comunque, ricerca d’effetti) nel retroterra e nella terra di Ceccarini. Qua si vuole sul serio rinunciare a tutto e ricominciare da capo. Non tanto a scrivere da capo, ma a interrogarsi da capo. Le domande sono continue; non le domande retoriche (anche se squisitamente retoriche della poesia); non le domande di generica ampiezza sulla sorte dell’uomo; ma le domande meno adatte a entusiasmare per quanto arano il fondo del nostro tempo e che sono legate a una realtà che vede coinvolti tutti gli uomini, cioè l’intera società entro cui si vive e che ci condiziona nei rapporti ma i cui rapporti si cercano (si devono cercare) in quanto sono i fili che reggono la vita. Non sono quindi le domande tradizionali del plasmon benefico o della quieta ciliegia. In questo schema (se è sufficientemente esatto); o se si vuole, in questo tracciato «conoscitivo» anche la morte è un fatto o un atto destinato a invecchiare. Non segna spartiacque e non chiede indulgente. Ne consegue ad esempio con riferimento a questi testi che anche l’aggettivazione, poco commossa, è ideologicamente argomentativa non mai (o quasi) qualificante-descrittiva. Aggiungo, come ulteriore precisazione, che sarebbe magari da apporsi all’inizio, che se il silenzio ecc. è un protagonista (naturalmente non il solo ecc.) la voce (umana) è invece declassata, vale a dire è ricordata o rappresentata (!) nella sua incongruenza o empietà. È una voce che declama soltanto e anche in questo dualismo rovesciato, che rappresenta una diversa prospettiva, sta uno dei punti caratteristici del libro. Il quale merita d’essere letto per intero, nel suo susseguirsi di sussulti e tensioni acri precipitosi dolorosamente intenti e protesi, in quanto disposti in un campo semantico divergente dalla norma. Nel prato ampio del potere culturale che tutto amministra si preferisce, come è giusto d’altra parte e abbastanza scontato, il certo certissimo o il dolce dolcissimo o il tenero tenerissimo o il duro durissimo ecc. mentre Ceccarini sceglie la difficoltà sul serio pericolosa di rimettere tutto, dico tutto, sempre in discussione. Tenendo nel mentre fede ad alcuni principi.
Ti tocco, luogo delle mie brame
Luogo di luce e lampi
dove cedono al sonno lieve anche i soldati guerrieri dopo
avere a lungo a lungo a lungo tenuto il campo
risuonante di pietre scalfite e di torbidi freddi soli spietati.
Ti rivedo, luogo delle mie brame, cielo tre volte puntuto
che Leopardi prima di accendere il sigaro copriva di asfodeli
appena fioriti, terra
di pellegrini che fuggono la peste della vita quando erutta
lo splendore silenzioso della lava.
È compito della speranza
disegnare ombre di foglie per l’armonia del tempo che si inghirlanda
così il tempo s’adagia sulla terra (che è mia) incontaminata e altera
a stabilire sirte e baldanza.
Il suo nome non trascrivo temendo gli dei
che ottenebrano il mondo e la ragione degli uomini
quando è l’ora di partire o di arrivare
ma, dico, dove sono nato resterò
heimat senza polvere sul mio cuore.
Come la libertà
vibri.
Settima considerazione breve
Celebrazione di una piccola gioia prima di
una piccola morte in battaglia oh gentile signora oh brava gente!
Fulgente fulgentissimo lo splendore fulgente
folgore saetta lampo splendore sulla campagna che splende
risplende di antica luce per luminoso splendore
o per risveglio amaro da ultimo giorno del mondo ahimè
piantato come l’albero nel fango
questo dice il soldato Veron
anch’io ho un risveglio amaro e
amaro è anche il mio risveglio dice
mi apparto allora a considerare
tre eventualità per vivere
fare amare sperare
splendore di fulgore per l’amata amante senza cuore
che mai più rivedrò.
Neanche il 15 agosto quando l’estate scompare e così
scompare il soldato Veron inghiottito dal fango
incomincia l’inverno girare di nebbie di sibilanti nubi.
E non è ancora finita…
quando ritorna la primavera nelle fauci di un leone…
sulle spalle il suo splendore spento…


