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La lunga notte dal ’74 ad oggi: perché gettare la spugna?
Le manciate di grano
Nei primi giorni d’agosto del 1974 non c’era rimasta molta gente a Bologna e il caldo padano premeva addosso con la sua afa umida e dura. Ma il giorno nove la piazza Maggiore, contenitore delle tempestose passioni politiche e delle lotte vere del popolo bolognese, si riempì fino all’inverosimile per accompagnare e seguire il funerale dei poveri morti dell’attentato al treno “Italicus”. Ricorderò quel giorno, l’ho affermato più volte, come uno dei più stravolgenti della mia vita. Nella piazza che man mano si riempiva di gente fino a straripare ci restai dalla mattina alla sera fonda e ascoltai le voci e parlai con la gente che, tutta, voleva parlare e anzi era venuta lì proprio per parlare per ascoltare per cercarsi per incontrarsi e non già a commemorare. Quei morti erano oggetto di uno straordinario rito collettivo. Parlare per capire, per decidere, per ritrovare e rinnovare la volontà e per continuare a battersi in qualche modo, dentro al giro dei giorni, in difesa della propria libertà. Ciascuno con decisione, con molta decisione, ma mai con disperazione; con rabbia dentro le idee, ma mai con rabbia dentro le parole. Poi a metà pomeriggio, sulle teste fischiatissime delle eccellenze ufficiali (da Leone presidente agli altri capi) ascoltammo un discorso di Renato Zangheri, sindaco della città, che ebbe il grande pregio di restare fuori da ogni retorica e anzi di interpretare con verità il sentimento della gente che lo ascoltava. Disse fra l’altro: “Su queste bare non diciamo vane parole… l’omaggio di Bologna viene dal cuore di una città che è antifascista senza incertezze, civile e nemica della violenza e della sopraffazione; è un segno di lutto e di compianto intimamente sentito; è anche, vuole essere, atto di condanna ferma degli esecutori del delitto, dei mandanti, delle centrali interne e internazionali che reggono le fila di una mostruosa strategia della tensione e del crimine… Qui la democrazia affonda nella vita stessa e nella storia, non si riduce a riti formali; qui il popolo conosce tutte le asprezze e tutta la nobiltà di una lotta che sa essere suprema”. Con queste parole quel giorno la città intera ancora una volta ha parlato.
Oggi siamo nell’estate dell’Ottanta e “dio, dio, quante cose son successe i questi anni” ha esclamato ieri, quasi a se stessa ma in realtà rispondendo a un redattore di giornale, una donna bolognese. Infatti da allora sono già passati sei anni e noi siamo, nei primi giorni di un altro agosto torrido, ancora in piedi, inebetiti dal dolore e dall’orrore a contare ancora una volta morti e morti. Un massacro. Povera Italia, povera città di Bologna, ecco che cercano ancora una volta di strangolarvi dopo avere seminato la morte. E io, in una tragica e personale sequenza, ho davanti agli occhi il giorno dell’8 settembre 1943, quando la parte di Bologna vicino alla stazione e poi la stazione stessa furono devastate da un attacco aereo terrificante e subito dopo correvo dentro al fumo e fra i morti nelle strade cercando mio padre. Passai anche davanti alla stazione che bruciava.
Oggi l’impressione mi sembra uguale, mi trapassa dentro. Provo lo stesso sentimento di chi vive in mezzo a una tragedia appena accaduta e non può, non vuole ancora emotivamente crederci. Era già terrificante e insopportabile, era già ignobile il lungo elenco di attentati, uccisioni plurime e singole accaduti in questi anni a partire da Piazza Fontana; si pensava che la follia fratricida che non risparmiava nessuno si acquietasse contro il muro duro e generoso del sentimento popolare che non vacilla; e che la violenza feroce e inutile si fosse conclusa dietro la lezione degli avvenimenti che non concedevano speranza di proroga o futuro.
Invece siamo di fronte a una tragedia che non concede neppure il fiato di una domanda e che non sopporta più neanche una risposta. Questa di oggi è lì come il segno o l’urlo di un grande naufragio collettivo.
Possiamo anzi dobbiamo senz’altro continuare a far ripartire i treni per le vacanze, come è giusto. Possiamo anzi dobbiamo pure continuare ad ascoltare i discorsi ufficiali conditi di giusti sdegni, di altrettanti sacrosanti auspici e di sicure promesse mai mantenute. Ma è vero che dall’indagine ufficiale sapremo qualcosa, se mai lo sapremo, fra cento anni, a che nel frattempo il pianto a noi si seccherà in gola. Intanto continueremo a seppellire i nostri morti e noi continueremo a restare vivi fino a che una qualche morte magari raccolta nel modo più semplice o più disarmato non sorprenda anche noi. Tanto è labile, scucita la nostra vita, che sembra non avere più sicurezza di niente e ricevere sicurezza più da niente. Allora buttiamo la spugna? Non possiamo, ecco tutto. Perché a una conclusione di rinuncia e di privato e pubblico sfacelo certamente vogliono che si arrivi; intendo, quelli che seminano questa morte con periodiche manciate di grano. È certo che una rete fitta fitta soffoca e preme l’Italia, questa Italia. Ma l’Italia non è ancora un pesce da pescare, un tonno da mattare. Rispettiamo e vendichiamo i morti restando dei vivi che nel lavoro di ogni giorno non si danno tregua per difendere come possono e come sanno questa straziata ferita insanguinata braccata calpestata ma nostra democrazia.
Infatti è proprio non accettando la morte – questa morte – che si può dare quel po’ di libertà che ci resta anche agli altri. Quel po’ di libertà che ci resta e che tuttavia è una libertà straordinaria.
il manifesto, 4 agosto 1980.
Roberto Roversi
Roberto Roversi è uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Nato a Bologna nel gennaio del 1923 e laureato in Filosofia all’Università di Bologna nel 1946, ha fondato la rivista “Officina” assieme a Pier Paolo Pasolini (uscita dal 1955 al 1959). Dopo la pubblicazione per Einaudi di Dopo Campoformio, si è costantemente rifiutato di affidare le sue opere ai grandi editori, limitando la sua produzione a tirature limitate di cui si occupa direttamente. Dall’incontro con Lucio Dalla sono nati i tre dischi che hanno rivoluzionato il linguaggio della canzone d’autore: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili (il cui titolo originale doveva essere Il futuro dell’automobile).
Qual è stato il motivo che ha spinto una multinazionale come RCA, nei primi anni Settanta, a tentare un esperimento così audace e al tempo stesso spericolato come quello dei tre dischi realizzati con Lucio Dalla?
Francamente, sul piano realistico, concreto e preciso non me lo so spiegare, se non con questa mia convinzione: il merito di aver portato avanti concretamente l’operazione ad alto livello si deve semplicemente a Lucio Dalla, che era alla ricerca di nuove responsabilità, di nuove collocazioni, alimentato da una curiosità che lo conforta e lo qualifica anche adesso. Quindi si è buttato, non dico a corpo morto, ma con una dedizione, con una convinzione eccezionale nel realizzare questo lavoro. Egli è stato abile sia sul lato concreto-artistico, sia nel risolvere i contrasti quasi quotidiani che potevano venire fuori non proprio dal dissenso, ma dalla poca convinzione e dal sospetto del potere ufficiale, pratico ed economico.
Renzo Cremonini è stato il fautore del Vostro incontro?
Renzo Cremonini è stata la persona che mi ha messo in contatto con Dalla. È sempre stato un tramite straordinario: nel sollecitare le operazioni, nell’evitare le eventuali contraddizioni, nel risolvere anche certi dubbi che potevano nascere e prendere il sopravvento. Sicuramente è stato il più convinto di tutti.
Lei ha conosciuto Ennio Melis?
L’ho incontrato alcune volte. Erano incontri casuali: cordiali, civili, ma nient’altro. Da quello che ho capito era una persona di potere, ma aveva anche il potere di giudicare bene, di prevedere, di tentare, e se l’operazione è stata portata avanti, lo si deve sì a Dalla, ma anche alla controparte ufficiale.
Le canzoni musicate da Dalla e scritte da Lei hanno la struttura del sogno, della visione, e sfuggono alla classica struttura della “canzone” o, addirittura, della “canzonetta”. Qual è stata la vostra invenzione creativa di partenza?
Era una presunzione apparentemente esorbitante, ma sostanzialmente ironica, che io tuttora coltivo; anche con una canzone si può rifare il mondo. Ogni canzone era pensata in questa funzione. Direi attraverso l’enunciazione, l’identificazione di un particolare. I tre dischi sono collegati tra loro in una progressione di riferimenti, di argomenti abbastanza vicini tra di loro; non c’è scoordinamento, fino al terzo disco che è Automobili…
Che Lei non ha voluto firmare, usando lo pseudonimo di Norisso…
Certo, perché un conto erano le canzoni scritte, che Dalla suonava in giro per l’Italia (era un lavoro nell’insieme complesso, completo e diverso); un conto era il disco, che invece era un po’ sminuzzato, direi… Non mi sentivo di avallarlo a occhi chiusi. Ma Dalla ha ottenuto tutto quello che era possibile.
Lei ha dichiarato che ad attrarla è stata “l’insofferenza umana e artistica” di Lucio Dalla.
È stata l’insofferenza rispetto agli standard normali. Dalla è un uomo, oltre che un artista e un cantante. È sempre un passo avanti al proprio corpo, calpesta la propria ombra, ombra che gli è davanti e non dietro le spalle. E quindi è un miracoloso sperimentatore. Ha una voce straordinaria e una vitalità mentale e culturale direi scompaginata, nel senso positivo: per lui tutto può entrare e tutto può essere sperimentato.
Il disco Come è profondo il mare è stato pubblicato nell’autunno del 1977, un anno socialmente molto complesso, pieno di buio ma anche di lampi creativi innegabili. Quanto quei tempi possono avere influito sulla scrittura di Dalla?
Quei tempi hanno sicuramente influito: erano tempi esagitati, straordinariamente vitali, ma anche contraddittori e un po’ pericolosi. Per interpretarli occorreva stare sempre non alla finestra, ma in mezzo alla strada. Dalla aveva già una sua maturità, una sua convinzione. Il passaggio dalle canzoni fatte assieme alle sue canzoni autonome è un progresso, un approfondimento, non un regresso. Quando Dalla scrive “canzonette” sono sempre di primissima qualità e sempre motivate.
Quale dei Vostri tre dischi ritiene migliore, nel senso che riconosce in esso un perfetto connubio tra musica e parole?
Non mi sono mai posto questa domanda, penso che i tre dischi siano connessi uno con l’altro, collegati. Ogni disco è un progresso, è una identificazione di problemi, è il tentativo di approfondirli, di collocarli all’interno dello stato delle cose in cui venivano prodotti. Sono affezionato a tutti e tre: ci sono alcuni che personalmente mi attirano di più, ma e una valutazione puramente sentimentale che mi trattengo dal fare, non o un giudizio critico.
Il rapporto con Dalla è stato un rapporto non previsto, ma neanche casuale. Dopo aver rappresentato la mia prima commedia al Piccolo Teatro di Milano, dove c’era una scena di spogliarello in un night che mi aveva particolarmente colpito, sia per la musica di Carpi che per l’allestimento scenografico, mi ero improvvisamente proposto per la prima volta di tentare di scrivere una commedia musicale che a quei tempi sarebbe stata una novità, oggi un’ovvietà. Ne parlai una volta con Cremonini e lui si disse interessato. Ne parlò con Dalla, mi riferì il suo interessamento generico e io mi misi a scrivere per fare una prova, un esperimento. Essendo io completamente sprovveduto in questo campo specifico, scrissi alcune canzoni con dei linguaggi diversi: populista, d’amore, epico. Le consegnai a Cremonini aspettando di avere un giudizio critico circa l’opportunità che questi testi, eventualmente corretti, o altri simili potessero poi diventare testi di canzoni. Passarono circa un paio di mesi e fui avvertito da Cremonini che erano stati musicati da Dalla e quindi sarebbe stato opportuno incontrarci per ascoltarli e discuterne insieme. Non era stata fatta nessuna sostanziale correzione: così come io avevo scritto i testi, Dalla li aveva cantati, e così è stato anche per i due dischi successivi: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa. Il futuro dell’automobile (non Automobili che è un titolo fasullo, un po’ generico, arrogante e sviante) era il solito titolo problematico collegato a una realtà concreta e si avvicinava ai due titoli precedenti. Ecco la ragione per cui trovai lo pseudonimo di Norisso, scelto a caso: era quello di un conte veronese del Settecento, socio della Accademia dell’Arcadia a Roma. Una scelta ironica, momentaneamente rabbiosa. Rabbiosa in riferimento a me e non nei riguardi di Dalla o di altri. Con Dalla mi lega tuttora amicizia e profonda gratitudine per il lavoro svolto con tanta attenzione.
Lei ha detto che Dalla è “fornitore, in ogni occasione, di meraviglie, come un orgoglioso Fregoli della canzone”. È questo che l’ha spinta a collaborare con lui?
Questo mi ha spinto a continuare a collaborare con lui. All’inizio non sapevo dove saremmo andati a finire. I testi del primo disco erano scritti per provare varie possibilità, non sapevo cosa sarebbe venuto fuori; poi mi sono accorto della sua capacità eccezionale di cantare anche, come si diceva tra noi, l’elenco del telefono: infatti ha cantato la quotazione della Borsa Valori di Milano!
Lei avrebbe voglia di lavorare ancora con un musicista?
Ascolto le canzoni, seguo la musica, ma mi sembra che in questo momento le problematiche che mi attirano siano completamente esautorate di ogni interesse da parte del pubblico. Appartengo, e credo senza nessun vittimismo o lagnanza, alla parte dei vinti. Scrivendo un testo e recitandolo non saprei chi avrebbe voglia di ascoltarlo, oltre me, in quanto i problemi che continuano a interessarmi sono superati da tanti altri molto più urgenti, magari anche più affascinanti, ma a mio parere meno corrosivi.
Continuo a scrivere per L’Avanti il mio lungo poema che dura da più di vent’anni, L’Italia è sepolta sotto la neve, di cui sto componendo la quarta e ultima parte. È sulla realtà concreta delle cose che ci circondano: nei dettagli, nei sentimenti, nelle contraddizioni, nelle superbie, nei timori. Lo sto finendo proprio in queste settimane. È un’operazione molto complessa, e non lo dico per dargli un’aura sublime, ma perché ci ho lavorato a lungo mettendo dentro più materiale e più polpa possibile. Le prime tre parti sono state pubblicate in tirature molto limitate, direi quasi per gli amici, e anche quest’ultima avrà la stessa sorte. Poi si presenterà il problema di radunare le varie parti per comporre il volume completo, ma di questa conclusione dell’opera omnia, detto in maniera ironica, naturalmente, mi interessa meno. Io sono fuori dalla grande editoria da quarant’anni, dopo aver pubblicato prima con Feltrinelli e poi con Einaudi. Con Dopo Campoformio io mi sono messo da parte e tutto quello che ho scritto in poesia l’ho sempre pubblicato in edizioni assolutamente appartate, distribuendole quasi a mano, il modo che ritenevo più valido, più affascinante e corrispondente ai miei interessi e alle mie volontà.
Continua a ritenerla una giusta decisione?
Una decisione discutibile, innegabilmente, come tutte le decisioni drastiche, ma dal mio punto di vista, se non giusta, molto confacente alle mie convinzioni e al mio stato d’animo.
Ogni musica vive del proprio tempo, Lei concorda?
Infatti i nostri tre dischi sono completamente dimenticati, mai suonati, nemmeno una volta; mai ricordati, come forse è giusto che sia.
Molti considerano quei tre dischi un monumento alla creatività, peraltro mai eguagliato.
Non lo so, non spetta a me giudicarlo. Sento molte radio private, ascolto musica in varie direzioni per imparare e per essere sollecitato vitalmente e intellettualmente, e non c’è una volta che venga inserita in scaletta, anche di straforo, una nostra canzone di quegli anni.
Le radio non riflettono quello che il pubblico ama realmente.
Sì, questo è vero. Ho cercato di mettere nei miei testi tutto il potenziale in una direzione riflessiva ben definita. Oggi, come allora, sono pronto ad accettare critiche, ad accendere la discussione. Scrivevo testi in funzione dell’argomento che cercavo di elaborare, e di circoscrivere, tenendo conto che dovevo usare un certo linguaggio perché doveva confluire in quello musicale, che poi e il padrone assoluto delle canzoni. Mi rendo conto che solo uno come Dalla poteva avere amore, interesse e volontà di affrontarle musicalmente, realizzandole in maniera così gagliarda.
Ci sono cantautori che apprezza?
Ci sono cantanti interessanti, nessuno che mi abbia davvero stravolto la vita, ma evidentemente nemmeno le nostre canzoni hanno stravolto la vita degli altri. Alcuni come Guccini o De André li ho ascoltati con rispetto e con ammirazione, ma senza provare il subbuglio di un vulcano, cosa che invece accade quando si ha a che fare con parole fuori della norma.
Un libro: recensione a Frammenti di memoria di Antonio Catalfamo
Antonio Catalfamo, Frammenti di memoria, Nicola Teti Editore, Milano 2009.
La raccolta di testi poetici di Antonio Catalfamo si apre con un poemetto intitolato Quando incontrammo Di Vittorio. Narra, dice, racconta, rimanda alla storia dei fatti, alla storia concreta e non manipolata, alla storia furibonda e negletta delle idee.
Il prof. Gian Luigi Beccaria, su «La Stampa» di sabato 26 febbraio, ha scritto: «Oggi i muri non urlano più. Nel Sessantotto erano “tele” di parole, oggi nient’altro che imbrattature mute». Ecco, le pagine di questa raccolta, su cui sono quasi incisi i testi, sono di volta in volta come muri intonacati e impolverati su cui, con pennarello nero e rosso, sono scritti a braccio alto (vale a dire, con caratteri grossi e ampi) versi, che spesso bruciano le carte e graffiano la pietra.
È vero che sui muri ormai si tracciano e si intrecciano segni spesso sgangherati, o incongrui, ma è altrettanto vero che i versi di Catalfamo comunicano emozioni che vorrei definire immediate, senza alcuna altra mediazione se non quella della “voce che legge”, emozioni che sembrano spente o fastidiosamente bistrattate in buona parte dall’attuale nostra poesia, immedesimata piuttosto a considerare virtuosamente se stessa.
Sarebbe, dunque, quella di Catalfamo una proposta poetica negata a un largo consumo e destinata piuttosto a consolare, a tentare di consolare gli sconfitti della storia. Invece con l’aggressiva e limpidissima convinzione di chi non ha mollato le emozioni e le condizioni ancora vitali (nonostante gli ingorghi pretestuosi) della politica, contorta e malamente strizzata nel mondo attuale, nel “nostro” mondo, Catalfamo non corrotto, intrepido e convinto, scrive: «Dobbiamo scrivere, scrivere / scrivere / scrivere a dispetto dei poeti».
I collegamenti sono alti. Anche appena letto, questo perentorio invito mi ha collegato al “grande” invito di Viktor Sklovskij nei suoi ricordi 1917-1922 (in Viaggio sentimentale): «Il socialismo non c’era ancora, bisognava scrivere molto».
Mi affido all’indice, che è un itinerario di sollecitazioni e di pronte memorie (appunto) di notevole suggestione: Quando incontrammo Di Vittorio – Mia nonna – Mio padre – Giovani fascisti – Salmo dell’uomo libero – Non aspetteranno gli operai – Auschwitz – Poesia e storia – Comunismo e libertà – Poveri e altri titoli ancora.
Il libro ha una prefazione molto efficace di Jack Hirschman; per aprirne la più pronta e utile intuizione: «Non è un piacere da poco leggere Frammenti di memoria un libro di poesie che non rivela semplicemente un uso autorevole delle strutture poetiche, del linguaggio ecc. ma contiene la narrazione e la Storia di ciò che significa essere stati nel passato, e essere nel presente, un comunista che lotta».
Vero. Vorrei soltanto ribadire che i testi di Catalfamo non solo inducono ad essere esaltati, alimentati dalla risoluta durezza delle idee («il comunismo non è morto, / come le lucciole / della nostra infanzia»), ma sono il contenitore di emozioni sentimentali collegate strettamente e vitalmente a questa decisa convinzione come propellente ancora pulsante.
Senza eccessi, senza pulsioni estremistiche, senza populismo esaltante e farneticante ma con la limpida anzi lucida fermezza di aver assunto il lievito per la propria vita, che non si esaurisce nel dire ma si completa nella dura vicenda del fare di ogni giorno. Essere lì dove le necessità sono allo stremo, cercare sempre di non quietarsi ma partecipare cercando di camminare a piedi, perché la strada è del viandante.
Si stabilisce pertanto, dopo la lettura e le letture, una prima impressione di fondo, che certamente allontana un lettore (a cui Catalfamo non è giustamente interessato) ed esalta un altro che riceve stimoli, ripeto, vitali per alimentare il serbatoio delle idee. Difficilmente si incontra oggi – ed è una fortuna incontrarla – una poesia così disposta. Rilanciata come un avvertimento (non una supplica) attuale. Concreta, implicata nel cammino dell’umanità, aiutando il lettore (di cui sopra) ad andare verso i singoli dettagli (i singoli problemi) della vita. Che non rinuncia e aspetta.
Foglio degli eremiti, n. 2, 17 marzo 2010, pp. 24-25.
Uno stadio colmo è la metafora del silenzio
Cerchiamo di capire se la partecipazione di massa ai concerti è legata ad una furia esistenziale; a una furia culturale; alla rabbia aggregativa che nasce dalla solitudine e dalla emarginazione; oppure se è legata alle semplici, alle consuete ragioni di buona organizzazione e di soddisfacente appoggio politico; oppure se possiamo noi cogliere qualche novità culturale e sociale nell’ambito di questa comunicazione cantata, che confermi ed esprima una autonomia ed una capacità di ripresa che non finiscono di sorprendere.
Cantare per cantare; cantare per divertirsi. Come ascoltatore (che vuole divertirsi, ma che vuole anche capire e vivere) ho più volte dichiarato il mio dissenso. Ma i sessantamila per Demetrio Stratos? Con i loro cerini accesi? Cosa intendono fare? Cosa si propongono? Si divertono? Come? Ascoltando? Non cercano altro? Ma la canzone (ricordiamolo appena) non può essere solo ascoltata, si dovrebbe parteciparla. Dividerla, spezzarla, masticarla. Infatti è, o dovrebbe essere, una compromissione completa. Nella sua totalità è perfida, è pericolosa anche quando vorrebbe, in superficie, essere o risuonare soltanto come gioiosa; proporsi come puro divertimento, come si dice. E infatti, per quasi tutti gli addetti ai lavori, la canzone è fatta per allontanare dai problemi piuttosto che per precisarli. Che altro si può chiedere a una canzone, dicono? Così si marcia sulla base di sessantamila per volta. Uno stadio è colmo.
Allora questo stadio quali nuove conclusioni propone? Io direi che si propone come un’occasione; magari non un’occasione di divertimento generale ma di privata e quieta disperazione, quasi che ciascuno degli spettatori dicesse: là cantano ed io sto qua a fumare; o con la mia ragazza; anche solo per i fatti miei; ma insomma, là cantano ed io neanche ascolto, neanche sento, o forse neanche voglio sentire. Oppure sento ogni tanto quello che voglio ascoltare. Ecco a mio parere il punto che conta: di questi sessantamila forse neanche la metà, o a malapena la metà è lì per un ascolto. Gli altri cercano altro. Sono lì per venirci, lì per restarci, lì per sentirsi, vedersi, sperarsi, ridersi, dormirsi, lì per andarsene, ma non per ascoltare. Se ne fregano; le canzoni sono tutte uguali, dicono. Così riempiono lo stadio per Celentano, per Bennato, per De Andrè, per altri venti, per altri cento cantanti, anche se piove, anche se fa freddo. Vanno per Stratos però se ne sbattono di Stratos, perché non ascoltano o non riescono a sentire, ma vanno per camminare (ripeto), per essere lì e non altrove, perché quello è il punto di ritrovo; e altrove un punto di ritrovo così non c’è. Ma anche in questo momento lo stadio dove parecchi bravi personaggi cantano è un luogo pieno di silenzio, dove si cerca – dentro al suono – proprio il silenzio. È un luogo dove alcuni si trovano a cantare, ma dove in realtà si canta; dove la suddivisione fra produttore di suoni e ascoltatore è ormai netta, è ravvicinata da alcuna mediazione. Ciò dipende, credo, non tanto dalla situazione ma dalla scelta compiuta dalla canzone attuale (meglio: da quella parte della canzone che nei tempi passati si era un poco impegnata per essere diversa). Proponendosi come puro ascolto, come divertimento, come privato, essa non fa esplodere più alcun giuoco (nessuna violenza di giuoco) e si assesta nella pienezza della sua indifferenza, in un centro del tutto neutrale, in cui può accadere ogni cosa e il contrario di ogni cosa. Purché non sia messo in discussione il disordine esistente. In un tale contatto capisco come cantare possa essere da una parte molto divertente per chi canta (che non ha più alcuna responsabilità); e d’altra parte la metafora del silenzio per tanti ragazzi che sono lì come a un convegno delle streghe. Infatti questa aggregazione spasmodica non comunica più. Mercificata anche ideologicamente.
La Città Futura, 29 giugno 1979.
Antonio Catalfamo, Poeti operai
Antonio Catalfamo, Poeti operai (antologia), Milano, «Il Calendario del Popolo», n. 730, anno 64°, maggio 2008, pp. 64, euro 5.
Ci hanno spinti fuori
dalle fabbriche
a centinaia di migliaia
in questi anni.
Ci siamo sentiti addosso
il deserto
in qualche
momento.
(Ferruccio Brugnaro)
Ora saranno contenti: la classe operaia, dice il nuovo potere, è scomparsa, l’operaio non c’è più (o perlomeno “arranca in qualche sperduta periferia ex comunista”). Lo dicono loro, almeno quelli che si ritiene sappiano le cose e abbiano, per il momento, in mano il destino del mondo, la sfera per gestire le vicende presenti, teorizzando le pratiche relative; in poche parole, la gestione effettiva, e ascoltando le loro sontuose cronache e gli ammonimenti delle loro virtuose scritture. La classe operaia, dicono, è scancellata ormai dal novero delle istituzioni sociali vigenti, scancellata dal novero delle indicazioni sistematiche protagoniste nelle vicende sociali dei nostri anni. Anche il denso plotone dei reduci da quel campo di battaglia di sinistra, magari con vistose ferite, si scuote come i rami di alberi accasciati sulle rive del fiume (dei fiumi). Si dovrebbe dunque, parlando, scrivendo, facendo, in qualsiasi modo o forma, riferimento, indicare verbalmente o graficamente il logo, ormai dato per “transeunte”, di classe operaia, decisamente “obsoleto”. Il termine irrita o fa sorridere con diniego1. Si dovrebbe perciò, per il doveroso inevitabile aggiornamento linguistico e culturale, parlare scrivere sottoscrivere soltanto di “tute blu”. Braghe e giubbe di un colore che vuol riportare, o vuole rimandare, a celestiali invasamenti sociali, a un grado di applicabilità e gestione approvabili da chi gestisce le cose seduto sui gradini più alti del mondo (non ricordando che così intruppati e vestiti gli uomini del lavoro potrebbero di nuovo ricominciare a contarsi, come accadde, lo ricordo sempre, nell’antica Roma quando il senato legiferò che tutti gli schiavi dovevano indossare un camice bianco e gli schiavi finalmente cominciarono a contarsi). (“Quando entro qui nel reparto / io non ho altra speranza / che quella d’uscirne vivo”, Francesco Currà). (“Mia turbinante ed ostinata rabbia / sfogati, mordi, scalcia, spadroneggia!”, Francesco Currà). Il mondo oggi è irriso e sopraffatto. E le tute blu dovrebbero esclusivamente seguire il destino di questo o quel capitale, soggiacendo ad ogni improvviso destino, come tanti rigagnoli che defluiscono verso il mare dell’oro sul quale defluiscono a motori spiegati i grandi scafi degli uomini fortunati in denaro e in amore; quindi, ripeto, in potere. Insomma, le tute blu dovrebbero soggiacere come una sorta di leoni addomesticati, anzi ammaestrati. Un cerchio di fuoco, salta qui salta là, oplà! una manata sulla testa del leone accosciato da parte del domatore e via per il prossimo spettacolo o affanno. Vederli così buoni e quieti: “All’ora del pranzo / seduti sul marciapiede / il piattino sulle ginocchia / mangiamo in silenzio” (Donato Rossi).
Parto dalla convinzione che tutto il soprascritto sia ancora una delle tante, progressivamente caute e feroci, manipolazioni che nel corso degli ultimi decenni soprattutto, hanno compresso poi hanno depresso le poderose drammatiche propaggini dei lavoratori di mezzo mondo buttati, prima, in due guerre acerrime e bestiali, mondiali. Dallo sfascio mortifero sortirono, sotto naturali e affannati rigurgiti di speranza in generale e di volontà di cambiamenti duraturi, propositi di lealtà e misura nelle sopraffazioni, propositi esibiti di fratellanza (finalmente riconosciuta e ricercata), volontà di bandire la fame di potere di Stati e così via. Una ennesima illusione annegata in un mare di parole, scherzo vile e infame. Oggi, siamo così come ci vediamo; come non vorremmo essere ma siamo; come lacrimiamo di essere, talvolta con rinnovata disperazione. E allora: “Mia turbinante od ostinata rabbia, / sfogati, mordi, scalcia, spadroneggia!” (Francesco Currà).
Allora possiamo, noi dico, ripetere che questa parte del mondo in cui viviamo, spudoratamente avida nel gestirlo a proprio vantaggio, butta le ossa con qualche filamento non di carne ma di nervo ai cani. I cani operai, abbelliti magari con nastri colorati strizzati al collo. Ufficialmente, viste da queste angolazioni, le sopradescritte e ribadite indicazioni sembrerebbero, e per loro sono, polverose esagerazioni; il mondo in cui ci è dato di transitare essendo, nonostante le sue innegabili spuntature, il migliore dei luoghi possibili. O potrebbero ancora sembrare le elucubrazioni di cittadini poco dinamici e solo insofferenti, non certo protesi al futuro. Eppure la verità è che i portatori delle desolanti insoddisfazioni, anche solo per la semplice sopravvivenza, non potranno mai essere conculcati nella loro ricerca e nel loro moto verso un destino più giusto, più duraturo e più vincolante; sia pure, ripeto, dentro al presente sfascio dei valori, dei sentimenti autentici, delle speranze e degli impegni, dentro allo spettacolo di una società che invita a soddisfare ogni brama, ferocemente aggredendo il destino generale e rilasciando scempio sfrenato e troppo spesso dolore.
Questa forse troppo lunga introduzione mi concede di entrare più direttamente (muovendo dalle pagine di questo fascicolo molto utile, curato con acume ed eccellente partecipazione da Catalfamo) nel merito di una realtà sociale tuttavia ancora drammaticamente presente, con la riapparizione, per nostra fortuna, di donne e uomini reali, promotori di istanze sociali rabbrividenti nella loro urgenza; donne e uomini della fabbrica, dalla fabbrica (“Tutto è pronto, / guardate i fonditori, / le staffe, i crogiuoli, / la fabbrica segue ogni movimento, / trattenendo il respiro”); ogni giorno tempestati dall’incertezza subdola e improvvisa di un capitalismo ormai senza più timori se non i rigidi vincoli finanziari; ondivago e migratorio. Così, con questo sdegno dei sentimenti e delle idee che ci rodono dentro contrastando il presente, conducono a leggere il fascicolo come una vera miniera di indicazioni e scelta di testi poetici composti dentro alla tavola imbandita della buona poesia, dalla quale fino ad ora sono stati sempre allontanati con severità arrogante. (Eguale servizio, o prepotenza, è riservata alla poesia delle donne, anch’esse ritenute animali a parte). Il mondo della fabbrica è spalancato nell’unico modo diretto e confacente, dagli operai e per gli operai (intesi come uomini, come donne che lavorano nelle fabbriche, luoghi lucidi di martirio e di passione). Altrimenti, per questo specifico, con doverosi e rispettosi inchini, si fa sempre riferimento esclusivo a Ottieri, a Volponi, a Pasolini (a Mastronardo?) anche se in realtà la fabbrica l’hanno odorata ma mai frequentata. L’operaio, l’operaia, in fabbrica tante volte ci muore. “Sirena suona, suona / riempi il cielo / riempi le nostre mani. / Fumo sali, sali / metti ali di rondini / metti ali di colombe / in alto più in alto ancora / intorno al mondo porta / l’alba di questo giorno d’acciaio” (Franco Cigarini). Esempio: chi ricorda più Taddei? Chi ha sentore delle poesie di guerra scritte con il sangue dei soldati? Aprire alla poesia i nuovi (o i vecchi) sentieri di guerra e di pace tremendamente scombussolata, riascoltare la voce della tremenda tristezza popolare, sarebbe un contributo fondamentale alla ricerca e al ritrovamento di nuovi o di antichi valori rottamati dal tempo. La verità è lì che incombe riordinando problemi e memorie: “Sono tornati gli operai. / Sono tornati / i miei compagni. / Sono tornati / come un tempo / fieri e decisi” (Ferruccio Brugnaro). Per intendere e volere, capire al meglio, il fascicolo “vibratile” redatto da Catalfamo è strumento determinante.
Note
Anche se proprio in questi giorni, per un esempio, dopo la batosta elettorale della “sinistra arcobaleno” (intitolazione piuttosto da sala corse o da bingo che per un raggruppamento politico militante), e a conclusione del congresso non esaltante di Rifondazione Comunista, il nuovo segretario cominciando forse a prendere atto che la cancellazione della figura reale dell’operaio era affrettata e pretestuosa, solo funzionante per la esorbitante isteria contemporanea, ha conclamato di volere ripartire, per la rigenerazione del partito, proprio dalla “classe operaia”. Così anche Bertinotti, nel lacrimevole saluto della sua vicenda dirigenziale, ricupera la grande motivazione: “Abbiamo fallito, ripartiamo dagli operai”. Per una riflessione non imburrata su questa o su queste problematiche, rimanderei all’intervista a Marco Revelli del 31 luglio 2008 su «Liberazione» e alle varie lucidissime presentazioni di Antonio Catalfamo nel fascicolo da lui curato.
«Campi immaginabili», n. 38/39, Rubbettino Editore, 2008.
Sul cammino accidentato delle canzonette
Quella che è appena, passata, devo confessarlo, è stata una settimana da Bandiera gialla, da tempesta di sabbia. Ma non racconterò i miei guai: voglio accennare solo a alcuni incidenti sul lavoro. Intanto è finita prima di cominciare la mia carriera di scrittore satirico (i dettagli, in altra occasione). Poi su l’Unità mi sono preso qualche mazziata da un lettore per via del mio pezzo in morte di Villeneuve. E, ancora, il 16 maggio, una domenica, ho letto su Paese sera l’intervista in cui Lucio Dalla, a chiusura di tutto, diceva: “Ma sai, quello per me, non è stato un periodo bello, anzi traumatico. Con Roversi c’era sempre conflittualità. È una persona assolutamente pura e io diffido dei puri. Quelle erano canzoni un po’ intellettualoidi, nel senso che mancava la grande partecipazione di chi le scriveva, di chi le cantava, di chi le ascoltava. Senza che lo fosse era un po’ sentita come roba da salotto. E poi io non amo la musica epica, mi dà fastidio anche fisicamente. Non mi piaceva urlare, quelle canzoni, come fossero cantate su un tavolo da chi aveva capito e era molto più avanti”.
A questo punto mi sono detto: boia d’un mondo! allora voglio dire due o tre cose anch’io. Confesso che mi ero ormai scordato del tempo in cui Dalla rovesciava un po’ di musica sopra i miei testi e poi li cantava. Faccende passate in fretta, dimenticate da tutti. Però credevo che residuasse tra noi una porzione di innocua cordialità: tale da affiorare nelle saltuarie occasioni e da far pensare e dire in merito alle comuni vicende, ciò che è giusto, sia pure di scarsa importanza. Perché credo che anche le cose più insignificanti non debbano venire mai travisate, e si possano raccogliere perfino dalla polvere.
Se Dalla oggi per sua fortuna (e merito) è un dio, nessuno di noi è un gatto bastardo a cui si può tirare i peli grattandogli la pancia. Così dico: puro equivale, quasi in ogni dettaglio, a pirla: anzi a un pirla bietolone e pericoloso, a cui non si può lasciare in mano neanche uno zolfanello per la paura che dia fuoco alla casa. Quello sono io? Bene. Però ribatto: quando ci siamo impattati, al tempo di gnà Ava, lui era incasinato nei propositi più di re Carlo in Francia. Pare a me che qualcosa alla fine sia stato fatto se poi ha ripreso per conto suo a camminare sul filo, di filato, e in salita.
Con questi testi, e le conseguenti deprecate canzoni, si tentava di rintracciarne e avviare un possibile discorso, incerto e inquieto, certo poco brillante e molto limitato ma attraverso la cautela e l’attenzione di una ricerca insistita e paziente. Nessuna presunzione, se mai il bisogno di guardarsi intorno e capire – in un periodo di grande angoscia del mondo. Soprattutto, nessun salotto in vista. E nessuna presunzione. Ma sì! adesso mi rendo conto come sia naturale dopo tutto che Dalla allontani con fastidio, con una mano, tutto ciò che ha a che fare col tempo del sole cieco e della fatica oscura. E che butti nel rusco anche il sottoscritto. Con una insofferenza alla Scelba. E da uomo, adesso, di potere. Io lo invidio; perché è già in teleselezione col Duemila, mentre noi siamo impeciati con le beghe di questo interminabile Ottantadue. Quindi, sinceramente, ancora lunga lunga lunga e prolungata fortuna in ascesa a Lucio Dalla.
il manifesto, 23 maggio 1982.
La gentile signora (VI)
La notte è
gradimento di sonno
e per sogni docili che accorrono
è buona sera –
ma quanto breve è
l’illusione di pace
vedendo il giorno che ti rapisce la vita
e non sai più cosa fare –
anche l’orrore è buono se fa vomitare
Non giorni di gloria cara ragazza sognata
nella balera emiliana (allora)
a sprizzare fuoco di luce –
essere qui distesi è dare
addio al mondo
poca speranza da spartire
prima della sera.
Non ricordo più il colore della bandiera
dei tuoi occhi. Addio.
Non ti rivedrò più mai
io
Erano alti gli auspici
per la vittoria che non arriva mai. Invece.
Senza bandiere non si può procedere nel fango
le bandiere sono
fra le mani degli scheletri caduti.
I cieli azzurri le profonde foreste ferite
i cieli i cieli
i cieli
ah, lontane dimenticanze
quanto acerbo destino
da spartire con il ventre dei cavalli squarciati
i cani accecati si lamentano con
il sibilo del treno
Solo cattivi presagi
passano da queste parti
e solo la nuvola sembra (può sembrare)
una ragazza fuggita
sopra un cavallo che ha zampe di fuoco.
Poi.
Null’altra voce che il cannone lontano
fucileria vicina.
Trascorrente la gentile signora
inesorabile e tosta.
Meglio dormire riposare un poco
stendersi non più pensare
sognare barche con vele e mai più sparare
Il mare il mare
il mare
oh il grande mare
come risuona bene lì vicino
come è prepotente fondo da ascoltare…
Giravo sul campo di battaglia in cerca di
metafore.
Amici, compagni in quanti siete caduti
oggi
che era un giorno di buona speranza
e non lasciava temere
non si doveva morire.
Domani domani
forse domani era il giorno di fuoco
domani poteva tagliare la vita a poco a poco
non oggi che c’era il sole
(per una volta, almeno)
Come erano belle le ragazze
in quell’estate italiana.
Le sere non arrivavano mai.
Sempre il sole era lì a contendersi
la luce degli occhi erranti senza posa.
Oh splendore di una rosa e di tutte le cose da fare.
Sapienza delle speranze sperate.
Poi quel giorno. Quando una notte vera è arrivata.
E la strada del mondo si è rovesciata
nell’urlo del compagno caduto
Alla quota 115
gli alberi feriti spezzati
indicavano un’altra vita.
Il cannone non taceva non lasciava speranza.
Eppure, madre,
si doveva aprire la porta e partire.
Quanti gradini
per salire senza vertigine e senza seguire la morte
ognuno invocava sotto voce il santo
se cadeva scompariva nel nulla.
Tali erano gli anni a noi così vicini
e chi poteva dire se correvano verso il meglio della
speranza?
se di sera all’appello
sempre meno voci e crescevano le croci
di legno?
se i giorni erano sempre più feroci?
Adagio Biagio, Biagio adagio
maledetto lo scoramento
erano canzoni erano voci.
Uomini in fila camminavano sul bordo della diga
qualcuno per le raffiche ogni tanto precipitava.
Un passo qua un passo là e nel cielo una luna che aveva
sete di sole
splendeva (e non doveva splendere)
illuminava anche i sassi
questo maledetto lampione del cielo
– conduceva (guidava) con la mano le pallottole
sul cuore del soldato che cantava
e rendeva le ombre
come leopardi che s’annidavano fra i rami.
Il silenzio delle acque era assoluto prima della raffica.
Adesso non ci sono più canzoni.
Meglio morire
con resoconto solo sul telegiornale?
E ben chiaro
che ci sarà una seconda meraviglia
e bravo il soldato che se la piglia sul groppone
saltando sul tallone
per schivarle un poco quasi fosse un giuoco.
La prima meraviglia è stata
una granata che ha sfoltito il plotone
ma adesso il cannone
col vocione che dice tempesta
ara diritto sulla testa e
non lascia scampo
a meno di una grande fortuna.
Ancora una volta, sarà festa vera se arriviamo interi
alla nuova luna.
La morte può essere cordiale
onesta può, una volta tanto.
La gentile signora sdraiata
accanto alla trincea per tutta la mattinata
in mano la sua mazza ferrata.
non semina il grano tace non dice parole si bea.
Come in un circo dentro al cerchio di fuoco
trenta soldati saltano all’assalto
con grida da clows fra suoni di mitraglia
poi si palpano vivi dopo la battaglia
e urlano alla signora dagli splendidi anelli
oggi sazia di bere il sangue dei guerrieri
“grazie signora che non hai spalancato i cancelli
stanotte in ventisette faremo l’amore con te”
Una volta era un onore
per la patria morire
essa regalava la medaglia
per ricordare il soldato fatto secco in battaglia
e per un giorno applausi a non finire
ma giovani morire non è gran cosa
e neanche correre sul treno
per arrivare al sacrificio estremo
quasi fosse una rosa da conservare
per gli anni a venire
Campi di erba spagna
campi tagliati
campi già arati
campi secchi crepati
campi bagnati di brina
campi dal sole bruciati
campi di grano maturo
campi nella pioggia nel fango
campi tutti di neve
difesi con palizzate e travi
campi senza confine
capre conigli galline
vacche al pascolo lente
un toro già appostato
il fieno rivoltato
campi adesso trincea
feriti da un carro armato
sconvolti da cento cannoni
cimiteri per il destino di uomini
bruceranno i denti scoppiando
come piselli secchi e amari
e le mani scarne bruciate nere all’osso
e il baldo petto squarciato divorato
e il sangue finito nell’acqua di un fosso
e il cuore stracotto come il
fegato del vitello rassegnato.
Meglio di questa angoscia
scappare essere fucilato
La terra della giovinezza dove è più?
il leone del tempo ha decapitato il suo collo di zebra
i bisonti navigatori pazienti di praterie senza orizzonte
hanno paura del fucile.
Sono tutti eroi nei film americani
ma la mia bandiera è la filosofia
e i cani possono ululare da lupi quando la notte è nera
non cambierò il mio pensiero
Acqua fredda per i piedi
qualche uovo mezzo pane
grappa a litri a non finire
per cancellare la paura di morire
di scappare
il soldato non è mai un eroe
nudo e crudo
solo la pazienza gli fa scudo
e la rassegnazione
la speranza di scappare –
poi eseguito l’assalto col plotone
buttarsi a terra e dormire dormire
prima di vomitare
Il soldato poco pensa e molto
muore
lasciando
sangue non parole
come la scia della biscia
che striscia ferita al sole
Finalmente lei signore mi ha detto bravo
che un soldato è un uomo si è ricordato
non solo un verme da baionetta e da fucile
un cadavere qualificato e rubricato
da sotterrare col badile
non un porco da lasciare scannare
ma un uomo nato da una madre e destinato
sì a morire ma non obbligato a squartare
uomini sconosciuti.
Dunque
oggi sei giugno è giorno da ricordare
e segno qua i miei pensieri erranti sperduti
come buoni pensieri
ilfilorosso, anno XIX, n. 36, gennaio-giugno 2004.
La gentile signora (V)
descrizione di un campo
dopo la carneficina come io lo vedo
descrizione di una battaglia
durata ore tre alla mattina
del giorno diciessette
poi il silenzio.
Dopo le saette nessuno parla più non fiata
c’è solo il fumo.
Carne di cavallo di cane di vacca di bambino
o di soldato brucia l’erba
non ha più colore è sangue,
In giro tutto è lutto
braccia gambe teste elmetti mani
fogli di taccuino fotografie medaglie
fucili una pipa una suora gli occhiali l’orologio
al collo
anche un libro senza più amore
bruciato.
Bandiere non ne vedo
o sono lì nel fango, sul prato.
Chi ha vinto? Il giorno è terminato
la morte mi cavalcava leggera sulla spalla mi cavalca
mi cavalca
ieri sera dentro al fuoco della città distrutta
da bombe pellegrine
chi c’era?
oh le bianche suorine che camminavano sul viale
scomparse nella polvere
non posso dire diversamente.
La mente rifugge
dai giorni meno gagliardi della vita
dall’alba alla chiusura del sole neanche un arcobaleno
brucia la mano
il piede l’occhio l’orecchio
la canna del fucile
neanche un passero vorrebbe volare per morire.
qua trova pace la speranza e
la gentile signora regina sovrana di morte
balla il suo charleston sulle ossa
appena spolpate dai topi,
s’alza trascinata dal vento
una lettera ancora chiusa
si avventa contro un tronco si placa
aspetta l’autunno macerata da nebbia e silenzio
non ha più fretta d’essere letta accolta
si lascia morire
poi
erano belli e ridevano
adesso sono ossa da buttare
oh poveri cuori di mamma
un poco di pietà.
domani arriveranno i rincalzi
per ricominciare a morire
in libertà
l’assalto è terminato
e sopra il campo arato
il plotone si è contato
siamo rimasti in pochi
quasi ci teniamo per mano –
dopo le urla d’attacco
silenzio fanno i cannoni
ma al fuoco di questo bivacco
non ci sono canzoni –
adesso in una casa vicina
guardo alla finestra
strani coperti ha la tavola
la famiglia non fa festa
per la pace ritrovata
tazze piatti bicchieri
sono spezzati per terra
un uomo in silenzio
una donna con mille pensieri
una ragazza seduta con grandi occhi neri
sprofondati nell’erba
è come aspettare i bisonti
siamo pronti ad ascoltare la tromba della morte che viene
la terra trema
il tuono lontano della cavalleria vestita di ferro
la pianura a perdita d’occhio
il fucile ahimè! pronto in mano
il nemico ha le bandiere al vento
sento una formica che mi cammina sul ginocchio
sento freddo
la giornata ha spento i lumi
resto solo in piedi e in attesa
di giuocarmi ai dadi la vita
il giorno era un giorno paradiso
cristo! che mare!
il mare cristallo fulgente di sole di foglie
la costa con la sua mano azzurra si insinuava nel cuore della terra
nessun straccio di nembo nel cielo vagare
poi dicono: le ore! quando il mondo intero si disvela
e contadino o barone lo intendono intero e così lo vogliono!
Questa era la vita.
Poi un grido che viene dall’alto
plotone pronto andare all’assalto
laggiù il nemico demonio sopravviene
quel muro ardito è il suo caposaldo
arrivarci bisogna sparando gridando annientare
altro che foglie di mare e nuvole e
costa verde di ville da guardare
la mitraglia taglia alberi e prati e fiori appena sbocciati
cannone srotola sangue sopra nuvole nere
soldati col ventre squarciato
occhi senza più attenzione a guardare le strade
sangue torrente che scorre dalla collina
più nessuno ha un fratello
macello è la giornata
il soldato con la schiena spezzata
a dorso di mulo lo ha raccolto il curato
a dio l’ha consegnato
gli imbecilli e gli stolti
quelli che amano i cannoni
sul fango della trincea
versano champagne
coi tappi che fanno i colpi –
i giorni della mia vita
invece sono sempre più corti
oggi rancio di brodo carne sgnappa
segno che prima di sera
saremo anche morti
in piedi. Si può morire. Si muore.
Acquattato come il sorcio è più duro
subire la morte all’improvviso –
l’ombra della gentile signora
nuvola pellegrina
sfiora il muro alle mie spalle
in un baleno è cenere il soldato
più vicino
fuori dalla storia dentro la violenza
senza tempo per lappare la gloria
senza tempo per la penitenza
senza tempo
in quest’ora propongo un guizzo un delirio della mente
sagomato come un albero di scorza nera
dalla mia stessa mano
cancello le orme copro i semi
disperdo cumuli di foglie risecchite
da file di formiche ma
calpestate dai venti dell’est che portano strani
lamenti
la luna di vetro scompare fra i valichi
(le montagne invalicabili)
si acquieta per morire nel silenzio
del mondo
e io solo qua con un fucile
mi canteranno le preci fra cent’anni
i nipoti, forse
i nipoti lontani
Cos’è la morte?
chiedetelo ai morti
ma c’è silenzio.
La morte è dunque gran silenzio.
Un silenzio fra la paglia fra il fieno
la faccia nel fango
sotto un cielo tutto sereno
dopo la battaglia.
La morte
è assenza di mitraglia
la disperazione
una volta per tutte
è a portata di mano e di fucile
qualche cosa potrà accadere –
voglio che il cuore
sia sazio finalmente di dolore
voglio che torni aprile
e via l’inverno
rose e foglie vedere
non soldati cadere
Ho consumato troppo tempo a fare la guerra
calpesto con i piedi il tempo di morire
stringo a sanguinare la speranza
che vince morte e scuote mondo e vita.
Ah, non è ancora finita
qua siamo ma qua non più restiamo
non arresi
non ci avranno interi come
maiali da squoiare.
Il piacere del sonno
il piacere di ascoltare di partire
nella mia casa contadina
raccontare storie vicino al focolare.
Ah, speranza vera
e via fuggire.
Il soldato A.M. è andato finalmente in licenza
con bassa regolare
il soldato A.M. dalla licenza non è più ritornato
si è fatto disertore con onore.
Il soldato A.M. è stato subito cercato
poi l’hanno preso e contro il muro fucilato.
Il soldato A.M. voleva solo vivere felice
senza fucile in mano
senza sparare ammazzare assaltare morire
di paura.
Il soldato A.M diceva io non ho gnanca un nemico
non sono certo sparatore di sangue io.
Conosco il paese del soldato A.M. adesso fucilato
so anche dov’è l’albero con la croce e
dove è seppellito
mentre noi dalla mattina alla sera
serviamo urlando la gentile signora
per non dare tregua a un misterioso nemico
che neanche conosciamo
ilfilorosso, anno XVIII, n. 35, luglio-dicembre 2003.
La gentile signora (IV)
unica passione vedere
sull’asfalto passare il giro d’italia
e parlare di Napoleone.
Il vento fra i raggi ascoltare
le gomme sibilare
brillare la luce delle nuvole sulle maglie dei ciclisti
poveri cristi bagnati di sudore.
Chi non ascolta o non vede
è vile.
Prima della guerra. Poi
in battaglia ha tutto scordato.
Abbassate la testa gridavano
se non volete morire
non dite neanche una parola
perché non è bello morire a vent’anni
lasciare l’ombra della vita sotto un albero bruciato
È stato Marco il primo
caduto dopo un combattimento di mezz’ora
come un falco pellegrino
è rimasto per terra col suo fucile in mano
bianco come un bambino
avanti non s’andava
dietro non c’era ragione
per lui neanche una lacrima
a battaglia appena cominciata
fra i soldati del plotone
Ricordi?
Ricordo.
IL ROSSO FIUME DI SANGUE PER LE PIANURE D’EUROPA
i cieli neri
le città spaccate con il pietrisco sul petto
e poi da mare a mare
spiaggia contro spiaggia
dialetto contro dialetto
urlo contro urlo
la guerra dove passa lascia il segno
QUELLO CHE HO VISTO NON LO AUGURO NEMMENO A UN CANE
la guerra cavallo infuriato che disarciona un bambino
la pace
la pace piuma che sfiora la brace sotto il camino
e via vola
La guerra resta sola
tu muori soldato e resta come prima
il mondo
hai combattuto meglio di venti cavalieri inglesi
con scudo corazza e cavallo ferrato
oggi hai fatto un buon onore alla bandiera
ma sei morto soldato il fucile
arrugginisce vicino alla radice del pioppo sbancato.
Soldato soldato
questa voce di tromba è un saluto.
Nel fango mentre cade la sera
e la notte è senza confine
ascolta la voce che chiama il tuo nome
intanto la vita si allontana
e la miseria della guerra non ha fine
guerra guerra guerra solo guerra si vede si sente si tocca
come il fango in bocca
piccole stelle feroci piccole ali
rosse di fuoco là
nella pianura
dove corre infuriato il vento nero della paura e
c’è guerra la guerra. Ancora c’è guerra. La guerra
dopo tanto combattimento
tutti ci ha circondati il nemico
respirava con il tuono
così mi hanno fregato
adesso prigioniero
è un regalo per il giorno di
natale
la guerra è forse finita
la mia pelle di leone
cara la devono pagare se la vogliono indossare
quando arrivato sul colle della collina
si vede la città
la vedo così vicina che mi sento
il fiato sul collo
c’è poco da scherzare
quasi niente da guardare oltre quella visione
solo aspettare d’ammazzare
come se al posto della città crescesse un bosco
con dentro lupo zanzara il leone
che ti mangiano in un boccone e
lì si fa a gara
a chi riesce sul campo più cattivo.
Ah la guerra non è bella
fa dolere forte
cambia le carte in tavola
vince sempre la morte
mi ricordo mi ricordo la ragazza che conoscevo
veniva da…
lunghe strade salpava
andavamo la tenevo per mano
parlava un dialetto italiano. Ah, guardavo ascoltavo
conosceva anche un poco l’inglese.
Mi sono partito lei è restata
ma chi va per soldato
presto dimenticato
non è passato neanche un giorno
che in mia compagnia tenevo per mano
solo il fucile e così via.
Intorno
fin dal principio
nebbia fucileria
Verrò con te dice la gentile signora
lei non scherza mai, neanche una volta, una.
Come di pane il soldato ha bisogno di buona fortuna
che cali dal sole improvvisa dentro la nebbia più fitta
che il fulmine non acciechi il telemetro o la bocca
del cannone
che il nemico si disponga a dormire profondo
mentre la compagnia è in piedi per partire
combattimento vicino.
Erba alta alberi pieni di foglie
filari di uva lionza sentieri ghiaiosi
covoni gialli di grano
stormi di uccelli che non dormono mai
sono amici al soldato
mai abbandonato anche dai cespugli dei conigli di selva.
Il soldato impara come tastare il terreno con le mani
sa dove tira il vento dove gira la tempesta
sa che radi saranno i giorni festa
anzi la festa è finita
sa che adesso questa
è la sua vita
ero un bravo giovane
per questo posso parlare
il vino rosso per me non è un mestiere
non il giuoco di carte non la droga
solo nei libri scavano la mia terra
i poeti una speranza sola.
Adesso la ricevuta sapienza dove conduce?
non al silenzio miniato della stanza
ma al grasso da spalmare sul fucile
alla grappa succhiata da un barile
che puzza di morte e fa ubriacare.
Dunque la buona sorte
non la danno i leoni dentro i libri
Socrate doveva morire tre volte
di veleno di ferro poi impiccato
perché come si vede
poco niente agli uomini ha insegnato
ilfilorosso, anno XVIII, n. 34, gennaio-giugno 2003.
Da Scotellaro a Pasolini, a Buttitta: quelle poesie nate con l’impegno di rifare l’uomo
Un fascicolo speciale de «Il Calendario del Popolo», curato da Antonio Catalfamo, dedicato alla poesia sociale nella letteratura italiana
Sono 16 i poeti raccolti, presentati e discussi da Antonio Catalfamo in Poeti contro. La poesia sociale nella letteratura italiana, a cura di Antonio Catalfamo, fascicolo de «Il Calendario del Popolo» (n. 714, dicembre 2006, euro 2,50), rivista leggendaria (61 anni di vita). In mezzo all’attuale frastuono mediatico e di fogli che svolazzano nell’aria pomposi o dimessi, una durata e una presenza che aiuta a capire e a capirci.
Da Gioacchino Belli a Pier Paolo Pasolini, tutti poeti scomparsi dalla vita ma non dall’impeto travalicante e sconvolgente dell’arte. I testi di ciascun autore, trascelti, sono accompagnati non da una semplice presentazione ma da una succosa rilettura critica-analitica molto acuta. Tanto che autori, una volta discussi con furore o applauditi con passione ma infine (non tutti) accantonati per il travalicare periglioso del tempo, si può dire che si ripropongono vivi, da rileggere e da riconsiderare non con la supponenza di una critica arrogante o sopraffattrice. Mi riferisco, ad esempio, a Rapisardi, a Guerrini, ad Ada Negri qua presenti.
E per un autore più vicino nel tempo, mi riferisco a Rocco Scotellaro (nato nel 1923), accanitamente dentro alle tempeste della vita, nel 1946 sindaco di Tricarico e che in occasione della campagna elettorale per il referendum istituzionale «conosce Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria, che gli faranno da guida intellettuale per tutta la sua breve esistenza». Anche questo ricorda, bene, Catalfamo. E che sia qua, in rilievo, rassicura e conforta.
Scotellaro è giusto, non soltanto sentimentalmente ma soprattutto criticamente, considerarlo uno dei poeti più autentici quindi più importanti e «necessari» del secondo Novecento italiano (direi, non solo italiano). Pochissimi, come lui, sono così direttamente e concretamente incisivi e partecipi della realtà che lo circondava (era una lama tagliente): «L’uomo che vide suo padre calzare / gli uomini e farli camminare / imparò da quell’arte umile e felice / la meraviglia di servire l’uomo». Versi che anche oggi prenderei come una poetica coinvolgente e sconvolgente. Un impegno da perseguire, seguendo Scotellaro, come l’affanno pieno della volontà.
Scrive Catalfamo: «Le ragioni dell’oblio odierno riguardo all’opera di Scotellaro paradossalmente coincidono con quelle che portarono al suo successo negli anni del neorealismo: l’impegno politico dello scrittore e il suo legame col mondo contadino”. Ma è da aggiungere, a mio parere, che la poesia di Scotellaro non affonda con la fine di quel mondo ma ne ha ricavato un alimento duraturo. I tredici testi antologizzati, a mio parere, lo confermano: «Scotellaro non vuole preservare i rapporti economico-sociali di stampo feudale, ma la sostanza umana, i valori e i sentimenti autentici di cui esso è portatore» e li trasferisce, aggiungo, direttamente nel linguaggio della poesia (che non tramonta).
A seguire, altri autori. «L’impegno di rifare l’uomo» ci riporta al confronto con le sette poesie di Salvatore Quasimodo, certamente adesso il meno frequentato e citato dei poeti premi Nobel del nostro Novecento. Poi l’emozionante vibrante Ignazio Buttitta, che rendeva suono musica brivido poetico ogni parola in lingua o in dialetto appena la sfiorava, quasi sfiorasse corde di una chitarra celeste: «Ancilu era e non avia ali» canta nel «Lamentu pi Turiddu Carnivali». Lui fa ombra a tutti noi, ci ripara dalla tempesta e ci concede il sollievo alto del sole. Non finirei di annotare, con lo stimolo di queste pagine che riportano, intanto, la poesia fuori dagli spazi chiusi solenni e in realtà troppo spesso molto aridi delle accademie e la rimettono in giuoco con le parole di autori che con una spada hanno saputo incidere parole su un marmo.
Antonio Catalfamo, con questo lavoro accurato e paziente e lucido ci ha saputo proporre una lettura emozionante per tutte le 64 pagine di questo fascicolo (di questa antologia) che vorrei, concludendo, definire lettura indispensabile per chi crede ancora (e la cerca) che la poesia sia soprattutto uno scavo continuo, drammatico di pelle e cuore nella realtà. Che tende sempre a sommergerci fuggendo.
l’Unità, martedì 15 maggio 2007.


