Super User
Un dialogo tra autori: Roberto Roversi e Lucio Dalla per “Automobili” (1976)
Università degli Studi di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in lettere
Tesi di laurea in Letteratura italiana contemporanea
Un dialogo tra autori: Roberto Roversi e Lucio Dalla per “Automobili” (1976)
Relatore: Prof. Alberto Bertoni
Laureando: Matteo Totaro
Anno accademico 2006/2007
Indice
Introduzione all’analisi dei testi
Automobili – il terzo capitolo della trilogia
Nota ai testi
1. Mille Miglia – prima
2. Nuvolari
3. Mille Miglia del ’47
4. L’ingorgo
5. Due ragazzi
6. Il motore del duemila
7. Intervista con l’avvocato
Bibliografia
***
Introduzione all’analisi dei testi
“L’incontro con Roversi è stata una specie di investitura. Ancora di più: è stata veramente una circostanza astrochimica, nel senso che l’amore per questa persona così insopportabile per il suo metodo di lavoro… mi ha insegnato delle cose insegnabili. Per partenogenesi, per osmosi, tirandomi da lontano delle freccine con una cerbottana…ho capito soprattutto l’organizzazione del pensiero nella canzone, la parola, il senso, il segno, la forza e soprattutto la pietà per tutti quelli che devono ascoltare le tue canzoni o leggere i tuoi libri. La vera pietà, l’amore”.1
Reputo conveniente, per tracciare un quadro essenziale eppure completo, iniziare il nostro lavoro con questa riflessione di Lucio Dalla, al fine di delineare il rapporto lavorativo che ha legato per quattro anni il musicista bolognese al poeta concittadino Roberto Roversi; rapporto fondato su un grande rispetto reciproco ma non privo d’attriti e involontarie incomprensioni, come dimostrano le parole del musicista relative al periodo in cui fu inciso “Automobili”: “Avevo anche grandi problemi con Roversi, ci siamo trovati schierati l’uno contro l’altro. Cioè, avevo una identità quasi nascosta con lui, alle volte dico che siamo molto uguali, la cosa stupirà, in realtà io la sostengo. C’era quasi un amore sotterraneo tra me e lui, però in superficie c’erano dei grandi momenti di tensione”.2
I dissidi cui Dalla accenna sono riconducibili prevalentemente al metodo lavorativo, rispondente ad un “bisogno quasi spaventoso di far quagliare le cose”,3 adottato dal poeta per la stesura dei testi: una necessità imprescindibile di rendere leggibile l’intera opera tramite un’efficace quanto logorante attenzione ad ogni minimo particolare. È esemplare l’aneddoto, relativo all’incisione di Ulisse coperto di sale (contenuto in “Anidride Solforosa”), in cui il musicista racconta di essere stato costretto a tornare a Roma per rimissare il pezzo a causa di una banalissima imprecisione nel finale, cosa impensabile per qualunque compositore: “Se lui (Roversi) diceva ad un certo punto «bisogna farla in tedesco», non entrava in discussione con me, diceva che bisognava farla in tedesco e basta”.4
La lucida e scrupolosa organizzazione del lavoro, fondata su una chiara consapevolezza degli scopi, rappresenta certamente uno dei fattori più importanti nel valutare i reali motivi che hanno arrugginito fino a spezzare del tutto una relazione durata tre album. E non è questo certo l’unico momento d’attrito tra quelli che hanno condizionato pesantemente la decisione di sciogliere il sodalizio artistico. Accanto, infatti, si collocano altre occasioni d’urto, scaturite, nella maggior parte dei casi, dall’affiorare di problematiche relative sempre e comunque a questioni riguardanti il “metodo”. Che cosa cantare e come gli assilli che turbavano i sonni di Dalla; “si possono cantare i valori della prossima rivolta delle idee contro la realtà della passata rivoluzione delle cose”5 rispondeva Roversi, ma dall’altra parte vedeva scemare l’entusiasmo necessario per continuare ad alimentare la collaborazione.
“La canzone politica è anche violenza deterrente di una nuova fantasia politica; la quale è o dovrebbe essere invenzione straordinaria e tempestiva di un linguaggio mai cantato e di suoni mai uditi. Come ricominciare a cantare da capo”;6 era questa l’idea che il poeta avrebbe voluto portare avanti se Dalla non avesse deciso di proseguire da solo il cammino, deviando il tiro e puntando “su un grottesco affatto inventato, esemplificato e inconcludente ma adatto, forse, ad una società genericamente indicata come pubblico e che si estenua aspettando e vuole illudersi ascoltando”.7 L’estrema decisione di troncare il rapporto di lavoro, che ha comunque partorito tre lavori imprescindibili nella storia della canzone italiana, conferma quindi la grande coerenza d’entrambi gli autori nel sostenere le proprie idee, nella ferma determinazione di non scendere a bassi compromessi.
Ma forse è opportuno a questo punto riannodare i fili del discorso e, dai motivi che hanno determinato una momentanea battuta di arresto, fare un passo indietro per ripercorrere brevemente l’intera vicenda partendo dall’incontro tra i due.
L’opportunità di lavorare insieme fu offerta dal produttore Renzo Cremonini, “un tramite straordinario: nel sollecitare le operazioni, nell’evitare le eventuali contraddizioni, nel risolvere anche certi dubbi che potevano nascere e prendere il sopravvento. Sicuramente è stato il più convinto di tutti”.8 Lo stesso Roversi ha raccontato nei particolari e con chiarezza la vicenda che ha portato alla collaborazione col musicista bolognese: “Il rapporto con Dalla è stato un rapporto non previsto, ma neanche casuale. Dopo aver rappresentato la mia prima commedia al Piccolo Teatro di Milano, dove c’era una scena di spogliarello in un night che mi aveva particolarmente colpito, sia per la musica di Carpi che per l’allestimento scenografico, mi ero improvvisamente proposto per la prima volta di tentare di scrivere una commedia musicale che a quei tempi sarebbe stata una novità, oggi un’ovvietà. Ne parlai una volta con Cremonini e lui si disse interessato. Ne parlò con Dalla, mi riferì il suo interessamento generico e io mi misi a scrivere per fare una prova, un esperimento. Essendo io completamente sprovveduto in questo campo specifico, scrissi alcune canzoni con dei linguaggi diversi: populista, d’amore, epico. Le consegnai a Cremonini aspettando di avere un giudizio critico circa l’opportunità che questi testi, eventualmente corretti, o altri simili potessero poi diventare testi di canzoni. Passarono circa un paio di mesi e fui avvertito da Cremonini che erano stati musicati da Dalla e quindi sarebbe stato opportuno incontrarci per ascoltarli e discuterne insieme. Non era stata fatta nessuna sostanziale correzione: così come io avevo scritto i testi, Dalla li aveva cantati, e così è stato anche per i due dischi successivi”.9
Roversi ha più volte descritto Lucio Dalla come “detentore di grande vibralità mentale, culturalmente molto coinvolgente con una rara sensibilità per fiutare e catturare le innovazioni, che il nostro tempo ossessivamente propone e per inserirle nella propria trama operativa; per comunicare tutto al pubblico non passivo a cui si rivolge; a cui intende rivolgersi… Dalla è quasi inesorabilmente fornitore, in ogni occasione, di meraviglie, come un orgoglioso Fregoli della canzone”.10 Sicuramente questo particolare aspetto, relativo al singolare ingegno del musicista, ha fatto a lungo da collante nel prosieguo della relazione lavorativa: “All’inizio non sapevo dove saremmo andati a finire” – continua Roversi – “I testi del primo disco erano scritti per provare varie possibilità, non sapevo cosa sarebbe venuto fuori; poi mi sono accorto della sua capacità eccezionale di cantare anche, come si diceva tra noi, l’elenco del telefono: infatti ha cantato la quotazione della Borsa Valori di Milano che io avevo solo un poco manipolata”.11
Sicuramente le doti vocali e l’intelligenza compositiva di Dalla hanno giovato alla salute del rapporto; non è da tutti riuscire a musicare, senza ricorrere a qualche modica per facilitare l’accompagnamento vocale e strumentale, un gruppo di testi pensati, almeno per il primo album, indipendentemente dalla possibilità di essere suonati e cantati. E Lucio Dalla è probabilmente l’unico cantante, per abilità naturali oltre che per grande ingegno artistico, in grado di portare avanti un discorso di questo genere, non limitandosi all’esecuzione della canzone ma sforzandosi di rappresentarla, rispondendo così completamente alle istanze del collega.
Dario Fo in un breve intervento ha affermato a riguardo: “Io credo che Dalla sia uno dei più grandi cantori che ci sia in Italia. Insisto sul termine di cantore in quanto, rispetto a quello di cantante, questo termine indica una diversa dimensione culturale, un’opposta idea del modo di «usare» la canzone. Il connotato determinante di Dalla è che non esegue una canzone ma la rappresenta; non recita un canto ma lo svolge, utilizzando – oltre la voce – tutta la propria dimensione fisica, corporale, gestuale. Voglio dire che la pausa e il gesto, la mimica facciale e la smorfia, il liberare e occupare gli spazi: tutto ciò è, in Dalla, la chiave fondamentale dell’esecuzione”.12
Dal punto di vista strettamente musicale sono altresì importanti le osservazioni di Giovanna Marini, organizzate intorno al concetto d’utilizzo “totale” della musica in Lucio Dalla: “Quest’ultimo non è in cerca di virtuosismi gratuiti, di stravaganze non necessarie. La sua musica è melodica e consonante per quanto riguarda l’impianto strumentale, dissonante e dissacrante nell’uso della voce. E questa divisione fra strumenti e voce parlando di musica con parole mi pare giusta, anzi necessaria. Lo schema canzone non può dissociarsi dalle necessità di comunicazione, di veicolo, […] proprio perché nella «canzone» è implicito il concetto di comunicazione rapida e largamente assorbita dall’ascoltatore, quindi in qualche modo recepibile in breve tempo. Dalla è, oltre che musicista, uomo di spettacolo e non si sottrae mai al suo primo obiettivo della «canzone-spettacolo»: farsi ascoltare usando una tecnica sorprendente che non lascia mai respiro all’ascoltatore”.13 Giovanna Marini riesce, in questo breve intervento, a mettere in luce il concetto che è alla base del lavoro del duo bolognese, dimostrando una stretta adesione alle parole espresse da Roversi nella premessa alla raccolta Il futuro dell’automobile: rappresentare lo “spettacolo cantato di un’idea”.14
Ho cercato di tracciare brevemente gli episodi relativi all’incontro tra i due autori e i motivi che hanno alimentato per quattro anni una relazione lavorativa nella quale ad una costante tensione superficiale ha sempre fatto da contrappunto quello che Dalla ha definito “un amore sotterraneo”. Roberto Roversi ha spesso evidenziato le grandi potenzialità del suo collega, mettendo in luce l’importante capacità dimostrata da questi nel riuscire a portare avanti, non senza difficoltà, un discorso artistico complesso e certamente non in linea con quelle che erano all’epoca le richieste di un pubblico ancora impreparato per gli esperimenti del duo bolognese: “(Dalla) È sempre un passo avanti al proprio corpo, calpesta la propria ombra, ombra che gli è davanti e non dietro le spalle. E quindi è un miracoloso sperimentatore. Ha una voce straordinaria e una vitalità mentale e culturale direi scompaginata, nel senso positivo; per lui tutto può entrare e tutto può essere sperimentato”.15
È nello stesso modo pertinente evidenziare, citando testualmente un articolo di Felice Liperi, l’eccezionalità della relazione che ha unito Roberto Roversi a Lucio Dalla: “Raramente era accaduto che un esponente del mondo della canzone instaurasse un rapporto di così stretta collaborazione con un autore di liriche proveniente dal mondo della poesia e della letteratura e non della musica. Se infatti è folto il gruppo di autori di testi e liriche che operava già da allora nella canzone italiana su melodie e musiche – un terreno in cui figurano i noti Giorgio Calabrese, Sergio Bardotti, Mogol, Gianfranco Baldazzi, Franco Migliacci – si tratta per lo più di autori di testi funzionali a canzoni, o parolieri, in qualche caso segnati da una forte dimensione lirica, ma non di poeti in senso stretto come è invece il caso di Roberto Roversi”.
***
Automobili – il terzo capitolo della trilogia
Dopo un avvio stentato e non privo di perplessità da parte di Dalla (“Era una strana idea in un certo senso. Roversi cominciò a fare qualche testo sperimentale e ricordo che la prima canzone mi lasciava perplesso, era talmente fuori dagli schemi soliti”)17 la coppia si amalgama in fretta e sforna dal ’73 al ’76 ben tre album: “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili”.
Il terzo capitolo della trilogia è di sicuro il più interessante, per l’organicità che caratterizza e lega i singoli episodi, nonostante gli interventi “dimagranti” imposti dalla casa discografica per snellire il disco e portare la tracklist da dodici a sei canzoni al fine di proporre, in forma edulcorata, un disegno altrimenti poco digeribile per il grande pubblico.
L’ingerenza della RCA si fa sentire anche nella scelta del nome: Roversi pensa a “Il futuro dell’automobile”, titolo problematico collegato ad una realtà concreta e vicino a quellodei due lavori precedenti. La decisione ricade, però, con grande disappunto del poeta, su “Automobili”,“un titolo fasullo” – come lui stesso avrà modo di commentare – “un po’ generico,arrogante e sviante”.18 È questa la ragione per cui l’autore dei testi decide di firmare l’operacon lo pseudonimo di Norisso, conte veronese del Settecento, socio dell’Accademiadell’Arcadia a Roma. “Una scelta ironica, momentaneamente rabbiosa. Rabbiosa in riferimentoa me e non nei riguardi di Dalla o di altri”.19
Nonostante la scaletta dell’album sia stata letteralmente dimezzata è ancora possibile leggere attraverso i brani l’idea che soggiace all’intero lavoro. Roversi si dimostra attento osservatore della nostra società, particolarmente sensibile nell’investigare e registrare il passaggio dall’epoca contadina a quella industriale. Proprio su questo terreno si svilupperà la raccolta “Automobili”, focalizzata sull’esplorazione profonda della “civiltà automobilistica” e avente come idea di partenza “una presunzione apparentemente esorbitante, ma sostanzialmente ironica, […]: anche con una canzone si può rifare il mondo. Ogni canzone era pensata in questa funzione. […] Attraverso l’enunciazione, l’identificazione di un particolare”.20
Dal punto di vista strutturale, nonostante il detestabile “taglia e cuci”, “Automobili” si presenta come il disco più omogeneo della trilogia, sia per quanto riguarda l’aspetto squisitamente testuale, sia per quello relativo alle influenze musicali che caratterizzano gli arrangiamenti. L’idea di base è piuttosto lineare: dipingere un grandioso affresco della storia italiana del ventesimo secolo utilizzando come tramite l’invenzione che più d’ogni altra ha influenzato e addirittura modificato negli ultimi cento anni le nostre abitudini.
Il concept-album può essere suddiviso idealmente in tre sezioni, purtroppo private dell’originale forza espressiva a causa dell’organizzazione e della distribuzione dei brani all’interno della raccolta, avvenuta senza alcun criterio logico e senza considerare minimamente i rapporti di consequenzialità tra i testi. Per fortuna è ancora possibile ricomporre il puzzle nella forma originariamente pensata dall’autore e isolare i tre momenti relativi al passato, al presente e al futuro dell’automobile.
Nella premessa de Il futuro dell’automobile è espressa con precisione tutta la poetica di Roversi: “la canzone come possibile arma propria, «come un coltello inflitto nella schiena del mondo»; una forma sonora di sapere: «non è vero che con la canzone non si può altro che cantare. / Con una canzone oggi si può intanto discutere / sbagliare ridere avvertire comunicare, lottare»”.21
Il poeta bolognese usa consapevolmente la canzone per sviluppare un discorso antropologico più che politico, “di ricognizione e di inchiesta, di descrizione e scoperta di una speciedi «mappa» dell’uomo contemporaneo”;22 a detta di Gianni Scalia “un rifiuto quindi degli«inganni della canzone politica; di quelle che chiami (Roversi) «canzoni di sfida in battaglia»,e del loro «tempestare», spesso, tematico, rituale, praticista, tirtaico… Perfettamente consapevoledell’equivoco di una musica politica e, cioè, di rimbalzo, di una politica musicata, ossiadi nuovo ordinata alla propria identità «moralistica», impegnata, alla propria figura di una ribellionemancata, – o consumata nella ribellione. […] Un tentativo appunto antropologico, piùche politico, di descrizione in atto di temi personali e collettivi, privati e pubblici”.23
Mi pare condivisibile un’altra osservazione dello stesso Scalia con la quale è messa in rilievo una delle peculiarità imprescindibili nell’operare di Roversi: “Le tue sono parole […] che diventano musica in e di parole, piuttosto che parole in musica, […] sono parole messe in azione, letteratura movimentata, resa mobile e fervente (e non più «a riposo»), qualcosa come uno «schema» nel senso ginnastico, coreografico, e plastico e sonoro”.24
“Queste canzoni con e di parole sono un discorso, […] una suite «narrativa»”,25 un canzoniere, come dice Scalia. Canzoni “non solo per l’orecchio, ma per l’intelletto”,26 estranee ad una funzione «alimentare» e consumistica e lontane dal concetto di «raccolta di brani» nel modo in cui è intesa oggi nella musica leggera. La dimensione in cui questi testi possono essere letti senza perdita d’informazioni, senza «compressione» (per usare un termine del linguaggio informatico) è quella del poemetto, della suite, e non dell’antologia.
***
“Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi
simili a serpenti dall’alito esplosivo…
un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia,
è più bello della Vittoria di Samotracia”.
(Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del futurismo, apparso su “Le Figaro” il 20 febbraio 1909)
***
Nota ai testi
I brani sono proposti nella versione originale di Roversi e tratti dal volume: Lucio Dalla – Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose – Savelli Editore, 1977. Nonostante l’attenzione del musicista bolognesenell’interpretare fedelmente i testi del poeta, balzano all’orecchio alcune discrepanzetra le lezioni di Roversi e quelle incise da Lucio Dalla su disco. Le modificheapportate sono di solito dovute a banali e involontarie dimenticanze, alladifficoltà di articolare vocalmente certi sostantivi o interi sintagmi, o ancora albisogno di far coincidere la metrica del verso con le battutedell’accompagnamento musicale. Pertanto mi è sembrato inopportuno registraresingolarmente tutte le differenze tra la versione scritta e quella cantata, conl’unica eccezione del brano Intervista con l’avvocato di cui ho preferito, a seguitod’importanti interventi di modifica e di cancellazione sul testo da parte delmusicista, trascrivere due versioni: quella originale e quella incisa. Ho ritenutoaltresì inopportuno trascrivere i testi seguendo la successione della tracklist di“Automobili”, colpevole di non rispettare completamente l’organizzazione concepitada Roversi.
***
MILLE MIGLIA – PRIMA
Partivano di notte
arrivavano di sera
lungo mille chilometri
di una fantastica carrera
Quando facevano ritorno
il cielo scendeva basso
colpiva la terra al cuore come un sasso
Poi il sole si spaccava
contro il ferro dei gasometri
e dall’alto lasciava
una riga rossa di sangue
sulla strada per chilometri
Mentre sul prato italiano
c’era la morte secca che falciava il grano
Mille Miglia del novecento trenta
su strade lunghe su strade alberate
sotto una luna che cammina lenta
partono le piccole cilindrate
Mille Miglia di un anno ormai lontano
il giorno dà le sue prime boccate
quando sulle strade verdi e in piano
urlano le grosse cilindrate
Ultime partenze al mattino
quando l’alba non è ancora sfumata
zaffate di gomme e di polvere,
tutta l’Italia è risvegliata
A Bologna Arcangeli è primo
ma a Roma Nuvolari prevale
(mentre Arcangeli ha noie al motore)
fra una siepe di folla impazzita
A Terni dove c’è il rifornimento
passa Varzi e Nuvola è secondo,
la polvere alza un lenzuolo dentro al vento
e copre questo scontro furibondo
Su Radicofani sembrano saette
per le stanze di un castello antico:
trecento curve che la morte strina
e gomme roventi, puzzo di benzina
Al secondo passaggio per Bologna
l’Alfa di Varzi è ancora prima
ma l’insegue spietato Nuvolari
che chiede strada con i fari
Ora Nuvola è dentro al suo trionfo
mentre Varzi fantastico è secondo;
Arcangeli e Campari ritirati
Tutti campioni famosi per il mondo
Partivano di notte
arrivavano di sera
dopo mille chilometri
di questa fantastica carrera
E nessuno poteva dire
se le macchine correvano
per ritornare o per scomparire
Partono a notte fonda
coi fari accesi sull’onda
dei pioppi di Lombardia
e li strappano via
Sbruffi di polvere, zaffate
d’olio, puzzo di benzina
per le strade di un’Italia contadina
***
MILLE MIGLIA – PRIMA
All’interno del “bouquet musicale” di “Automobili” è possibile isolare una sezione che possiede tutte le peculiarità di un vero e proprio poemetto epico: mi riferisco al trittico composto da Mille Miglia – prima, Nuvolari, Mille miglia del ’47. In fase d’incisione il primo e il terzo brano sono stati accorpati rompendo l’equilibrio e, soprattutto, la consecutio voluta da Roversi. Tale fusione ha reso illeggibile la volontà del poeta di organizzare in maniera coerente e consequenziale il discorso nel quale alla descrizione della Mille Miglia del 1930, caratterizzata dalla prima vittoria di Nuvolari, avrebbe dovuto seguire il brano dedicato al pilota mantovano, una sorta d’ingrandimento sul protagonista indiscusso delle corse del tempo, per poi passare, chiudendo il cerchio, alla dettagliata descrizione della leggendaria Mille Miglia del ’47 “corsa spaccacuore / e dura come non mai”.
Riproponendo i testi nell’originale suddivisione tripartita appare chiara la climax che governa l’intera sezione; il linguaggio s’intensifica gradualmente fino ad “accendersi” nella parte iniziale del terzo brano in cui la gara, in un crescendo di connotazioni espressionistiche, diventa “vera crocefissione / esecuzione d’orchestra / un’avventura di pioggia e di paura / autentico massacro / antica festa”.
Il brano Mille Miglia – prima ha struttura circolare, quasi a voler ricalcare e sottolineare le caratteristiche del tracciato (a forma di 8) che “su strade lunghe su strade alberate” collegava Brescia con Roma, coprendo (donde il nome Mille Miglia) uno spazio di 1600 km circa. L’intensa descrizione della gara si snoda in dodici strofe di cui le prime due e le ultime due, di sette versi ciascuna, fungono rispettivamente da prologo ed esodo; le restanti sono tutte quartine cui è affidato il compito di descrivere, in maniera via via più concitata, come in una sorta di radiocronaca, le varie fasi della corsa che si conclude col trionfo del “mantovano volante”. La struttura esterna del pezzo ha quindi una limpida corrispondenza con quella interna; tale peculiarità è ribadita dall’alternanza dei tempi verbali: l’imperfetto indicativo nelle prime due strofe e nella penultima, il presente indicativo nelle quartine centrali.
L’attacco del brano è tra i migliori della raccolta. Roversi insiste subito sulla lunghezza della gara, non solo in termini di spazio (“lungo mille chilometri”) ma anche di tempo (“Partivano di notte / arrivavano di sera”); e la lunghezza è certo uno dei tratti pertinenti più distintivi di qualsiasi impresa eroica.
Subito dopo la Mille Miglia è accostata alla famosa “Carrera Panamericana”, meglio nota come “Carrera Messicana”, disputata in sole cinque edizioni (1950-54) e rinomata, oltre che per i suoi 3000 km, per la pericolosità di un tracciato che, trascorrendo l’intero territorio messicano, congiungeva idealmente il confine statunitense con quello guatemalteco. Nonostante l’enorme visibilità internazionale procurata dalla “Carrera Panamericana” allo Stato Messicano, il Governo Federale decise di cancellare la manifestazione, con la motivazione ufficiale di porre fine ai numerosi incidenti, spesso mortali, che avevano puntualmente funestato tutte le edizioni, causando ventisette morti tra piloti e spettatori.
L’idea di rischio, altro tratto intrinseco nel concetto stesso di gara e d’agonismo, è ribadita nella strofa successiva in cui fa capolino l’immagine minacciosa della morte “secca”, ovvero improvvisa, rappresentata sotto le consuete e consolidate sembianze del mietitore che falcia il grano e che, col raccolto, mette simbolicamente fine al ciclo naturale. E non è un caso che questa personificazione sia stata collocata proprio sul “prato italiano”, non tanto per rispondere ad una consolidata tradizione iconografica quanto per creare una sorta di trait d’union tra due gruppi, i contadini e i piloti, completamente distinti per il proprio lavoro ma poco lontani per vicissitudini storiche. L’allusione è al sangue versato dai braccianti agricoli nelle rivolte dei primi decenni del ’900 e all’eroismo che mai mancò a questi ultimi e che di certo non fu minore di quello con cui i piloti della Mille Miglia scendevano in pista.
Alle due strofe introduttive segue la serie di otto quartine (nel disco sono sette) dove, in un crescendo di eccitazione collettiva, sono presentati gli episodi salienti della gara: dalla partenza differenziata per le piccole e grosse cilindrate (le prime “sotto una luna che cammina lenta”, le seconde quando “il giorno dà le sue prime boccate”) all’arrivo trionfale del vincitore. Nel mezzo i momenti più concitati della corsa fino all’epilogo in cui Nuvolari supera Varzi e passa in testa dopo aver usato i fari come lampeggianti per intimorire il proprio rivale e costringerlo a lasciare libera la strada per il sorpasso (“ma l’insegue spietato Nuvolari / che chiede strada con i fari”). L’episodio ricorda lo stratagemma singolare quanto efficace cui il pilota ricorse in un’altra occasione, quando, in seconda posizione in prossimità del traguardo, pensò bene di spegnere i fanali e marcare da vicino il suo rivale per poi superarlo a pochi metri dall’arrivo.
Gli ultimi due momenti del brano sono organizzati in maniera quasi speculare ai primi due: abbiamo, infatti, una strofa (identica per i primi quattro versi alla prima) inserita nel finale con l’intenzione dichiarata dall’autore di “chiudere il cerchio”, e la strofa finale, quasi una sintesi estrema della Mille Miglia, in cui ritroviamo l’uso del presente storico per conferire immortalità alle vicende narrate.
Non credo di esagerare nel sostenere la possibilità di funzionamento autonomo dell’ultima porzione di testo che, con un’estrema sintesi di mezzi espressivi e una limitata rievocazione d’immagini, riesce a sintetizzare alcuni dei momenti e dei tratti distintivi della gara in questione, come la partenza effettuata a “notte fonda” o i topoi della velocità e dell’aggressività espressi attraverso l’immagine delle automobili che passando “strappano via i pioppi di Lombardia”. Il momento centrale della corsa, invece, è questa volta eclissato, occultato, o meglio liquidato, da un’immagine di grande effetto: Roversi stende un velo sui corridori (come quando “la polvere alza un lenzuolo dentro al vento / e copre questo scontro furibondo”) e ci regala l’essenza della Mille Miglia, dipingendo un quadro impressionistico di grande effetto nei due versi in cui scrive “Sbruffi di polvere, zaffate / d’olio, puzzo di benzina” (con l’insistenza, non priva di valenza fonosimbolica, sull’affricata “z”). Il tutto sullo sfondo “di un’Italia contadina”, vero cuore pulsante dell’album e mai protagonista diretto in un brano.
L’intento nascosto del poeta è, infatti, quello di stendere un grande affresco dell’Italia del ’900, con l’accortezza di perseguire tale operazione in maniera indiretta, ovvero descrivendo il nostro Paese attraverso l’invenzione che forse più di tutte ha caratterizzato il ventesimo secolo: l’automobile. Creazione quasi diabolica, nata come mezzo di trasporto e subito trasformatasi in strumento capace di far “risvegliare l’Italia” (e qui l’allusione non è solo al divertimento che le corse automobilistiche regalavano agli italiani ma anche alla FIAT, “Motore davvero mobile […] la delizia del nostro «sviluppo» e la croce del nostro… «plusvalore»!”).27
A questo punto non penso sia fuori luogo introdurre un tema, sicuramente opinabile, ma non privo di fondamento, scaturito dalla constatazione di certe ricorrenze testuali (ma i molti penseranno derivato da una dissennata analisi) e relativo al modo in cui è trattata, rappresentata, connotata l’automobile all’interno della sezione cui io ho dato l’etichetta, non del tutto fuorviante, di “poemetto epico”.
In un certo senso assistiamo a quello che io definirei un fenomeno di “antropomorfizzazione”, messo in atto attraverso un’evidente quanto inconsapevole tendenza di Roversi a connotare le vetture con verbi e aggettivi appartenenti alla sfera dell’umano piuttosto che a quella del “meccanico”. È sintomatico trovare almeno un’occorrenza di questo tipo in ognuno dei testi che compongono il trittico: in Mille Miglia – prima al verso 22 leggiamo “urlano le grosse cilindrate”, in Nuvolari al verso 13 “il motore è feroce”, in Mille Miglia del ’47 al verso 57 “l’urlo dei motori”, senza considerare la splendida metafora dei versi 41 e 42 sempre in Mille Miglia del ’47 in cui l’autore si serve dell’immagine di un “delfinio arpionato” per descrivere lo stato pietoso in cui versa, in prossimità del traguardo, la vettura di Nuvolari, ridotta a “poche lamiere, il volante, le gomme”, tratti minimi distintivi per distinguere quest’ultima da una qualsiasi altra cosa. È importante, inoltre, rilevare l’attenzione di Roversi (ma anche dei telecronisti dell’epoca) nel citare i nomi delle case automobilistiche e dei singoli veicoli, quasi a sottolineare l’intenzione di non subordinare questi ultimi ai piloti e di dotare i mezzi di una propria autonomia, quasi di un’anima; così “Al secondo passaggio per Bologna” non è Varzi ad essere in testa, ma la sua Alfa (“l’Alfa di Varzi è ancora prima”). Questa tendenza, qui solo accennata, troverà la possibilità di manifestarsi appieno nel brano L’ingorgo in cui gli autoveicoli (e qui la carrellata è davvero lunga: dalla 2HP, alla Dauphine, dalla Caravelle alla Peugeot, dalla Wolkswagen alla Taunus e via dicendo) troveranno lo spazio che si meritano e si trasformeranno, imprigionando al loro interno la gente che trasportano, nei veri protagonisti della vicenda narrata.
Un’ultima osservazione riguarda la struttura esterna del brano. Vorrei porre l’accento sulla scelta di Roversi di non preoccuparsi particolarmente dell’impianto metrico del testo (scelta peraltro ribadita in tutti i brani dell’album), preferendo piuttosto ricercare gli effetti ritmici desiderati attraverso un articolato sistema di rime e assonanze. Ed è proprio questa “mobilità di verso”, questa asimmetria, che contribuisce in maniera decisiva nella resa dei momenti concitati della gara, producendo nel testo una tensione notevole e avvicinando la forma del racconto a quella della radiocronaca.
Essendo quindi uno degli obiettivi del poeta quello di ricreare questo “linguaggio da radiocronaca”, pare naturale il rifiuto di proporre corrispondenze foniche bizzarre o troppo ricercate. Le rime risultano sempre genuine; reputo pertanto inutile in questa sede un’analisi sistematica delle stesse salvo rilevare un’unica occorrenza: la rima “strina/benzina” dei versi 33 e 34, da evidenziare per il rapporto di parentela che lega i significati oltre che i significanti. Nel testo la rima funge quindi da collante, sopperisce al deficit metrico e tiene uniti i pezzi di un mosaico che altrimenti risulterebbe poco leggibile.
***
NUVOLARI
Nuvolari è basso di statura
Nuvolari è al di sotto del normale
Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa
Nuvolari ha un corpo eccezionale
Nuvolari ha le mani come artigli,
Nuvolari ha un talismano contro i mali,
il suo sguardo è di un falco per i figli
i suoi muscoli sono muscoli eccezionali
Gli uccelli nell’aria perdono le ali
quando passa Nuvolari
Quando corre Nuvolari
mette paura
perché il motore è feroce
mentre taglia ruggendo la pianura;
gli alberi della strada
strisciano sulla biada,
sui muri cocci di bottiglia
si sciolgono come poltiglia;
tutta la polvere è spazzata via
Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo,
a cavallo nel cielo d’aprile
Nuvolari è bruno di colore
Nuvolari ha la maschera tagliente
Nuvolari ha la bocca sempre chiusa
di morire non gli importa niente
Corre se piove, o corre dentro al sole,
tre più tre per lui fa sempre sette,
con l’Alfa rossa fa quello che vuole
dentro al fuoco di cento saette
C’è sempre un numero in più nel destino
quando corre Nuvolari
Quando passa Nuvolari
ognuno sente il suo cuore vicino
In gara a Verona è davanti a Bordino:
con un tempo d’inferno,
acqua grandine e vento,
pericolo d’uscire di strada,
a ogni giro un inferno,
ma sbanda striscia è schiacciato,
lo raccolgono quasi spacciato
Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro,
batte Varzi e Campari,
Borzacchini e Fagioli,
Brilli-Peri e Ascari
***
NUVOLARI
Il secondo testo del trittico si configura come una sorta di close-up sull’indiscusso protagonista della Mille Miglia del ’30 e delle corse di quegli anni. Mi riferisco al mantovano Tazio Nuvolari, figura emblematica nel panorama sportivo-automobilistico dell’epoca, entrato in scena nel brano precedente e divenuto qui il centro nevralgico su cui ruota l’intera canzone. Alcune delle caratteristiche e delle doti sportive del leggendario pilota erano già emerse dalla concitata descrizione della Mille Miglia del ’30 in cui il campione automobilistico era stato definito “spietato” per l’astuzia e la scaltrezza dimostrate nel famoso e citato episodio del superamento di Varzi.
Nel testo che mi propongo ora di esaminare tali qualità sono ribadite e ad esse se ne aggiungono altre che concorrono a consegnare alla storia le gesta del “mantovano volante”. L’ipotiposi del personaggio passa soprattutto attraverso la messa in evidenza delle sue caratteristiche fisiche. Dalla mitologia greca in poi, almeno fino al romanticismo ottocentesco, è sempre prevalsa l’immagine dell’eroe che combina particolari doti morali con una considerevole prestanza fisica. Raro è il caso in cui le qualità spirituali non siano controbilanciate da un corpo sano e forte. Nuvolari, invece, “è basso di statura”, addirittura “è al di sotto del normale”, ha “cinquanta chili d’ossa” e, nonostante tutto ciò, o forse proprio in virtù di questo, “ha un corpo eccezionale”.
Basta la prima quartina, con la ripetizione anaforica di “Nuvolari” (in tutto il testo si contano addirittura diciotto occorrenze), a caratterizzare in modo incisivo il personaggio; e Roversi avrebbe anche potuto interrompere qui la descrizione del pilota senza risultare troppo conciso. Contrariamente decide di continuare in questa direzione la costruzione del protagonista della sua narrazione aggiungendo alla connotazione della figura alcuni tratti fisici che è logico considerare appartenenti alla sfera “animale” piuttosto che a quella umana. Collocando l’eroe in quest’area in cui doti umane e animali s’incontrano e si compenetrano l’autore ottiene il risultato di “caricare” il corridore di un quid di cui deficitano i suoi avversari e che costituisce la marcia in più, anche nel senso letterale dell’espressione, per permettere a quest’ultimo imprese da leggenda: “Nuvolari ha le mani come artigli”, “il suo sguardo è di un falco per i figli”, o ancora nel finale quando l’autore, regalandoci una pregnante metafora, paragona la rinascita del campione mantovano dopo ogni incidente a quella del ramarro, alludendo alle doti camaleontiche del rettile e, allo stesso tempo, alla capacità di alcune lucertole di auto-rigenerare la coda perduta (“Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro”).
La descrizione fisica non finisce qui, ma prosegue nelle strofe successive col tentativo di fornire al lettore/ascoltatore una conoscenza profonda del corridore il cui animo, nonostante le precise informazioni fisiognomiche (o forse proprio in virtù di esse), risulta essere comunque insondabile. Il “colore bruno”, la “maschera tagliente”, la “bocca sempre chiusa”, rendono più denso l’alone di mistero che si forma intorno al campione delle corse.
C’è poi il verso successivo (“di morire non gli importa niente”) che riassume l’approccio spericolato alla gara, acuitosi, a detta dei giornalisti del tempo, in seguito ad una serie di gravi lutti familiari che colpirono il pilota tra gli anni trenta e quaranta. La stampa aveva poi alimentato tale leggenda diffondendo la notizia secondo la quale la temerarietà di Nuvolari fosse dipesa dal desiderio, peraltro non realizzato, di morire in gara (“se cerchi la morte / la morte non verrà” in Mille Miglia del ’47). Ed è pertinente sottolineare l’insistenza di Roversi su quest’aspetto caratteriale del corridore: l’ostinazione nello sfidare in ogni gara la sorte (“tre più tre per lui fa sempre sette”), nell’andare sempre oltre il limite consentito dal destino (“C’è sempre un numero in più nel destino”), atteggiamenti che ritroveremo evidenziati anche nel brano successivo e su cui avrò modo di ritornare.
In un’occasione, in seguito ad un drammatico incidente, i giornali lo diedero addirittura per morto e in quell’episodio il mantovano concesse la celebre battuta: “Quando mi danno cadavere aspettate sempre tre giorni prima di piangere. Non si sa mai.” Il pilota più temerario, che aveva rischiato la vita ad ogni corsa e avuto innumerevoli incidenti, morirà a 61 anni nel proprio letto; Varzi, Campari, Borzacchini, Materassi, Brilli-Peri, Arcangeli, Bordino, erano tutti morti in gara. Il destino sarà beffardo anche per sua moglie Carolina, travolta da un’auto dopo una vita dedicata ai motori.
In un celebre articolo Montanelli scrisse: “Mentre Nuvolari naufragava fra le fronde di lauro della corona, qualche migliaio di occhi azzurri fissavano sbarrati e increduli i resti del bolide rosso sui quali l’italiano aveva tagliato in testa il traguardo. Essi cercavano invano il perché ‘tecnico’ di quest’assurda vittoria e, non trovandolo, si sfogavano ad invocare ‘der Teufel’, cioè il diavolo”. Montanelli allude al pubblico tedesco (“occhi azzurri”) frustrato dalla supremazia del pilota italiano capace, su automobili di minore cilindrata e potenza, di battere i bolidi Mercedes e Auto Union, riuscendo a colmare con la sua strabiliante tecnica di guida l’evidente inferiorità meccanica dell’Alfa.
Tutto questo porta il pubblico ad appassionarsi alle gesta del “mantovano volante” più che a quelle d’ogni altro pilota; la gente lo segue in tutte le gare, arriva numerosa per vederlo passare un solo istante e per poterlo salutare mentre scompare nella polvere delle strade italiane: “Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari / la gente arriva in mucchio e si stende sui prati / Quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari / la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore / e finalmente quando sente il rumore / salta in piedi e lo saluta con la mano, / gli grida parole d’amore / e lo guarda scomparire / come guarda un soldato a cavallo, / a cavallo nel cielo d’aprile”.
Le imprese del fuoriclasse arrivano a toccare anche la sensibilità di D’Annunzio che volle incontrare personalmente il pilota per donargli, dopo una conversazione di addirittura sette ore presso il Vittoriale, una piccola tartaruga d’oro con la dedica “All’uomo più veloce, l’animale più lento”. Nell’ottobre del 1938, durante le prove del Gran Premio d’Inghilterra a Donington, un cervo si parò di fronte ad un’Auto Union lanciata a folle velocità. Il corridore dichiarerà più tardi che a salvarlo dall’impatto mortale era stato il gesto scaramantico di portare con sé un piccolo talismano: il portafortuna donatogli da D’Annunzio (“Nuvolari ha un talismano contro i mali”). Da quel giorno la figura della tartaruga campeggiò sulle sue vetture da corsa, sulla sua maglia gialla da gara, sulla carlinga del suo aereo Saiman e quando, molti anni dopo, sentì avvicinarsi la fine della vita, pregò d’essere sepolto con la piccola tartaruga al collo.
Dal punto di vista della struttura esterna il testo risulta articolato in cinque quartine, a cui è affidata la descrizione del protagonista, e in tre strofe molto più lunghe (due di undici versi e una di dieci). Rispetto al brano precedente riscontriamo una presenza più sistematica della rima, anche qui per ovviare alla mancanza di una metrica “chiusa”. Roversi insiste su giochi di assonanze abbastanza semplici, riuscendo ugualmente a spiazzare il lettore/ ascoltatore senza il bisogno di ricorrere a virtuosismi tecnici.
Oltre alla rima l’autore si serve di un articolato quanto efficace sistema allitterativo che a tratti sfocia nel fonosimbolismo e che contiene almeno un paio d’episodi da evidenziare in cui è netta l’insistenza sulla fricativa “s”: “gli alberi della strada / strisciano sulla biada”, “ma sbanda striscia è schiacciato”. Notevole anche l’iperbato del verso 14 in cui l’autore sconvolge l’ordine dei costituenti della frase per rendere più viva l’immagine descritta e, riferendosi al motore dell’auto di Nuvolari, lo connota scrivendo il celebre verso: “taglia ruggendo la pianura”.
***
MILLE MIGLIA DEL ’47
Una corsa epica fu
sul cuore verde di Gesù,
sul suo costato sporco d’amore,
la Mille Miglia del quarantasette:
corsa spaccacuore
e dura come non mai,
vera crocefissione
esecuzione d’orchestra
un’avventura di pioggia e di paura
autentico massacro e antica festa
fra macerie, case
Una vera tempesta
Nuvola Nuvolari
sei una nuvola nera,
dentro a un cielo sereno
sfascio di primavera
A cielo aperto
quando sbatti il martello sulla sorte
se cerchi la morte
la morte non verrà
Mantovano volante
vetro e biacca nel cuore
sulla Cisitalia millecento
te ne freghi anche della vita
Sei un ometto di Keaton
che corre per la vittoria
Sbattevano gli alberi
mentre la corsa passava;
l’Italia aveva il cuore smozzicato
quando i campioni per i rettifili
passavano in un baleno
e si vedevano appena
Nuvola Nuvolari
sei la nuvola bianca,
dentro a un cielo sereno
sfascio di primavera
A cielo aperto
quando sbatti il cucchiaio della sorte
se cerchi la morte
la morte non verrà
La vettura era aperta
come un delfino arpionato;
poche lamiere, il volante, le gomme
passano a Bologna (come passa il vento)
in un grande silenzio
La gente trattiene il respiro.
Nuvolari e Carena
arrivano a Brescia secondi
con due minuti di distacco
primo è Biondetti sporco come un cane
per le strade padane
sfrecciando a viso aperto
Era un mare coperto
di erbe lunghe e amare
Macerie della guerra
L’Italia a pezzi rovesciati in terra
Ma l’urlo dei motori strappava
la gente dalle case
E c’erano voci luci colori,
luci voci colori
***
MILLE MIGLIA DEL ’47
Il brano Mille Miglia del ’47 chiude idealmente la sezione dedicata al “momento mitico” dell’automobile, declamata attraverso le gesta eroiche di Nuvolari. Con la solita attenzione per i particolari Roversi stende un dipinto luminoso della gara, ormai diventata leggenda, in cui il pilota mantovano, nonostante una vettura di cilindrata inferiore rispetto a quelle guidate in precedenza e malgrado le varie disavventure occorse durante il tragitto, riesce a tagliare il traguardo secondo. L’autore non risparmia i suoi colori e utilizza una tavolozza ben fornita che gli permette di rappresentare con precisione e incisività i momenti salienti della corsa. È sufficiente esaminare la prima strofa per rendersi conto del grande dispiegamento di mezzi linguistici e retorici messi in campo per gettare un primo schizzo, sintetico ma pregnante, della Mille Miglia del ’47.
La descrizione si esplica attraverso una climax ben articolata che rende in modo efficace l’idea dello svolgersi della gara in questione. Siamo di fronte ad un’immagine catastrofica, una vera apoteosi, abbozzata attraverso un uso del linguaggio che fonde coerentemente le possibilità dell’impressionismo di fotografare il visibile attraverso la rappresentazione di pochi dati oggettivi e l’attitudine dell’espressionismo nel deformare tali dati e restituire un quadro perturbato della realtà.
Così la Mille Miglia del ’47 diventa “una corsa epica […] / sul cuore verde di Gesù”, aggettivo usato in funzione dissociativa con “cuore”, ma anche colore della rabbia, dello sdegno per la guerra mondiale appena conclusasi. E il tema della guerra non è certo secondario in questo brano se consideriamo il verso 28: “l’Italia aveva il cuore smozzicato” (che Dalla, quasi certamente per facilitare l’esecuzione vocale, trasformerà in “l’Italia aveva il cuore divorato”); o ancora i versi 55 e 56: “Macerie della guerra / l’Italia a pezzi rovesciati in terra” (anche qui con una variazione del musicista che, cambiando il verso in “l’Italia occhi divorati in terra”, costruisce un’immagine forse più incisiva dell’originale). Tornando all’incontro/scontro (e quindi “cortocircuito”) tra impressionismo ed espressionismo risulta pertinente citare i versi in cui penso si manifesti in maniera più piena tale fenomeno e dove le possibilità espressive dell’autore raggiungono l’acme: “corsa spaccacuore / e dura come non mai, / vera crocefissione / esecuzione d’orchestra / un’avventura di pioggia e di paura / autentico massacro e antica festa / fra macerie, case / Una vera tempesta”.
La narrazione continua con la ripresa della caratterizzazione del personaggio Nuvolari e con il recupero del tema, già introdotto in precedenza, della sfida continua con il destino, oltre il limite concesso agli uomini. Gli esempi attraverso i quali si sviluppa tale motivo sono numerosi: si va dal verso 8 di “quando sbatti il martello sulla sorte” (ripreso al verso 38 con la variante “quando sbatti il cucchiaio della sorte”), ai versi 24-25 in cui Roversi, paragonando le gesta del pilota mantovano a quelle dei personaggi interpretati sul grande schermo da Buster Keaton scrive: “te ne freghi anche della vita / Sei un ometto di Keaton”. La metafora può dirsi pienamente riuscita se pensiamo alla capacità che accomuna i due personaggi di venir fuori indenni, e spesso in maniera rocambolesca, da situazioni pericolose e a volte al limite dell’incredibile; appare significativo a tale proposito citare il finale del brano Nuvolari in cui è riportato un episodio, riferito ad un incidente del “mantovano volante”, descritto da Roversi con la consueta sintesi di tratti: “ma sbanda striscia è schiacciato / lo raccolgono quasi spacciato”.
Sullo sfondo di un’Italia dal cuore smozzicato/divorato continua la corsa del fuoriclasse lombardo. La sua è una lotta contro tutti e contro tutto, contro le insidie di una natura nemica (“acqua grandine e vento” in Nuvolari, o ancora “un’avventura di pioggia e di paura” in Mille Miglia del ’47), contro i limiti umani e quelli tecnici di una “Cisitalia millecento”. A tale proposito i giornali scrissero: “la sua Cisitalia sembra un giocattolo fra le insidie della natura”. Il giornalista Giovanni Canestrini, per porre l’accento sulla capacità di dominare totalmente la meccanica in una fusione totale col mezzo, disse, riferendosi però al Nuvolari motociclista: “Fuso con la sua moto in un blocco unico, armonioso nelle movenze, Nuvolari sul nastro stradale sembrava muoversi lieve e fulmineo, come sospeso ad un nastro aereo […] dominava le leggi della meccanica come uno strumento sensibilissimo, con una eleganza che solo i suoi grandi avversari Achille Varzi e Pietro Ghersi riuscivano ad imitare”. O ancora, un altro giornalista, commentando l’arrivo della Mille Miglia del ’47: “Nuvolari giungeva ugualmente primo nonostante procedesse sui cerchioni, senza sospensioni e con la carrozzeria distrutta. Gli spettatori videro passare sotto i loro occhi qualcosa d’incredibile: nell'abitacolo di guida niente era al suo posto. Tazio guidava senza seggiolino e, in sostituzione del volante, adoperava una chiave inglese. In un angolo, riverso, giaceva il meccanico coperto di fango e d’olio!”. Per la cronaca, il mantovano arriverà secondo dietro Biondetti, ma primo nella sua categoria: “Nuvolari e Carena / arrivano a Brescia secondi / con due minuti di distacco / Primo è Biondetti sporco come un cane”.
Sulla metafora del “delfino arpionato” ho già avuto modo di soffermarmi; ritengo, invece, lecito un ultimo accenno al tema della “velocità”, espresso in questo testo, come nel primo della sezione, attraverso due immagini che rendono bene la sensazione che il pubblico, spesso posizionato su muretti adiacenti alla strada o addirittura ai bordi della strada stessa, doveva provare al passaggio fulmineo delle automobili. In Mille Miglia – prima, per rendere l’idea della rapidità con cui le vetture sfrecciavano sotto gli occhi di una “folla impazzita”, l’autore scrive: “E nessuno poteva dire / se le macchine correvano / per ritornare o per scomparire”. Tale motivo è ripreso in questo brano nei versi 29-31: “quando i campioni per i rettifili / passavano in un baleno / e si vedevano appena”.
Passando all’analisi strutturale sono sufficienti solo un paio d’annotazioni. La prima riguarda l’utilizzo di un sistema metrico completamente libero, o meglio “liberato”, se pensiamo ai testi precedenti in cui, anche se involontariamente, Roversi aveva cercato di tenere uniti i versi ricorrendo alla rima o ad altri accorgimenti sintattici come, ad esempio, l’anafora di “Nuvolari” nell’omonimo brano. In questo testo, invece, nessuna attenzione è riservata a procedimenti retorici finalizzati a dare coesione e armonia alle parti. Tranne poche ripetizioni, del resto necessarie al funzionamento di qualsiasi canzone, ci accorgiamo di avere di fronte una pagina estremamente variegata da un punto di vista metrico, in cui è quasi del tutto assente la rima (unico strumento utilizzato in precedenza da Roversi per dare coesione ai versi) a favore di uno stile disarticolato e spezzato, adatto come non mai alla narrazione concitata della corsa.
L’altra annotazione, forse meno interessante, riguarda l’esecuzione vocale di Dalla, in vari punti non conforme all’originale. Al di là dei motivi alla base di tale comportamento, certamente riassumibili in banali e involontarie dimenticanze o nella difficoltà di articolare vocalmente certi sostantivi o interi sintagmi, voglio solo sottolineare il contrasto di questo brano con i due precedenti nei quali la discrepanza tra scritto e cantato era stata volutamente ridotta ai minimi termini.
***
L’INGORGO
Mettere in marcia il motore,
avanzare tre metri, staccare,
fermarsi a guardare e a parlare,
alla fine spegnere il motore
Tre suore giovani nella 2HP,
un ragazzotto dentro la Dauphine,
c’è un uomo bianco nella Caravelle,
altro uomo e donna in una Peugeot
Dietro alla 2HP c’è una Wolkswagen
con dentro una ragazza e un soldato
certamente spostati da poco,
hanno le spalle bruciate dal fuoco
Centomila auto imbottigliate
nella corsia nord e sud verso Parigi
da dodici ore nessuno si muove;
l’erba sul prato sa di liquirizia
Passa il giorno e arriva la sera
passa la notte e il giorno fa ritorno
alle nove arriva uno straniero
e chiede pane alla gente intorno
Allez! Tutti in auto e avanti cento metri,
a mezzogiorno si briciola un biscotto,
l’ingegnere dorme nella Taunus,
un muso di cane contro il vetro rotto
La terza notte è lunga come il mare
la notte terza è proprio un fiume in piena
una donna passeggia per il campo
parla da sola, piange, si dimena
Parigi è laggiù bella lontana,
sembra un pavone con le piume aperte,
ha un giallo accesso per divertimento;
qua c’è rumore e strisciare di vento
Al quarto giorno avanzano un chilometro,
molti hanno lasciato l’automobile
e girano per i prati e le foreste
cercano il pane e l’acqua come bestie
Dividono sul bordo della strada
l’ultimo creck, l’ultima bottiglia;
la cocacola è razionata a gocce:
due gocce solo per le labbra rotte
Verso sera qualcosa si muove
con uno strappo la fila si snoda
come un gatto che si morde la coda
le macchine procedono in pariglia
Le stelle o le nuvole o la vita
Forse il soldato poteva ritornare
Un adattarsi meccanico a pensare
Dalla Simca fanno un gesto d’amore
Assurdo sentimento di speranza,
cavalli cavalli corrono nei prati,
foglie bianche si aprono cadendo,
il laser del sole le taglia ridendo,
Luci rosse rosse sempre accese
danno il via a una pazza rincorsa;
centomila bisonti scatenati
verso Parigi stretta in una morsa
***
L’INGORGO
Accanto al poemetto epico costruito intorno alla leggenda di Nuvolari, vero filo conduttore dell’intero gruppo di testi, è opportuno circoscrivere un altro momento, nello stesso modo importante, relativo, questa volta, al “presente dell’automobile”, certamente meno eroico del tempo in cui le vetture da corsa sfrecciavano sulle strade della Mille Miglia ma descritto con altrettanta sincerità ed efficacia attraverso due episodi paradigmatici.
Il primo brano, ispirato ad un fatto di cronaca vera, mette in scena la drammatica situazione venutasi a creare sull’autostrada francese nei pressi di Parigi in seguito ad uno dei primi casi di collasso della rete viaria (“Centomila auto imbottigliate / nella corsia nord e sud verso Parigi”). Roversi insiste sui pietosi risvolti della vicenda mettendo in luce, con discrezione e senza sovrabbondanza di particolari, il senso d’alienazione provato dall’uomo prigioniero della sua stessa invenzione.
Nel secondo testo, invece, l’autore tratteggia con pastelli tenui un quadro dal sapore cinematografico e di sicuro impatto visivo al centro del quale inserisce la storia d’amore tra due ragazzi, raccontata attraverso un ingenuo quanto commovente dialogo all’interno di un’auto in demolizione, luogo d’incontro degli amanti.
Entrambi gli episodi descrivono situazioni tanto improbabili nel passato glorioso e rombante dei motori quanto ordinarie e consuete nel presente; un presente in cui l’autovettura ha irrimediabilmente perduto gran parte del fascino e del mistero che impregnavano la sua immagine nei decenni passati.
A tale proposito, rimanendo ancorati alla situazione del nostro paese, è opportuno considerare e valutare l’importanza che il boom economico dei primi anni sessanta ha avuto all’interno di questo processo di “de-mitizzazione dell’automobile”. Col considerevole abbassamento dei costi di produzione le industrie automobilistiche sono state in grado di progettare e offrire prodotti accessibili ad un pubblico più vasto. La messa in commercio delle cosiddette “utilitarie” ha incoraggiato la motorizzazione di gran parte delle famiglie italiane, fino a poco tempo prima escluse da questo tipo di mercato, favorendo, dall’altra parte, la progressiva esautorazione del mito.
Quest’ultimo aspetto è sicuramente collegato al graduale, seppur lieve, allontanamento del popolo dal mondo delle gare, importanti per testare idee che poi sarebbero finite nelle vetture commercializzate ed essenziali nella spinta al processo di bitumatura sulle strade dello stivale. Il boom economico ha quindi determinato da un lato un importante avvicinamento delle classi medie alle vetture, dall’altro ha alimentato la tendenza, più o meno marcata, a smantellare l’impalcatura mitica che dalla sua invenzione ha sempre accompagnato l’immagine dell’automobile.
Tornando all’analisi testuale de L’ingorgo conviene rilevare innanzi tutto la tendenza di Roversi, riscontrabile anche nell’altro brano della sezione (Due ragazzi), a snellire ulteriormente, rispetto al gruppo dei testi che costituiscono la sezione epica della raccolta, l’impianto sintattico e l’intreccio dei fatti, a favore di un montaggio più sobrio e leggero. La canzone è organizzata in quattordici quartine attraverso le quali, sullo sfondo di una strada non più teatro di epici scontri tra piloti ma paesaggio deprimente e alienante, si snodano le vicende tanto drammatiche quanto surreali di gente comune imprigionata nelle proprie autovetture.
L’accompagnamento musicale è ancora una volta efficace; di sicuro è uno dei più indovinati dell’intero disco grazie alla perfetta consonanza del verso col tema musicale. Ogni momento della narrazione è, infatti, scandito da un motivo melodico che ne esalta le peculiarità creando armonia e corrispondenza tra le due parti. In questo modo la sensazione di “stanchezza” messa in luce nella prima quartina (“Mettere in marcia il motore, / avanzare tre metri, staccare / fermarsi a guardare e a parlare, / alla fine spegnere il motore”) trova un contrappunto diretto nell’arrangiamento altrettanto dinoccolato di Dalla; nella stessa maniera a episodi d’esaltazione collettiva nelle strofe successive, dovuti ad improvvisi deflussi (“Allez! Tutti in auto e avanti cento metri”), corrisponde un tema musicale maggiormente ritmato e incalzante.
L’intera narrazione è articolata tramite la contrapposizione di questi due momenti: l’antitesi tra la sensazione d’alienazione e di sconforto che gli individui imbottigliati nell’ingorgo provano nell’impossibilità di agire e di sbloccare la situazione (“da dodici ore nessuno si muove”) e tra l’opposto sentimento di sorpresa ed eccitazione negli attimi, seppure rari, in cui le vetture riescono ad avanzare di qualche manciata di metri.
Il tutto è condito con scenette dal sapore dolce-amaro recitate da personaggi che sfogano come possono la loro frustrazione: “una donna passeggia per il campo / parla da sola, piange, si dimena”. Col passare delle ore la situazione assume tratti sempre più drammatici: “molti hanno lasciato l’automobile / e girano per i prati e le foreste / cercano il pane e l’acqua come bestie”, fino a quando “con uno strappo la fila si snoda” e, inaspettatamente, “le macchine procedono in pariglia”.
Dopo l’iniziale caratterizzazione dei personaggi nella terza e quarta strofa, peraltro accorta nel dotare i conducenti di un’auto adatta alla classe sociale ed al mestiere di ognuno (“Tre suore giovani nella 2HP, un ragazzotto dentro la Dauphine”; o ancora nella sesta quartina in cui “l’ingegnere dorme nella Taunus”), assistiamo ad un processo, in cui sono coinvolti tutti gli attori in scena, che io definirei di “bestializzazione”. La sete e la fame iniziano a farsi sentire e spingono la gente implicata nell’ingorgo a manifestare esplicitamente tutta la propria frustrazione per l’impossibilità di ovviare alla mancanza di acqua e cibo.
La trasformazione è graduale: da un primo stadio in cui l’inedia comincia a giocare brutti scherzi ai malcapitati portandoli ad immaginare improbabili quanto irreali “prati di liquirizia” (“l’erba sul prato sa di liquirizia”) si passa al ritratto dell’ingegnere colto nel sonno e dipinto nel verso 24 con la suggestiva metafora del “muso di cane contro il vetro rotto”. Poco dopo ha inizio la vera e propria metamorfosi, anticipata dalla messa in luce dei tratti istintivi e animali dell’uomo (“e girano per i prati e le foreste / cercano il pane e l’acqua come bestie”) e realizzata appieno nei due versi finali del brano quando la trasformazione di umano in animale è completa: “centomila bisonti scatenati / verso Parigi stretta in una morsa”.
Accanto al bisogno istintivo e primario di soddisfare necessità incombenti quali bere e nutrirsi Roversi non tralascia di mettere in luce, nella decima quartina, il sentimento comunitario e di responsabilità reciproca manifestato dall’uomo nei confronti del prossimo in situazioni disagiate come quella rappresentata nel brano: “Dividono sul bordo della strada / l’ultimo creck, l’ultima bottiglia; / la cocacola è razionata a gocce: / due gocce solo per le labbra rotte”.
Dal punto di vista retorico è interessante notare la singolare propensione dell’autore a creare suggestivi rapporti metaforici tra uomo e animale. L’intera raccolta di testi è densa di esempi del genere: oltre alla metafora del “gatto che si morde la coda”, per esprimere, nel brano in questione, l’idea dello sciogliersi improvviso e inaspettato dell’ingorgo, è opportuno ricordare l’efficace e già citata immagine di Nuvolari che “rinasce come rinasce il ramarro” (Nuvolari), o ancora, in Due ragazzi, l’incisiva similitudine tra lo “strisciare adagio di un serpente annoiato” e lo scorrere sereno e spensierato della vita dei protagonisti del racconto.
Anche se le scene riprese possono apparire meno evocative e appassionanti di quelle catturate nei brani relativi alla leggenda di Nuvolari e della Mille Miglia l’autore riesce ugualmente a rendere la narrazione seducente, grazie ad un montaggio compatto, costruito ancora una volta prediligendo una narrazione lineare degli eventi. Il tema trattato non preclude, in ogni modo, lo schiudersi di frammenti di luminosa e genuina poesia. Basterebbe pensare al grande dipinto realizzato nei versi della penultima strofa (“Assurdo sentimento di speranza, / cavalli cavalli corrono nei prati, / foglie bianche si aprono cadendo, / il laser del sole le taglia ridendo”) per dimostrare quanto sia errato porre in seconda linea questo brano rispetto ad altri da un punto di vista dell’ispirazione e dell’estro creativo. La foto scattata è, infatti, di grande spessore poetico e fa pendant con l’immagine surreale e visionaria, altrettanto pregnante, rappresentata nella parte iniziale del testo di Mille Miglia – prima: “Poi il sole si spaccava / contro il ferro dei gasometri / e dall’alto lasciava / una riga rossa di sangue / sulla strada per chilometri”.
È proprio nell’afa opprimente di queste visioni, in cui reale e onirico si mescolano in un liquido inscindibile, che Roversi ci regala le sue invenzioni migliori, dotando il verso di una spontanea quanto piacevole freschezza.
***
DUE RAGAZZI
Dentro a un’auto scalcinata
al margine di un campo,
– un’auto in demolizione –
dentro a quest’auto abbandonata
due ragazzi seduti
fitti fitti fanno conversazione
La ragazza è carina
ha i capelli neri e corti,
il ragazzo ha una faccia da faina
furba e divertente;
si riparano dalla gente;
lui la tiene stretta
e parlano parlano a voce bassa, in fretta
È bello ascoltare
così la vita che striscia,
la vita strisciare adagio come un serpente annoiato;
baciarsi dieci volte senza paura in un minuto;
parlare di oggi, parlare d’amore, parlare di domani
toccarsi con le mani
La vita è così vicina
ogni cosa è ancora da fare
il futuro è verde è freddo è profondo come il mare
tentano di toccarlo con i piedi
prima di decidersi a buttarsi
«Sei un topino bianco
io io io
io ti ho trasformato in angelo
con ali formidabili
Tu lavavi stiravi le camicie
e io seduto in un angolo fumavo
Guardami ancora con amore,
lo so che sono vecchio,
lo so che ho già vent’anni»
«Ma – lei risponde – ti sposerei lo stesso
io io io
anche se ti ho sempre detto:
voglio andare a letto con un uomo
ma non so come fare
Tu mi dicevi: perché non prendi me?
Era un giuoco,
io io io
lo so che era un giuoco
e non so cosa fare
perché adesso non voglio
che stare qua a guardarti e a ascoltare»
Dall’alto piove una neve verde
Portata dall’ombra della sera,
scoppiano tre stelle all’improvviso
enormi come un grande riflettore
sopra all’auto scalcinata
al margine di un campo
dentro a un’auto in demolizione
dove due ragazzi senza tempo
fanno l’amore
***
DUE RAGAZZI
Il secondo brano del dittico relativo al “presente dell’automobile” mette in scena la tenera storia d’amore di due ragazzi. Anche questo testo, come quello de L’ingorgo, è volutamente privo d’artifici retorici e virtuosismi stilistici: la vicenda è narrata con semplicità e parsimonia di particolari e dipinge, nonostante la squallida ambientazione, un quadretto idilliaco luminoso e vivace.
La canzone gioca sull’ambiguità del rapporto tra i protagonisti: l’autore preferisce, infatti, non mettere a disposizione del lettore/ascoltatore informazioni utili per comprendere esattamente il tipo di relazione che intercorre tra i due ragazzi. I primi versi della parte centrale del testo, relativi al dialogo dei personaggi, fanno pensare ad un rapporto già consolidato, ad un’intimità che suggerirebbe anche una relazione matrimoniale (“Tu lavavi stiravi le camicie / e io seduto in un angolo fumavo”). Scorrendo il brano ci accorgiamo però che i due probabilmente non sono sposati (“Ma – lei risponde – ti sposerei lo stesso”), e sorge un dubbio anche sulla possibilità che siano solo amanti (“Tu mi dicevi: perché non prendi me?”). La situazione non smette d’essere ambigua nemmeno nei versi successivi e si complica ulteriormente quando il giovanotto afferma: “Era un giuoco, / io io io / lo so che era un giuoco”. A questo punto diventa palese l’impossibilità di sciogliere completamente l’enigma e anche noi rinunciamo a cercare un senso in una conversazione che ha proprio nell’equivoco la sua chiave di volta. Roversi è abile nel montare la scena costruendo un dialogo surreale e allo stesso tempo commovente, con l’accortezza di non fornire i particolari essenziali per stemperare il mistero su cui si regge l’intero spettacolo.
Dal punto di vista strutturale il testo presenta un’organizzazione non uniforme delle parti: le strofe sono di varia lunghezza ed è difficile distinguere un refrain, di solito necessario al funzionamento di una canzone, anche a causa dell’accompagnamento vivace e “irregolare” di Lucio Dalla. Questa mancanza, alla quale si aggiunge la tendenza di Roversi, ampiamente sottolineata in precedenza, a liberare i versi da qualsiasi costrizione metrica, è alleviata dalla ripresa di parte della prima strofa nel finale del testo, procedimento anche questo già edito dall’autore per dotare il brano di un andamento circolare (vedi Mille Miglia – prima). Ed è proprio nell’ultima strofa che il “paroliere” stende uno degli affreschi più emozionanti dell’intero album, probabilmente il momento di più stretta compenetrazione tra verso e contrappunto musicale. Il musicista bolognese non avrebbe potuto immaginare una melodia migliore per incorniciare un dipinto che ha nella semplicità la sua più grande arma di seduzione: “Dall’alto piove una neve verde / portata dall’ombra della sera, / scoppiano tre stelle all’improvviso / enormi come un grande riflettore / sopra all’auto scalcinata / al margine di un campo / dentro a un’auto in demolizione / dove due ragazzi senza tempo / fanno l’amore”.
Fa riflettere l’insistenza sul colore verde, già impiegato nel brano Mille Miglia del ’47 con un’accezione diversa. In Due ragazzi lo slittamento semantico dell’aggettivo è evidente:dapprima è utilizzato per connotare “il futuro” dei protagonisti della vicenda, un futuro “verde,freddo e profondo come il mare”, poi lo stesso colore è riadoperato per tingere la neve“portata dall’ombra della sera”. La trovata dell’autore, consistente nell’utilizzo polisemico delcolore per dipingere cose e situazioni diverse (in questo caso per esprimere la speranza in unfuturo migliore per i due ragazzi costretti ad incontrarsi in “un’auto in demolizione”) èd’indubbia efficacia. L’invenzione della “neve verde” contribuisce a rendere ancora più surrealeuna scena già di per sé convincente e senza dubbio di grande emotività.
Dopo aver rivissuto le gesta eroiche di Nuvolari e la leggenda della Mille Miglia ci troviamo immersi, col primo brano di questa sezione, all’interno di uno scenario del tutto diverso ed indubbiamente spaventoso. Il terribile ingorgo sulle strade francesi ci trasporta in un incubo nel quale si materializza la triste profezia di molti: una situazione preoccupante scongiurata per anni e che ora viene a galla limitando profondamente le possibilità d’utilizzo dell’automobile e corrodendo ulteriormente l’impalcatura mitica che sostiene la sua immagine. L’angosciante scenario è riproposto nel brano Intervista con l’avvocato attraverso la conversazione surreale tra un giornalista del “Manchester Guardian” e l’avvocato Gianni Agnelli: “Da tutti è ormai confermato / che l’auto è in crisi profonda, / che l’auto non ha futuro / come uno stecco di legno su un’onda”.
Quale futuro quindi per l’automobile? Non è dato saperlo. “La trasformazione in atto che ha reso l’auto una sorta di soggetto antropomorfo ora ha bisogno di umanità”,28 sembra questo l’appello con cui Roversi, ne Il motore del duemila, chiude la parabola discendente in cui si dispiega la storia della motorizzazione. “Un recupero di umanità in un mondo disumanizzato”;29 ed è proprio ai “due ragazzi” cui l’autore affida il compito di “riequilibrare il rapporto inquietante col futuro dell’automobile”,30 attraverso il riutilizzo di quest’ultima con un fine che è diverso da quello per cui è stata progettata. La vettura da corsa rombante e irresistibile di Nuvolari è ora diventata “un’auto scalcinata al margine di un campo”, senza più alcuna utilità se non quella di fare da sfondo agli incontri amorosi di due ragazzi.
***
IL MOTORE DEL DUEMILA
Il motore del duemila
sarà bello e lucente,
sarà veloce e silenzioso,
sarà un motore delicato
di metallo prezioso,
avrà lo scarico calibrato
e un odore che non inquina;
lo potrà respirare un bambino o una bambina
Ma secondo le nostre cognizioni
nessuno ancora sa dire
come può essere nella realtà
il ragazzo il ragazzo del duemila
Questo perché nessuno lo sa
L'ipotesi è suggestiva, è anche urgente
ma seguendo questa prospettiva
oggi ne sappiamo poco o niente
Noi sappiamo tutto del motore,
questo lucente motore del futuro,
Questo lucente motore del futuro,
ma non riusciamo a disegnare il cuore
di quel giovane uomo del futuro;
non sappiamo niente del ragazzo
che sarà fermo sull’uscio ad aspettare
Dentro a quel vento dell’anno duemila
non lo sappiamo ancora immaginare
***
IL MOTORE DEL DUEMILA
Originariamente concepito come brano di chiusura della raccolta, se si esclude l’episodio autonomo de Intervista con l’avvocato collocato nella scaletta in ultima posizione, Il motore del duemila rappresenta il momento di maggiore tensione all’interno dell’album, sintesi estrema delle idee che le altre canzoni sviluppano con un maggiore dispiegamento di mezzi linguistici. L’accompagnamento musicale contribuisce in maniera decisiva al funzionamento del testo, immergendo la narrazione in un clima tetro e glaciale, vicino alle atmosfere algide dipinte con maestria dal regista Fritz Lang nel suo capolavoro Metropolis.
È abbastanza insolito che proprio Il motore del duemila, caratterizzato da una struttura esterna piuttosto singolare a cui fanno da contrappunto temi musicali di sicuro meno orecchiabili dei precedenti, sia stato il pezzo più apprezzato dal grande pubblico e più a lungo rimasto nella memoria della gente. Dal punto di vista metrico è forse l’episodio meno predisposto ad essere musicato, in virtù di una singolare costruzione, organizzata su tre strofe di diversa lunghezza, in cui non è possibile isolare un refrain che renderebbe il pezzo più facilmente assimilabile; probabilmente è proprio questa mancanza, questa assenza d’appigli a rendere la canzone seducente per l’orecchio dell’ascoltatore.
Nella prima strofa Roversi elenca le caratteristiche del “lucente motore del futuro”: la velocità, la silenziosità, ma soprattutto quelle qualità che renderebbero seriamente plausibili le possibilità d’utilizzo nell’avvenire e ne decreterebbero un sicuro successo, come la capacità di non inquinare (e qui è lecito il riferimento ad Anidride solforosa, contenuta nel disco omonimo) e di avere addirittura un odore respirabile per un bambino o una bambina. Una profezia ottimistica che paradossalmente ghiaccia il sangue, complici gli stacchi spettrali di synth e il dilemma finale: ormai “sappiamo tutto del motore” ma non riusciamo ancora “a disegnare il cuore di quel giovane uomo del futuro / […] non lo sappiamo ancora immaginare”.
Reputo opportuno mettere in risalto una volta di più quanto sia importante l’organizzazione e la successione dei brani all’interno di una raccolta; sembra assurdo ma una pur minima variazione può, a volte, stravolgere l’intero messaggio. Nel nostro caso l’inserimento su disco di Due ragazzi in ultima posizione ha il potere di capovolgere radicalmente il triste presagio lasciato intendere da Roversi ne Il motore del duemila: attraverso l’episodio, funzionante da happy-ending, dei due amanti che eleggono come nicchia della loro intimità una macchina in demolizione, fiero sberleffo alla civiltà dell’autovettura, l’album s’impregna inevitabilmente di un odore senza dubbio più rassicurante ma inevitabilmente meno intenso. Il finale è così edulcorato e la prospettiva pessimistica profetizzata dall’autore quasi ribaltata per buona pace della RCA.
***
INTERVISTA CON L’AVVOCATO
Buon giorno, grazie avvocato,
sono del Manchester Guardian,
non le farò perdere tempo.
Questa è la prima domanda:
Come concilia il proposito
del taylorismo superato
poi vuotare Mirafiori
e riempire di nuovo
il treno dell’immigrato
(non il treno della Rondine
invece quello del Sole)
e prendere l’occasione
di decentrare la produzione?
(30 secondi di risposta
È l’inizio dell’intervista
Entrambi sono seduti, o si siedono
Molta cortesia e alcuni saluti
Sorrisi da quartieri alti)
Grazie, ho capito avvocato;
lei non mi fa perdere tempo,
è sempre molto educato
Questa è la seconda domanda:
La Fiat nella sola Torino
ha centoventimila operai
e quindicimila le industrie
legate a questo destino
L’area dell’intera città
è tanto densa da fare pietà
E lei adesso sbaracca a Volvèra
la fabbrica per i ricambi
e la fonderia a Crescentino?
(30 secondi di risposta
L’avvocato sorride e risponde preciso
ma comincia, sia pure amabilmente,
ad agitarsi sulla poltrona)
Ancora un momento, avvocato;
l’argomento è complesso
e tocca svariati argomenti
La stringo ancora fra i denti
se non è troppo occupato
Da tutti è ormai confermato
che l’auto è in una crisi profonda,
che l’auto non ha futuro
come uno stecco di legno su un’onda
e che dopo l’assestamento
le auto saranno più rare
e finiranno per scomparire
come lampare sul mare
Lei cosa dice di fare?
(30 secondi di risposta. L’avvocato si
alza in piedi. Intanto arriva un cameriere
con succhi di frutta ghiacciati, cognac,
pompelmo strizzato. L’avvocato risponde
freddo, preciso, razionale. Ogni tanto
si ferma, si avvicina alla finestra
e guarda fuori la sottostante Torino)
Concordo con lei avvocato:
il futuro è uno strazio;
mi sembra poi che l’incertezza
a lei non dia molto spazio
Le faccio la quarta domanda:
Ha scritto un bambino
in una inchiesta recente
«Lager in una scuola italiana»:
«Mio padre è povero e magro,
povero magro e basso»
Ma l’auto non avrebbe un futuro
se potesse portare a spasso
anche quel padre con quel bambino
cavandoli al loro destino?
(30 secondi di risposta
L’avvocato, sempre in piedi, segna
l’orizzonte fuori. Sembra immedesimarsi e
il gesto è ampio e lento)
Eh, lo so bene avvocato
che niente è mai per l’eterno,
che ogni giorno è rovesciato
e che ogni anno finisce in inverno
Dal giacimento di Ekofisk
che butta greggio a mitraglia,
lassù nel mare del Nord,
c’è petrolio per l’Italia
Un’isola lunga un chilometro
con serbatoi di cemento e d’acciaio
Ma il fuoco anche di questo futuro
non brucia soltanto chi è in basso?
(L’intervista è finita. Momento di sospensione e
riflessione per entrambi, quasi un momento di gelo;
poi tutto si scioglie. Sorrisi; conversano ancora in
piedi mentre entrano il segretario dell’avvocato,
teste d’uovo, e il fotografo del giornale scatta e
riscatta fotografie. Insomma il solito rituale)
***
INTERVISTA CON L’AVVOCATO
(Versione incisa su disco da Lucio Dalla)
Buon giorno, grazie avvocato,
sono del Manchester Guardian,
non le farò perdere tempo.
Questa è la prima domanda:
La Fiat nella sola Torino
ha centoventimila operai
quindicimila le industrie
legate a questo destino
L’aria dell’intera città
tanto densa da fare pietà
Ora sbaracca a Vòlvera
la fabbrica per i ricambi
la fonderia a Crescentino?
(20 secondi di risposta)
Bene molto bene avvocato
il suo inglese è perfetto
io l’ho tutto annotato
La stringo ancora fra i denti
Da tutti è ormai confermato
l’auto è in crisi profonda,
l’auto non ha futuro
stecco di legno sull’onda
dopo l’assestamento
le auto saranno più rare
e finiranno per scomparire
come lampare sul mare
***
INTERVISTA CON L’AVVOCATO
Ultimo episodio, ma di certo non in ordine d’importanza, dell’album “Automobili”, funzionante sia come prologo (nella versione ampiamente rimaneggiata su disco), sia come esodo (nelle intenzioni del suo autore ne “Il futuro dell’automobile”). Il brano mette in scena l’ironica e surreale conversazione tra un fantomatico giornalista del “Manchester Guardian” e l’avvocato Gianni Agnelli. Roversi è attento ad occultare ancora una volta i momenti topici del brano, ovvero le risposte che il presidente della FIAT concede all’intervistatore. Ed è proprio in questi interstizi lasciati liberi dal poeta che Dalla, con impeccabile istrionismo, inserisce la sua migliore invenzione: le repliche dell’avvocato, espresse in un presunto dialetto inglese, nient’altro che un incomprensibile canto in scat.
Con quest’abile stratagemma il musicista bolognese riesce, meglio che in altri casi, a dar prova della sua personalissima capacità (già messa in luce nell’intervento di Dario Fo) consistente nel riuscire a rappresentare, piuttosto che limitarsi ad eseguire, una canzone. Siamo davvero vicini, più che negli altri brani, ad una “drammatizzazione” vera e propria dell’episodio: la performance assume quindi un’importanza notevole e diventa quasi imprescindibile per una corretta ricezione del messaggio.
Le risposte di Gianni Agnelli sono in ogni caso intuite dall’ascoltatore31 tramite le riflessioni ad alta voce del giornalista: “Eh, lo so bene avvocato / che niente è mai per l’eterno, / che ogni giorno è rovesciato / e che ogni anno finisce in inverno”.32 Col passare dei minuti l’atmosfera inizia leggermente a scaldarsi, l’avvocato si alza in piedi, poi ribatte “freddo, preciso, razionale”. Nel frattempo l’intervistatore continua a stuzzicarlo: “il futuro è uno strazio; / mi sembra poi che l’incertezza / a lei non dia molto spazio”; quest’ultimo però non smette di manifestare il suo proverbiale self-control e, “sempre in piedi, segna l’orizzonte fuori. Sembra immedesimarsi e il gesto è ampio e lento”. L’intervista finisce senza vincitori né vinti, c’è un “momento di sospensione e riflessione per entrambi, quasi un momento di gelo; poi tutto si scioglie. Sorrisi; conversano ancora in piedi […] e il fotografo del giornale scatta e riscatta fotografie. Insomma il solito rituale”.
L’accompagnamento musicale di Dalla risulta ben calibrato e contribuisce a sdrammatizzare il testo e a renderlo divertente nonostante il tema trattato sia particolarmente scottante e lo scenario profetizzato decisamente deprimente: “Da tutti è ormai confermato / che l’auto è in crisi profonda, / che l’auto non ha futuro / come uno stecco di legno su un’onda”. L’unico dispiacere è legato ai pesanti interventi d’espunzione influenzati molto probabilmente dalla volontà della casa discografica, già manifestatasi in altri episodi, di presentare un testo “edulcorato” per evitare eventuali problemi legati all’argomento trattato, decisamente delicato allora come oggi.
***
NOTE
1 Citato in Felice Liperi, Motori, società e poesia nelle canzoni di Lucio Dalla e Roberto Roversi, p. 3.
2 Lucio Dalla, Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, a cura di Simone Dessì, Savelli Editore, Roma 1977, p. 101.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
5 Ibidem, p. 21.
6 Ibidem, p. 14.
7 Ibidem.
8 Marialaura Giulietti, Come è profondo il mare – Biografia del capolavoro di Dalla, Rizzoli Editore, Milano 2007, p. 76.
9 Ibidem, p. 77.
10 Citato in Felice Liperi, Motori, società e poesia nelle canzoni di Lucio Dalla e Roberto Roversi, p. 2.
11 Marialaura Giulietti, Come è profondo il mare – Biografia del capolavoro di Dalla, Rizzoli Editore, Milano 2007, p. 78.
12 Lucio Dalla, Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, a cura di Simone Dessì, Savelli Editore, Roma 1977, p. 139.
13 Ibidem, p. 134.
14 Roberto Roversi, Il futuro dell’automobile – Dodici testi per Lucio Dalla, uscito su “Lato/Side” – Anno I numero IV – 26 ottobre 1976, Ediz. Anteditore.
15 Marialaura Giulietti, Come è profondo il mare – Biografia del capolavoro di Dalla, Rizzoli Editore, Milano 2007, p. 77.
16 Felice Liperi, Motori, società e poesia nelle canzoni di Lucio Dalla e Roberto Roversi, p. 2.
17 Ibidem.
18 Marialaura Giulietti, Come è profondo il mare – Biografia del capolavoro di Dalla, Rizzoli Editore, Milano 2007, p. 78.
19 Ibidem.
20 Ibidem, p. 76.
21 Lucio Dalla, Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, a cura di Simone Dessì, Savelli Editore, Roma 1977, p. 122.
22 Ibidem, p. 119.
23 Ibidem, pp. 119-120.
24 Ibidem, p. 120.
25 Ibidem.
26 Ibidem, p. 122.
27 Lucio Dalla, Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, a cura di Simone Dessì, Savelli Editore, Roma 1977, p. 121.
28 Felice Liperi, Motori, società e poesia nelle canzoni di Lucio Dalla e Roberto Roversi, pp. 8-9.
29 Ibidem, p. 9.
30 Ibidem.
31 In questo caso ho evitato di proposito l’espressione, ormai divenuta consueta, di “lettore/ascoltatore”; il motivo è indirettamente espresso nel paragrafo precedente ed è riferibile all’opportunità, che io consiglio vivamente, di preferire l’approccio al testo attraverso la versione cantata piuttosto che quella scritta. L’originale di Roversi è indubbiamente più completa ed articolata ma è priva di un momento indispensabile: l’inserimento delle risposte dell’avvocato Gianni Agnelli al giornalista, occasione offerta da Lucio Dalla per captare, a mio avviso, tramite il filtro di un fantomatico dialetto inglese, ulteriori spunti e messaggi che il brano regala.
32 Quartina espunta nella versione incisa su disco.
***
Bibliografia
Manuali di metrica e retorica:
Pietro G. Beltrami, Gli strumenti della poesia, Il Mulino, Bologna 2002.
Bice Mortasa Garavelli, Manuale di retorica, Tascabili Bompiani, Milano 2006.
Saggi e opere su Lucio Dalla e Roberto Roversi:
Lucio Dalla, Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, a cura di Simone Dessì, Savelli Editore, Roma 1977.
Marialaura Giulietti, Come è profondo il mare – Biografia del capolavoro di Dalla, Rizzoli Editore, Milano 2007.
Roberto Roversi, Il futuro dell’automobile – Dodici testi per Lucio Dalla, uscito su “Lato/Side” – Anno I numero IV – 26 ottobre 1976, Ediz. Anteditore.
Felice Liperi, Motori, società e poesia nelle canzoni di Lucio Dalla e Roberto Roversi, articolo scritto per la conferenza “Cultura, società e costume nella canzone italiana anni ’60-’70” tenuta il giorno giovedì 22 settembre 2005 presso l’università di Genova.
Ringraziamenti
Roberto Roversi, per la disponibilità, i consigli e le piacevoli chiacchierate.
Fermati, ragazzo, e ascolta…
Precipitevole cadde la sventura.
Bologna fu di nuovo infranta.
Macerie. Sì, le antiche macerie.
Le urla. Sì, le antiche urla.
Il pianto. Il fumo. Polvere. La gola bruciava.
Precipizio di morte.
Delitto è dimenticare.
L’oblio tremendo tiranno
splendido donatore di uova d’oro
lascia calare i giorni fra le dita
sabbia di mare
nulla si trattiene
tutto fra gelido pianto è dimenticato.
No! Custodire le voci i pianti le grida le paure gli affanni
soldati delle verità con le armi in pugno
urla non compiante come il primo vento dell’estate
ma ascoltate ascoltate ascoltate.
....................................................................
Fermatevi ragazzo e ragazza lasciate cadere lo zaino
davanti alla sala buia dove ordinati siedono i morti.
Guardate, ascoltate, prego, vi invito.
Voi che siete nel fiore degli anni e per morire c’è tempo.
Fermate il passo sedete vicino
ascoltate le voci e il respiro di quel giorno tremendo.
Sedete ascoltate
e la notte della storia si illuminerà di parole.
Fermatevi sedete ascoltate
i morti non piangono parlano.
I morti sono vivi e raccontano la loro vita turbata
da un fulmine di fuoco
perché nulla mai vada perduto
e tu ragazzo tu ragazza agile frettolosa
tu balda come una rosa appena fiorita
sappiate chi erano chi sono chi saranno
quelli che siedono a voi vicino
trafitti da un destino di morte.
Addio non per sempre. Addio. Ritorniamo. Sedete.
Ascoltate. Parlate. Non tacete.
Roberto Roversi, Ai tempi di re Gioacchino
Roberto Roversi, Ai tempi di re Gioacchino – Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna 1952.
Sulla rivista «L’Indicatore Partigiano» del 1949 uscì un racconto di briganti calabresi a firma di Roberto Roversi. E Roberto Roversi, un giovane scrittore bolognese di cui sono sicuro si sentirà parlare fra chi non ha perso il gusto di narrativa e di poesia, lo ha oggi raccolto in un volumetto di squisita edizione, come primo di sei racconti.
Tolte le date diaristiche, escluse virgole che pausavano, aggiunte e levate parole, mutàtene altre, immessi episodi, la narrazione ha assunto una fisionomia meno libresca. Tuttavia questo racconto, che ha funzione di introdurre nell’ambiente, è l’unico che risente di toni letterari qua e là pedanteschi. Gli altri vivono di una intensa drammaticità, e negli ultimi due è piena e potentissima, di un fatalismo verghiano veramente.
Roversi sa cogliere il senso della natura e delle sue forze nell’incombere della Sila, nella vecchiaia di dolore della terra di Calabria. Su ogni persona – gli uomini coi loro desideri, le donne indifese, i preti rassegnati, i briganti, i paesani, i soldati – grava distacco e solitudine, e la morte.
Si veda nel secondo racconto il silenzio di Mariantonia quando è presa dai soldati, conosce la fine del marito datosi alla macchia, torna al paese: la sua vicenda di silenzio si svolge sullo sfondo dell’incalzare della pioggia. Si guardi La passione della monaca di casa, agli elementi che l’attraversano e ai loro trapassi: il vento e le pecore e poi l’aria sospesa, le pecore, la neve, di nuovo il vento e la pace, il vento freddo. Sulla solitudine indifesa delle persone, fra morti e preghiere, è l’ombra dei monti e dei briganti nel loro incombere invisibile su tutto; e la luce della visita di uno di essi diviene la fatalità che spinge Caterina a morire con lui che aveva, come lei, «gli occhi pieni di solitudine».
E si legga il racconto finale, I poveri cristiani, che riflette l’editto di Saint-Cloud in un villaggio calabrese, svolgendosi sul forsennato chiedere ai passanti di far morire prima chi sta per morire, sulle morti che avvengono in un’atmosfera di sensualità e di superstizione, chiudendosi nella rassegnazione triste di fronte alla morte.
Un linguaggio teso e disperato, che assume toni dolci a contatto della primavera e delle erbe, che sa cogliere il dominio doloroso del destino, che entra nella vita, attraverso l’intersecarsi dei più diversi sentimenti, a contatto con la morte, questo è il risultato della narrativa di Roversi.
Egli ha sentito la lezione di una lingua chiara e precisa (vedi, esemplare, il diario dell’ufficiale francese: dov’è, fra l’altro, nel fresco ricordo di Eugenia, la possibilità d’una salvezza nella condanna triste della fatalità), e difficilmente una parola è rivolta a scoprire origini diverse. Unica eccezione il verbo «ronfare»: come è usato nelle pagine 112 e 153.
Partito dalla lettura un po’ rozza del libretto di Montefredine sul generale Mahnès, Roversi, bolognese, ha trasportato un suo mondo per così dire tragicamente omerico in Calabria; e ha scritto racconti, di cui l’ultimo è l’espressione più compiuta.
Roversi è scrittore schivo – e Bologna è ancora città da potervi stare in disparte – e questo merito può nuocergli in una cultura fatta ruotare da gruppi e capigruppi. Segnalarlo qui è riconoscerlo degno di un’attenzione meritata.
Il Ponte, anno IX, n. 4, aprile 1953.
Ai Tempi di Re Gioacchino – Un brigante
14 luglio 1810
Sulle montagne di S. Giorgio la Molara. È notte; il cielo schiarisce.
La coscia destra duole per un colpo d’ascia ricevuto ier l’altro nello spaccar legna.
15 luglio 1810
Dicono che s’avvicinano. Tra questi boschi il silenzio è così grande che non si ha più paura. Guardo gli altri, negli occhi. È il nostro modo di parlare. La voce serve solo per bestemmiare. Qua, nostri nemici sono i preti e i soldati di re Gioacchino.
È un francese venuto dall’alpe, e la sua donna è bella. Come l’ultima che presi a Paternopoli. Dirò di questa, se mi serve il tempo.
C’era una casa ai piedi di un picco, e la nostra masnada passava in silenzio; se tacciamo, la paura è maggiore per gli altri. La casa è prima del paese: quattro passi poi le altre, fitte fitte, scure umide.
Sputai a terra, per il disgusto; meglio – pensavo – l’erba del bosco o il sasso della montagna. Chi vive in questo marciume? Perché non si fanno briganti? o forse re Gioacchino li paga – pensavo – la rabbia mi cresceva. Alzo gli occhi; vedo dietro le asse di una finestra – in quella casa a picco – un viso di ragazza, che mi mette il brivido. Ma taccio, perché gli altri non sappiano; una coltellata val bene una donna.
Cammino con la gola secca e il corpo che mi pesava: e volevo voltarmi. Appena si rientrava in paese sapevo bene che fare. Gli altri su nelle case a frugar per il vino e per le donne, e io indietro per quella; mi pareva non averne mai toccate, tanto il corpo e il petto mi prudeva. E non appena vidi i compagni correre alla ventura, ritornai anche io alla mia, che mi sembrava mill’anni.
Anche un brigante sa fingere, se conviene. E mi leggerete in seguito se questa arte serve.
Ma ora ho sonno e tronco.
16 luglio 1810
Oggi c’è stata battaglia: dura, come da mesi non si combatteva. Dei nostri, trenta sono distesi lungo il fosso di Montefalcone, morti di moschetto; dieci, forse, pendono dai rami scarsi della discesa. Ma non ci siamo ancor contati.
Segno i nomi dei capi avversi, venduti al francese: nomi da ricordare. Lebrun, capo squadrone della gendarmeria, e Luoni, tenente.
Si persero nella mischia molti cavalli; e questo è male.
18 luglio 1810
Siamo a Lapis, ora. Camminammo per l’intero giorno, con una grande stanchezza in corpo.
Predammo il cibo; lasciammo a mezza via uno dei nostri, preso un manutengolo fidato; ferito a un braccio dolorava e minacciava la cancrena.
Molti imprecano e con ragione. Nel passato era assai meglio. Ricordiamo i nostri ozi a Tricarico, presso il fiume Busento, nella nostra Calabria. Qui che si resta a fare?
Le strade e il cielo sono cupi e l’aria pesa. Che si resta a fare?
20 luglio 1810
Dicono che posdomani c’incontreremo con l’Antonelli. Chieti è città sua e dell’Abruzzo egli è signore. Vigoroso e spietato, ha radunato gran copia di ricchezze e la regione trema tutta ai suoi piedi.
Il re borbonico lo fece colonnello e i suoi generali gli portarono la divisa, con spalline d’oro come il grano nel solleone.
Sul cavallo baio, per le vie di Chieti, egli era il re.
Ora è di nuovo alla montagna; il re Gioacchino ha messo una taglia su di lui.
Domani l’incontreremo.
21 luglio 1810
Dicevo dunque che ritornai indietro e infilai l’uscio e via per le scale. Mi s’incontra una vecchia che scosto col braccio; sulla tavola era un bicchiere mezzo di vino; o bevo e cerco con gli occhi nella stanza; c’era accanto un camerino con un pertugio e anche lì guardo. Già maledivo, quando la scorgo sotto il letto e quasi non la vedevo. La strappo fuori ridendo; lei impaurita e rossa con certi occhi da giovedì santo; la getto sul letto e faccio a piacere mio.
Sulla soglia la vecchia era secca, e pareva un albero, con quelle braccia a parte che quasi sembrava che ruzzolasse abbasso.
La giovane mugugnava, con un suo lamento di cuore che mi rinfocolava l’estro sicché indugiai lungo, fin verso sera.
22 luglio 1810
L’Antonelli ha raccontato del tempo trascorso. Sotto un albero, e noi d’attorno carichi di vino e arrosti che quasi non ci si moveva.
Indicando un paese al fondo di valle, raccontava che vi assalirono la casa di Angelo Soriano – un maledetto – fracassando ogni cosa e portando via, tra l’altro, la moglie Maddalena Russo, che tennero per venticinque giorni, su per i boschi, finché non ne ottennero il riscatto. E disse che l’aveva cavalcata, più volte.
Chiedendogli uno, qual modo tenesse per sollecitare il riscatto, affermò che con la richiesta mandava spesso un orecchio del sequestrato – o di ognuno dei sequestrati – sicché il pensiero del ricevente si muovesse sollecitamente alla borsa e allo scrigno.
E salutandoci, coi suoi uomini che cavalcavano i muli, lodò l’Abruzzo e la Calabria, alla quale ritorniamo.
Saremo così presso i Borboni che ci pagano, e agli inglesi.
25 luglio 1810
Procediamo ora lungo la costa e ci guardiamo dai presidi della guardia civica che sono assai numerosi.
La terra è arida e poco abitata. La sete ci travaglia.
26 luglio 1810
Riposando in un bosco, scorgemmo di lontano, sul mare, un legno inglese attaccare con moschetteria e cannoni una barca francese. Questa dirottò veloce e si sottrasse ma inclinava troppo sul lato mancino per non aver subito danno; sicché cercò un approdo. Doveva essere carica di generi vari; buon pascolo per noi se non fosse accorsa numerosa la guardia civica e un distaccamento di cavalleggeri che aperse il fuoco verso il mare. La buona sorte ci sfuggì.
29 luglio 1810
Nel golfo di Vallo attendemmo una notte e sul far dell’alba quando l’onda rinfresca, un legno siciliano ci raccolse e ci sbarcò nel golfo di S. Eufemia. Ebbimo anche armi e munizioni e buoni cavalli.
Ci inoltrammo verso Sila.
Il 3 e il 4 agosto toccammo Feroleto e Serrastretta e, infine, dopo essere saliti sul Montenero, giungemmo a S. Giovanni in Fiore, nella Sila selvosa, dimora sognata da troppi mesi.
Sul Neto ci bagnammo.
30 agosto 1810
Attacchiamo le guardie del re Gioacchino. Costringiamo i contadini a proteggerci.
Tutti credono che i francesi siano nemici di Dio e che il re Ferdinando tornerà presto. I preti parlano nelle chiese contro i francesi e poi fuggono all’arrivo delle guardie. Essi dicono che i francesi agognano alle donne e alle robe, i contadini odiano i francesi per questo; e noi ci prendiamo le robe e le donne.
Qua in Calabria il governo del re Gioacchino non ha altri paesi che quelli occupati militarmente.
31 agosto 1810
Ci comanda il Parafante.
Si dice che domani attaccheremo un battaglione di linea, il luogo scelto è buono, e anche il tempo.
Dopo, forse, scenderemo a Cosenza.
1 settembre 1810
Tutto è fatto e vi ricorderò come.
Il battaglione era di Charron, un ufficiale orbo di un occhio superbissimo, già altre volte incontrato dal Parafante, in scaramucce improvvise.
Dovendo da Cosenza portarsi a Rogliano, scendemmo dal monte e ci appostammo in località Lago.
Il Parafante fece sapere all’ufficiale che ivi l’aspettava. Costui se ne rise, sprezzante.
Ma giunto il battaglione a certe strette, nel luogo sopradetto, dalle cime dei monti cominciammo a buttar massi che scendevano a precipizio tuonando e sfranando. Un grande nembo di polvere coperse le gole; certo i soldati, per essa, accecarono. Noi li attaccammo senza indugio, all’impazzata; i colpi dei nemici andavano senza bersaglio.
Questo durò mezz’ora, poi ci fu silenzio. Dileguato il nembo e avvicinandoci guardinghi, forse venti ne scorgemmo ancora in vita, quasi forsennati dalla sorpresa. Inviati con urla, si arresero.
Trascinati davanti al Parafante che si ristorava sotto un albero, pareano inebetiti. Immobili, stracciati nelle vesti e le braccia rilassate; giovini tutti, gli ufficiali non si distinguevano dai soldati.
Negli occhi del Parafante andava un lampo che noi conoscevamo: sotto vi covava malizia. Attendevamo, muti.
Ed essi pure, in silenzio, aspettavano. Il luogo, riarso, all’intorno avvampava.
Così parlo il Parafante: «Della vostra sorte assai mi pesa, o soldati, e volentieri vi libererei se non avessi fatto voto a S. Antonio di non risparmiare nessuno di voi. Pure, considerando che guerreggiate non per volontà vostra, ma per la legge inesorabile della coscrizione, io mi sentirei piegato a misericordia. Ma ad ottenerla, è necessario mi diate una prova di ravvedimento, ed è che mettiamo a morte queste due carogne di ufficiali. Se lo fate, giuro all’Immacolata – e si toccò il petto – di salvarvi; se no, morirete tutti di mala morte».
E attese. Ghiacci di orrore i soldati guardarono i due ufficiali e costoro, con un cenno, li radunarono attorno. Parlarono a lungo, e pareva che i due infelici tentassero di convincerli e gli altri rifuggissero. Ma infine si indussero, per scansar la morte, a fucilare i due condannati.
Prese le armi, con i colpi contati, e appostatili contro un masso, furono ben presto morti. Ancora non s’erano voltati gli sciagurati soldati, che a un cenno del capo la banda si gettò sui rimasti e li uccise turpemente, dopo averli denudati.
Io m’astenni, fingendo un altro lavoro, ché mi tedia il massacro se non dà lucro o piacere.
E vidi il Parafante dormire al rezzo di un masso.
3 settembre 1810
Quasi alle porte di Cosenza ci incontrammo col principe di Canosa, giovane molto, venuto di Sicilia per conto del re Ferdinando. Parlò brevi parole e diede a ciascuno di noi del denaro, altro mettendone per il futuro. Poi se ne andò: un legno lo aspettava, alla notte.
Ma il futuro si oscura.
5 settembre 1810
Il generale Manhes è giunto in Calabria.
L’autunno è piovoso.
Ier sera – ma ancora non era buio – sorpresi una contadina che tornava dal campo al paese, con un suo figlioletto. Tenendo la donna per il braccio, con un verso feci continuare il cammino al ragazzetto, il quale si volse più volte a guardarci. La donna, sapendo ciò che volevo, s’acconciò senza lagni. Era burrosa e ancora non sfatta. Non ci dicemmo parole. La lasciai andare ed essa si avviò di corsa: ma era già sera.
Altri le uccidono, per tema che li denuncino alla guardia civica; non io, e me ne ritornai ai compagni. I fuochi erano accesi e mangiammo fino a tardi.
Durante il giorno sapemmo che il villaggio di Parenti era stato arso dal generale, per l’imboscata ai volteggiatori francesi che dovevano recarsi a Scigliano e invece tutti perirono.
Ciò che facevamo noi fa il generale, ora.
8 settembre 1810
Antonelli fu preso e impiccato il mese scorso. Impiccato a Fossacieca, il suo paese, dopo aver traversato Chieti in ludibrio; e che gli siano state mozzate le orecchie e le mani, dicono.
Il generale ha sede a Monteleone.
Ha emesso proclami e intende che i preti – birbanti dei Borboni – li leggano in chiesa; e a questo essi si acconciano.
Gli ordini recano: che siano pubblicate le liste dei briganti e che i cittadini – conoscendoli – hanno obbligo di prenderli o ucciderli; che gli atti alle armi debbono correre al servizio dello stato; che chiunque ha commercio con noi sia punito di morte; che le greggi siano radunate in luoghi stabiliti e sospesi i lavori di campagna.
Pare che il nostro tempo non si ancora venuto e che il generale, prima di muoversi a battaglia, aspetti che la campagna si spogli di frutta e di fronde e che la Sila si cuopra di neve.
Nel Cilento e nell’Abruzzo fu spietato e vittorioso.
Attendiamo legni di Sicilia, ma le coste son ben guardate, ora.
15 settembre 1810
Undici della città di Stilo, donne e bambini, recandosi a cogliere olive in un podere, colti con del pane addosso – e ciò contrasta con i proclami – per ristorarsi a mezzogiorno, vi lasciarono la vita, fucilati.
Scendiamo più di rado al piano.
Mi torna spesso in mente la morbida vergine di Paternopoli.
17 settembre 1810
La gente è impaurita. Riesce più difficile scendere nei paesi; e sui dorsi della montagna l’aria comincia a rendersi fredda.
20 settembre 1810
Il generale si avvicina. Sono cominciate le piogge.
Il Bizzarro è stato ucciso.
Taccone, catturato dopo furibonda battaglia, trascinato a Potenza su di un mulo, con un cartello in fronte, a ludibrio, poi impiccato.
Anche Quagliarella è morto, ucciso a Rincigliano; sul capo aveva una taglia di mille ducati.
20 settembre 1810
Il generale è tra i boschi della Sila. Troppi sono morti e le bande non sussistono più. Col Parafante a capo cerchiamo di renderci alla costa. La gente s’è voltata al più forte e ci è ostile.
25 settembre 1810
Il generale è vicino; a volte sentiamo il suono delle trombe. La Sila è gelida e silenziosa. Abbiamo fame: non ci resta che tentare verso la costa.
…Mangiamo i cavalli e abbandoniamo i cadaveri nel cammino. Molti di noi sono morti combattendo, altri di fame, altri ancora – maledetti – si sono venduti al nemico. Ci contiamo: quindici, con la compagna del Parafante che è smagrita fino all’osso.
Svegliandoci, mentre scrosciava tra i rami cupi del bosco, altri sette mancavano. Non accendiamo più il fuoco: la fame ci arde. Il silenzio fa rabbrividire. Dove saranno i soldati?
Addio mare! non ci resta che salire alle cime della Sila, coperte di neve. Abbiamo abbandonati i cavalli. Uno di noi geme, con un braccio spezzato.
La terra è fradicia; il Parafante maledice con una voce che fa raggelare.
Sentiamo dei rumori.
Siamo in cinque: altri due morti. Saliamo per la strada di questa montagna verso l’inferno, tra la nebbia, a volte, scorgiamo il mare. È ormai troppo lontano.
Udiamo voci e spari che arrivano dalla valle.
Mi cresce l’odio addosso: vorrei uccidere e soffro; il sangue mi calmerebbe.
La compagna di Parafante s’è accasciata per terra ed egli voleva ucciderla, poi l’ha sollevata e l’ha costretta a proseguire. Giunti a quel masso daremo termine al cammino: non ci sarebbe altra strada, se non scendere all’altro versante per cui sale, invece, il generale.
Il tempo s’è schiarito ma l’aria è gelida e il vento soffia.
La compagna di… Con un balzo il capo la strappa dal sentiero e si gettano a precipizio per la discesa, Prima ancora di capire, sentiamo un rimbombo violento e palle di moschetto fischiare sopra la nostra testa. Ci gettiamo a terra, al riparo di alcuni macigni e rispondiamo al fuoco. Uno di noi, steso nel mezzo del viottolo, col viso tra i sassi, sussulta gorgogliando. Il Parafante è ormai lontano.
Sacr…! Affiorano le divise dei soldati di re Gioacchino, altre salgono, altre ancora appaiono sull’opposto cucuzzolo.
Ci hanno presi in un’imboscata; e così doveva finire.
Il Parafante è lontano, oramai.
Non ci arrenderemo e tra poco saremo morti. E il generale avrà vinto.
L’Indicatore Partigiano, anno II, n. 2, marzo-aprile 1949.
Una nota
I due autori dicono: poema dialogico. Infatti, uno parla, l’altro ascolta in un silenzio contratto; uno chiede l’altro risponde. Poema a due voci, o a due mani che scavano la caverna delle parole, con energia ammirevole.
Scrive Robert Walser, in uno dei suoi sottili e squisiti ritratti di scrittori (esattamente, in Altre osservazioni su Kleist): «In effetti ogni elogio è per lo più tremendamente inaffidabile». Cerco dunque di dare significazione diretta al consenso e al mio modo di avere letto e, se possibile, inteso. Così leggo, vedo (sì, anche vedo) ascolto questo testo gridato e sussurrato ma sempre come trascinato da alte onde di mare; a volte, anche accompagnato o inseguito dal suono insistente di un organo che cerca di esplorare il cielo non rassegnandosi a rendere soltanto commozione; lo leggo e lo intendo come un tormento consolatorio; a volte; e spesso invece lo sento sulla pelle dell’anima tormentato, stridulo, acuto per l’intensità della tensione speculativa; come un progredire, un avanzare di giovani corpi (in un deserto di nebbia) che cominciano a confrontarsi con la vita intesa come un grumo compatto di speculazioni lancinanti, che tendono con implacabile avidità a ricercare una strada in un paesaggio, ripeto, oltre che senza movimento, tutto bianco bianco, da paradiso terrestre folgorato da incubi e da nubi; insomma da un sogno profondamente, accanitamente condiviso.
Dico sogno, ma sogno non è. Le voci si alzano sempre con un empito ansimante; e lacerando la coltre sembra che per sussistere debbano avvoltolarsi nell’ombra notturna; perché il viaggio, questo viaggio, ma infine ogni viaggio, è sempre suono di zoccoli nella polvere, è sempre un pericolo, e può essere terribile in assenza di parole; ma, dentro e contro ogni costrizione, è pur sempre, come ho detto, necessario; e nel fondo del panorama esistenziale anche esaltante.
Viaggio, viaggiare. Un Dante e un Virgilio del nostro tempo. Non dentro all’inferno dei morti ma nell’assordante inferno della vita, sempre percosso da un franare di sassi. Domande che circondano il lettore, lo allagano. Come in una stanza senza vetri. Un ansimare di parole che risuona con una musica da organo, forte e scandita.
È a questo punto che, come lettore teneramente impaurito ma anche motivato da questo imperversare nella mente, mi rimando a un classico testo esemplare per vicinanza di suoni, seppure del tutto diverso per direzione e intenti. O forse qualche ragione in più al fondo c’è, ma ancora mi interrogo. Mi riferisco a Hopkins, non solo a Ilnaufragio del Deutschland, soprattutto a La fine dell’Euridice. Per esempio, là dove è detto: «Guarda, al piede al riccio sulla fronte, come è composto! Stringato dal dovere, intonato dalla bellezza, la pelle bruna come per brina cielo antelucano, per i raggi del sole e i turbini del vento. Oh, il suo agile dito, il suo pugno nodoso!…». Questo temere le cose (le vicende) già accadute e questo celebrare la sorte che può rinnovare la vita, dopo aver cercato di addentarla con denti che davano fuoco, sembra anche rovesciato nella scansione poematica.
Dunque, un Dante e un Virgilio del nostro tempo? Intrappolati nella densità di un mondo che non dà respiro? Un convulso risuonare e tormentarsi fra le alte pareti di un inferno cittadino? La sapienza del chiedere, la lucida ossessione del tendere l’arco delle parole per l’impegno di rispondere o almeno di collegarsi a quella ossessione, e intanto, aperta, la tragica ferita di continuo indotta dal sapere poco e dal volere molto, placando l’affanno dell’incertezza sulle spalle del compagno di questo viaggio nell’inferno poi nel purgatorio delle parole. Compagno o maestro? Un domandare che richiede risposte che sono invece altre domande (collegando un filo sottile a un filo sottile) e intanto il paesaggio, almeno a me, pare che si sciolga da quella bianca opacità a cui mi sono riferito per travolgersi fra o dentro un paesaggio martoriato (forse aggredito) da una guerra ancora in atto o appena conclusa. Ho, per un lungo momento, anche questa impressione (le impressioni si avviluppano, in questo testo molteplice e avvincente). Poi, quasi modificandosi nel quadro, il paesaggio è anche popolato e decorato, come un piccolo codice prezioso, da animali, quasi un museo di lacerti che danno una luce acutamente torbida al panorama, adesso aperto, sconfinato, non più contratto o ritratto, di nuovo senza muri, quasi fosse soltanto sognato, neanche sperato.
Talvolta, in mezzo a queste variazioni visualizzate, c’è l’esplosione di un singhiozzo, come uno sparo; talvolta invece una tenerezza (non dolcezza) che intendo tesa a spianare la strada verso una verità, una possibile verità, nelle risposte vicendevolmente rilanciate. La verità della vita? «Dove il sole muore noi emigriamo».
«Può esserne insensibile un poeta?».
«La fame ritrova la sete…».
«Ubriacando di parole anche il vino…».
Domande a riscontro (due voci, sempre) sui malanni (sul male) del mondo, del nostro mondo, quello che vediamo con le palpebre e tocchiamo con il dito. «Preparati a leggere i segni / dell’abitatore dei ruderi». «Nell’attesa io rinasco». «Sedeva sulla riva di una pozza quel nudo gabbiano». «Questo piccolo corvo di stagno». «Quel che so è che mi cerco / e non mi trovo». «Mia anima intollerabile, prua / in perenne moto errante». «Quel che serve è l’antico coraggio / del pellegrino, l’olfatto del cane /e la pazienza di questo cammino…». «Non ho formula né bordone che ci salvi, / ma cadendo, vi sia una spalla nel rialzarsi…».
Sembravano al lettore note a margine, nel progredire del testo abbastanza compatto; in effetti, verso le pagine finali (una decina) c’è in condensato un voluto speculato e forse inevitabile rallentamento nel ritmo che direi (positivamente) «forsennato» del testo; una immersione, un lavacro nell’acqua, quasi che non si fosse placati ma, nel gran turbinio, si cercasse ancora di navigare remando verso una luce (scorporando una rabbiosa inquietudine) dei sentimenti.
Mi consegnano, in questo duplice aspetto scolpito o graffiato, i due autori, il resoconto coinvolgente delle loro formidabili impuntature e dei loro iniziali (concisi) trionfi. Continuate a dire le vostre domande, a pronunciare in poesia le vostre risposte. Il poema non è ancora finito. Non può finire. Non deve finire. Sono qua e vi ascolto.
Devo ascoltarvi. Voglio ascoltarvi.
Una o due cose sulla bicicletta
È stato il due di marzo del 1979, ormai sono più di tre anni, che ho scritto questa poesia/notizia dopo aver visto in una cantina una bicicletta da corsa squinternata e arrugginita, lasciata lì da un vecchio che era morto da poco. Il mio testo è ancora inedito e lo trascrivo così:
«Siediti lì e aspetta» dicono due amiche alla bicicletta Maino.
La bicicletta appoggia una ruota su gradino
e come un bambino si mette a piangere.
Lì vicino passa un jet tutto lustro
appena arrivato da Berlino
che fumava un sigaro hawaiano,
passa un cane con sei zampe
passa un barone rampante di Calvino
passa un cavallino cagliaritano
e una strega con un rospo in mano.
Aspettate! C’era anche un ragnetto mafioso.
Dicono: «Icché tu fai, cicletta,
sola a piangere tutta sconsolata?».
«Piango e ripiango perché non m sono ancora sposata».
«Eh, ne hai di tempo! La giornata
mica è ancora finita».
La bicicletta Maino si guarda le dita:
«Ahimè no, la vita invece passa in fretta».
Loro in coro: «E noi ti promettiamo
che prima di sera, oh bicicletta,
tu sei bell’e sposata».
La bicicletta ride fra le lacrime
e comincia a sperare
perché si sentiva lustra e fresca di vernice.
Si mette perfino a cantare tanto era felice.
Ma verso sera all’improvviso scoppiò una guerra in Africa,
ci fu la carica di Bataclava
il massacro di Starabur
e anche la nostra città fu invasa.
La bicicletta strapazzata usata confiscata
dicono che in poche ore impallidì come un fiore
si afflosciò quasi morta nella sua speranza d’amore.
Poi anche quella guerra finì
qualcuno si accorse di lei appoggiata ad un muro
suonò quasi per giuoco il suo campanello
spolverò i raggi
oliò la catena
gonfiò un poco appena le ruote
e la Maino cominciò a correre in fretta
su e giù per le strade e i campi
per l’intera giornata
e non piangeva più
perché non s’era sposata.
Aggiungo adesso che corre ancora, sta ancora correndo; perché la bicicletta credo non debba mai finire di correre; neanche quando tutti saremo andati sulla luna; dato che qualcuno anche lassù ci andrà in bicicletta. In fatti essa è leggera leggera ma porta lontano; quando corre col vento fra i raggi fa un suono«dolce dolce» che sembra un pezzo di Mozart o di Satie quando era giovane e scivolava sul piano non con le mani ma coi capelli. Insomma quel vento che morde la ruota mentre gira e cammina è musica vera musica da ascoltare. Ci aggiungo poi un altro momento, quando l’atleta che vince arriva sul traguardo alzando le braccia in alto e ha la maglia che brucia nel sole, dentro a un sorriso stravolto e formidabile. Questo sorriso chiama Pindaro, perché lo canti e lo incanti. Intanto io, domenica dopo domenica, non mi stanco di guardare e di aspettare. Sotto uno striscione bianco o rosso. Dove finisce (o comincia?) una meraviglia. Di aspettare che un campione mi dica: sono qua.
7° Giro delle Regioni, L’Unità – Pedale Ravennate – Rinascita CRC, aprile 1982.
Nota
Parlo, per questi testi a me non indifferenti certo, di un moto costante, di una tensione continua prolungata fra il proposito e il conseguente atto avviato per sottrarsi (una sottrazione dall’inferno micidiale delle contraddizioni non consumate del nostro tempo) e il proposito, e il conseguente atto attivo, di tornare in mezzo, in campo, nel giuoco dinamico e cruento. Sottrarsi a chi? ritornare dove? L’ho appena detto. Sottrarsi al buio del mondo, al suo modesto ossessivo ludibrio, al suo modesto ma implacabile orrore. E ritornare con tensione cauta e approfondita e con un motivato orgoglio della ragione che l’ha conquistato, sulla scena attiva del mondo; così interferito dagli eventi ma su cui si muovono i protagonisti provocati e provocanti. Si muovono con la violenza consueta, proponendo, nell’incertezza, le inique quotidiane contraddizioni. Eppure, dopo l’affaticata decisione dell’allontanamento, il ritorno sembra la necessità più rigorosa, una decisione inevitabile.
Da qui, quindi, l’inevitabilità delle scelte ma anche il moto molto accentuato, anche se concentrato, che le stesse scelte comportano, o consentono. Un moto di scatti violenti, precisi, che i testi poetici qua raccolti elaborano ed esibiscono senza furia come movimento che tuttavia non si placa, non si può placare; quasi un irrinunciabile atto d’amore, una testimonianza, della ricerca. Di questa ricerca.
Il dinamismo ritmico molto essenzializzato e orizzontale (un’alternanza senza respiro) è collegato a una scelta di segni prosciugati sostanzialmente da ogni interna accentuata vibrazione. Scarsa l’aggettivazione e assai poco pretestuosa; nessuna infusione (implicazione) arbitraria e aggiuntiva all’interno delle parole. Una semplicità, soltanto apparente però, e a mio parere, di fondo, e costante, regola questa comunicazione diretta; che vuole per un primo impatto riferirsi alla ragione con brevi, brevissimi lemmi riflessivi; e poi riferirsi al cor cordium, per l’insinuazione dei motivi più intimi, più personali, più laceranti – allora. Il senso reale di una preventiva lacerazione a cui consegue l’atto, molto insistito e molto attento e anche contradditorio ma alla fine liberatorio, di una ricomposizione della trama della riflessione e dei sentimenti che regolano – o dovrebbero regolare – la vita; la sottrazione, progressiva, da un disarmo esistenziale che pareva essere sopravvenuto e poi pareva avere connotato la vita e l’ordine della vita; infine quasi affiorando, via via, da un gorgo freddo e ostile, la ripresa costante di una speranza attiva che rilancia il discorso avanti invece di concluderlo in una sorta di arresto delle pulsioni operative; quale sembra invece essere l’arresto e il conseguente approdo di tanti buoni testi del nostro tempo, che sembrano avviarsi nel buio con dolente rassegnazione; ebbene, risultano a me essere i tre momenti cruciali della comunicazione in versi di Galuzzi; che raccoglie qui i buoni risultati di un lavoro perseguito negli anni non solo con convinzione, ma direi con accanimento. Un confronto con il testo che non gli lasciava scampo; e un affronto, con il testo reso sempre più prosciugato e acuminato, rivolto alla presunzione ufficiale di questo nostro tempo che ama vedere ed esaltare specialmente gli scrivani che si dichiarino o si proclamino – magari con enfasi ripetitiva – sconfitti; o ormai rassegnati alla resa. Galuzzi è un amico che le sue buone battaglie le accetta (direi, le cerca) giorno dopo giorno, combattendole non da solo ma con l’arma utilissima necessaria della scrittura, e insieme ad altri. Compagni, questi, nella stessa drammatica volontà e nella stessa convinzione di non lasciarsi omologare o addirittura cancellare come uomini liberamente operativi dal furibondo glaciale potere della comunicazione istituzionalizzata e onnivora. Altrimenti si è perduti. Ma qua, Galuzzi contrassegna l’itinerario personale per salvarsi un poco; magari anche soltanto per il momento. Basta, per rassicurare e confortare.
Nota
Quest’opra di Davide Argnani la vedo, perché la sento e la leggo, come il luogo conquistato e difeso in cui si può sciogliere il nodo di ogni paura sulla perdita – soprattutto per piccole viltà continuate o per sostanziale ignavia – della memoria storica: “Paura che queste/cose vadano/dimenticare”. E non tanto, o non solo, la memoria delle occasioni quotidiane che tendono spesso a sottrarci ogni tensione verso il futuro; ma la somma davvero grandiosa, o paurosa e quindi opprimente, degli avvenimenti di vertice di questo intero secolo (il ’900, ndr) che ormai va spegnendosi. Un secolo che oltre a omogeneizzare con una fretta impestata paesi e popoli, continenti e civiltà, ha nello stesso tempo prodotto la più spietata violenza collettiva mai largita al genere umano, col preventivo di una possibile, non troppo rimandabile, estinzione.
È perciò indispensabile convincersi della necessità di una presenza attiva, costante, su questi problemi generali e su queste probabilità catastrofiche obiettivamente ravvicinate; e, insieme, di mantenere all’erta una volontà di fare che non può restare privata ma deve essere di continuo alimentata da prelievi morali, da decisioni progettuali, da vigilanza culturale. Tutto questo, allo scopo di collaborare con quanti cercano di avviare sia pure dentro a inesorabili contrattempi qualche atto pratico decisivo, qualche scelta decorosa e generosa. Qualcosa, insomma, che non sia in fretta deperibile; ma, al contrario, risulti abbastanza resistente: tanto da alimentare una speranza sana che uno scontro su questi problemi di sopravvivenza possa non solo prolungare decisioni disastrose ma risultare alla fine anche efficace in assoluto.
In questo senso si colloca dunque la generosa vitale speranza di una buona lotta che non si può rimandare di fare.
E la paura (questa paura, che altro non è, come ho detto, se non la preoccupazione di perdere ogni legame esemplificativo con gli orrori del passato) si traduce quindi, nel testo di Argnani, in una presa di coscienza che induce ad operare, a stare all’erta. Appunto, a non dimenticare.
D’altra parte che essa sia ormai, più che una convinzione, quasi un’ossessione utilissima e giustificata si può verificarlo nei vari passaggi del testo fino alle ultime pagine: “Viviamo senza memoria/la fatica di questi giorni”. E la insistenza convinta di emettere ad ogni momento segnali di richiamo per attizzare, o attivare, un’attenzione non alternante, non svagata, su questi giorni assai complessi e faticosi che rinchiudono la nostra vita, è certamente un dato significativo di questo testo. Che cerca di esporre, ammucchiate in un’unica ara, le costanti follie dei tempi che corrono; le rapide dimenticanze; e il parziale sfracello delle generazioni attuali, disperse dietro o dentro l’arrogante narcisismo delle tecnologie e incapaci di trovare il giusto fiato o il precario equilibrio per una vita appena un poco più umana; più dedicata all’uomo; più partecipata nell’attesa; e meno disposta a cedere alla convinzione – che ormai attiva come una tentazione – che la solitudine sia la salvezza del mondo; e che il sottrarre sé dagli altri non sia più un egoismo che si paga con la disperazione (che può solo travolgere).
Mentre, per aiuto e come un sollievo di sostanza, in queste pagine è scritto:
diciamolo pure
la vita è
dove vanno gli uomini.
Il libro così costruito dietro un progresso di annotazioni, di confronti con le cose che accadono, e di verifica, richiede mi pare una lettura impietosa, senza pause; sollecitando in eguale misura consensi o dissensi, come una forbice di fuoco divaricata; e proponendo un risultato complessivo da condividere per la sostanza con qualche emozione o da eludere con qualche irritazione. Ma è un rischio non solo da calcolare ma reso necessario, inevitabile; dato che la poesia sembra non debba essere mai, come è lecito credere, neutrale.
Anche se questa pur modesta constatazione è trascritta qua in calce perché resti tra noi – data la sua precipitosa inattualità. Appoggiandosi a queste pagine. Sulle quali eventuali obiezioni specifiche sono ovviamente lasciate al beneplacito, libero e attento, di ogni singolo lettore; che è solo da sperare sia anche lui non neutrale.
(Questa nota fa parte della presentazione al libro di poesie La casa delle parole, che Roversi scrisse in occasione della prima edizione Ellemme, Roma 1988).
Annotulazioni
1) Dice Keats (nelle Lettere): essere per conoscere. Essere, cioè esistere; cioè ricomporsi, riconoscersi. Stabilirsi, nel senso di definirsi. Una operazione non neo-genetica, perché non si ricompone il corpo, raccogliendo gli sparsi avanzi o le giovani membra, ma si ravvicinano le ombre vaganti del nostro desiderio e della nostra vita, a cui si cerca di riaffidare qualche nuovo umore. Conoscere è già disporsi da sé, proponendo alle cose del mondo un privato luogo d’accesso che accolga le prime o le ultime lacrime della terra – l’eco di perdute battaglie e di imminenti tempeste. Essere è un disperato, continuo, precipitoso muoversi e tentare per resistere alle fiamme dell’inferno. Questa è la lotta prima, che dispone da una parte i bruciati ma superstiti e dall’altra i bruciati e inceneriti – polvere residua, polvere vagante. Può essere così. Il punto cruciale è il saldo che collega l’essere (l’atto già compiuto del riconoscersi e in qualche modo definirsi) con le prospettive tutte ancora aperte, tutte da affrontare, del conoscere. La conoscenza è, nelle sue premesse, un momento di vittoria sopra le precipitose oscurità del mondo, poi è attesa continua, speranza che non si allenta, fatica riconosciuta e necessaria; inevitabile. Accade spesso, molto spesso, che alla fine possa diventare anche tragedia (scontro di potere e volere). Una tragedia. Ma allora diventa tragedia dell’attesa, della speranza, della volontà. Il fuoco che brucia, in questo caso, non produce polvere ma grida; le quali risvegliano chi dorme e perfino i morti di un giorno (non ancora abituati al prolungato silenzio), e sollevano spesso la polvere vagante e residua degli inceneriti nel corso della lotta sopradescritta. In definitiva, per chi sta o sceglie di stare dentro al cuore delle parole, si può solo sforzarsi di non lasciarsi bruciare tutto intero come un tronco sull’orlo vertiginoso dei monti.
2) Ritenendolo un eccentrico signore in calzamaglia, ostinato a ricalcare noiosamente solo i passi lenti è grevi della memoria; nonché sopravvissuto, per qualche volgare malizia, alla guerra dei mondi; le avanguardie ultime – vespette salvatesi da una fine senza gloria perché rintanate fra i peli folti dei grandi tori che s’erano scatenati nei primi 30 anni del secolo – ripeto, le “avanguardie” di questo dopoguerra, hanno insultato, irriso, tentato di percuotere, impoverire, spappolare il linguaggio; hanno partecipato a involgarirlo fino a renderlo, non diverso o altro da sé, ma una tremolante ameba che non dà ombra e vive di risentiti sgomenti: modesta carcassa che ansima, assetata e senza colore, al bordo di una trazzera – è li reclusa (o distesa) guarda il cielo, immerso nella sua grande violenza azzurra, e le ampie iirose volute delle nuvole itineranti, con una nostalgia da bestia che ha finito il destino. Tanto, che fa arricciare la pelle. Ho detto la lingua; potrei dire il singolo minuto segno (o segnale) della parola. La parola. La parola, questo scatto sublime ed essenziale, che superbamente incontaminata si ricompone e si rialza dopo ogni tempesta, ogni naufragio. La parola, per i versicolorati insetti itineranti nel campo della scrittura, non dovrebbe contare più (sul momento); infatti sembra non contare (sul momento). Peggio ancora: guardandole lì sul tappeto, una parola vale l’altra; essendo ognuna, in apparenza, trasandata e impudica. Perché (dovrebbe essere così, secondo le indicazioni) oggi conta non dire, non segnare, non sottoscrivere, non proseguire, non affermare; e ha gloria colui che dilacera, spappola, nega. Lo straordinario, minuzioso, naturalmente faticoso ma eccitante assemblaggio dell’esercizio verbale è accantonato come un motore in rapida obsolescenza, o affumicato e sgocciolante dopo una prova. Tale situazione – schematicamente e a “interno” uso e consumo circoscritta – sottintende una irrefrenabile indifferenza (o insofferenza) per gli oggetti, per i soggetti del reale. Vale a dire, per tutti i soggetti e gli oggetti che non siano custoditi nello stipo della propria camera – e della propria animuccia. Così che questa indifferenza rappresenta e determina una indifferenza voluta (ripeto: spesso astiosa) non per sé ma per il mondo. Destinato, secondo alcuni calcoli e previsioni, a rapida ineliminabile catastrofe; per conseguenza, il segno che lo circonda e lo esprime non può che essere deglutito con le sue ultime boccate. Ma se il mondo, nonostante le sue ferocissime, velocissime contraddizioni fosse invece destinato a durare contro gli eventi, contro le quotidiane profezie? E con ironia, durezza – e in mezzo al proprio dolore – facesse conto e proponimento di durare? Ecco che la parola riprenderebbe vigore e la costanza che determina, vincendo la sua secchezza; riprenderebbe i suoi colori (come dice anche una canzone). La parola avvicinata all’altra parola e all’altra ancora, non con la malignità di elidersi ma di coesistere con fermezza per raccontare e magari addentrarsi a significare le cose più alte col vento della fantasia, potrebbe perfino tornare ad essere eloquente – attingere le nubi e da lassù riguardare – non per un solo momento – il mondo. Potrebbe perfino perorare, secondo l’antica tradizione; spinta dall’ebrezza promossa dalla e la riconquistata libertà di fare e dire. Non importa se eloquenza o perorazione (o canto che si alzi disperato) avessero fiato breve, la durata di un mattino. Potrebbero ricominciare a dire e a fare il giorno seguente. Importerebbe, in ogni caso, di non perdere le tracce, dentro al mondo forestevole disteso per terra; al fine di potere continuare a comunicare; continuare, continuare…
Numerozero, n. 1, luglio 1986.
Terza considerazione breve
Guardo leggo penso dico.
Penso alla malinconia di Moliere
nelle notti di Parigi coperte
di neve.
A lumi spenti.
Vorrei avere malinconie simili allo stato attuale.
Le grandi malinconie
l’odore di polvere legno mentre si
spengono i lumi e
Moliere domani teme di rinascere ancora una volta
disperato dovere.
È solo è in piedi. In quel momento
il centravanti del Liverpool ha segnato una rete
conduce la partita tre gol a zero e
Moliere ascolta lontane le gradinate gridare.
Ascolta le grida si spengono
i lumi soffiando la fiamma
Moliere cammina sul legno che piange
Moliere attore comico di non grande talento
le notti di Parigi sono terribili per la loro dolcezza
anche quando cade la neve
sulle spalle cade
la partita è conclusa
il Liverpool esce dal campo fra grida bandiere
il teatro è deserto
addio.
Microprovincia, Nuova serie, n. 40, gennaio-dicembre 2002.


