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Mercoledì, 08 Gennaio 2014 17:07

Quarta considerazione breve

Viaggio alla terra degli avi

il giorno è l’estate anno duemila

vuole cominciare a ricordare il futuro dice

muore dalla voglia dice di fare qualcosa

allora era più facile salvarsi che perdersi

tutti avvertivano se c’era pericolo dice

per il pericolo imminente le donne al balcone finestra

gridavano bada

salvati prima del diluvio guarda laggiù il cielo tutto nero

 

correndo sulla strada si può cominciare e concludere la

quarta considerazione.

 

 

 

Martedì, 07 Gennaio 2014 18:28

Sera d’avventura

Non puoi sempre vivere

con la moglie che fastidiosa chiede l’obolo

e il bambino che piange,

non puoi sempre cadere sul letto

come un animale abbattuto.

Questa sera andrò lungo il fiume

dove l’aria è più fresca

e il cipresso sbadiglia placido

accarezzando il cielo,

questa sera andrò con Monica lungo il fiume

verso la città alta,

dove le stelle scoppiano violente

e il cielo è verde come l’Adriatico;

giunti al ponte, nel silenzio più fondo,

rovesciata sul tenero cuore dell’erba

io su lei riverso,

oh non ci sarà altro fuoco

che il fuoco del mio cuore

né altro cielo

che l’azzurro dei suoi occhi coperti di ombra.

 

Ho sentito sul collo il suo respiro angoscioso

e il grido d’amore, aspro

come l’urlo del soldato nella battaglia;

ho ammirato il suo corpo fra il verde

– e il mio cuore era una campana che picchia

quando una casa brucia nella pianura.

Balzato sulla giumenta

persi la memoria dei miei anni felici

e degli anni più tristi;

quiete e tempesta lottavano

sopraffacendosi.

La nostra solitudine era meravigliosa.

Quando allentai le briglia

già un lungo cammino era stato percorso;

fra l’erba

la bella creatura giaceva, fragile

e pallida;

e sul suo labbro fioriva

un sorriso che non ho mai veduto.

Avanzava l’alba

calpestando i fiori e le stelle del cielo;

io riemersi dai flutti

come l’eroe antico dopo la lotta col mare.

 

 

 

Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.

 

 

 

Martedì, 07 Gennaio 2014 18:09

Prefazione

Ho letto questi testi come un’opera intenta a scavare la terra dei segni alla ricerca di un’acqua buona di parole. Uno scavare e perforare, ma sempre alla ricerca di un bene antico e necessario, senza fronzoli. Appunto, un bene di parole. Partendo da un bisogno del cuore e della mente, non da una ricerca acuita o astiosa di stile; non da un bisogno di ordinata scrittura; e neanche da una semplice voglia (un estro) di fare, di scrivere.

Questo scavare perforare risollevare riscontrare verificare adeguare è, inoltre, non tanto collegato ma legato a uno strumento di parole dialettali (che molti davano per arrugginito rinsecchito sfibrato) da adeguare secondo la cultura ufficiale agli strumenti di lavoro contadino che si vedono pendere come rami troncati di bosco negli angoli delle ultime stalle di campagna o nei musei della spenta cultura contadina. Intendo qui riferirmi al dialetto bolognese (ma anche ai dialetti in generale) via via sempre più dimenticato – dopo una amabile e spesso grossolana esaltazione tardo ottocentesca – e per quanto si riferisce alla poesia, condannato nella critica considerazione alla marginalità di una rapida ed effimera versificazione post-prandiale. Poesia, per lo più, per occasioni festivaliere o per amari consuntivi esistenziali al lume di candela.

Ecco invece che questo duro scontroso dialetto, terragno e agro ma ben disposto a sottostare al beneficio del sole (per una sua esplosiva e naturale tendenza alla tenerezza vitale e profonda dei sentimenti e per una disposizione, congenita alla nostra società padana, ad osservare constatare e partecipare alla vita di tutti e alla vorticosa girandola degli eventi) proprio nel nostro tempo, teso proteso diabolicamente a livellare tutto e tutto a schiacciare mortificando parole e suoni in una poltiglia viscida, ecco che riprende a respirare bene, come ricomponendosi dalle ceneri solo sbadatamente ammucchiate; e non volendo sottostare ad alcuna violenza culturalizzata, rivendica con motivata decisione una autonomia, una libertà senza mortificazione e senza emarginazione. La forza, la vitalità dell’indipendenza, insomma.

Per alimentare queste ragioni e per provocare i nostri pensieri e le nostre riflessioni di buoni lettori (buoni nel senso di pazienti e attenti) arriva la sorpresa di ricevere messaggi nuovi, quasi non attesi, che ci scuotono come unghiate di dita forti e calde. Uno dei più interessanti, in questa nuova occasione e promozione (propulsione) di scrittura, a me pare sia questo, di Delfiore.

Fra l’altro, perché mai la sua comunicazione appare come una sforzatura linguistica, un polveroso reperto o una riduzione minimale solo curiosa e amorevole (un congegno meccanico che risuona senza travolgerci con brividi). Presi come siamo da un reticolo di segnali, messaggi, parole vaganti e non durature e suoni di varia e smemorata scansione, avremmo saputo e potuto collocare senza troppi sforzi i suoi testi nella caverna ormai ingolfata dalle molti voci, entro la quale disperderli. Invece la sua scrittura poetica non è ingrommata dal tempo, né laccata e lustrata a seguito di una rivisitazione colta; non è dunque sforzata dalla necessità (dagli obblighi) di alcun artificio. Al contrario, si propone con impeto come un momento di autentica e decisa invenzione poetica, sfavillante di intrepida vitalità. Dunque, non solo una vigorosa versificazione.

Se non sbaglio, ripeto che io la leggo e l’ascolto come una appassionata ricerca delle proprie origini culturali; come il faticoso e attento scavare per adempiere alle sollecitazioni di nuove scoperte dei sentimenti anche intenti al futuro. Non l’adeguarsi alle norme retoriche della poesia, ma l’impegnarsi a dilacerare la ramatura di queste norme, che sembrano ancora vorticare con affanno dentro a tanti testi, puntando sempre ad essere certamente diverso.

 

 

 

 

Martedì, 07 Gennaio 2014 16:41

Il vecchio Celso

Il suo viso è di bronzo

come i vasi cavati dalle tombe.

Dicono che Celso è avido, spietato

ma io lo vidi piangere, una sera,

all’urlo di mio figlio

trafitto dalla vespa.

So che alla notte sale per il viottolo

e si getta nell’orto a rubare

i meloni ormai gialli o i pomidori;

all’alba poi spaventa l’usignolo

con la sua voce secca:

“Il ladro è venuto, il figlio di puttana

ha rubato le fragili cipolle

e l’orto è devastato”

– il grido rimbalza nel mattino

fresco e violento come una frustata.

Io che vidi il vecchio corpo inchinarsi

quasi spezzato dal vento

fra i tralicci dell’orto

e vidi la sua ombra sfiorata

dal riverbero grigio della luna,

so che si deve a Celso perdonare.

Nelle sere d’estate

siede sull’erba, immobile, a guardare

il cielo. Dice: “Sono disgraziato”

e nella voce trema una terribile

malinconia. Dice: “Io sono vecchio

e morirò, quando la terra grida

al passo di lupo dell’inverno.

All’inverno non voglio morire,

solo, come l’agnello nella stalla”.

È un vecchio per racconti di mare;

ha occhi grandi e neri, da pirata;

la sua pelle è secca per le ingiurie patite.

Dice: “Chi mi amava, un tempo, ora è partito”

e sembra ascolti un prossimo uragano.

 

 

 

Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.

 

 

 

 

Venerdì, 20 Dicembre 2013 10:07

Pasolini nella memoria

Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i “tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi”. Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.

Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: “Fontàne d’àghe dal mè pais” (Fontana d’acqua del mio paese).

Nella ristampa del 1954 in “La meglio gioventù” anche questo verso è cambiato così: “Fontana di aga dal me paìs”.

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato “Officina”: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.

Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua “in costume”, molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo allucinante.

E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.

Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.

Il nome già proposto è “Eredi”. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

(Rievocazione di P.P. Pasolini scritta a pochi giorni dalla sua morte da R. Roversi e pubblicata dal periodico friulano «Macchie»)

 

 

il manifesto, 6 giugno 1981.

 

 

 

 

Venerdì, 13 Dicembre 2013 16:34

Bianco di gesso nero di cuore

Guarda che

tingo faccia occhi naso e sono te Guarda che

tingo faccia occhi naso e sono te

guarda che

lavo faccia occhi naso e tu sei me

guarda che dipingo mani braccia schiena e sono te

guarda che resto bianco bianco bianco e tu sei me

solo se cerco il futuro futuro insieme a te

tu puoi sperare una vita, la vita insieme a me

bianco di gesso e nero di cuore

 

Non vedi che venti di vele e di mare mi portano a te

e intanto che cieli di fuoco e tempesta ti portano a me

e allora solo se bevo il vino nero insieme a te

tu puoi spezzare il pane bianco bianco insieme a me

 

Resto bianco tu sei nero poi tu bianco io sono nero come te

nero bianco è un emozione vino e pane io e te… io e te…

Dove vola per il mondo scava a fondo la canzone e sai perché

nero bianco è un emozione bianco e nero io e te… io e te…

guarda che

lavo faccia occhi naso e tu sei me

guarda che dipingo mani braccia schiena e sono te

guarda che resto bianco bianco bianco e tu sei me

solo se cerco il futuro futuro insieme a te

tu puoi sperare una vita, la vita insieme a me

bianco di gesso e nero di cuore

 

Non vedi che venti di vele e di mare mi portano a te

e intanto che cieli di fuoco e tempesta ti portano a me

e allora solo se bevo il vino nero insieme a te

tu puoi spezzare il pane bianco bianco insieme a me

 

Resto bianco tu sei nero poi tu bianco io sono nero come te

nero bianco è un emozione vino e pane io e te… io e te…

Dove vola per il mondo scava a fondo la canzone e sai perché

nero bianco è un emozione bianco e nero io e te… io e te…

 

 

 

 

 

 

Venerdì, 13 Dicembre 2013 15:42

Quel fischio sopra la pianura

La verità è ormai che ci credono mummie d’Egitto

pesce fritto e salato

da mangiare con il pane

ombre strane che vanno in vecchi cimiteri

 

a lamentarsi coi cani ma sono cattivi pensieri

e appena ieri insieme tutti noi

facevamo paura come il leone ai buoi

in giro per il mondo noi

 

ecco oggi ci vedono senza la pelle e le ossa

eppure fratelli e compagni anche se è pronta la fossa

possiamo e dobbiamo contarci per non lasciarci morire

come vorrebbero loro per non lasciarli gioire

 

grande tesoro ieri insieme tutti noi

torniamo leoni fra i buoi

per non lasciarci annegare noi

 

se tanti dicono addio al povero vecchio operaio

e lo soffiano via come polvere da un vecchio armadio in un solaio

noi invece diciamo che è pronto a stringersi mano con mano

e per la grande pianura riprendere ancora a fischiare

 

 

(Musica di Gaetano Curreri)

 

 

Il testo è stato scritto da Roberto Roversi nel 2000 per “Il pane loro”. Atto unico sugli incidenti del lavoro di Stefano Mencherini. Tra il 2001 e il 2009 è stato cantato dal vivo nelle messe in scena della pièce teatrale, la prima volta da Gaetano Curreri e successivamente da Francesco Di Giacomo.

 

 

 

 

 

 

Venerdì, 13 Dicembre 2013 15:09

Il filo di Arianna

 

Arianna si è perduta tra i fili della città

non so se l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

E per ritrovare Arianna bisogna

sapere se

Arianna vuol essere trovata

perché non è un cane a guinzaglio

non è una mela bacata.

Arianna si è perduta tra i fili della città

non so se l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

E guardando di qua e di là

se l’uomo ha voglia

la cerchi tra i fili della città

ma se Arianna non vuole

nessuno la troverà

mai la ritroverà.

Arianna si è perduta tra i fili della città

e sa che l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

Se Arianna si spinge a sparire nel

cuore della città

con l’occhio baciato dal sole

l’uomo la chiami se vuole

lei non risponderà.

Arianna si è perduta tra i fili della città

e sa che l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

Se invece si lascia trovare

nel cuore della città

è un volo di maggio all’inferno

allora il sole all’inferno

per dare la felicità.

 

 

(Musica di Gaetano Curreri)

 

 

 

Giovedì, 12 Dicembre 2013 17:21

Prefazione

si ha l’impressione di un’apertura, sulla pagina, ampia e profonda, e di uno stormire continuo di foglie/parole, leggendo e talvolta rileggendo i tanti libri (ma mai troppi, come invece parecchi infervorati ammoniscono), le tante raccolte di poesia, di poesie che coprono il cielo e i campi della comunicazione in data odierna. Ma ognuna, intanto, è diversa dall’altra, perché ogni autore non avendo ombrelli oppressivi o maestri che lo catturano, è libero di fare solo i conti con sé stesso.

Non è proprio il tempo, questo che corre qua da noi in Italia, dei grandi poeti unici e soli ma è il tempo di un libero pascolare, secondo estro e premure, su prati o in caverne, dove con fatica ognuno è obbligato a dare il meglio di sé.

Questo dunque sembra essere il tempo, come contrassegno generale, di inveire non di implorare, di dire inseguire definire le cose con ogni tono di voce invece di cantare. Ciascuno cerca l’ombra o il sole accanto alla propria siepe, poco curandosi, in questo caso, degli altri. Ripeto ancora: senza troppi vincoli.

Se leggo bene, è così anche per Pasquali, il quale impegna la pagina a un timbro assolato ma duro, con segni che si incidono decisi: “Una disciplina plumbea costringe la natura / il polso crudele dell’uomo la piega”.

Sembrerebbe una perorazione enunciata per farsi ascoltare, per catturare il lettore; mentre a me pare piuttosto il primo secco dettaglio (direi, impietoso) di una propria autobiografia; un raccontarsi cominciando a togliersi pelle; oppure l’inizio di un catalogo critico della propria scrittura. Ma intanto: c’è una certa durezza in questa comunicazione poetica, nascosta (quasi annebbiandola con il fiato, oppure come strisciandoci sopra leggermente il dito per espanderla) dentro a una scrittura che è mobile, in forma di esercizio di destrezza e agilità, o in una forma di mobilità danzata ma senza riso; come se, in ogni occasione, si percepisce il respiro un poco ansimante per quel movimento, o per quella corsa.

Le poesie stringate in cinque versi sono un concentrato spesso esemplare di situazioni proposte con decisione, di trascrizioni d’emozioni precise e talvolta spietate: “la mente batte alle pareti del cranio / nel pensare l’infinito”. E ancora: “spalle di pietra sostengono la città”. E Pasquali avrebbe potuto definire “le città”, in un complesso di vuoti e pieni, di rancori esaltati ed esemplari, che ferisce gli occhi prima di smuovere la riflessione.

Questa rapidità di comunicazione immaginativa è, a mio parere, uno dei pregi, oppure il primo pregio, della scrittura in versi di Pasquali. E anche questo è detto, direi esemplarmente sottoscritto, e senza indugi, nelle sue pagine: “correvo sempre più veloce / fino a trascinare la mia stanza / in un’orbita di vortice”. E anche in questa occasione, si sancisce la dura presenza di una inquietudine che non si placa (era per scrivere: non si piega) a dare il significato di fondo a testi che scendono via via disposti come paletti da poter conficcare a forza per terra (per fissare qualcosa che deve durare, e deve restare fisso per servire ad alimentare emozioni e riflessioni di lettura.

Scrivere versi è come essere disposti vicino a un cratere, o comunque vicino a un fuoco. E “il suo occhio eternamente spalancato”, è la conferma a cuore aperto di una insaziabilità non tanto di emozioni ma di esperienze che solo la poesia riesce a volte a convogliare e a trasmettere.

C’è un solo testo lungo, fra queste esplosioni che si condensano fino a diventare ghiaccioli di acqua limpidissima e immobile; ma è come l’assemblaggio di vari testi brevi, accorpati come dopo una mareggiata; a segno che la voce di Pasquali, per essere lancinante,deve essere rapida come uno scroscio; come il lampo di una saetta. Che, per un attimo, può anche accecare.

 

 

 

 

 

Mercoledì, 11 Dicembre 2013 11:40

La metafora (Conversazione con Roberto Roversi)

Una conversazione fra Lucio e il suo maestro, il poeta Roberto Roversi, sul tema della metafora; un documento emozionante e prezioso, di altissimo valore poetico e comunicativo.

 

Lucio: Ciao Roberto, che cosa è per te la metafora?

Roberto: Ti leggo alcuni miei vecchi appunti, per essere precisi sulla definizione di metafora. Secondo me:

 

La metafora è l’arbitrio della ragione che gioca.

In poesia la metafora è il balletto notturno della passione o della immaginazione estetica che si denuda e non vuoi dormire, è un’indicazione da elaborare concettualmente.

È un dire e non dire, è cantare dietro al ventaglio, è l’ombra cinese delle passioni.

C’è sempre una interferenza nei riguardi della metafora, che nasce dal percorso primo che è la comunicazione, perché non e è metafora se non c’è un appunto iniziale di comunicazione diretta; tu copri qualcosa che hai già scritto o musicalmente o con la penna o dentro la testa, gli hai già dato un contenuto.

 

Lucio: Intendi dire che esiste già una geografia di partenza?

Roberto: Certo. È il nascondiglio dell’orso che siede e guarda il ghiaccio prima di cedere al lungo sonno invernale. È quel momento di sospensione, perché è complicata la metafora, capisci? È un telo che viene messo sopra dell’acqua corrente, che va intesa e elaborata prima che il telo messo sopra sia imbevuto e appesantito dall’acqua. Direi che la sostanza principale è in quest’altra indicazione:

La metafora non ha canto ma solo sussurri, in quanto è sempre mediata, come comunicazione, da un intervento di ironia della ragione, che vuol trasferire in una direzione similare ma lievemente decentrata la comunicazione primaria.

“Ti amo” è il modo diretto che l’innamorato usa.

Ma alle volte la metafora era il fiore.

È uno strusciare di tende o di seta per riuscire a guardare dalla finestra, aprire leggermente questa tenda che copre la finestra, strusciarla adagio, perché la metafora riceve una grande lucidità, una grande determinazione e soprattutto una grande tenerezza nel voler comunicare.

 

“È morta tua madre”. Glielo dico in altro modo: c’è l’intervento della ragione, della riflessione e del sentimento, in forma più sfumata, più intenerita, che non può fare a meno di comunicare quello che deve comunicare.

È proprio trasferimento semantico, di segni, sostanzialmente.

E non è un complemento della comunicazione, ma sostanzialmente una importante diversificazione, spesse volte tollerata ma altre fondamentale, della comunicazione stessa. Sai, la poesia del Settecento era metaforica al massimo ma comunicava poco, era ridondante: trovati quei tre o quattro cliché fondamentali, tutti copiavano, era diventata ripetitiva e inutilizzata. Quindi la metafora, per essere attiva e efficace realmente, deve essere completamente rinnovata e avere la partecipazione diretta dell’attenzione sentimentale o ragionativa.

 

Lucio: L’altro argomento, secondo me, è che la metafora non può avere continuità, se no una metafora estesa diventa allegoria.

Roberto: Diventa falsificazione, appesantimento della comunicazione stessa, perdita di vitalità comunicativa. Occorre utilizzarla come un farmaco estremamente importante, rapido, efficace, ma limitato nel tempo.

 

Lucio: In definitiva, i processi comunicativi di oggi, dal punto di vista della comunicazione, sono allegorici ma non metaforici.

Roberto: Giusto, la metafora non è molto usata.

 

Lucio: Il telegiornale è un’allegoria della comunicazione, anzi, un’allegoria dell’informazione, perché, come nella metafora, nella costruzione del linguaggio vengono omessi dei particolari. “Achille il leone” invece di “Achille coraggioso come il leone”.

Nell’uso che le news in generale non fanno della metafora, c’è l’uso allegorico del fenomeno comunicativo all’interno del format.

C’è una festa spesso necrofila, un sabba; la comunicazione spesso hai la sensazione che sia allegorica, e in quanto tale referente a un piano della comunicazione la cui valenza è priva di libertà: è coatta, guidata, come la costruzione di un farmaco che deve spaventarti e poi immediatamente avere una composizione chimica tale da fartene dimenticare.

Roberto: Certo. Sempre parlando della comunicazione, la metafora ha bisogno sempre di appoggiarsi su qualcosa, una costruzione limitata oppure prolungata con tempo limitato, ha bisogno di appoggiarsi su un terreno, su una formulazione iniziale.

Non puoi fare una metafora senza un concetto o un sentimento già stabilito, non può essere inventata una metafora se non su una volontà di comunicare poi qualcosa che va fuori dalla metafora stessa. Direi che il giornalismo e la comunicazione, a livello mediatico attuale, non usino metafore.

 

Lucio: Però l’allegoria sì.

Roberto: L’allegoria la può usare, direi anche l’eccesso e la sovrabbondanza di comunicazione, l’eccesso di precisazione, che è sempre ironicamente interferito da ombre oscure inserite in mezzo, ma la metafora richiede dei forti sentimenti nella direzione della comunicazione.

 

Lucio: Adesso ti leggo questo testo, anche perché ho in realtà un concetto della modernità aristotelico, la canzone è del 1983. Ha un testo curioso, che ritengo sia abbastanza appropriato a dimostrare quanto e come io usi spesso metafore, e anche tu. Quando abbiamo scritto insieme, si partiva da un presupposto ideologico, quindi una sorta anche di tenerezza e di prudenza nei confronti dell’uomo che nasce dall’amore, quando, come dicevi tu, l’avverti, lo proteggi, e se devo dire: ‘È morta tua madre’ non glielo dico, cerco l’anima per dirglielo prima delle parole.

Roberto: Metto l’anima dentro la metafora!

 

Lucio: Sono quattro personaggi che si corrono dietro senza conoscersi, e poi c’è un personaggio centrale, che spesso ricorre nelle mie canzoni, che è l’individuo. Dico “aristotelico” in quanto per me la modernità è la posizione di questo individuo, che con tutte le tempeste del mondo galleggia perfettamente nel mare ed è all’interno di un cristallo o anche di una massa. Però, facendo parte della massa, in qualche modo la primeggia, la usa: il suo solido, il suo liquido, comunque galleggia o è connesso nella materia o comunque è l’uomo…

 

L’altra parte del mondo

 

Marta aspettava che l’amico si calmasse

O che siccome guidava, almeno si fermasse

Sandra dall’altra parte del mondo viveva sola in mezzo

ai grattacieli

Tutto un altro tipo di problemi ma viveva sola fino in fondo

Ciccio a Messina viveva gli anni sempre uguali

O meglio, viveva in naftalina, andava in giro ogni tanto

e d’estate

Mandava a casa qualche cartolina

Vogliamo parlare per un attimo di quelli come Andrea

Che a sedici anni sanno tutto della vita

La vivono in silenzio, in apnea e col sorriso sulle labbra?

In una piazza di Trastevere mi dice – Aò, appena

cominciata, la vita è già finita –

Allora io cosa posso fare se non star zitto anch’io?

Oppure posso cantare io e provare fino in fondo

Dire a tutti che siamo uguali, tanti pezzi di un mondo

che senza pietà cancella tutto e se ne va

Rimaniamo a bocca aperta, lui ce la chiude e se ne va

Come un bambino gioca e si nasconde, lo cerchiamo

dappertutto

Lui chiude gli occhi e si nasconde

Passa vicino, lo chiami e non risponde

Lo trovi addormentato per la strada o sdraiato sulle onde

Poi di colpo apre gli occhi, ci frega e ci confonde

Nell’incanto della notte

Marta e il suo amico litigavano ancora a diecimila metri

sopra il mare

Andavano a cercare qualcosa o qualcuno o forse soltanto

un posto per ricominciare

Sandra spazzata via da un amore andato a male, aveva

già lasciato

L’altra parte del mondo, il suo aereo fra un’ora dovrebbe

atterrare

Era decisa a tutto, aveva ragione in fondo

Con due valigie finalmente all’aeroporto e il passaporto

nella mano

Ciccia aveva capito che non era un deficiente, che era

meglio partire

Senza cartoline, sparire, andarsene lontano

Non ci sarebbe molto da dire dei sedici anni di Andrea

Se non che, sdraiato per terra, mentre guardava passare

un aeroplano

Gli era venuta un’idea, come un sospetto che il mondo

potesse cambiare, fermarsi in una mano

E che tranquillità guardarlo senza pietà

Giocarci come fanno a Napoli

I bambini in Sicilia, in Libia o in Tunisia

O dove il mondo non si è ancora fermato

O dove, se una volta si è fermato, gliel’han portato via

O dove il mondo è avere solo un pallone

Dargli un calcio, farlo volar via

Così in alto che si vede la scia

Nell’incanto della notte”.

 

Roberto: Sì, è la metafora di un ragionamento quasi filosofico, di una considerazione sul mondo. È perfettamente pertinente, come supporto esemplificativo di una argomentazione sulla metafora come questa.

 

Lucio: Mi incuriosisce il mondo come se fosse giovane, è bambino, è come se galleggiasse sulle onde. E poi questo Andrea guarda il mondo senza pietà, da esterno, il mondo diventa un pallone e ci giocano i bambini della Sicilia, della Libia e della Tunisia, e riprende una forza tale…

Roberto: È come estrarre da se stesso un momento equivoco nel rapporto col mondo, un’incertezza, il bisogno di crescere conoscendo, e superando certe sovrapposizioni metaforiche che accompagnano come una nuvola il testo esplicativo dalla forte connotazione.

 

Lucio: E poi la metafora pura non esiste più… Arriva, se arriva, artefatta.

Roberto: La preoccupazione non è tanto come arriva, ma come hai realizzato il processo dentro di te: la metafora non è artificio. La forza sentimentale che lega gli individui – anziché dire brutalmente: “È morta tua madre”, dici: “Si è spenta una luce” – ha una sorta di ambiguità, induce a una riflessione, a un momento di rapporto coi propri sentimenti e quelli degli altri.

 

Lucio: Nasce anche dalla pietà.

Roberto: Logica che va continuamente contraddetta: i numeri del lotto sono una metafora! E anche i soprannomi!