Dire in movimento

È ovvio che non posso, perché non so, scrivere da critico: ma da spettatore disinibito sì che posso scrivere un poco, facendo contenere nella scrittura qualche riflessione sul posto. Perché sarei per l’occasione, esemplarmente, colui (o costui) che insieme ad altri siede e si è seduto con il biglietto in mano; e perciò stesso è deputato (direi, meglio, libero) ad esibire per concatenata conclusione il consenso oppure la più sfrontata disamina. Questa libertà dello spettatore, nell’ambito abbastanza angusto e tradizionale della nostra società culturale, così come è organizzata, neanche viene illustrata di straforo, neanche viene proposta come una delle necessità, neanche viene utilizzata a supporto dei discorsi più alti e conclamanti. Il pubblico o è bue – dicono – oppure è colui che accorre dietro il campano dei recensori ufficiali; che distribuiscono o scudisciate o caldi abbracci ma sempre, come i giudici della nostra giustizia, in una indipendenza assoluta (che pare assoluta), nell’assoluta astinenza di rapporti contaminati, di umanissime voglie (e anche questa astinenza pare, ripeto pare, assoluta; poi vediamo in realtà come vanno le cose). E invece, dico a mio modo, non dovrebbe esserci una maggiore libertà (autentica libertà) consentita nell’uso delle conclusioni, in altra parte o in altro androne, che non sia di rigore l’ostello teatrale che accoglie soltanto gli illustri addetti ai lavori? Ostello, in quanto ricettacolo o radunata severa dei buoni e affaticati pellegrini dell’arte del dire in movimento; cioè, dell’arte teatrale. Da quanto sopra schematicamente trascritto, deve almeno risultare che non ho con il teatro un rapporto amabile o tranquillo; ma, al contrario, abbastanza conflittuale. Poco mi appago, poco deglutisco, poco mi lascio comprimere dai minuti artifici, dalle cento novità ripetitive, dalle mille filastrocche americane.

Ma a proposito dell’arte del dire in movimento – o, se si vuole, dell’arte rigorosa del movimento che si muove dicendo quale a me sembra con intima convinzione risultare essere il teatro, mi sento proprio di appigliarmi al capo di questo filo per entrare nel merito della presente scrittura; che vuole riferirsi al teatro di Luigi Gozzi; oppure al Teatro delle Moline, che s’affida e si appoggia a Luigi Gozzi come scrittore di scena, ricercatore delle problematiche dure, e come regista assoluto degli allestimenti conseguenti. Proposta teatrale, scandita negli anni, che come spettatore mi ha coinvolto fin dall’inizio e che dunque ho voluto seguire via via senza quasi omissioni. E so bene, lo capisco, che parlare di movimento, a questo proposito, potrebbe essere (sembrare) non una esagerazione ma un determinante stravolgimento critico; dato che è proprio nell’univoca e cadenzata fedeltà alla scansione linguistica, quasi bloccata nella sua mente essenzialità, lo specifico dei testi conclusivi di Gozzi. Così a me pare. Il quale non si pone sulla linea di un Goldoni – che conclude, operando con assatanata costanza, dentro alla straziante ritmicità propulsiva e convulsiva dei suoi testi certo inimitabili – ma sceglie, con un rigore lucido a cui non si è più sottratto, di intraprendere, con il cumulo di un materiale verbale raccolto in mano, stretto in mano, il suo viaggio di ricerca, la sua avventura fra i problemi e le idee che si scontrano; e fra i sentimenti perseguitati con inesorabile durezza o, talvolta, con ironia. Il periplo, a seguire, dei testi di Gozzi non ci porta in campo o in spazi diversificati e qua e là magari seminati di piccole mine (come per lo più è in uso tutt’ora); ma sempre contro una prima ampia solida porta che il testo, all’inizio, con la fatica dovuta ci spalanca per aiutarci a inoltrarci su una scalinata in discesa, in continua discesa, che tende a portarci in un cuore cupo della terra, in una zona rossa di fuoco dove si muovono i primi diavoli. E la luce dell’onesto mondo lasciato alle spalle è scomparsa. Questa progressione è compiuta dentro a, una controllata concatenazione di referenze culturali, di elementi fortemente ritmici, di allestimenti linguistici; sicché noi (o almeno io, intanto) avviamo una costante partecipazione a questo moto, a questo invito, a questa comunicazione che coinvolgendoci non ci lascia. Non riteniamo alcun momento di distacco dalla o nella ricezione, proprio perché la coordinazione fra i tre elementi sopra indicati è sempre non solo cercata ma mantenuta con rigore. La porta aperta (o la porta che si apre), la discesa per questa scala che può dare le vertigini ma è esclusiva, e non può essere altro che scelta e subito scelta; e infine, quel precipita antro alimentato di voci, di suoni, di fuochi appena accesi o intravisti e di figure recise o decise, in piedi (erte) o sedute, spesso accasciate ma mai cedute via per sempre (semmai sul punto di esserlo), sono – a me così risultano – in un concentrato esemplificato, come un viaggio angoscioso ma anche esaltante dentro all’avventura della mente dell’uomo e della donna; e da questo versante, un conseguente collegamento a verificare densità sostanza tenuta renitenza di alcuni sentimenti di base – incollati sull’uomo e sulla donna come una ancestrale ferita, una possibile dannazione. Omerica dannazione, cioè, con un respiro teso di salvezza possibile che sottostà ad ogni azione, solo che l’uomo (o la donna) lo voglia e non si lasci travolgere. Solo nell’ultimo testo, e nell’ultima per me emozionante rappresentazione, questa grande porta si apriva, questa vertiginosa scala c’era nell’aria e si percepiva (si presentava) ma anziché sprofondare si inerpicava verso l’alto; saliva, saliva. Assumeva un respiro bianco di luce. Ne acquietavo in essa quasi cominciassi ad ascoltare suoni e voci dimenticati e ripresi. Non più il fuoco friggeva in lontananza, ma presagio il ricomponimento di una qualche consumata tempesta. E tuttavia non ricavavo pace (una qualche pace) ma il sentimento del ricomponimento straziante e faticoso di un ordine che sembrava perduto. E nero e il bianco delle figure ecclesiali; la gestualità esemplare delle stesse figure in piedi o sedute o recline; la virtuale presenza di una parola che doveva essere detta e si aspettava che si dicesse e che alla fine, dopo tanto attesa, era detta. Concludeva. È la voce del teatro che vedo con l’emozione dei sentimenti e ascolto con gli occhi. Non altro.

 

 

(in Attraverso il teatro. Scritture per Luigi Gozzi, Parol. Quaderni d’arte e di epistemologia, n. 9, 1993)

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Parol. Quaderni d’arte e di epistemologia
  • Anno di pubblicazione: n. 9, 1993
Letto 2664 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:10