Lontani nipoti

Amico carissimo, da Bologna il giorno 6 di maggio del 2002.

Ho ricevuto la tua buona lettera del 18 aprile ma la leggo solo oggi, appena ritornato da un piccolo viaggio in Abruzzo. Lì sono rimasto per almeno una settimana, fuori da Teramo, bella e antica città romana, per riscontrare una biblioteca privata di nobile famiglia, messa in vendita; tanti e solidi e pregiati volumi custoditi in una villa un po’ isolata fra alberi pieni di foglie e di vento. Spalancate due ampie finestre in una sala tutta scaffalata ma senza altri mobili, è entrata subito una luce calda e calma, e anche qualche buon rumore dei campi, che hanno presto fugato almeno in parte il brivido strisciante che si muove come una rapida lucertola sul piancito piastrellato, con il riverbero dei libri. Ma intanto scusami subito, volevo e dovevo dirti che ti potrò mandare fra pochi giorni i fascicoli della rivista di cui mi trascrivi con tanta esattezza i dati. Sono contento di essere così pronto per farti questo buon servizio.

Potrei concludere qui, con i saluti sinceri, se non avessi, anzi, se non sentissi il bisogno di raccontarti una mia privata vicenda, un sogno, che proprio in quel luogo e in quei giorni mi ha non poco turbato, anche se potrà sembrarti di scarso rilievo; ma tu sai bene che ho per natura il riparo per non lasciarmi mai cadere in braccio alle smanie dei sentimenti. Così te lo racconto, con semplicità immediata, in modo diretto, perché varie volte sui sogni e sulla sostanza dei sogni, nonché sulle loro conseguenze, abbiamo parlato, non voglio dire discusso.

La biblioteca non era stata scremata, ampia com’era e ben fornita di volumi ancora d’uso buono, di opere non ancora da negligere e edizioni antiche; e io fra la polvere e la luce ho dovuto sfogliare dunque volumi e volumi. È il mio lavoro, di libraio antiquario, ma ogni volta mi sento attratto e coinvolto come dentro a una novità e a una sorpresa, fra la foresta delle pagine e il limpido ruscello delle righe a stampa che vibra mentre i fogli sono rapidamente sfogliati. Mi fermai per caso, un momento, su un libretto mezzo anonimo ‒ il nome dell’autore infatti era stato cancellato sulla copertina e sul frontespizio dove, a penna, era indicata la data del 1817. Scritto in italiano, non sembrava tradotto. Aprendolo a pagina 31 lessi queste righe che ho poi trascritto: “e così, signor mio, dopo cento anni di vita, raggiunta una giusta morte, saremo consumati dalla noia dell’indifferenza dei posteri; saremo negletti in ogni forma e modo e poi gettati, anzi consegnati all’oscurità più completa, al buio. I lontani nipoti non sapranno mai che siamo in qualche modo transitati per i viali alberati, ignorando in ogni modo effigie e anche il nostro nome. A meno che, signor mio, la luce di una qualche bella impresa da noi compiuta in fatti o in scrittura o in pennello non venga a dare qualche colpo di vanga ristorativo al campicello della nostra vita, facendolo in qualche modo rifiorire. Ma per noi che siamo solo colpi di vento, che così in fretta dileguiamo…”. Mentre procedevo nella lettura, tali righe non so come si deposero cautamente al fondo dei miei pensieri e lì si adagiarono; tanto che alla sera, dormendo in una stanzetta sullo stesso piano della biblioteca, subito trascorsi in un sonno e poi in un sogno abbastanza convulsi, che qui voglio annotare. Mi giravano in mente, già con gli occhi chiusi, questi due versicoli carpiti più avanti fra quelle righe: “Dal fondo del tempo ‒ mio lontano parente” e li sentivo, percepivo riferiti a un mio giovane parente di cento anni a venire; e aggiungevo fra me anche questo commento, quasi sprofondando: “non mi rammarico di niente, non della vita ormai perduta, non delle residue speranze oramai dileguate, ma mi rammarico di non sapere né vedere, tampoco prevedere e immaginare, il mondo che sarà, forse o certamente non ancora buono ma diverso, questo sì; ed è la sua diversità a venire che adesso mi commuove e mi smaga, e per non conoscerla mi fa dolorare”.

Mentre il mio sonno (sogno) pensava questo, una giovane ombra dai capelli lucidi come il dorso di un cavallo di pregio appena strigliato, ma dal passo leggero, prendendomi la mano. mi ha portato, non dico trascinato, oltre la finestra, fuori sui campi e via che si andava come per un viaggio ma appena sfiorando la terra e poi innalzandosi sopra. Così mi mescolavo a un grande movimento nell’aria di cose e persone, mentre sulle strade di terra poca gente vedevo e non c’era rumore ma soffi che sembravano suoni frusciami; e la città che vedevo si era distesa nella pianura e da vecchia o antica che era con case e palazzotti di bassa statura, immolandoli si era eretta superba con grattacieli di vetro, su cui la luce si rifletteva con riverberi feroci. Il fiume era pieno di piccole navi che andavano e venivano; uomini e donne sembravano tutti pensierosi ma non accigliati, piuttosto come protesi a qualche lavoro da fare con premura. Si udivano anche ogni tanto suoni armonici e voci di bambine su prati ben curati. All’orizzonte fuochi di esplosioni senza rimbombi. Il quadro era affollato ma lucido e dentro mancava assolutamente il sentimento di furia e l’ossessione d’affanno dei giorni nostri. Tutti sembravano ligi ma dispersi. Ascoltai le parole di una mia domanda rivolta alla giovane ombra accompagnatrice: “Ma sono felici?”. Rallentò il moto: “Se siamo felici? Perché mai dovremmo essere felici? Come non conosciamo il silenzio neanche lei conosciamo… felicità, silenzio, boh!”. Ho detto: “Parlate ancora italiano?”. Ho sentito rispondere: “Noi ci parliamo e ascoltiamo, la lingua non so, i segni sono tanti”. Dico: “Siete dunque più liberi?”. Gli sono alle spalle, risponde: “Liberi? Liberi da che?… In questo piccolo chicco di riso che è il nostro mondo noi ci siamo liberati dell’egoismo e aspettiamo che altro popolo arrivi da luoghi lontani dello spazio, dove non ci sono confini, per celebrare insieme, con fuochi notturni, la primavera dell’universo. Lo aspettiamo, questo, sinceramente. Un evento vicino. Noi siamo, guarda in giro come si muove la gente, siamo accompagnati da una speranza che ci alimenta come acqua che cala dai monti… anzi, da buone ma tante speranze collegato, per ogni momento della vita… e le speranze ci danno buoni segni. Buoni segni”. Guardo e dico, così, a mezza voce: “Il vostro futuro è migliore del nostro passato”. Si volta: “Meglio? È più ragionevole. E più cauto nel rifiutare l’impazienza infastidita… La nostra pazienza è lieta dentro alla fatica… è la pazienza di chi si aspetta ogni giorno non il nero di una morte ma l’accendersi sempre di una buona luce… Ripeto, non siamo fortunati, noi di questi anni, siamo più ragionevoli… Voi avete avuto delle illuminazioni, noi solo un fervore quieto ma costante, che ci permette di ben guardare, e anche, se vuoi, di ben ascoltare. Dopo tanto faticare del popolo, il mondo è riapparso placato come emerso dal mare. Un mondo che era ferito, che era un dovere curare”. “Ai miei tempi…” dico. “Lascia perdere i tempi, quei tempi, si legge che ci fossero vetrine splendenti e atroce fame, che siano stati portati alla luce le onde di Marconi, gli aeroplani, la televisione in lungo e in largo, treni veloci, le lampadine, i piccoli telefoni e città devastate con milioni e milioni di morti, pile alte come le piramidi d’Egitto che ancora fanno paura a guardarle di notte… Né meglio né peggio, più giusto. E questa è libertà vera”. Si volta, mi accarezza una spalla, dice ma adesso vado, devo andare. Scompare. Resto lì nel mio sonno e poi mi sciolgo e mi sveglio.

È tornato il mattino, ho concluso l’acquisto, i libri ancora incassati sono di là nella stanza, qua a Bologna, in attesa.

Scusami questa tiritera di sogno e nipoti, ma mi ha tolto un piccolo chiodo dal petto poterla raccontare a te, attento e riservato come ti conosco.

Fra i volumi ho trovato le opere pariniane curate dal Reina, che tu cercavi e che vorrò donarti, anche per la pazienza nell’avermi ascoltato. Un saluto, a presto.

Tuo R.R.

 

 

EnnErre, n. 17, II, 2002 (poi in Il timone 2, 2008).

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: EnnErre (poi in Il timone 2, 2008)
  • Anno di pubblicazione: n. 17, II, 2002
Letto 3057 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:09