Super User

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[segue] Sulla strada, davanti al civico n. 567, in via Spadazza Lanciacorta, c’è un assembramento di persone; uomini e donne che guardano incuriosite, qualcuno tace o borbotta, o parla a voce bassa con un vicino, oppure a voce alta, e sono i più, chiedono e si chiedono:

– Cosa c’è, abbiamo sentito delle grida, degli spari!

– Non spari, sembrava il terremoto, come quello del Giappone!

– Il terremoto? Oh mio dio!

– Boh! E lassù?

– Dicono che hanno ammazzato uno!

– No, no! Gridavano, cantavano, bevevano. Un’orgia!

– Un’orgia turca, un’orgia birmana!

– C’era anche una suora, che è scappata sul tetto!

– Una suora?

– Non una suora… dicono che era un uomo travestito, un terrorista!

– Soccia, che tempi…! Cosa ci tocca vedere, sentire, patire!

– Tutto di tutto! La suora è scappata sul tetto per sfuggire alle brame di quei satanassi… mariuoli… carogne…

– Ma avete visto le torri? L’Asinelli, la Garisenda?

– Anche loro sono scappate sul tetto?

– Le hanno appena ricostruite… Cose da pazzi!

– (Cava di tasca il Resto del Carlino e legge) Le bellezze del tramonto visto e goduto dalla finestra, mentre si è immersi nell’acqua calda della vasca da bagno…

– Cosa c’entra con le torri, eh? Ci prendi in giro? Pagliaccio fornicatore; togliti dalla palle, via!

– Ho sbagliato giornale (cava dalla tasca un altro foglio, è La Repubblica e legge); Fornicazioni del Berlusca nell’acqua calda in una vasca da bagno… Dopo aver bombardato il Vaticano e messo il Paese in stato di guerra, ha pure fatto ricostruire le nostre amate torri, simbolo indelebile della nostra arguta città, da un architetto famoso…

(Si spalanca una finestra dell’appartamento al terzo piano, appare Borsini a petto nudo che urla, come se fosse a un comizio in piazza)

– Berlusconi dimettiti… Tutto fa brodo e la gallina è in cantina… Oltre la cricca c’è il bene comune… Abbiamo cento milioni di voti e anche il Papa vota per noi… Sul far della sera Piazza Maggiore si tinge di rosa… Berlusconi? Sei aria fritta e non progredisci più cantando… Ti stiamo alle costole come l’erba cipollina in un campo, ti mordiamo le chiappe con le cifre dei nostri sondaggi… Sei finito Berlusca e noi trionfiamo…! Vincerò le elezioni, ti manderò al confino nella tenuta di Del Sasso in Molise a raccogliere olive… Berlusconi, dì le tue ultime preghiere! Io ti vedo già in mutande…!

– Urrà, urrà, gridano da varie parti (ma non tutti). Urrà… Bischero Berlusconi dimettiti… Va’ a caccia di balene bianche… Va’ a cercare i tartufi nel deserto con i tuoi rais… Urra! Urrà!

(Si sente trillare il campanello di una bicicletta e una voce che urla)

– Pista, pista! Sturm zum Tram in azione di guerra. Largo ai servitori dello Stato e della pace e della pulizia contro il degrado!

(Sono gli agenti Tommasotti Alfredo e Giacobassi Vladimiro che arrivano su una sola bicicletta, uno è seduto dietro e l’altro pedala. Chiedono a voce alta)

– Dov’è la suora?

– La suora? È un terrorista travestito, un sabotatore, uno sparatore… badate a voi!

(I due agenti, scaraventata la bicicletta contro il muro, si buttano nell’androne per salire le scale. Intanto Borsini continua a gridare; in questo momento sembra, anzi è, che tutti urlino)

– Il centro destra ha fallito, noi esultiamo, noi siamo la migliore bistecca della vacca chianina, noi forniamo le bistecche anche al mercato delle idee, noi abbiamo la sfuggente verità del vero, noi le migliori più intelligenti, più gaudiose signore idee del mondo, vinciamo tutti i concorsi di bellezza, tutti i campionati di calcio, tutte le aste dei quadri del Caravaggio, tutti i punti al superenalotto, tutte le minestre surgelate, tutti i brodi arricchiti dal vino, tutte le elezioni, tutte le guerre, tutte le rivelazioni, tutte le rivoluzioni, tutte le raccomandate con ricevuta di ritorno, tutti i dolci con farina di castagne arricchiti con la panna. La storia è nostra perché noi siamo virtualmente il DNA dei vincitori… i fichi dalla goccia d’oro nel cesto della politica…

(Entrano i due agenti, lo afferrano alle spalle, lo trascinano via dalla finestra)

– Vieni un po’ qua, disturbatore della quiete pubblica… rovinatore dell’ozio quieto, del dolce sonno dei bravi lavoratori.

(Borsini, volgendosi infuriato)

– Giù le mani, gaglioffi. Sono un’autorità della politica e del pensiero.

– A petto nudo e in mutande?

– Stavamo discutendo in una riunione di partito!

– Dov’è la suora?

– Quale suora?

(Uno dei due)

– Sei in arresto per sottrazione di cadavere. Dove l’avete seppellita, povera suorina?

– Ma siete matti o scemi?

– Adesso chiediamo alle due squinzie (si rivolgono alla Bundù e all’Arabò); appropinquatevi, bellezze!

(L’Arabò)

– Mascalzone marcescente, guarda un po’ queste (mostra la tessera del partito, quella di deputata e quella del tram). Seduta di emergenza, dopo il bombardamento appena annunciato del cavaliere infame!

(I due)

– E questi? (indicano gli altri sotto il tavolo. Gaudacio ronfa, è assonnato dal liquido dolce di Lampedusa).

– Stanchi morti per l’impegno dopo ore e ore di discussione.

(I due)

– Sbronzi, dopo aver compiuto atti contro la morale e per l’omicidio di una suora. Ci aveva telefonato, poverina, proprio contro di voi squinzie e cialtroni, e noi tutelatori del buon riposo siamo subito corsi.

Entra suor Emerenziana (meravigliata)

– Non era stabilito che sareste arrivati fra cinque anni?

– Il numero centodieci, scadente oggi, si è suicidato per amore, così si è aperto un vuoto che noi abbiamo creduto di riempire correndo da questa parte…

(Suor Emerenziana)

– Sia ringraziato Dio per la vostra paterna attenzione… Arrestate questi gestori di obbrobri e di disonesto cantare!

(I due agenti)

– Tutti fuori, siete in arresto, e seguite di corsa noi in bicicletta. (I due agenti spalancano la porta semiaperta, guardano in giro, poi): In piedi, ubriaconi sotto il tavolo, esempio di cattiva condotta in una strada di signori.

(Bagnacorte)

– Se mi tocchi ti allungo un cazzotto.

(I due)

– Se vuoi, puoi anche spararci, malmenarci zotico cialtrone senza terra.

(Bagnacorte)

– Aspetta che mi alzo e ti regalo due papagni sul naso.

(Borsini, con uno strattone si libera dai due agenti, si avvicina ancora alla finestra, la spalanca, si affaccia, urla)

– Folla immensa ascoltami, non guardarti l’ombelico, ma rimboccati le maniche, arrotola i calzoni, siamo in cento milioni che vogliono mandare a casa il cavaliere infame (urla più forte) Berlusconi dimettiti, corri via in America, in Russia, sul Cervino e voi ascoltate ascoltate… egli, servo dei piaceri di Venere e di Bacco, ascoltate ascoltate l’ultima infamia, egli mangia il pollo con le dita.

(Dal basso una voce)

– Come la Regina Margherita?

(Borsini)

– Proprio così, tutto unto e bisunto!

(Mormorio di gente sulla strada)

– Per un pollo si può fare, se il pollo è ben cotto, ma noi il pollo non l’abbiamo.

(Del Sasso si erge, si aderge, grida anch’egli tutto eccitato e in un dialetto ibrido)

– Lu cumpare che s’aggrotta, lu potressimo consirar perdito, Sabina aiutami ma non facitte nulla cosa ca si potresse declamar nefasta; lascite lu libertà a cui capace è d’intendere, taciti possi con l’insolvenza ligale della focazza ai brustulli.

(I due)

– Havete sparato, havete violentato…

(Del Saso)

– Nu se pote dicere… potressimo fissare como nu errore di joventù. Ite, ite, bravi cavulfiori senza radicchio.

(Mariolino Bellagamba si agita)

– Borsini, patacca! Qua è un casino, ma ho un’idea, un’idea. Disponiamoci a scegliere la suora come candidata unitaria alle elezioni politiche, capintesta del nostro partito, lei a reggere il governo e niuno più… Preti, monaci e suore!

(Borsini esulta)

– L’idea di Mariolino est superba! E noi ci facciamo frati dell’ordine di Francesco.

(Divina Arabò)

– Non la suora… io sono la donna di governo, ho l’intitolazione giusta e sarò il primo nome della lista. Io posso emergere, io ho le cartucce in mano.

(Bundù cava fuori dalla borsa di nuovo il pistolone e spara alcuni colpi verso il soffitto)

– Tu ballerai il tango argentino con quel minus habens di Dalimi… sarò io ad emergere, io a detergere il pianto e il piatto del partito. Zoccolona del mar Caspio, mascalzona in frigorifero!

(Arabò)

– Tu vespicula con i capezzoli storti.

(Bundù)

– Ah sì! Avrai i tuoi guai (ricomincia a sparare verso il soffitto. Ai presenti cadono in testa frammenti di intonaco. Sulla strada la gente scappa lontano)

– I terroristi si ammazzano!

(Al terzo piano si rifugiano di nuovo sotto il tavolo. A un tratto si alza un grido, come di vittoria in battaglia. È Dalimi che balza in piedi, batte le mani e grida)

– Vittoria! Empito di prima sera! Il brogliaccio è incandescente! Ho trovato! Trovato! Burgunda è frate Alderigo Franzisco Butazzone de’ Chiari da Cernobbio, autore della cronaca versificata Jocunda senectute (Decameron lombardo)! L’incipit l’ho trovato, è questo: «Si los flores florent come no mai / signification certa est che non en hiver siben / che simo en mai e la rivolucion si ingrippa». (Fa saltelli di gioia, dà un bacio sulla guancia a Lily Marlene, che sembra un’investitura. Anche Dal Sasso dà i numeri, esaltato)

– Potrumma stimpare lu testo dà gnà Ava e ciolsre lu canto senza fiatar lupesca querella. Mi strappo lu dito mastro del lu piedi… La fine è, cotesto die, la fine dell’amore.

(I due agenti)

– Fuori tutti, andiamo in caserma.

(Estracacio Pozzibonci)

– In caserma ci andrai tu, ti conosco bene bischeraccio di mezza estate, id est tuo nonno Ernestino con tua cognata Clèofe la sbrolazza (prende la rincorsa e si getta dalla finestra. La gente sulla strada è tornata a radunarsi.

(Tutti)

– Oh dio! oh dio!

(Pozzibonci resta infilzato con le bretelle nel manico di una bandiera della Lega Coop che sventola al secondo piano e che dice Svendita di rane e ranocchi dei fiumi Reno, Savena e Aposa dal 3 al 31 marzo, prendi due e paghi uno. Chi ne prende 10 ha gratis il relativo sugo alla cipollina. Escono tutti tranne Dalimi, che si rimette a scrivere zufolando una canzone dei Beatles e che avverte)

– Spegnerò io la luce, addio a tutti.

(mentre Pozzibonci, così infilzato, si agita e urla)

– Mondo boia, non c’è un cane che mi dia una mano? Non voglio sventolare fra rane a ranocchi.

(La gente in basso non lo ascolta, si è di nuovo radunata intorno al giovane che legge a voce alta da un giornale. Ascoltano bisbigliando parole di sorpresa)

– QUESTE LE NOTIZIE ULTIME E VERE: IL Vaticano ha arrestato il figlio di Bossi che con i colori a spray ha rifatto il Fortilizio Superale, con il nostro Padre Eterno avente la faccia del padre Umberto con i baffi neri ma, questo è il secondo reato, con la camicia verde sul petto con scritto Roma ladrona. Ma la notizia che sta facendo il giro del mondo è questa: il Berlusca si è fatto musulmano e con il rito musulmano ha sposato le giovinastre succhiasoldi delle notti ardite. Inoltre si è alleato con al Qaeda, con i talebani e i fratelli musulmani e sta radunando un’armata per assaltare la Città del Vaticano. Tale diabolica astuzia azzera l’impegno acuito del tribunale mentre decadono tutte le ragioni che chiamavano in giudizio il cavaliere infame, dopo tanti anni di impegno diurno e notturno. Due giudici si sono dimessi dalla magistratura, e la dott.ssa Ciricini, a capo del team, si è fatta suora di clausura nel convento delle Orsoline a Fontanafredda sul mare, comune di Catanzaro. Gli indici di gradimento, che fino alle ore 10.00 del giorno precedente premiavano il partito di Borsini con una percentuale, a sentir lui, del 103 per cento, sono calati nottetempo al 21,50 per cento, mentre sta crescendo con la velocità del suono il nuovo raggruppamento politico intitolato “I Lupi di Mare, di Terra, di Stagno e di Montagna”, il cui leader è Stracchino Malvolenti da San Biagio di Cavallara, pastore di pecore australiane. Infine, il giovane, trovata la pagina de La Repubblica, legge a voce alta: IMPRESCINDIBILE ORRORE, FURORE, SCONCERTO DI PIEDI E ANIMA. DOVE SIAMO ARRIVATI? QUALE È IL GUASTO DI QUESTA NOSTRA SOCIETÀ AMMALATA? PERSA DIETRO IL LUDIBRIO? LE VITI SONO AMMALATE DI FILOSSERA E IL VINO… no, no! Ecco qui… (legge) Le due torri di Bologna, scapitozzate dal cavaliere infame, durante il suo nefasto bombardamento sulle sante propaggini della casa del Padre Santo sono lì, restaurate a testimoniare la vergogna del nostro tempo. La Garisenda, che pendeva è dritta come un fuso, alta duecento metri; l’Asinelli è di quattrocento metri, ma pende e sembra sempre che sia sul punto di cadere; anzi, a guardarla bene, è protesa ma verticale. Tre turisti olandesi, i primi che l’elicottero aveva scaricati nel restaurant vip, appena sedutisi a tavola e prima ancora d’avere ordinato i tartufi fritti e le polpette di orso del Polo Sud, sono scivolati fuori dalla finestra. Per fortuna una rete distesa ancora sopra gli ultimi sottostanti tralicci ha carpito il loro volo salvandogli la pelle. Causa di tutto ciò il celebratissimo architetto Kasimiro Gur-zu-bam il quale, sembra, è fortemente alcolizzato dopo la disastrosa contesa con l’altro famoso architetto cinese Jemito Lussamato. Il primo era celebrato per aver progettato il grattacielo più alto del mondo, metri 800; il secondo, poco dopo, si era presentato progettando e realizzando, nel Dubai, un grattacielo, delicatamente smosso dal tiepido vento, alto 1230 metri. Ciò aveva debilitato psicologicamente il primo, che si era scatenato progettando un grattaterra (cioè scavando in giù) di metri 1800, quindi non più scagliato nell’aria ma sprofondato. Salvo che, arrivati quasi al fondo, aveva importunato il bordo di un vulcano enorme, spento da secoli, che s’era addormentato e, risvegliatosi, aveva cominciato a rovesciare lava lapilli e fuoco da sembrare d’essere arrivati alle porte dell’inferno. L’archietetto, per vincere lo sconforto della sconfitta, si era dedicato al Barbera, finendo per scambiare le fotografie delle due torri.

Finis di queste giornate localmente calamitose? Nisba.

Un’ultima notizia. Sempre su La Repubblica, regina dei fulmini contro il cavaliere: «BERLUSCA, dopo fattosi musulmano, come è noto, sta fabbricando una moschea per centomila persone, con una cupola ricoperta d’oro fuso che risplende alla distanza di cinquanta chilometri. Poi , come è già noto, in data odierna, ha annunciato d’avere inviato una contro dichiarazione di guerra al Vaticano. Pietà l’è morta, ha annunciato. Guerra senza prigionieri. Si vedrà chi dal mazzo caverà il re di bastoni».

E il figlio di Bossi? Scambio di prigionieri, con fra’ Giovancarlo Angelo Maria Marco Agnello di Dio Everardo Rossi, scappato con la contessa Gratti-Grassi Teodolinda e con il tesoro del convento, che aveva rivenduto a un’asta.

I tempi sono tali. Il libro di Dalimi è uscito, l’editore è sempre Berlusconi. Il quale, per contrastare l’infida La Repubblica ha concluso, in questi giorni, l’acquisto del Corriere della sera, chiamandolo poi Corriere della notte e del giorno.

Ma nei giorni di venerdì e sabato sono seguite alcune spettacolari novità. Il Sacro Collegio, preoccupato delle disposizioni belliche di Berlusconi, ha dichiarato la pace, che è stata conclusa nel treno del Papa, alla stazione di Grosseto. Inoltre, si vocifera che il cavaliere intenda proporsi come Capo dello Stato e, datosi che il Papa attuale ha deciso, sfinito, di dimettersi, di proporsi pure come Papa, col nome di Lutero II. In tal modo, clamorosamente, le due religioni sarebbero accorpate.

Di Borsini si dice il seguente: deluso dalla sconfitta, si era ritirato a Bofonchio sul Po, come aiutante nella drogheria della moglie. Ma è stato arrestato per omicidio di primo grado, per aver venduto a un cliente invece del Turibin 2/A il Turiban 4/6, di confezioni similari, ma il primo un dentifricio sbiancante, il secondo un potente veleno per topi di campagna. Il cliente è deceduto con un urlo, facendo fumo dalla bocca, dal naso e dalle orecchie come un vulcano.

Gli avvenimenti prossimi saranno da seguire attentamente, io credo, caro Foglio degli eremoti. Contando su 100 milioni di voti e sul rispetto universale, Dalimi, prossimo a essere il Conducator Maximo, si è autogratificato con il titolo di Gran Ufficiale della Repubblica e del Regno, si è pure candidato alla presidenza della squadra di calcio dell’Inter per il dopo Moratti, e alla presidenza della Fondazione Sarda per la tutela della foca Monaca. Sta pure per prendere il brevetto di pilota per aerei da bombardamento.

Gli intimi mormorano che intenda bombardare il paese di Arcore, dal quale già tutti quelli che possono scappano. Cose grosse, cose grosse. Chi vivrà vedrà.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 12-13, 30 marzo 2011

Domenica, 27 Gennaio 2013 12:12

Doglianza numero tre

Io sono un cittadino, sia pure poco funzionale, che in questa gialappa di retoricume acido, mi sento, ancora una volta, rassegnato. Noi (italiani) che come società di Stato (agglomerato attivo di cittadini) non abbiamo mai fatto i conti (sul serio), mai fatto il riesame di niente (sulle nostre azioni e conclusioni di fondo), accontentandoci di gestire la nostra effimera rabbia nei ludi piazzaioli e dozzinali dalla durata di neanche un mattino, accontentandoci di progredire quel tanto per la sopravvivenza sociale, e smuovere alcuni passi in avanti fra pifferi e bandiere, avremmo potuto, anzi avremmo dovuto come rigoroso impegno civile, non solo approfittare ma afferrare una volta tanto questa data risorgimentale capitata come un fico maturo in un albero solitario sotto gli occhi di un viandante affamato, e affondare il coltello acuminato dell’autentica volontà di riscatto sull’indurito sasso della nostra non buona coscienza e come stimolo a farci a voce alta, in pubblico, qualche legittima domanda. Come siamo nati? Chi eravamo? Chi siamo? Cosa tuttora vogliamo, immedesimati in noi stessi?

L’Ottocento italiano comincia con la Cisalpina e Napoleone a Milano e finisce con i Savoia itineranti (quasi una fuga fra la nebbia delle trombe, da Torino a Firenze e a Roma). «Finalmente diobono siamo arrivati, ce l’abbiamo fatta!» dice (esclama) Vittorio Emanuele II e comincia a elargire tasse a tutta birra, spari nelle chiappe e nel petto a chi, non potendo pagare si rende renitente, a spingere fuori dalle balle milioni di contadini di ogni parte, e cercando di scopiazzare le grandi potenze europee già al lavoro nella masticazione e divorazione quotidiana di un continente ancora disarmato come l’Africa. Ricevendo con tragica sorpresa, delle lezioni esemplari. Altro che cantare: Tripoli bel suol d’amore / sarai italiana al rombo del cannon.

Quando mai, con governanti di vertice di serie B e C, diventeremo seri, noi italiani? Dobbiamo sempre aspettare le bombe per riconoscerci?

Dobbiamo sempre aspettare senza emozioni, se non quelle calcistiche, che ci arrivi addosso la peste per dimostrare quello che al fondo siamo, come popolo? Cioè pazienti, intelligenti e finalmente richiamati o ricondotti all’osso delle necessità reali, degli impegni urgenti, e delle scarne e necessarie parole? Sarebbe bastato stabilire repliche alla dizione sussurrata della canzone di Mameli, in televisione, da Benigni, per dare risalto epico a questa occasione storica, invece di immergerla nella sbrodaglia dei vuoti suoni, delle vuote parole, delle vuote trombe, e delle vuote bandiere (cavate frettolosamente fuori dai polverosi e mai frequentati Musei Risorgimentali, frettolosamente spolverate per alcune ore, poi frettolosamente riposte per altro riposo centenario).

Io me li sento quasi ogni giorno camminare, correre sul petto, gli intrepidi uomini, le intrepide donne, di quel secolo, di quei decenni, fantastici e dolorosi, pieni di sangue, di fantasie alate, di speranze meravigliose (e miracolose, talvolta). Ma tutto scomparirà domani, passata la retorica e dispendiosa festa. Come una tartaruga che ritira la testa dentro la sua ossea corporatura e la difende dagli anni.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 12-13, 30 marzo 2011

[segue] Altri calcetti, frequenti e irosi, contro la porta.

Estracacio Pozzibonci, che è disteso, leggermente inciucchito, sotto il tavolo, grida: «Occupato!».

I calcetti continuano.

Estracacio alza, infuriato, la schiena e sbatte la testa contro il piano del tavolo. Urla: «Porco cane, porco cane, porco pippo e zavatero. Ho gridato “occupato”. Parlo turco? Parlo arabo? Se picchi ancora sparo contro l’uscio, mondo boiaccio e intempestivo». Si sentono i passi allontanarsi.

Estracacio esce da sotto il tavolo. Borbotta: «A essere stravaccati di sani concetti, non si sbaglia mai. Giovanin di Toma lo insegna a tutti». Afferra una bottiglia, lì sul tavolo, di moscatello affumicato di Lampedusa e trinca, poi si appoggia al muro e con la sua voce baritonale, che sembra colpi di zappa sulla pancia rassegnata di un bisonte, attacca a cantare: «Te le levi le braghette / te le levi sì o no?», da sotto il tavolo dove stava sdraiato a fumare, Peppino Bagnacorte lo segue facendo il coro «se non te le te te le levi / se non te le te te le levi / se non te le te te le levi», conclude quasi a bomba, a perdifiato, «Io te le leverò».

Chi aveva picchiato all’uscio e poi si era allontanata, pazientemente infuriata, era stata suor Emerenziana Settenoci, del convento delle fanciulle traviate e redente di Altopascia, venuta in città per assistere una zia ammalata e abitante nel piano superiore.

Mentre aspettava l’ascensore, si ripeteva in cuore: «Passi pure che si sparino fra di loro, questi senza dio, ma le canzoni oscene no, questo no!». Si scuote, e visto che l’ascensore non si presentava, decide di salire a piedi, rapidamente. Entra e si butta sul telefono. Chiama il numero 11118.

Rispondono subito: «Pronto, pompieri».

«Sono una suora, qui c’è un’ammalata, e nell’appartamento di sotto c’è sicuramente un’orgia scellerata».

«Per orge e simili, chiami lo stesso numero, digitando alla fine due volte “05”».

Suor Emerenziana esegue. Nessuno risponde. Torna ad eseguire, aspetta e finalmente una voce, un po’ appisolata, risponde: «Pronto! qua Centro Sturm Zum Trum, ovverossia “Tempesta e Assalto”, in difesa del sonno del cittadino operoso».

La suora spiega il problema.

«La canzone indecorosa è italiana o foresta?».

«Italiana, ma è sconcia»”.

«Ah, bene! se era foresta bisognava rivolgersi al Ministero degli Esteri, sezione f/G, che ha sede a Trapani La segno al numero ascolti bene e lo scriva, perché è importante, al numero 1735 per esecuzione della richiesta il giorno 25 dicembre 2016, alle ore 5,23 del mattino».

Suor Emerenziana: «Ma è matto?».

L’uomo: «Non ho finito; ascolti ancoraLa richiesta che ora mi ha sottoposto, la deve trasferire su carta bollata da 23 euro e sottoporre la firma alla certificazione notarile indi, ripeto indi, versare l’importo di 108 euro e 41 centesimi nella sede della Banca d’Italia di Ferrara, indi portarci personalmente tutti i documenti timbrati… solo allora l’operazione diventa veramente e giuridicamente operativa Capito bene, numero 1735?».

Suora: «Fra cinque anni?».

Voce: «Oh!… Eravamo 1500 nel nostro ufficio, motorizzati con biciclette di seconda mano, certo, ma utilizzabili… siamo rimasti in due, io Tommasotti Alfredo e Giacobazzi Vladimiro, che oggi non c’è perché ha la febbre… e poi sa, se mi vedesse, il Ministero ha messo all’asta per far denaro tutti gli arredi e io sono seduto per terra col telefono su una coscia… il biglietto dovrò scriverlo contro il muro… il mozzico della matita me l’ha regalato il salumaio qui vicino e per la carta… (comincia a singhiozzare)… sto usando l’ultimo rotolo del gabinetto che ho rubato due giorni fa nell’ufficio della sezione “Le bellezze d’Italia, una gioia viverle”». Singhiozzando più forte, conclude: «Forse mi sparo».

Suor Emerenziana, commossa: «Ma no ragazzo mio, c’è il Signore che ci aiuta a vivere». Ma la linea è caduta.

Si sente un frastuono e un tonfo nell’appartamento di sotto. Con un calcio uno ha sfondato la porta, che si è rovesciata a terra e ha quasi accoppato Estracacio Pozzibonci.

È l’onorevole Del Sasso. Si pianta lì in mezzo e a voce alta conciona: «La squinura che ingrovallava l’ipotesi della tangente bischera, ehi caro Borsini e Grovellani, anzi no! solo Borsini, noi potressimo avendo impecorinato le istanze della zolfa e così fatto trasmesse il lodibrio, voressimo tu e io metterlo il famigerato infame con chiappe al muro incollato come un pesce martello pescato con l’amo il dì non ricordo dell’anno non ricordo da Salvatore Buonastazza in una notte di luna. Noi potressimo sollevare la terra e il bacino dell’Adriatica… anzi, meglio dicesse, il bacino del Trasimano. Vincitori e vinti! dio bono; che ci azzecca?

«Se sei troppo buono le pecore ti mangiano» sentenzia Divina Arabò lisciandosi i capelli «e tu girami alla larga, con quelle occhiate da animale» dice rivolta a Del Sasso «Ti conosco nelle tue mene, con quelle mani da lupo».

«I lupi non hanno mani ma zampe, bellona in carriola» ride Del Sasso, mentre tutto affannato entra Mariolino Bellagamba, un vecchio militante del 1943, ma con precise ed esibite tendenze mistiche («Stalin morto, difilato è stato accolto in paradiso, dove lo aspettava con le ali bianche aperte Lenin, fumando la sua pipa». È tutto agitato, ansimante: «Dov’è Borsini, c’è qui Borsini, quel pataca?».

Del Sasso parla e sembra che gli risponda: «Sapressimo in primis delivrare l’occlusa ipotenusa intercalata dalla dottor Annalisa Ciribidini cactum ed ognum factotum… la valida abbattitrice di foreste di banane, travagliatrice di bocconotti alla crema.

Intanto Mariolino: «Cosa hai fatto, anzi cosa hai detto Borsini? Borsini mio, non andrai in paradiso».

Estracacio Pozzibonci riprende a cantare la canzonaccia incriminata poi, a un certo momento, da sotto il tavolo, sortisce fuori e grida: «Bevumma? fumumma? Fottumma?» battendo le mani.

«Urca! Certamente, ragazzo mio dalle gambe d’oro» dice la Bundù alzandosi con un salto dalla poltrona e afferrando al collo Borsini che stava accendendosi un toscano in un angolo, lo trascina via in un valzer vorticoso tanto che Borsini strangozza, perché rischia di ingoiare il toscano acceso.

Ballando, la coppia quasi travolge Dalimi che, come fosse altrove, non partecipa né è troppo infastidito dalla gazzarra, dato che è seduto in un angolo, vicino a un tavolino con un lume sopra, e sta leggendo e appuntando la Commedia Divina di Ludovico Arrosto (Ariosto! scemo!), nella traduzione in arabo appena pubblicata dai signori Scartazzini e Vandelli; precisamente il canto trentottesimo del Paradiso, là dove Arrosto (Ariosto! scemo!) dice:

 

Se s’invera la luce de lo inverno

piove sassi su l’onde e sui mattoni

e Burunda precipita all’inferno

 

niega colpe e non vuol sentir ragioni

il crimine gli è cònsono a lu petto

e gitta fiamme et nasconde l’occasioni…

 

Dilimi è già prossimo a sceverare l’arcano di queste due terzine, che rappresentano l’incubo dei dantisti da altre otto o nove secoli, pubblicando l’opera in due volumi intitolata Ipotassi e paratassi nella gnomica iterativa dugentesca con speciale riferimento ai testi di Girolamo Burgunda citato da Dante.

Mariolino Bellagamba grida ancora: «Fermati un momento Borsini, brutto pataca. Cose grosse, cose grosse, dio bono, e tu balli e ti consacri al delirio. Altro che pesce fritto a Riccione, pataca!

In realtà, buone ragioni di preoccupazione erano sorte, in fretta. Domenica 9 gennaio, sui giornali era stato pubblicata una intervista con un’ampia fotografia di Borsini, in cui, detto Borsini dichiarava: «Destra nel caos, chi alza la testa come Fini e Tremonti viene bombardato».

Leggendolo, il cavaliere infame si era fregato le mani. «Guerra? E guerra sia!». Alza il microfono, chiama Mosca, parla con Putin, gli chiede in prestito un cannone a lunga gittata. Subito fatto. Un 651 della prima guerra mondiale, già oliato e funzionante, e due bombe d’accompagno che sembrano due palazzi.

Montato nel giardino di Arcore, puntato e sparato. Il rombo è così forte che la colombaia e il gazebo nel parco crollano; i colpi filano via che è un piacere. Ma oltrepassano, strisciando sopra gli alberi, le ville del Rini e del Trefiumi, arrivano a Bologna, scapitozzano la torre così detta Asinelli, che è ridotta a un cerino, e polverizzano la periclitante Garisenda, che stava ritta con lo sputo, poi imboccano le gallerie dei treni Bologna-Firenze; arrivate là, centrano il secondo piano degli Uffizi, lo stanzone dei Macchiaioli e quello di Fattori che vengono polverizzati anch’essi, filano avanti ancora e, prima di arrivare a Roma, abbattono uno dietro l’altro i 56 campanili dei paesi della pianura (le campane, via via che piombano a terra, sembrano suonare a morto, come per il bombardamento di Dresda); infine, le due bombe arrivano difilato a Roma, imboccano la finestra da cui il Papa parla ai fedeli, girano all’interno del palazzi, qua e là, finiscono nella Chiappella Cristina dove esplodono scoperchiando i tetti e sbriciolando i muri. Addio Fabrizio Giovenale!

E il Papa? si può chiedere. Sarà detto appena più avanti. Anzi, lo scriviamo subito: è fuggito in elicottero in Svizzera, credendo a un attacco dei talebani.

Dopo poco esce in edizione speciale e gridata La Repubblica, che intitola a caratteri cubitali IL BERLUSCA BOMBARDA IL VATICANO.

Il cavaliere risponde subito, parlando a reti televisive unificate, e spiega agli italiani, anche a quelli di Argentina, che «un terremoto del grado 45 Mercalli, ha interessato Pianura Padana e Italia centrale fino a Roma, ma niente paura, delle torri bolognesi una sarà ricostruita in due giorni, più alta di venti metri, con pista per gli elicotteri lassù, un ristorante a 5 forchette e le specialità della cucina bolognese, cioè la trota brasata col salmone e cioccolata, l’orso bianco del polo sud con erbette alla menta, tagliatelle al sugo con la carne del somarello sardo e il tartufo fritto con le uova di tordo. A Firenze, niente, è una fortuna aver liberato spazio da quel gruppo di scribacchini di soldati a cavallo e di vacche aggiogate e viste di profilo come attrici al neon; i campanili dei paesi saranno tutti riedificati prima di sera, e al posto della campane riceveranno registratori con nastri di musica edificante o pop a propria scelta. A Roma, la Sabrina Cristina sarà ridipinta quasi uguale ai quadri dei due pittori Michele e Angelo dal figlio di Bossi, che ha buone tendenze artistiche (però ha detto che migliorerà i quadri, dipingendo al posto del padreterno il viso del proprio padre con i baffi neri)». Al Papa, subito ritornato a Roma, il cavaliere ha mandato, perché nevicava, un ombrello tutto d’oro con due brillantoni sul manico grossi come un uovo di struzzo, perché possa camminare all’interno del palazzo senza bagnarsi. Il fatto è che il sacro collegio dei cardinali, radunatosi, dopo una fredda e lunga discussione, ha dichiarato guerra all’Italia.

I soldati svizzeri, dismesse le tute cinquecentesche, hanno indossato quelle da combattimento, sono usciti e hanno riconquistato Porta Pia e i giardini del Quirinale. Senza colpo ferire. Infatti a Roma, attualmente, ci sono soltanto due soldati: Vladimiro Orsatti, ricoverato al Celio perché ha la varicella, e Stefano Fischiasodo in infermeria perché ha un ascesso a un dente. L’esercito è distribuito lontano, in Afganistan e a raccogliere il rusco a Napoli. Cosa capiterà ancora? Non si sa. Ma cose certo devono accadere. Anche quella che Tremari diventi Primo ministro. E Del Sasso? Ministro della Cultura (un esempio da una sua poesia: Il rusco puzza / a me non piace / meglio una bistecca alla brace / che un lumino al camposanto. / Stanotte ho pianto!!).

Adesso cosa accadrà? Mica si può scherzare! Pare che il Vaticano abbia la bomba atomica. L’ha ricevuta in eredita in due copie, insieme con un villino a Viareggio, da un vecchio generale Iracheno-Irlandese spentosi recentemente. Sono sistemate, essendo molto ingombranti, nei giardini vaticani, vicino alle fontane, e puntano verso il Vittoriano.

E qua, in via Spadazza Lanciacorta al civico 567? [brevemente la prossima volta a conclusione]

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 11, 7 febbraio 2011

 Grido lanciato ad alta voce dai contadini

e dai pastori della montagna per avvertirsi

reciprocamente di un pericolo imminente

 

Il comitato di vertice del Partito ABCDEFGHILMNOPORSTUVWZ, cioè il presidente, il vicepresidente, il secondo vicepresidente, il terzo vicepresidente, il quarto vicepresidente, il quinto vicepresidente e il segretario politico, il vicesegretario politico, il secondo vicesegretario politico, il terzo vicesegretario politico, il quarto vicesegretario politico, il quinto vicesegretario politico, il sesto vicesegretario politico, poi arrestato per concussione il giorno seguente, si è riunito il 25 del mese di ottobre, anno 2010, per trattare ed eventualmente decidere su due questioni (una importante, l’altra un dettaglio), in via Spadazza Lanciacorta al civico n.° 567, nel centro della città. Per tutelare la riservatezza, avevano deciso di adire nell’appartamento di diciotto stanze, sette bagni, con piscina e campo da tennis del primo segretario, acquisito per fortunata vincita al giuoco della riffa, nel bar Scaletto, con alcuni napoletani, uno dei quali il giorno dopo fu sparato dalla mala. Questo almeno dichiarò al partito il segretario, mettendo inoltre il manufatto a disposizione per il gran ballo di compleanno del presidente.

L’inizio dei lavori era stato fissato per le ore 17, ma i nostri quotidiani dedicarono all’avvenimento che seguì non più di due righe, mentre invece gli si buttarono sopra gli inglesi, che quando possono berciare contro l’Italia sono a nozze, mentre dovrebbero far di conto con i cappelli della loro riveritissima sovrana la quale, ad esempio, durante la visita del Papa tedesco, ha inzuccato una sorta di tubo che tutelava un melone, un cocomero, una banana, un alberetto di fichi islandesi e un cannoncino anticarro da 88 cm.

Chi erano i personaggi entrati nell’appartamento? Autorità di vertice: Venceslao Borsini, detto Zingarelli per via dell’eloquio acuto e levigato, talvolta di gusto struggente come un frappé di miele (la sua vigorosa, profonda affermazione «adesso rimbocchiamoci le maniche», per suggerire e stabilire le urgenze di un pensamento o di una riflessione sui mali del mondo, è già entrata a pag. 2153 della ristampa del Vocabolario della Crusca in otto volumi); Ladislao Dalimi, detto Taci siedi e ascolta per il suo carattere imperativo e la voglia inesausta di comando; Garofanella Bundù, detta Lily Marlene; Estracacio Pozzibonci, detto il cavaliere ruttante; Divina Arabò, detta Brutto porco, per l’ossessione che chiunque l’avvicinasse fosse mosso dal turpe pensiero di striccottarle le natiche; Ariodante Stopazzoni, detto anche qua ci vorrebbe il Papa quando la discussione politica si inceppava; infine Peppino Bagnacorte, detto sono prigioniero degli eventi perché era tormentato dall’idea che la guerra atomica fosse alle porte.

Dopo aver trincato un cicchetto siedono a un lungo tavolo di noce. Venceslao Borsini apre la seduta: «Due temi in discussione, e facciamo presto, anzi rimbocchiamoci le maniche, che stasera c’è la partita… Non facciamo come la volta passata, che per stabilire se è meglio e più salutare fumare il sigarello toscano o il sigarone avana abbiamo discusso nove ore e al compagno Peppino quasi gli ha preso un infarto Due temi dunque, Marchionne e le fabbriche, soprattutto laggiù nella bassa, e se conviene partecipare al campionato europeo, dico come partito, di tango argentino Ci saranno duecento televisioni e quasi ottocento inviati di giornali e riviste.

Garofanella Bundù: «Ma quella gara lo sanno tutti che la vincerà sua altezza reale aspirante al trono d’Italia, ora principe, Filiberto!».

Tutti balzano in piedi, si irrigidiscono sull’attenti, salutano militarmente in segno di rispettosa attenzione, poi si risiedono. Bevono un secondo cicchetto.

Divina Arabò: «A lui gli concederei un pizzicotto».

Garofanella Bundù: «Se si va a quel concorso, la donna della coppia sarò io, voglio venire io!»

Borsini: «No, tu no!».

Bundù: «Perché?».

Borsini: «Perché no!».

Stopazzoni: «E perché, povera crista?».

Peppino Bagnacorta: Desumo perché, con licenza parlando, ha il culo basso».

Borsini: «E nei casché lo striscerebbe per terra».

Divina Arabò: «Fiorellin di campo, alzeresti polvere come un tornado».

Garofanella Bundù (tracanna un cicchetto, poi cava in fretta dalla borsa un pistolone ad avancarica dell’ultimo Ottocento): «Ah no? Adesso vi faccio vedere io la polvere, sbirillati asini in amore».

Tutti gli altri (sghignazzando): «Ma metti via quel coso, che non sparerebbe neanche con la benedizione del Papa!».

Garofanella Bundù (beve a collo un altro cicchetto, il terzo o il quarto): «Adesso vi suono le campane a stormo e diciamo messa insieme» (comincia a sparare tre o quattro colpi che rimbombano).

Tutti gli altri si buttano sotto il tavolo.

Borsini: «Ma sei diventata matta, gaglioffa tuttofare dalle ciglia abrase? Vedi il casino che hai fatto, perderò anche la partita Così non riusciremo mai a buttare il cavaliere in cantina» (si mette a piangere, si guarda intorno, sussulta e poi sbotta) «maledetta cicala senza zampe, guarda il vaso lì sbriciolato in terra, è Capodimonte, un regalo della zia Giacomina se lo sa mi disereda Vigliacca, porca.

Garofanella Bundù: «Vengo anch’io no tu no?

Borsini: «Va’ al diavolo, pizzocchera È ormai quasi l’ora della partita!

Garofanella Bundù: «E tu alla partita ci andrai con le scarpe al sole» (Bum! Bum! Bum! Ricomincia a sparare, intanto tracanna un cicchetto).

Tutti gli altri sotto il tavolo si tappano le orecchie.

Peppino Bagnacorte: «Stalin mi ha deluso siamo alle strette la morte è certa Falla tacere, Borsini Falle ballare il trescone, il valzer cubano, il tango argentino, il de profundis del Pollastrina per favore, Borsini».

Borsini (sempre sotto il tavolo): «Lily bella e dolce dalle natiche di panna, ballerai tu il tango argentino a Duisdorf in Germania con il nostro beneamato Ladislao Dalimi qua presente e assai lusingato dal privilegio Si dichiara affascinato di trascinarti nel ballo, aerea farfalla, zuccherino nuziale, braciatella al limone».

Garofanella Bundù spara un ultimo colpo contro il muro, beve il sesto cicchetto, si accoccola su una poltrona e si mette a dormire.

Gli altri si rialzano.

Estracacio Pozzibonci: «Adesso l’ammazzo usando la sua pistola!».

Borsini: «Lascia perdere È una giornata da vacca Siamo calati perfino del 10 per cento nei sondaggi».

Peppino Bagnacorte: «Come ho sempre temuto!».

Bussano alla porta con colpi precipitosi[continua]

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 9-10, 20 dicembre 2010

Domenica, 27 Gennaio 2013 11:51

Alti concetti e dotte formulazioni

Per chi voglia rendersi conto, sul campo, del vero stato ormai comatoso dell’opposizione politica all’attuale governo, basterebbe venisse qua da noi, a Bologna, un tempo città alma e dotta, politicamente significante e autorevole (soprattutto, amichevole), ora ridotta all’opaco ricalco di un torsolo di mela (o di pera). Triturata e amareggiata.

Dico questo non per mortificare qualcuno (nemmeno me stesso, cittadino che vive le vicende pluridecennali della propria città che adesso stride).

Bologna ha un commissario prefettizio (anzi, prefettizia, una signora molto attiva), ma non riesce a darsi un sindaco, a identificarlo in un personaggio autorevole, mentre pesca nomi e volti da tutte le parti, ne allinea una generica sequenza, poi al momento di tirare reti e pesci a riva, si ritrova a secco.

È un segno, questo vuoto, di un disagio generale, di un vuoto sostanziale che non si riesce a riempire, neppure in piccola parte e con minime certezze.

Cevenini, accettato per la candidatura fra altri cento con infiniti mugugni, poi tartassato e discusso, infine, nella dissipazione dei vari plotoni dei personaggi affiorati, ritenuto indispensabile e quasi padre della patria, è l’esempio più determinante di un vuoto di potere, di una situazione politica che non pare si possa arrestare a breve.

Lo specchio, qua a Bologna, del più vasto delirio, della più vasta macilenza nebbiosa (un brodo senza sale) che ogni giorno si propagano da Roma. Discorsi generici e supponenti. Arroganze inconsulte. Non un solo progetto oppositivo diretto, con dati interpretabili e scadenze chiarificatrici. Lì a Roma si parla del lavoro, della tassazione, dei rifiuti, insomma di tutto ciò che oggi è in atto drammaticamente, come fossero suoni di campane. La sola cosa concreta che gli oppositori promettono e condividono, pur litigando fra loro, è la promessa di uno sciopero generale. Come andare in guerra con uno schioppo ad avancarica.

Forse contano sul fatto che noi italiani siamo abituati, in questo ambito, a vederci, a sentirci vilipesi.

Intanto il lider massimo D’Alema stringe la mano a quel birillo di Fini, Bersani la stringe a quel marpione di Di Pietro e Marchionne dichiara, con minuta insofferenza, che la Fiat è un peso, che gli operai Fiat sono soltanto dei rompiballe, e quindi farà terra bruciata nei prossimi tempi. Perché ha comprato la Chrysler, e con lei soltanto, in Usa, si fanno i soldi. Mica si hanno quotidiane rotture di scatole (a dir poco) come in questa Italia rozza, arretrata, balorda, incontentabile. Meglio pedalare altrove.

 

DOGLIANZE

Alla fine della vita

e una fortuna se si muore

dal Libro Sapienziale di due giovinastri

 

Dalla Antologia dei discorsi celebri parlamentari. Estratto dall’intervento, nella seduta del 36 agosto 2013, dell’on. dott. Giobatta Di Pietruzzellis:

«Se Stalino fussero due non sarebbero uno perù forse le balene sono bianche si avissero le ruote saribberù un tram. Sior colleghi unitari contra il cavaliere infame, si potessimo agguantolare lo sdiliquio della prome no! della problematrice problematica potessimo congelare la supponenza. Ed è pure dico pure verù come dice lo filosufo nella sua Divina Comidia si potessimo scopare scoperimmo. Picché tacire è pietra parlare è marmellata».

 

Piccola ballata cruda dell’on. Borsini, tratta dalla sua raccolta Quattro gatti e un cane(folgori polittiche contro il cavalier infame):

il tempo è nero

e non è un mistero

che noi quel tale vogliamo mandare

a casa (pardon, nelle sue ville)

a far scintille ma di traverso

finché lui sta qua tutto è perso

noio non potrimmo andare là

vale a dire: noi al governo

e lui eterno all’inferno.

Come si può fare

senza doverlo accoppare?

Idee non ne abbiamo

lu programmi neanche un poco

noi parliamo parlimmo

al vento diamo un fischio?

Meglio ritirarsi in convento?

O continuare in eterno

con questo lamento?

Senza aprire neanche una vela al vento?

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 8, 6 novembre 2010

Domenica, 27 Gennaio 2013 11:46

Una giornata di festa grande a Bologna

In via San Felice, nei due portici contrapposti.

‒ Dottore, professore, illustre signore… Ehi!… Esimio cultore di preziosi sonetti caudati… aspettami, diobono, che attraverso… Beh! Come mai da queste parti?

‒ …

‒ Non mi parli? Sei incavolato? L’oblio del mondo ti pervade?

‒ Cosa avrei?

‒ In chiaro, l’invidia che ti rode perché non hanno messo fra tanti, nessun tuo verso negli incarti dei “Baci Perugina”, cioccolatini raffinati e colti?

‒ Bene, ti rispondo: vigliacco, porco… mascalzone… va’ a farti fottere!

Inutilmente insegui, così esagitato, l’eloquio sovranamente armonico e scandito, con le pause che sembrano respiri di Vulcano o di Venere, del nostro leader massimo D’Alema…

‒ Vorrei vedere te, brutto scemo; ho assistito a uno spettacolo impensabile… l’inaugurazione del monumento, a cavallo, di Santoro…

‒ Dove?

‒ Davanti all’Arena del Sole.

‒ Ma non c’è già il cavallone di Garibaldi?

‒ Il cavallo c’è, Garibaldi non c’è più… Adesso c’è Santoro… A torso nudo come un gladiatore antico e una spada in mano, che fiammeggia al sole da far paura..

‒ E il povero Garibaldi?

‒ L’hanno disarcionato e trasferito…

‒ Dove?

‒ Nell’atrio del teatro di fronte, l’Arena del Sole… È lì seduto, su una poltroncina di vimini, a gambe larghe e a ginocchi piegati… l’eroe dei due mondi sembra al gabinetto… l’artista Cattelan ha suggerito di armarlo, così seduto, con una scopa di saggina (allusiva, come è chiaramente indicato nell’esaustivo catalogo in vendita, alla capacità dell’eroe di ripulire il mondo da sopraffazione e violenza…).

‒ Entusiasmo, in giro?

‒ Mica tanto… Un gruppetto di giovinastri ha gridato verso Santoro a torso nudo a cavallo: «scemo, scemo, scemo!»… Lui è sceso rapido e li ha inseguiti per un po’ mentre scappavano, poi è tornato ad adagiarsi in groppa al cavallo e da lì, vociando parole di vittoria, esibiva le innumerevoli ferite ricevute dal potere del cavaliere infame, torturatore degli onesti… Infine è arrivato Dalla a cantare Nuvolari.

Nuvolari? Cosa c’entrava?

Per questo c’entra sì. Santoro ha vinto l’ultima edizione delle Mille Miglia, correndo a piedi nudi e superando il secondo arrivato, Biondetti, di circa tre minuti.

‒ Gran festa, allora…

‒ Dopo ci sono stati i fuochi d’artificio con il botto… E trombe

bandiere e lo scoprimento di una targa

marmorea che diceva:

Intrepido nella sventura

trionfante con determinazione

negli accadimenti

apocalittico nelle convinzioni

della propria sussunta grandezza

elargitore al popolo

di benefici infiniti

Evangelista Santoro

in questo luogo è giustamente celebrato

in groppa al glorioso cavallo garibaldino

denominato Piretto.

Anno domini 2010 settembre 34

 

Foglio degli Eremiti, n. 6-7, 13 settembre 2010

Domenica, 27 Gennaio 2013 11:40

Parole, parole, parole

 PAROLE, PAROLE, PAROLE

PAROLE, PAROLE, PAROLE

PAROLE, PAROLE, PAROLE

PAROLE…

(da una canzone di Mina)

 

LE PAROLE CAMBIANO QUANDO CAMBIA LA BOCCA?

(da Edmond Jabès, Il libro dell’ospitalità)

 

 

BOCCHE VARIE

 

– PD in ritardo? Soprattutto dobbiamo metterci le idee.

– Sembriamo una casta.

– La caccia alle poltrone ci fa perdere voti.

– Un PD senza politici di carriera è l’aspirazione dei più giovani.

– PD e PDL a Bologna vivono la stessa crisi: vince chi sceglie un candidato fuori dai partiti.

– PD, si apre la caccia al consenso perduto.

– Risultato scontato con un PD che evita persino la piazza.

– Quel dramma che il centrosinistra non riesce a vedere. (I docenti che perderanno il lavoro in settembre si sentono soli. Un ceto sociale descritto sempre con i peggiori luoghi comuni. Chi oggi valuta le astensioni parta anche da qui).

– È un’Italia difficile, la sinistra deve reagire e aprire le sue porte.

– PD a congresso senza fretta. Cercasi candidato unitario.

– Il ciclone Vendola: aperto il cantiere dell’alternativa.

– Errani vince ma lascia sul campo il 10%.

– Burlando-bis (Liguria): «Vedrete da qui partirà la svolta».

– La Camera del Lavoro: boccia le liti tra correnti: babele di linguaggi e scambio di segnali cifrati sui giornali.

– La CGIL chiede un cambio di passo ai Democratici.

 

WALTER VELTRONI

 

– Ammettiamo la sconfitta. Il partito può rinascere.

– Ora la verità bisogna dirla, bisogna corrispondere allo stato d’animo dei nostri elettori. E la verità è che è andata male.

– Il PD deve incarnare un’alternativa credibile nella società.

Lo stesso risultato del PDL è deludente.

Ma è nella società che si vince o si perde.

– Bisogna far capire che si costituisce un’alternativa di valori e di programmi, non un’alleanza dei no.

– La destra ha tenuto, anche se B. un po’ meno, perché comunica in ogni caso una visione chiara della società.

– Occorre il disegno di un nuovo ordine sociale, che ora non c’è.

– Dobbiamo dire parole chiare contro la precarizzazione della società e non solo dei giovani. Per la riconversione ecologica dell’economia. Contro l’evasione fiscale. Per la semplificazione della burocrazia e della politica, a cominciare dall’abolizione delle Province. Per la legalità, per la difesa dell’istruzione pubblica, la liberazione della RAI dai partiti.

– Quindi si inventerà qualcosa, anzi lo si sta facendo.

– Lo dice chi pensa che l’antiberlusconismo non basta ma che una opposizione forte e onesta sia uno strumento dell’alternativa.

 

MASSIMO D’ALEMA

 

(21 marzo) Ma sul discorso del premier è duro: «Demagogia e populismo» dice. È convinto che il vento stia cambiando e che Berlusconi sia al declino; «Per questo noi dobbiamo avere la forza di delineare un progetto per l’Italia, non basta eccitare la tifoseria».

– Dobbiamo invece rivolgerci agli italiani scontenti, a quelli che guardano con fastidio a una politica lontana dai problemi. Dobbiamo offrire un’alternativa credibile.

– Penso che Berlusconi come fenomeno politico sia al declino, si sta chiudendo una fase durata quindici anni.

Il problema però non è solo battere Berlusconi. Lo abbiamo già fatto. L’obiettivo quindi è costruire una prospettiva di governo che sappia esprimere una svolta profonda, delineare un progetto per l’Italia.

– Il punto è che non si uscirà da questa situazione difficile se non si riducono le diseguaglianze.

– È un partito che prende milioni di voti, non si sconfigge con la legge, bisogna sconfiggerlo con la forza della politica.

– Io, più di altri, ho cercato di dare a questo Paese una normativa rigorosa e seria per risolvere questo problema (il conflitto di interessi).

– Insomma, il progetto del PD è in campo, dopo un inizio difficile segnato dalla sconfitta elettorale. Sono fiducioso che anche il consenso stia tornando a crescere intorno a noi.

– Il tramonto di Berlusconi è in atto ma noi non lo intercettiamo.

– Per non subire l’iniziativa di Berlusconi, dobbiamo avere una nostra proposta. Questa risposta ancora non si vede.

 

PIER LUIGI BERSANI

 

– Il PD è in piedi, ora acceleri sulle riforme, l’ostacolo è Berlusconi.

– PD in piedi, ora accelerare.

– Vinto no, perso neanche. Teniamo aperto il cantiere.

– Né lampi né crack.

– Cambio di passo. Bisogna prendere il passo. Per radicarsi e diventare un partito popolare fondato sul lavoro, la Costituzione e una nuova unità del Paese, per creare una alternativa a Berlusconi.

– Certamente è una sconfitta ma non una disfatta. Anzi la vittoria della Lega rende il Paese, paradossalmente, più contendibile di prima e quindi ci sono le condizioni per attrezzarsi e creare un progetto politico che rappresenti un’alternativa credibile di governo.

– Discutere va bene ma non guardarsi l’ombelico. Non per guardarsi l’ombelico. NON PER GUARDARSI L’OMBELICO.

NON PER GUARDARSI L’OMBELICO

l’ombelico

NON L’OMBELICO

il cantiere.

IL CANTIERE.

L’OMBELICO.

 

 

DOGLIANZE

 

– Il cemento divora terreni agricoli.

– L’Emilia ha il record negativo.

La fetta realmente costruita è di 80 mila ettari pari a 14 volte la città di Bologna.

In provincia di Bologna si costruiscono 1600 metri quadrati di suolo al giorno.

– In Emilia-Romagna la superficie urbanizzata dal 1976 al 2003 è quasi raddoppiata, passando dal 4,8% all’8,5%.

– Con una perdita di aree agricole pari a 198.000 ettari, un’area vasta come la intera provincia di Reggio Emilia.

– Sulla pianura bolognese, scrivono Lega Ambiente e WWF, incombe adesso il devastante e insensato progetto del Passante autostradale nord che consumerebbe enormi porzioni di territorio ed enormi quantità di risorse economiche pubbliche senza rispondere alle vere esigenze di mobilità dell’area metropolitana.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 4-5, 20 giugno 2010

Domenica, 27 Gennaio 2013 11:27

Non guardiamoci l’ombelico

‒ Cosa ti è capitato, che sei arrivato fischiettando tutto arzillo? Non ci vediamo dal giorno delle elezioni, in verità mosce grigie con poco da godere e tu mi sembri quasi felice, dopo un elezion dey da brivido!

‒ Càpita, càpita! Se tu leggessi le gazzette spudorate, stando all’erta, già sapresti, già capiresti.

‒ Quale sarebbe, per favore, la grande novità?

‒ Pier Luigi Bersani!

‒ Il cantante?

‒ Ma va’! Il segretario del PD.

‒ Cosa ha detto o fatto di straordinario?

‒ È uscito dal pelago fangoso, ci ha suggerito la dritta per tirarci fuori dal piagnisteo inutile e ci ha rimesso con la frusta sulla strada della resurrezione.

‒ Già, visto che siamo per Pasqua!

‒ Scherza scherza, che tua nonna cucina gnocchi! Ha detto una frase breve breve, di quelle che pungono, e ha dissolto la nebbia.

‒ Ne ha dette millanta in questi ultimi mesi.

‒ Non così. Questa è una folgore che fischia.

‒ Sentiamola questa folgore come frigge.

‒ Non guardiamoci l’ombelico!

‒ Questa?

‒ Questa!

‒ Di Bersani?

‒ Di Bersani!

‒ E chi si guardava l’ombelico?

‒ Tutti noi, ecco.

‒ Io no!

‒ Tu sì!

‒ Anche te?

‒ Anch’io. Capisci? Avevamo il maligno addosso senza saperlo.

‒ Ma senti! Anche il grande Santoro, implacabile conduttore di Formula Uno televisiva perdeva il tempo a guardarsi l’ombelico?

‒ Anche lui!

‒ E il giovane intrepido Travaglio bersagliato dal dittatore? Anche lui, impavido ricercatore di dettagli d’archivio, inesorabile livellatore dell’ambiguo prestigio dei politici?

‒ Ti ripeto, tutti!

‒ Sorbole! Anche la gentilissima signora Dandini, con il suo sofà di seta, impegnata a redarguire ironicamente senza posa il Cavaliere infame? E anche Fassino, anche Veltroni, anche D’Alema si guardavano l’ombelico?

‒ Alto là Il lidermaximo è un duro e non si è mai guardato l’ombelico, in quanto poi, essendo direttamente nato da Venere dea dell’Olimpo, di questo minuscolo aggeggio neanche è dotato…, poi è noto che lui non si guarda nemmeno allo specchio la mattina nel bagno, quando con le forbici compie un ordinato restauro ai baffetti, così alle volte, purtroppo, si fa perfino piccole ferite sotto il naso.

‒ Adesso quale sarà il nostro destino?

‒ Sistemiamoci la camicia, abbottoniamoci i calzoni e guardiamo in alto. Con il vento nuovo spazzeremo via avversari, solo litigiosi avidi e invadenti e la cattiva sfortuna. Riprenderemo la storia per il collo, come una gallina. Ma ascoltami, voglio aggiungere ancora qualcosa.

‒ Vuoi rimetterti a fischiare?

‒ No, perdio! Mi ricordo per ulteriore conforto, di una seconda lancinante esternazione sempre di Bersani, che per tua tranquillità, visto che galleggi in un mare di dubbi, ti cito a memoria. Questa: «Non abbiamo vinto ma sostengo che non abbiamo neanche perso, perciò dico che abbiamo vinto!». Bisogna sempre imparare da questi abili conduttori di popolo.

‒ Mi viene da piangere.

‒ Spero di lietezza.

‒ Ma Mantova e tutto il resto?

‒ Ancora l’infame cavaliere con tutti i suoi miliardi. Ma, come ha già avvertito lucidamente D’Alema, egli è al tramonto, all’ultima spiaggia, all’ultimo respiro.

‒ Ah, sì?

‒ Ma dove vivi, ragazzo?

‒ Mi viene ancora da piangere…

‒ Ascoltami, se hai voglia, adesso parliamo seri: che l’Italia sia scompigliata come la Russia di Remizov, anzi, più esattamente, squinternata, è un dato quasi notarile, non tanto confutabile. Non consente parziale rassegnazione e momentaneo sollievo la considerazione che anche il restante universo democratico non tripilla nell’oro e ha rogne a non finire, ciascuno per la propria parte… i sordidi contrasti, i dispendiosi sorrisi, le arroganze e prepotenze indicibili, micidiali. Gli equivoci e le ambiguità della falsa felicità e dell’autentica povertà e disperante incertezza e miseria. Tanto che noi qui, ma tutti insieme, dovremmo essere raccolti in un canto e rovesciati in una sala operatoria per una dettagliata indagine anatomica che possa ricontrollare e aggiornare i dettagli e i pertugi di questo mondo e di queste nostre teste ormai involte e capovolte in una nebbia di presunzioni e di mistero. Soprattutto la nostra parte è greve e spenta, gestita al vertice da ombre, da nebbie di personaggi che hanno smarrito perfino il linguaggio. Mentre esposto o annidato, il POTERE che gestisce il potere reale dopo aver annientato i principi e i valori di base e disgregato in ogni dove e mortificato perfino le mosche, incalza e sprona la nostra vita trascinandola, irridendo, per i viottoli o le autostrade a Lui confortevoli, e benefiche. Anche il denaro che rovescia sui tavoli brucia a morte, mentre splende solo per loro.

‒ Grido, urlo, piango. Che cosa ci vuole, subito, fra un’ora, stasera o domani?

‒ Una forza di convinzione iniettata nel linguaggio adeguata all’impegno necessario, che catturi, stringendoli in un laccio, testa e cuore. E possa tornare, come primissimo impegno, a rialzare da terra una passione comune, autentica e operativa, di ricerca, di novità, di verità, di utilità, sottraendola ai mercanti del tempio e ai furtivi mariuoli da fiera…

‒ Vedi tu qualcosa di simile, a parte l’ombelico?

‒ Lasciamo perdere…

‒ Non fischi più?

‒ Adesso forse piango io, invece di fischiare. Andiamo a prendere un caffè.

ESCONO SENZA SPEGNERE LA LUCE

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 3, 25 aprile 2010

 

Domenica, 27 Gennaio 2013 11:20

Dialoghetto e doglianze

I. ‒ Ti interroghi e ti dai le risposte…

‒ Che male c’è? Così, so le domande; se mi aggradano do le relative risposte… Anzi, mi do solo le domande che mi aggradano, con rapidità e semplicità mi allungo le risposte.

‒ Sei diventato matto? Ti credevo una persona almeno seria.

‒ E invece sono un giullare. Ai vecchi, talvolta, si concedono bizzarrie. Sono gli ultimi fuochi.

‒ Ma non quelli per turlupinare il lettore.

‒ C’è malizia anche nella tua dizione… hai detto lettore, non lettori.

‒ Intanto, quanti anni hai?

‒ Novantasette primavere mi gravano sulle spalle.

‒ Sono un bel po’. Avrai girato mezzo mondo, Parigi, Londra Washington, Berlino, Varsavia, Pechino, Cipro, Empoli, Borgotaro!

‒ Solo Bologna città ho avuto sotto i piedi, Portici, portici a non finire, due torricole e poi le solite tre T… Ma una volta, con le grandi nevicate e le grandi nebbiate che la rendevano simile a Londra…

‒ Lascia la nebbia, parliamo di oggi.

‒ Oggi mi dà rabbia e un rancore diffuso.

‒ Ti ho letto qualche volta. In passato mi sembravi tutto zucchero e cannella.

‒ Perché il caffè era buono. Adesso la città è grigia sporca e scema.

‒ Scemo sarai tu… Sei irritante.

‒ Sarò questo e quello ma intanto è scema, nonostante l’alma university.

‒ A me sembra colta e compita… Forse sei incattivito perché non ti hanno proposto per sindaco?

‒ Sono amareggiato , con la vita ormai quasi consumata, perché vedo riproporsi, intatte, le vecchie manfrine… Grande bella buona savia indomita? È commissariata come una delle più deplorevoli cittadine preda di mafie, e invece di mettersi le mani nei capelli e di disporsi, sul serio, ad affrontare i drammatici problemi che la sovrastano vedo diffondersi un clima da carnevale e ripetere tali e quali i riboboli del recente passato. Arriva Cofferati e tutti ad esultare e applaudire come fosse arrivato il papa. Il quale Cofferati subito ammonisce che amministrerà la dotta parlando con tutti, insinuandosi democraticamente in ogni pertugio e abbiamo visto come è andata a finire. Nel clima di esultanza incipriata di questi giorni abbiamo letto, a proposito del commissario mandato da Roma (fortunatamente una signora, con un’ottima storia professionale, alla quale si augura buon lavoro) le solite scipite invenzioni linguistiche, definendola fra l’altro lady di ferro; mentre basterebbe ricordare, per sudare freddo, che di ferro era ritenuta, e non solo in Italia, pochi decenni fa, Bologna; sì, Bologna; declinante oggi come la torre superstite detta Garisenda. La signora, esperta e convinta, non presti troppa attenzione al brusio delle gazzette e al tremito ridanzuolo dei politici ecc. ma si attesti intanto in guerra contro il brusio dei costruttori e di quanti si dispongono ad aggredire, zolla per zolla, questi luoghi già tartassati dal mattone, tanto che fra trent’anni al massimo non ci sarà neanche spazio per far pisciare i cani. Altro che metropoli in Europa!

‒ Speriamo bene?

‒ Speriamo bene!

 

Appendice con ovvio ma indispensabile riepilogo di tutte le “doglianze”

II. I poteri forti hanno trasformato un Paese (il nostro) degno di essere amato e di essere vissuto studiato abitato visitato, in un luogo debilitato e debilitante, con periferie immonde (basterebbe, a mortificante verifica, il confronto con quelle degli altri Paesi europei, così come si vedono spesso in tv nelle riprese dall’alto nel corso delle tappe dei vari giri ciclistici nazionali); trasandatezza cemento mattoni capannoni abbandonati in ogni luogo possibile; continui e irridenti condoni a proteggere ogni ciurmeria; nessuna legalità veramente imposta, nessuna colpa grave giustamente punita. Avvampa il sentimento di una desolazione morale e di una solitudine individuale (nonostante lo sfarzo superficiale in atto) che ha ammorbato anche i centri che dovrebbero essere colonne portanti del buon vivere e del giusto operare, come tv e gazzette, in bilico fra scatenamenti mediatici e ossessioni politiche, sicché parlano di tutto, in un marasma comunicativo ossessionante. Terremoti slavine crolli alluvioni costantemente incombenti, perché il territorio è masticato dalla speculazione e dall’arbitrio con quotidiano furore. I rappezzi sono frettolosi e generici (per lo più), mentre il lucro dei manipolatori è incredibilmente alto. Si progettano in continuazione grandi opere, si tralasciano le correzioni più semplici e urgenti. Venti anni fa (o forse più) l’Italia era fra le prime sei nazioni industrializzate del mondo in settori della più raffinata tecnologia, adesso siamo scomparsi e progressivamente le nostre industrie vengono spente come candele. Venderebbero anche gli Uffizi per far quadrare, per un momento, i bilanci sbilenchi. Adesso c’è solo da non dormire, da non rassegnarsi, da contrastare. Certo, gente soda e perbene ce ne è ancora. E questa è salvezza.

 

III. Come ulteriore drammatico ammonimento di una natura che ha ancora la pazienza di avvertire: è scomparsa del tutto la nebbia in Val Padana. Poi: Haiti, Cile, l’Aquila, Messina. Poi: moria di pesci a Rio de Janeiro. Poi…

 

IV. Senatori a vita. Geni della finanza. Padri della patria. Sui giornali del 18 febbraio 2010: «Una rogatoria chiesta dalla procura di Milano, potrebbe svelare l’ultima verità sul tesoro di Gianni Agnelli. Un patrimonio da favola, tra gli 800 e i 900 milioni di euro, che sarebbe ancora celato in una decina di conti di alcune banche di Zurigo, Basilea e Ginevra. Sono queste le notizie clamorose che emergono ecc. ecc.».

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 2, 17 marzo 2010

Domenica, 27 Gennaio 2013 10:21

L’orso è fra le pere

 Girando gli occhi intorno, per cercare di trovare, o di scoprire (se possibile) qualche appiglio fra questo marasma di segni, di voci, di gesti, di suoni e di gambe, si ha la conferma ripetuta e drammatica (drammaticamente sconvolgente) che il mondo attuale o, meglio, la società attuale così come è configurata, nel suo complesso, non solo è scatenata volgare ossessionante, ibrida in un suo forsennato dinamismo, equivoco e troppo spesso incontrollabile ma è, in contrapposizione con la ragione di fondo, confusa (è confusa), in una presunzione devastante.

Ripetiamo: il male si mescola al bene in misura assolutamente ineguale, la verità (supposta) è preda della menzogna reale; il cittadino si sente, si vede (ed è) travolto da queste ondate sovrapposte implacabili. Sentiamo che il nostro futuro è nelle mani, gelide, di mediocrissimi gestori che hanno davvero l’unico scopo di cavarsi vicendevolmente la sedia da sotto le natiche nella speranza acida e maligna di vedere l’avversario stramazzare a terra, indifferenti al pubblico interesse. Nelle nostre plaghe, intanto, i quotidiani spettacoli sono mortificanti.

Elenco affanni detti e ridetti, condivisi da parecchi ma che, a dirli soltanto, portano poco lontano. Ci vuole ben altro in questa foresta di belve. Tartassata dai nostri avidi denti adesso la natura si risente con dispetto e fa guasti a dismisura, non lasciando tregua: i mari ribollono e s’alzano, i ghiacciai dileguano, si inaridiscono le pianure e le piogge sono più improvvise, spietate. I conventi ormai deserti diventano alberghi, i linguaggi si disperdono, scompaiono animali e foreste, i fiumi si impregnano di veleni.

Il quadro è straziante. E noi, gente che non vuole essere travolta, come provvediamo? Come arginiamo? Dobbiamo stare attenti e non soltanto pensierosi o lacrimosi, ma ben disposti a intervenire (contro), allungando mani e braccia, testa e cuore.

Cominciando con il privilegiare i pochissimi riferimenti ancora utili, rifiutando tutti gli altri, i gestori dello spettacolo di questo mondo. Cominciando, inoltre, a instaurare dei paragoni di controllo, utili per non sbagliare o deviare. Falcone o Di Pietro? Pintor o D’Alema? Rinascita (settimanale) o il vuoto d’oggi? L’Espresso degli anni settanta o la sua tiritera annoiante e spenta dei giorni che corrono? De Gasperi, Dossetti o Casini? De Felice o Travaglio? Gramsci o Bersani?

Serriamo le file, scancelliamo (cancelliamo) nomi e riferimenti negativi, ripuliamo la mente dal guano della memoria, disponiamoci sul campo. Bisogna ricominciare a vivere senza piangere e senza pascerci di risate immonde, di formulazioni serali non frequentabili. Anche noi abbiamo sbavato i percorsi. Contiamo gli spiccioli in tasca nostra… e via di nuovo!

Il titolo? La prossima volta…

 

 

 Foglio degli Eremiti, n. 1, febbraio 2010