Intervista a Roberto Roversi

A partire dagli anni Sessanta, con il romanzo Registrazione di eventi, e fino agli anni Duemila, con la raccolta di poesie che va sotto il titolo de L’Italia sepolta sotto la neve, lei ha mantenuto un rapporto costante con Brecht. Mi può chiarire l’importanza di Brecht nell’elaborazione dei suoi testi teatrali?

 

È vero, molto vero per Brecht. E, d’altra parte, aggiungo, anche un gruppetto indispensabile di tedeschi, a me graditi: Lessing, Goethe, Schiller, Hoelderlin, Wachenroder, Novalis, Buchner. Hoelderlin soprattutto (le sue grandi poesie sono un formidabile teatro dell’anima). Li dico senza disporli. Poi Brecht; mi prese, mi conquistò, sono ancora suo suddito dichiarato e ben disposto… Tutto il mio teatro… dico meglio, con la dovuta misura, tutti  i miei testi teatrali, subiscono a fondo, e vogliono subire, questo fascino che li pervade… Si può vedere, potendo e volendo, come riferimento, la pagina da me dedicata a Brecht in una collaborazione sul quotidiano “L’Avanti”, supplemento della domenica, 30 gennaio 1966, e adesso parzialmente ripubblicato, da pagina 417 nel volume appena pubblicato a Roma con il titolo Tre poesie e alcune prose… Che cosa prendevo, pretendevo prendere da Brecht? Che cosa mi suggestionava e mi cattura tuttora? Posso dirlo in due parole e poi magari spiegarlo meglio in seguito. Questo: l’essere conficcato fino in fondo nella storia, la storia che gli scorreva sotto i piedi e gli bruciava le suole… il suo ansimare cupo, il suo ansimo inarrestabile… Gli avvenimenti tragici o drammatici o spaventosi di quegli anni, prima di cadere per terra come uccelli voraci feriti a morte da un cacciatore, transitavano sopra le sue spalle (o sotto i suoi piedi, come ho detto), gli attraversavano la testa colma di pensieri drammaticamente turbati e gli risuonavano a stormo poi nella testa così come in quegli anni le campane delle chiese di campagna suonavano a stormo per gridare ai contadini l’annuncio di un temporale… Lo sentivo fremere e reagire e la sua pagina in ogni istante vibrava quasi fosse sul punto di prendere il volo e cominciasse a bruciare. Provo anche ora, oggi, lo stesso sentimento… di dover stare all’erta, per la sopravvenienza di avvenimenti feroci, di occasioni che non danno scampo e devono essere contrastate stando in piedi ovunque e comunque… Una sua frase detta e scritta: “Tutto dipende dalla vicenda, essa è il cuore della manifestazione teatrale”.

 

 

Il teatro, sebbene l’abbia più volte vissuto attraverso rapporti conflittuali, è stato presente in tutto il suo percorso culturale. Beffandosi di mode e tendenze, ha seguito una via del tutto personale. Mi può indicare il valore che assume per lei il teatro nell’elaborazione della sua poetica?

 

Rispondo a modo mio, consapevole di trascrivere conclusioni approssimative e affatto condivisibili (anche solo in parte) dagli addetti ai lavori.

Parto dicendo che non sento né provo alcuna differenza. La poesia, è mia privata convinzione, è linguaggio e sentimento (straziato) fra le cose e nelle cose, cioè dentro alla storia, conficcata lì dentro; il teatro (credo io) è linguaggio e movimento, (grida: rivoluzione!) stando con i piedi ficcati sul legno del palcoscenico inondato da cento luci e cento frangenti. Goldoni rende o renderebbe teatrale ogni cosa, anche se mettesse sulla scena un bastone che si muove, che cade per terra. Il linguaggio di Goldoni (sovrano padrone della scena) è sinuoso, di una leggerissima rugosità emozionale, ilare e pieno di una luce soffusa che sembra sempre sul punto di esplodere (anche se, alle volte, luce di candele), anche quando si dispone a far muovere le sue persone (dico persone non personaggi) sempre apparentemente ovvie, anche di notte. E così diventano elfi, fantasmi di idee, ombre vorticanti di suoni. Non c’è mai una battuta a vuoto… una battuta che non sia danzata, nei tracciati emozionali di Goldoni. (Ripeto, per me).

E, ancora per me, un altro grande, Pirandello (per restare fra noi) è ascoltabile solo se il suo testo è rovesciato, cioè se è, come deve essere, eccezionale movimento del linguaggio. Ogni parola cala a terra proprio come un bastone che cade… come un colpo di bastone fra i pensieri. Sul palcoscenico, ecco, si alza un vento che scompiglia e poi altrimenti raduna le foglie delle parole, squassate prima e staccate poi dall’albero (dalla pagina scritta e poi detta). Le sue scene sussistono (sempre, si intende, a mio parere) solo se noi lettori ci soffiamo sopra o se i teatranti le prendono per i capelli e le trascinano sul palco, là dove il testo si divincola, striscia la lingua sul legno (come un corpo quasi inerte, trascinato per i piedi sul campo), si ferisce le mani, stride, non si placa. Sussurra parole di ghiaccio. Una trivella che perfora il legno, la pagina e il cuore degli altri, che così anche loro devono recitare, entrare in scena, muoversi ed esistere con e fra gli attori. Per me… e sia detto con la dovuta umiltà e privatezza, il teatro che prediligo e che ho cercato di perseguire (senza il conforto di alcuna attenzione) ha il linguaggio in movimento come protagonista (non come quello declamatorio e riflessivo di Pasolini, ad esempio). Un linguaggio medio-epico, come una bandiera che, sventolandoci sopra, lo commuove e lo induce a battersi per conquistarsi attenzione attraverso l’emozione, il brivido delle parole. Brecht mi appassiona e mi insegna anche ora, anche in questo momento, perché non ha vincoli, è tremendamente libero e si getta dentro la storia che lo sta sbriciolando tutto intero, con i suoi testi, come se dovesse vincere ogni volta una battaglia.

 

 

Il poemetto, la forma che più ha utilizzato nella sua poesia, contiene al suo interno una parola che si potrebbe dire dialogata e che lascia presumere uno sviluppo naturale verso la forma drammatica. Mi può indicare gli elementi caratteristici di questa parola-azione?

 

Quello che tento di fare, che mi piace fare, che mi interessa fortemente di fare. Il testo lo scrivo e per me scriverlo è tutto. Non lo vedo mai, immaginandolo sulla scena, lo vedo lì, sul tavolo, vicino, da toccare… sfiorare con un dito, appena appena. Compio scorrettezze una dietro l’altra, lo so bene, ma mi rifugio in un angolo sobbalzando sulla sedia. Per questo, messo in scena, come si dice, ha interessato in qualche modo non quattro ma solo tre gatti… però senza nessuna personale delusione… Ho continuato a comportarmi in tal modo, testardo nell’inseguire le mie personali convinzioni… o illusioni, con il soffio brechtiano dietro il collo… Adesso posso ripetere il già detto e cioè che i non personaggi, nelle mie pagine appuntate, sono sempre delle idee arrabbiate con i calzoni e i calzini, per lo più scamiciate; e delle rabbie con la sottana… Sono sempre… cercano sempre di essere, più sangue che polpa… ecc. ecc.

 

 

Dagli anni Settanta il sodalizio artistico e umano con Arnaldo Picchi si è fatto stringente. Mi può indicare come nasce questo rapporto e come si consolida negli anni?

 

L’ho conosciuto quasi cinquanta anni fa, all’inizio con incontri dapprima saltuari poi sempre più ravvicinati, discorsivi, poi sempre più insistiti sui problemi culturali e politici a cui entrambi… ciascuno per suo conto e per sua norma, era interessato. Poi gli incontri diventarono una forma costante di amicale sodalizio, più direttamente sui testi che andavo pensando e scrivendo a partire dalla  metà degli anni Settanta e in riferimento primario per l’Enzo Re e poi per La macchia di inchiostro. Entrò fin dal principio come attentissimo lettore partecipante… nel senso della convinzione… e poi per la pubblicazione Pendragon di tutti gli altri, voluti seguiti, annotati uno per uno con uno scrupolo critico eccezionale. Lucido, rispettoso, intransigente. Un compagno di strada inimitabile, necessario. Si muoveva all’interno del testo… direi di ogni testo, ma intanto nei miei. Nell’occasione delle prime prove per l’allestimento in Piazza Maggiore dell’Enzo Re con la regia di Raul Grassilli… occasione abbastanza complessa e complicata, avviata, ma poi non portata a termine… fu subito apprezzabile, come assistente, per il rigore quasi maniacale per l’esattezza, il rispetto e l’attenzione nella lettura del testo, e per la lucidità critica che si muoveva dentro alle varie difficoltà testuali… come un fare dentro a una caverna buia. Si appropriava dei personaggi diventando loro, rivestendoli quasi dei suoi panni. Ecco, questo era Picchi, in pochi anni diventato un maestro per tanti. 

 

 

Mi è sembrato di capire che il rammarico maggiore verso il fallimento del progetto politico-culturale di “Officina” sia stato quello di non aver saputo o voluto agganciarsi alla realtà del tempo, lasciando il campo alla neoavanguardia, che sarebbe diventata forza egemone in campo culturale. Mi può fornire dettagli a tal proposito?

 

Altri lo pensano o potrebbero pensarlo, ecc. ecc. Liberi, come è naturale, di concludere a loro modo. Io penso diversamente, per la sostanza dei fatti, e siglo questo punto con una conclusione abbastanza semplice, come ho detto altre volte. Non c’era certamente un progetto politico-culturale nell’avviare la nostra rivista… riflessione politica culturale… questo lo so bene. Ma l’impegno di convinzione, questo sì, che nasceva non da una giovinezza ancora immatura come quella che ci accompagnava ancora nel 1942 progettando “Eredi”… Veda anche la pagina di Pasolini in merito… Ma qualcosa, direi, di più grosso e di più personale (ciascuno secondo le proprie esigenze e i propri umori) legato all’esperienza tragica drammatica degli anni di guerra che ci avevano travolti in un baleno. Due anni come quasi due secoli, per noi… Noi tre, dico, come per un verso o l’altro tutti quelli della nostra… delle nostre generazioni, magari ancora più travolti di noi. Insomma, detto in breve, volevamo prendere atto delle macerie letterarie che giacevano lì, conseguenti alle macerie di terre e pietre contro cui sentivamo di inciampare… e dare conforto al nostro sentimento di dovere ricominciare il nostro percorso prima appena individuato, proprio da questo minuto indagare, sentendoci sulle spalle, per scrollarlo, il peso di un passato letterario dentro al quale eravamo cresciuti e che non sentivamo più minimamente attivo, non più nostro neppure in parte, non più utile in qualche modo per aiutarci a capire le cose dolorosamente presenti e il nostro futuro prossimo e per farci riprendere il fervore delle nostre letture, della lettura… e scuotere la nostra scrittura. Non era un sentimento, era un bisogno non da poco per ciascuno di noi; e avevamo cominciato a darci da fare. Questo da fare, questo cosafare è la parte buona, utile, intanto per noi, di “Officina”, del breve lavoro di “Officina”… che, senza starnazzare o pontificare, qualcosa ha compiuto, in un periodo di gravi emergenze e di facili entusiasmi… qualcosa di utile, briciole, non solo per noi, di cui non dobbiamo vergognarci.

 

Gli scrittori e i poeti hanno sempre mantenuto nei confronti del teatro un atteggiamento abbastanza contraddittorio. Se da un lato hanno marcato la distanza, considerandolo quasi un figlio minore delle discipline artistiche,  dall’altro hanno provato un senso di apertura alla scena. Lei come considera gli allestimenti delle sue opere teatrali?

 

A questa domanda rispondo così: mi hanno indotto a scappare via e a promettere a me stesso di non avere più niente a che fare in quella direzione. La serata per me abbastanza tragica de Il crack al Piccolo di Milano! Vidi sulla scena muoversi impacciati, quasi travestiti da antichi egiziani, i personaggi marcusiani da me almeno calibrati secondo la misura del nostro tempo… e collocati dal regista famoso fra le strutture di un antico castello quasi fossero, gli attori, cavalieri di Malta. Gelo ancor oggi a ripensarci… Gli attori recitavano con sbadata indifferenza… lontani mille miglia dal testo… senza alcuna affabulazione, partecipazione anche minimale… Insomma, uno sconquasso, che turbò molto anche Paolo Grassi, persona eccellente.

 

 

Spesse volte, attraverso i suoi interventi critici e le sue opere, è riuscito a prevedere fenomeni e tendenze che si andavano consolidando nel Paese. Mi può indicare come vede il futuro del teatro in un momento in cui gli spazi creativi si restringono sempre di più? E come valuta il fatto che il lavoro del drammaturgo all’interno delle discipline teatrali assuma contorni e caratteristiche diverse da quelle che siamo abituati ad attribuirgli?

 

È una domanda alla quale, pur cortesemente esposta, non dovrei rispondere, perché è, almeno per me, complessa e richiede una esperienza diretta e pratica, all’interno del complesso fare teatrale, continua, che naturalmente mi manca. Mi manca, dico, del tutto. Ma così secca e precisa, quasi come un colpo di fucile, tuttavia in qualche modo mi stimola a riflettere. Come ripeto, una rapida e personale riflessione che cerco di esporre. La mia posizione è quella di spettatore, di curioso, di lettore testuale attento, solo questo. Mi pare che il campo teatrale oggi sia molto e bene frequentato, giovani e anziani, giovanissimi e vecchi addirittura… Ma che il teatro, in Italia, oggi, sia spappolato in cento rivoli che non arrivano al mare… Lo Stato butta soldi a vanvera, quando li ha, ma senza una programmazione seria e argomentata… Il teatro è scomparso dalla tivù a seguito dei più sciocchi e banali motivi, non c’è un centro nazionale goldoniano, non c’è un centro nazionale pirandelliano… Goldoni e Pirandello, per esempio, sono ripetuti confusi e sovrapposti, ciascun teatrante allestisce il proprio con una ripetitività esasperante. E poi sempre soltanto teatro americano o di fuorivia… Non c’è spazio, non c’è spazio, non c’è spazio, mentre personalità non frustrate, non ancora mortificate dall’abitudine sono… sarebbero ben disponibili… Secondo me, una situazione da profondo malumore in generale. Poi, dato che, come ho detto, i talenti ci sono sortiscono ogni tanto miracolosamente spettacoli eccellenti che ci onorano…ma sono sforzi di singoli, che smuovono. Le politiche culturali e quindi anche teatrali degli ultimi governi nostrani sono state protese con fredda indifferenza a strozzare le oche invece di friggere le uova… Chiedo scusa di questa piccola esemplificazione dettata da cattivo umore. Insomma, il momento, nonostante il valore dei singoli, è vergognosamente negletto dalle alte e medie istituzioni, mentre torno a ripetere, concludendo, che il teatro italiano oggi come ieri meriterebbe più generoso, attento e partecipato, con convinzione, destino.

 

 

Francesco Caponegro, Intervista a Roberto Roversi, Bologna, 12 gennaio 2009 (poi in Istànti, n. 3, maggio 2012).

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Francesco Caponegro
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Istànti. Tracce di vita letteraria
  • Anno di pubblicazione: 12 gennaio 2009
Letto 3224 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:28