Padre, madre, figlio (o figlia o figli)

Il padre dice (o ordina): “Alzati, è l’alba”.

Il figlio risponde: “Lasciami ancora dormire”.

Il padre dice (o ordina): “Alzati. I tuoi fratelli sono già al lavoro”. Il figlio risponde ancora, immerso nel letto: “Ho sonno. Ho letto, ho studiato a lungo stanotte, fino a nottefonda”.

Il padre ordina (o dice): “In piedi. Prima il lavoro poi lo studio. Il lavoro è un dovere, lo studio solo un tuo privilegio. Il dovere è per noi, tua famiglia; il privilegio è per te, solo per te. Un piacere”.

Il padre s’arresta. Ha un sentimento profondo di riflessione; indugia con sé. Poi procede: “Non è un altro lavoro; aggiuntivo, se vuoi. Il privilegio devi strapparlo al tempo, come fanno le rose; e rose non ne vedo, qua, in questa stanza. Alzati, dunque, oppure uso la frusta. I tuoi dieci fratelli sono già nei campi. Nei campi”.

In quale tempo sussisteva un’organizzazione sociale con questi minuti e ordinati centri di potere familiare?

Potrei rispondere: fino a cinquant’anni fa, fine della seconda guerra mondiale; ed era durata per anni mille e mille. Ma oggi non più. Via via, sempre più celermente, oggi non più.

Bombe città sventrate paesi incendiati uomini donne in fuga bambini e vecchi uccisi uomini e donne uccise bambini e vecchi in fuga. Fino ad allora era durata la premura greve dei padri sui figli. Oggi è finita. Oggi tutti i padri sono figli, tutti i figli sono padri, tutte le madri sono figlie, tutte le figlie sono madri nell’indifferenza e nell’intolleranza. Qualche fredda statistica, qualche episodica recriminazione, qualche cronaca in giornali.

Padri, madri, figli.

Quella guerra e quel tempo hanno messo al rogo la cultura contadina la sola che consentiva con verità il canto della culla e le consuetudini strutturali ma artificiose di una società (italiana) basata sulla rigida conservazione, sulla rigida ipocrisia, sul rigido moralismo. Ma anche, appunto, su rigide consuetudini. E aggiungerei: sulle rigide necessità.

Conservazione, per le classi alte; ipocrisia, per la borghesia ascendente e prepotente; rigida necessità, per le classi popolari. Le. quali avevano scarso margine, inoltre, per scherzare o per innovare. Dovendo badare al giorno, non alla settimana o ai mesi (figuriamoci agli anni!).

E lì, un figlio nato era una bocca che si voleva, presto, diventasse una mano. Anzi, due mani. Anzi, due braccia intere.

Da bocca a mano, questa era la giovinezza, un tempo. Padri padroni, figli prigionieri con la cappa e la spada.

E così, una figlia. O monaca o ventre concepente.

Sempre una gerarchia, e una volontà, e una imposizione erano in atto. Non lasciavano spazio di scelta, non davano respiro.

Per un esempio, anche uno solo, basterebbe una lettura non superficiale (o rilettura, nel caso) della poesia italiana del Settecento, per percepire come un brivido freddo il vento proveniente dalle migliaia di sonetti per “monacazione” (la giovinetta tale, la nobile donzella tal altra) e immaginare la continua quotidiana guerra fra deboli e inermi e i signori delle spade; e la continua quotidiana espulsione dal contesto familiare di tutto il materiale umano eccedente (come tronchi malati di albero) o interferente nella trafila delle disposte rigidissime successioni.

Allora. Ma oggi?

Vincoli di rigore non ne vedo, non li sento. Padri e madri, senza alcuna spada, non hanno voce (così a me sembra); se non una voce querula, incerta, vagante, incespicante. Oppure proponente in controluce un liberalismo esibitorio, pilatesco, spesso sforzato, spesso affrettato, spesso di adeguamento non faticato non riflessivo a certi schemi massmediologici imperanti.

E i figli? I figli, io li vedo che sono anch’essi (o restano) senza voci (voci, più ancora che voce).

I rapporti restano quasi sempre inchiodati su contrasti inquieti (quando non sono violenti), su un’acredine umorosa perseguitata dalla mancanza di dialogo, dall’insofferenza dell’ascolto (farsi ascoltare è quasi impossibile), oppure dall’ovvietà fragile e saccente, il più delle volte riducibile alla dichiarazione: più che padre e figlio siamo fratello e fratello; oppure, per madre e figlia, sorella e sorella.

Affermazione, sempre a mio parere, che poco o niente vuoi dire e forse intende dire. Coprendo piuttosto le magagne.

Perché, insomma, l’ordinato sistema familiare come una piccola repubblica indiretta (e uso di proposito una definizione, direi una fabulazione, approssimata e oggi solo retorica e senza contenuti) dovrebbe, deve inglobare una onesta dose di riconquistata violenza pedagogica, di violenza ragionata e non di violenza mortificante. Tanto da riconquistare anche, come autentica vitalità di rapporto e di insegnamento, lo spazio del parlato non episodico ma costante, del parlato come indispensabile necessità. E quindi del correlato obbligo d’ascolto. Obbligo convinto.

Il parlato, come una componente pedagogica determinante, in ogni senso e in ogni direzione.

Se non parli, non insegni. Se non parli, e non risvegli e scuoti, non ami. Ma soprattutto, se non ascolti non insegni, non ami. Le parole devono cercare il tuo orecchio pronto all’impollinazione.

Al caos “stradale” dei discorsi distribuiti dai tanti poteri e dai modestissimi protagonisti di questo momento ufficiale di vicende opponiamo, con l’ironia bevuta come una medicina, la docilissima pazienza dell’attesa delle parole giuste, che devono pure ogni giorno venire. Partire e arrivare; da padre a figlio, da figlia a madre. Parlare fra le mura, per abbattere i muri.

 

Padre, madre, figlio eccetera

 

I figli dei figli sono la corona dei vecchi

e i padri sono la gloria dei figli.

Proverbi 17,6

 

Disidirà li fiji, eh sora Ghita?

Sì, pe le belle gioje che ve danno!

Prima, portalli in corpo quasi un anno:

poi, partorilli a risico de vita:

allattalli, smerdalli: a ’gni malanno

sentisse cascà a terra stramortita:

e quanno che sò granni, oh allora è ita:

pijeno su er cappello, e se ne vanno.

Giuseppe Gioacchino Belli, Sonetti

 

“Franti, tu uccidi tua madre!”.

Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.

Edmondo De Amicis, Cuore

 

La madre è sempre sicura, il padre mai.

Qualis pater, talis filius.

(Quale il padre, tale il figlio).

Detti popolari

 

I fanciulli fanno i popoli.

Fanciullo carezzato, bizzoso e maleducato.

Fanciullo, bocca della verità.

Pazzi e fanciulli dicono tutto quello che pensano.

Madre folle, fanciulli miseri.

Proverbi

 

La buona o cattiva condotta futura di un figlio

dipende in assoluto dalla madre.

Napoleone I, Massime

 

Il mondo non si mantiene che per il fiato dei bambini.

Talmud

 

Madri, siete voi che avete in mano la salvezza del mondo.

Leone Tolstoj

 

Chi è buono in famiglia, è anche buon cittadino.

Sofocle

 

Fondamento di tutte le virtù è l’amore

per il padre e per la madre.

Cicerone

 

Si potrebbero generare dei fanciulli educati,

se i genitori fossero educati.

Johann Wolfgang Goethe

 

Circa i genitori portati in quel modo appunto

come tu vorresti che i tuoi figliuoli si portassero con te.

Giacomo Leopardi

 

La natura ha affidato all’amar materno la conservazione di tutti gli esseri, e per assicurarne la ricompensa alle madri, ha riposto questa nelle gioie e nelle pene annesse a quel delizioso sentimento.

Nicolas de Chamfort

 

E i nostri bambini vagheranno nudi

attraverso le città dell’Universo.

Paul Kantner, 1970

 

Sei troppo giovane per votare

ma abbastanza vecchio per uccidere.

P.F. Sloan, 1965

 

Come vi sentite ad abbattere vostro figlio, ora,

e a lasciarlo morire nell’erba, al sole?

Cosa vedete quando vi guardate l’un l’altro?

Dimmi, vecchio, dimmi, dove correrai?

Paul Kantner, 1970

 

Tu che sei sulla strada

devi avere un codice secondo cui vivere

e così diventar te stesso

perché il passato è proprio un addio.

Insegna bene ai tuoi figli

che l’inferno dei loro padri

lentamente svanirà e nutriti dei tuoi sogni,

l’unica cosa da raccogliere,

l’unica cosa da apprendere.

Non chieder loro mai perché,

se lo domandassero a te urleresti,

ma dunque guardali e sospira

e sappi che ti amano.

E tu di tenera età,

non puoi sapere le paure

con cui sono cresciuti quelli prima di te

e così aiutali con la tua giovinezza.

Cercano la verità anch’essi,

prima di morire.

Graham Nash, 1970

 

La porta si aprì lentamente,

mio padre entrò,

avevo nove anni.

Si fermò, tanto alto nei miei confronti,

con gli occhi blu che luccicavano

e la voce molto fredda.

Disse…

Leonard Cohen, 1969

 

La fine delle risate e delle morbide menzogne,

la fine delle notti in cui abbiamo cercato di morire.

Questa è la fine.

Giunse a una porta e guardò dentro.

“Padre?”. “Sì, figlio”. “Io voglio ucciderti…”. “Madre, io voglio…”.

Jim Morrison, 1967

 

 

EnnErre, n. 7, II, 1997 (poi in Il timone 2, 2008).

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: EnnErre (poi in Il timone 2, 2008)
  • Anno di pubblicazione: n. 7, II, 1997
Letto 3721 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:10
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