Super User

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Domenica, 27 Gennaio 2013 10:00

Carta e penna

1.

 

All’editore di Norimberga Johann Philipp Palm condannato

a morte da Napoleone.

Ombra sull’ala della farfalla

bianca o dell’ape stanca

che si nasconde nel fiore

il corpo del soldato è.

Oh oh! le nebbie sull’Appennino arruginiscono i cancelli

le estati troppo giovani con la memoria degli anni

il sonno non viene mai non viene mai a occhi aperti nella stanza.

Pacificherò le mani sul tuo viso di gomma.

Si andava a Maranello

come i giovani degli anni sessanta

andavano nel Tibet.

Il rock è felicità è la

ricerca di un nuovo ruolo per l’uomo

che non sia quello esclusivo ormai

di un appagamento mondano.

Il problema di fondo era di

volere tutto (e subito)

senza sapere nemmeno alla lontana

come fare per ottenerlo. Senza avere il metodo.

Gettate le reti dalla parte destra

e troverete…

Una società terziaria sempre

più di servizi sempre più specializzata.

Di Enzo Ferrari apprezzavo quasi più

quel che diceva di quel che faceva ma

come l’albero che si squama colpito dal fulmine

volano le foglie gridando nel fuoco

e non è vero che i libri non gridano

volano e sono foglie bruciano e sono le foglie

è nero l’occhio nel tormento delle parole

il sole poco vede ma è nell’occhio della tempesta sotto il cielo

nero

che lo sciame di parole vola dentro la pagina

è bianca

si dispone si quieta

copre di lucido miele il disordine del mondo.

 

 

2.

 

Sopravvennero non improvvisi i giorni del sole nero

luce senza luce, respiro senza respiro, vita senza vita.

L’attesa era una pianura padana gelata senza il verde e

la stupefazione di chi non apriva le mani per cercare.

Eppure

con l’ultimo chiodo conficcato nel legno

l’umiltà si fa dolore fiorisce.

Non temo di diventare oscuro

perché il monaco fra i sassi prenderà la mia parola

lavandola nell’acqua per sciogliere la polvere

come il regalo

negli antichi versi

di un uomo cieco a un uomo solitario.

Credevamo di cambiare il mondo

il mondo invece è cambiato. E noi?

È giusto naufragare con le cose che cambiano?

Il capitano; mio capitano, e la sua nave.

Le vicende sono serie.

Invecchiamo, dice il signor D’Aubigné, anche solo guardando

i salmoni passare nel fiume e l’acqua rinchiudersi

mentre aspetto le rondini nel fuoco di un tramonto

italiano.

 

 

3.

 

Là dove i libri hanno il sonno eterno

là dove i libri gemono e il demonio

del dubbio sorride zufolando fra le tele di ragno

il velo della polvere

nei campi di battaglia di mezza Europa

i libri uccisi distesi fra l’erba.

Con il libri uccisi distesi fra l’erba

con tutti i miei libri

raccolti in mano

sotto il temporale

è il primo temporale d’ottobre

l’Italia paese di nebbie è piena di rabbia

uomini distesi dormono nell’acqua del dubbio che cade.

Raccolgo i libri stretti in mano

raccatto il corpo dei libri uccisi in battaglia

li preservo dalla tempesta d’ottobre e dalla prima acqua d’inverno

li sottometto al riposo dei santi protettori dei viandanti da

strada.

Dice il giocatore di calcio

brucia la città (lo vedo) in questo

tramonto di fuoco

giovani sollevati da terra nello stadio gridano come guerrieri

alzano splendide bandiere

che chiamano la primavera.

Per queste rabbie anche la vita è spesa bene.

 

[* L’ultimo verso è ripreso da “con quest’uomo anche la vita è spesa bene”, scritto da Giovanni Bellini nel suo Arciviaggio edito da Vallecchi. Lui lo riferiva al proprio capitano. Bellini, contadino, morì nel 1915 a Piava, a 25 anni, in combattimento]

 

 

4.

 

In questi anni una barca di

legno è affondata nell’asfalto della città

si aprono cieli

contro hanno le luminose clessidre

così combattono i secoli astuti che

alzano la coda prima di avventarsi

come i cavalli dei paladini e di Orlando.

Una terra senz’acqua è un uomo

senza il destino segnato

le acque salate del mondo si aprono in ferite.

Sono qua pronto dice il destino senza chinare la testa

da campo a campo anch’io in silenzio seguo una partita

anch’io sono perduto nel cuore del mondo

e dove cercherò la strada per ascoltare le voci?

Se cadono i monumenti

masticheremo adagio la pietra con denti

di ragno forti.

Denti pazienti.

 

[* Le acque salate del mondo (Dionigi Arcopagita: Teologia mistica)]

 

 

5.

 

Un braccio caduto dal monumento di Lenin.

Chi era?

Dice Che Guevara al signor D’Aubigné al giocatore di calcio

anch’io vorrei in gran fretta migrare

non come le rondini migrare per le strade del cielo

lontano dalla terra migrare seguendo i venti

vorrei migrare come i leoni quando la fame li chiama

lontano dalle ombre e dentro il mare del sole.

Anch’io lontano dai lievi sorrisi delle gazzelle

nella solitudine della pianura da montagna a montagna

migrare là dove la foresta tocca il mare e bagna

le foglie nell’ultima onda che ride.

Dove ti nascondi garbata primavera?

Nella caverna del mondo

nel girone profondo vicino

al fuoco dell’ultimo vulcano

perduto nel cuore del mondo.

 

 

6.

 

Sono qua ormai al confine

basta allungare una mano

raccogliere foglia che cade la pietra caduta

nascondere nebbia nella mano dell’uomo folgorato

lasciando perdere il resto (ma non la voce del cavallo che chiama)

notte e giorno

l’alba non viene

il tramonto disparito è un fantasma

dove vanno l’ansia della notte e l’urlo del primo mattino?

Quanti anni sono passati quanti anni non fanno ritorno e

gli anni a venire? Io aspetto

aspetterò ancora ricontando ombre speranze

la pazienza è il respiro del dio errante

sulla fronte del giovane appena caduto che chiede di morire.

 

Oh in cento battaglie combattute

ridotti a una schiera indomabile

fra mura annerite devastate

con in mano il fucile non dettiamo condizioni

ma neanche temiamo l’occhio gelato del nemico

la sua mano.

Nel momento in cui lui dice vittoria

ecco noi non ci inchiniamo.

 

 

7.

 

Sono gli ultimi minuti alla difesa

alla difesa grida una parte e l’altra

all’ombra e alla luce di una sventolante bandiera.

Insiste ancora all’attacco all’attacco

e la palla del mondo rotola volando

per l’aria impenetrabile che la sera zafferana

copre di luci

passa da piede a piede

da occhio a occhio

e il giocatore di calcio corre sfiata ribolle

ansima chiama grida invoca e dice

questo non è più il giorno della

vittoria ma della morte. Intanto

le bombe i fulmini cadono toccando il cuore dei libri

si spengono in mare. Il mare è lontano.

I libri chiamano nelle sale d’inverno

che l’inverno invade

portano sangue i libri

le grandi pagine bianche invecchiano nel fumo

dei fulmini nel cuore dell’uomo

i fulmini invecchiano nel cuore dell’uomo.

 

 

8.

 

Accucciato contro il muro del salone

la biblioteca è un incubo di pergamena fredda

adagio muovo il libro lo sfoglio

adagio lo prego.

Il gelo dell’inverno padano è un azzurro pavone

nebbia risale la pianura

dilata la pianura cercando la sua avventura

come si cerca una canzone piena di luce sulla bocca che non ha paura.

Se celebrato, dice il signor D’Aubigné,

mi sentirei offeso mortificato

sarei il bidone del pattume

trascinato nel cortile sotto il lume

di una lampada che dondola.

Questo è un colpo, dice il giocatore di calcio con la maglia

rosso gialla,

questo colpo risveglierà tutte le voglie addormentate

del comunismo

lo renderà nuovo agli occhi giovani del mondo

agile appena raccolto come un fiore.

 

 

9.

 

Appartengo a quelli fuori giuoco

ruota di una piccola vergogna

oggi ci legano alla gogna

ai nostri abiti appiccano il fuoco.

Uno le prova tutte

il resto deve ancora venire.

No, caro amico, no, non ho paura

io sono molto amico delle acque

esse fanno bene al mio spirito

una terra senza acqua

è un cuore senza speranza.

È una cosa meravigliosa

vedere il cielo che inghiotte

il petalo di una rosa

perché, ripeto, le acque salate del mondo

non fanno paura.

Oggi contemplo l’occhio giocondo del cielo

ruotare cantare volgersi. Dice

venite in Italia terra benedetta

dove scorre latte e miele.

Accorrono dall’Africa

come rondini perdute

ma bevono solo fiele.

Il signor D’Aubigné lì seduto nello stadio aspetta.

 

 

10.

 

C’è un vinto un vincitore?

Dice il giocatore di calcio la partita

non finisce è sempre rimandata sempre riprende

il minuto sovrapposto al minuto

piramide di anni una piramide di suoni. Ah,

dice il signor D’Aubigné le rondini non vogliono tornare.

Ritorneranno ma non sono tornate

e io troppo vecchio per aspettare

per rispettare i ruoli dell’attesa e del viaggio

l’inverno avrà fuoco legna tronco di speranze perdute

tornerà la primavera con una mano di rose

segnala tratturi d’erba agli storni fragili in cerca d’approdo

e dal volo di questi signori leggeri

i giovani leggono il futuro e

l’arte di assalire fortezze.

Da questo momento un’attesa è consentita

e si può vivere.

 

La partita è finita

il fischio dell’arbitro nero

alto come un cipresso

il cipresso eterno infilato nel cielo

bianco di nuvole che vagano

nel cimitero a metà costa e lì le rondini cercano l’erba calano

chiudendo gli occhi

lì si spegne per un momento il volo e le anime splendenti

e leggere venute dall’Africa

hanno il riposo. Dormono sulle tombe

all’alba cantano riprendono il volo

verso i ghiacci che non si sciolgono mai.

 

 Testo per il teatro [1970]

 

 

Nota del 1970

 

 

Quella di «macchina da guerra più formidabile» fu (è) la definizione data dal De Sanctis all’impresa dell’Encyclopédie di Diderot (1772), ventotto volumi in folio, di cui undici di tavole; un lavoro fantastico e un risultato fantastico, vale a dire: un autentico terremoto. Ebbene questo testo cerca di cogliere il lavoro di Diderot (Did), di Voltaire (Volty), di d’Alembert (Dal), di Rousseau (Roos) in una dimensione temporalmente disarticolata dissociata molto mescolata; dato che da allora troppo tempo non è passato e ci può essere (come deve esserci) uno scambio continuo di riferimenti e ammicchi, addirittura la possibilità (lecita) di interferire.

 

Allora (1772), adesso (1970); e dentro, inzeppate in un sacco, altre faccende accadute nel contempo, altre che accadono, altre che possono accadere se non provvediamo: Passanante e il suo coltello, Bresci e la sua rivoltella, l’assassinio in carcere di Bresci, Bava il beccaio di Milano e via via per i viali del secolo XIX fino alle ultime sconcezze. Tutto è esemplificato con concentrazione (tale e quale nel Crack) e con voluta e calcolata ovvietà (tale e quale nel Crack), in quanto proprio l’ovvietà in teatro, quella tale ovvietà, a mio parere altro non è che un dato spesso fulminante e quasi sempre una provocazione inevitabile quando si ha il coraggio delle idee; e qualche volta perfino una provocazione che travolge (è chiaro che si parla in generale). Il vero errore, e il vero orrore, è di tipicizzare sentimenti e facce per la falsa coscienza dei reggitori mondani; indossare i calzoni di scena come un rito e avviare il sacrosanto birignao; che può essere per la madama, ma c’è anche il birignao dell’impegno e della guerra nel Vietnam.

Chi ricorda più il Biafra? Dicevo: tutto è esemplificato con concentrazione ma con altrettanta semplicità; sicché le cose da dire e da dirsi (tutte quelle che si volevano dire) dovrebbero essere «subito» chiare a un tipo di lettore (che è quello che si cerca) e dovrebbero «subito» apparire torbide-nauseanti per l’altro tipo di lettore, eccellentissimo, che si vuole nauseare e provocare perché se ne vada al diavolo o almeno ci ignori; sicché un egregio Mico da Siena possa magari parlare di sbobba, dandone il più giusto e dovuto rilievo politico (tale è la sbobba, rifiutandosi perfino il cibo, della stramaledetta naia!). Così si voleva e perché non ci sia alcun equivoco, di qua e di là. Se fare teatro, dunque, è secondo i miei propositi trascinare l’ovvietà in piazza e lasciarla riempire di significati; è anche questo tracciare una linea rossa diritta per terra, inchiodare insieme agli altri le travi e le assi, e a seconda delle circostanze serrare la porta della stalla o della stanza (buco pertugio rimessa o luogo pubblico dato agli spettacoli diurni) con qualche chiodo perché non entrino spifferi a spegnere il lume; altro che accontentare tutti, riempire gli stadi, lo scroscio degli applausi, il consenso delle lustrissime gazzette in questo paese che cambia, sempre, poco o niente nella sostanza.

 

L’estensore di questo testo ha voluto proporre ancora una argomentazione (con qualche piccola invenzione, qualche arbitrio personale; ma, spera, almeno rigorosi nei termini); e se questa bozza argomentata potesse venire intesa come una lettura odierna di terribili cose che accadono e di alcune violente speranze che soffiano sul fuoco e fanno accapponare la pelle; insomma, se il testo potesse valere proprio per quel che dice e soltanto per questo (e se non ci sarà alcun parrucchino in giro o calzamaglia o arietta di Verdi) chi scrive avrebbe raggiunto lo scopo e per una volta si dichiarerebbe almeno rassicurato nei fini ottenuti.

R. R.

 

 

 

Elenco dei personaggi

 

 

– Prologo

 – Sellius

 – Millius

 – Breton (Le Breton)

 – Did (Diderot)

 – Sofia (Sophie Volland)

 – D’Agnesseau

 – Volty (Voltaire)

 – Roos (Rousseau)

 – Dal (d’Alembert)

 – Provocatore

 – D’Holbach

 – Madame d’Aine

 – Il commissario Perrault

 – Il curato di Saint-Médard

 – Gente per strada

 – Straccioni

 – Scherano capo

 – Abate De Predes

 – Sindaco della Facoltà

     (Sorbona)

 – Gran Maestro degli Studi

 – Presidente di Tesi

 – Belbuch

 – Zeombuch

 – Cacouacs

 

 

 

Parte prima: leggi violenza

 

 

 

I. La premessa o prologo è di uno che si inchina (un poco) tutto infiorato, un hippy del settecento. Egli dice così:

 

 

Perché questa rappresentazione di cose accadute

                                                                        di cose da accadere

perché questa rappresentazione sia specificata

dall’a alla zeta

[5]     lui è tedesco lui è inglese

a Parigi in un anno

nella Francia rossa gialla d’autunno

e tutta dipinta di nuovo

regna un tale re;

[10]   lui è tedesco lui è inglese

propongono un codice (nuovo) dell’idee

concatenazione di tutto

circolo istituzione scienza conoscenza

archetipo del mondo

[15]   che è prossimo anche a venire

con bombe le pistole fucili

con teste (molte) che cascano nei barili.

 

Tale idea e progetto d’idea espongono propongono a un galante uomo riverito ossequiato concupito applaudito avveduto molto rispettato

 

lui tedesco Sellius

[20]   lui inglese Millius

chi ha l’oro è Breton.

 

 

II. Due scene simultanee. Da una parte (A) c’è una specie di bastonatura, rituale della sopraffazione (piccola e gustosa guerra, assai violenta nei gesti, mentre il discorso è rivolto all’ironia acida, a un riso stretto fra i denti). Dall’altra parte (B) Did e Sofia, aria arietta d’amore, o d’amorosi sensi; come a dire (e si può immaginare) un giardino, verde; il ruscello, azzurro; stormire di fronde, verdi; canto di rosignolo, azzurro.

 

 

(A)

 

Le Breton (che bastona con vigore e una certa allegria, ma ben deciso in ciò):

Questo modo è consentito

è decoroso anche è un modo movimentato

di volere e poi di accettare un compenso

fifthy-fifthy fra il dare e l’avere.

[5]     Mondo cane non direte che

non ci sia onestà

un po’ di ironia e liberalità

che non fa mai male in tutto questo.

Intendo nell’atto della bastonatura.

[10]   La vostra idea non ha prezzo, certamente;

perché pagarla allora?

 

Millius:

Io me ne intendo

venti luigi a testa si dovrebbe dare almeno come compenso

un’idea è un’idea.

 

Sellius:

[15]   Almeno scudi cento (aggiungo)

cento scudi

cento

per questa idea che non si vede ma scotta.

 

Millius:

Perora, su perora, dài.

 

Le Breton:

[20]   Il bastone vi compensa (e il bastone vi compensi)

del mancato guadagno

egli poi vi rende ben disposti e disponibili

per avventure future. Per il futuro.

Infatti perché i giovani devono impigrirsi

[25]   con il peso dell’oro?

e sedere in cadrega?

Essi che sono giovani volare debbono

via andare

andare tornare (eh! oh!)

[30]   cercare ricercare scalpitare impegnarsi

senza la nausea che dà la sazietà.

Il peso del benessere lasciatelo

ai vecchi

un peso insopportabile

 

[35]   e quell’angoscia che il benessere dà.

Io, così, vi aiuto a guarire. E poi!

e poi, ah!, dissacriamo, fra di noi, magari fra le quattro mura,

sul davanzale di una sola finestra, una volta per

tutte, con la violenza, questa

[40]   volontà di prevaricare.

Le idee che sono opera di dio

a dio ritornano, così, in letizia. Necessariamente.

 

 

(B)

 

Did a Sofia (seduti vicini):

Mi trovano accigliato, stanco, pensieroso, disattento, distratto.

Mi trovano così.

[45]   Non un essere che mi attragga.

Mai una parola che mi interessi.

Una indifferenza uno sdegno

che non conosce eccezioni.

Amica mia parlatemi di voi

[50]   parlatemi della vostra cara sorella.

È perché voi partite.

Cara Sofia.

Ho passato i primi giorni morto rinchiuso:

non stavo abbastanza bene per essere espansivo.

[55]   Non potrò mai costringere questo

cuore a tacere

sempre trasalisce e si scalda

al nome della mia Sofia.

Non conoscete forse la provincia quanto me?

[60]   Perché ritornarci e partire?

e quell’aria di provincia…

Con tutti…

Lontano da voi jo moro cara.

 

 

III. Sellius e Millius, soli e doloranti per strada.

 

Millius:

Lo uccido

 

Sellius:

Non l’ucciderai.

Non si uccide dopo non aver ucciso.

Le abbiamo prese con quella tal pazienza che ci vuole.

[5]     Diciamo la verità: Breton ci ha sorpreso.

 

Millius:

Lo denuncerò.

Sellius:

Figurati, per dei colpi di bastone.

I ricchi danno soltanto questo e

seminano i cadaveri

[10]   ogni notte per i quattro cantoni. Quelle son le cose.

Ma la giustizia (che è di parte)

si è sempre legata al potere

per le soluzioni finali.

E parli di denunciare. Hai mai trovato un funzionario disposto

[a far giustizia?

[15]   Da una mano la sapienza (condita)

dall’altra la potenza

(un vaso pieno di grana)

e il giudice che mangia piscia fotte

è pur sempre un uomo

[20]   nonostante l’aria che ha da gallo sacro.

Guardagli l’occhietto cisposo

e dimmi se non è da ridere

quella bilancia in bilico sul bischero.

 

Millius:

Qualcosa voglio fare

[25]   magari da solo,

cavarmi la voglia

di vendicare un sopruso.

 

Sellius:

Se non cerchi giustizia ma vuoi vendetta

se intendi agire da solo

[30]   qualche probabilità l’hai in questo caso

di cavarti la voglia.

In tale modo e

senza troppi duelli con la legge.

 

 

IV. Il cancelliere d’Agnesseau, Did, Volty, Dal e Roos; questi ultimi tre si avvicinano dopo. Rinfresco, cerimonia, salotto, luogo di convenevoli; in lontananza, come sfuocate, ma leggere e brillanti, si scorgono sagome di dame.

 

D’Agnesseau:

Che giovane simpatico e con quale talento.

 

Did:

Ho detto che (e poi lo sostengo)

soltanto un secolo filosofico

poteva tentare un’enciclopedia

[5]     e l’ho detto perché quest’opera

richiede un’audacia intellettuale superiore

superiore

superiore a quella che generalmente si richiede

 

(la voce si smorza adagio; egli continua a parlare; poi ricresce)

 

la citazione esatta delle fonti sarebbe assai utile;

[10]   bisognerebbe imporsela come legge

 

(di nuovo la voce si smorza e poi riprende, come prima)

 

un’enciclopedia è un’esposizione rapida

e disinteressata delle scoperte umane

fatte in ogni luogo in ogni campo in tutti i secoli

senza alcun giudizio circa le persone.

 

Volty:

[15]   Bisogna saper smembrare abilmente un’opera, condensarla

 

Roos:

Non bisogna spezzare le giunture ma rilassarle

 

Dal:

Qualche volta è bene menzionare le cose assurde

 

D’Agnesseau (a Volty):

Oh, Voltaire, dov’eravate?

 

Did:

Poiché non è meno importante rendere gli uomini migliori

[20]   che renderli meno ignoranti…

 

 

V. Did e il cancelliere d’Agnesseau.

 

D’Agnesseau:

La giustizia ha le sue esigenze

d’altra parte riconosciamo tutti che non ci sono esigenze senza

giustizia.

 

Did:

Neppure la necessità è senza giustizia.

[5]     C’è una giustizia delle necessità

da che mondo è mondo.

 

D’Agnesseau:

Chi è giovane e dunque chi è piuttosto debole

allora deve avere la pazienza

di diventare vecchio, vecchio e abbastanza forte;

[10]   chi è giovane e non ha il potere

(il potere è giustamente tutto nelle mani dei vecchi signori

che hanno le redini del mondo)

chi è giovane e questo potere non ha

deve usare pazienza intelligenza strisciare leccare. Sennò

[che gusto

[15]   c’è, a crescere poi e a diventare vecchio?

Ma sa essere prudente in questo senso il giovane?

Astuto come colomba

con quella tenerezza da colomba

perfida lucentezza da colomba

[20]   con tutto quel candore da colomba?

 

Did:

Usare prudenza e intelligenza usare

usare anche un pizzico di paura

chi non è intelligente muore (o chi non è abbastanza vile).

L’intelligenza è un dovere.

[25]   Questo non è il secolo dei lumi?

 

D’Agnesseau:

La giustizia è astuta

non si fa incastrare.

 

Did:

Essa giustizia, pardon,

incastra.

 

 

VI. Did e Sofia.

 

Did:

Quante volte mi sono alzato

quante volte vi ho detto buona sera alle nove

e non me ne ero ancora partito a mezzanotte.

Non si capisce nulla degli amanti

[5]     sembrano non essere fatti

per essere sempre insieme

né per essere separati.

 

Guardate che cielo

 

Ho pranzato a casa mia con due uova fresche

[10]   sono venuto qui verso le quattro ed ho

            trovato il vostro biglietto.

 

Guardate che cielo

 

e vi rispondo adesso che non è possibile ad un uomo

(al quale la minima scossa

[15]   può far gettare alte grida)

d’imbarcarsi,

            per quanto grande sia l’attrazione ch’egli ha

per il viaggio e le viaggiatrici.

 

Guardate che cielo

 

[20]   Buona sera, amica mia. Vi saluto

e vi abbraccio come ieri, così.

Diffiderò per l’avvenire dell’appetito che dà l’amore.

            Buona sera, buona sera.

 

 

VII. Le Breton e d’Agnesseau.

 

Le Breton:

È vero ho picchiato. Ho picchiato

perché questa forza è testimone di alta giustizia

tanto più violenta è la forza

tanto più dolceamara la giustizia. Per i tempi che corrono.

 

D’Agnesseau:

[5]     La giustizia! Sì, la giustizia, la giustizia è

 

Le Breton:

È la forza dei nervi distesi

 

 

D’Agnesseau:

Ordine pre-costituito

 

Le Breton:

Baluardo dei contrasti

 

D’Agnesseau:

Una zaffata d’allegria

 

Le Breton:

[10]   È un ordine da costituire così e così quando occorre

 

D’Agnesseau:

È la giustizia della forza è un’ordinata insolenza

è una giusta camorra –

con la sua faccia di pietra la sua faccia di bronzo ecc.

Badate a questo sillogismo.

 

Le Breton:

[15]   Ci bado, eccome.

 

D’Agnesseau:

Intendete dunque finanziare e

proseguire l’impresa?

C’è da lasciarci le penne.

Intorno a queste pagine si addensano nubi

[20]   si affollano ombre

sopra vi cala (si può ben dirlo)

la collera del re. Tali

collere sono terribili in quanto

provengono da dieu.

 

Le Breton:

[25]   È probabile, ma non sono solo e nemmeno debole. E

dopo aver bastonato ho anche trovato (voi lo sapete

oramai, conoscete i soggetti) ho trovato

i miei nuovi cavalli dai cervelli balzani

ma carichi fino agli occhi

[30]   di cose da dire da fare. Giovani da spremere.

Io non mi sbaglio io.

 

D’Agnesseau:

Ed essi bravi cavalli distillano per avena queste pagine che ora vi leggo. Ho le bozze: paragrafo di venti righe, titolo: ARGENTO: Le più ricche e più abbondanti miniere d’argento sono in America. A poco a poco si fu costretti a scendere nelle viscere dei monti per seguire i filoni; e oggi la profondità è tale che occorrono più di quattrocento gradini per toccare il fondo della miniera. Spesso si trovano vene metalliche da cui emanano vapori così perniciosi che uccidono sul colpo e si è costretti a richiuderle subito e ad abbandonarle. Quasi tutti i minatori dopo un certo periodo di lavoro, sono completamente paralizzati. Il mondo si stupirebbe se sapesse quanti Indiani ci hanno rimesso la vita da quando si sfruttano queste miniere e quanti ne muoiono ancora ogni giorno.

 

Le Breton:

Già.

 

 

VIII. Did e Dal; ci sono anche Volty e Roos.

 

Dal:

È questo il nostro primo incontro

dopo la morte di vostro padre

e il vostro viaggio in provincia.

 

Did:

Sì lo è.

 

Dal:

[5]     Vedo la mia tenera amica

vostra sorella e vostro fratello

che ammiro

ora soli in quella grande casa.

 

Did:

Già; ma è abbastanza accogliente

[10]   ed è collocata come sapete

in un posto delizioso.

 

Dal:

Condoglianze amico per la morte di vostro padre.

Questa assenza ha dovuto rallentare un poco il vostro lavoro.

 

Did:

È vero. Ma da due mesi ho ben compensato

[15]   il tempo perduto, se è perdere il tempo

assicurarsi la propria sorte avvenire.

 

Dal:

Siete dunque molto avanti?

 

Did:

Molto avanti. I miei articoli di filosofia sono tutti fatti;

non sono i meno difficili né i più corti;

[20]   la maggior parte degli altri è abbozzata.

 

Dal:

Vedo che è tempo che anch’io mi ci metta.

 

Did:

Quando vorrete.

 

 

Dal:

Sì, non vi posso biasimare. Bisogna che ciascuno pensi a sé.

 

 

IX. Did e d’Agnesseau.

 

D’Agnesseau:

La forza della giustizia, si diceva.

Badate a questo sillogismo.

 

Did:

Ci bado. Così ho detto e promesso.

 

D’Agnesseau:

La prigione è l’ultima Thule, è un sacco di rete è

[5]     l’incastro di un giuoco

è un jolly per il buon pastore

che raduna le pecore e lo è per

il giudice che mantiene l’ordine. O lo trattiene.

Non parlate?

 

Did:

[10]   Dico solamente che

questa è una giornata deliziosa rispetto al clima

verso sera però fa freddo.

Dunque speriamo di sopravvivere

se dobbiamo lavorare.

 

D’Agnesseau:

[15]   Non sconfinate e vivrete tranquillo.

Il lavoro è lavoro e poi chi ha mai perseguitato un

saggio al tavolino

oppure un filosofo con la penna in mano?

Siete forse fra’ Dolcino?

[20]   Si ha rispetto per i dotti da tutte le parti

purché i dotti restino tale e quale i dotti

zitti con la loro pennuccia in mano

o fra le labbra.

Essi sono il pepe per ogni piatto

[25]   buoni per l’antipasto e per le polpette del re.

Tutti hanno rispetto per chi

pensa

se pensa bene.

 

Did:

Non ribatto, ho capito la canzone.

[30]   Spero di non stonare.

 

D’Agnesseau:

Stonare non dovete.

Solo in tempi barbari

si colpisce

il reato di opinione.

[35]   Opinare è da tutti.

Ma le note sono sette, sette sono

le note in questi tempi. Attenti agli orecchi indiscreti.

Perché vi sono amico

sappiate che in ogni angolo a salvaguardia della pace c’è

[40]   uno spiffero magari travestito da zio.

Addio.

 

 

X. Un sestetto parla in simultanea nelle scene A, B, C. Così:

 

A) Denuncia del curato di Saint-Médard contro Did, inoltrata alla police.

B) Did e Sofia.

C) L’agente provocatore sobilla Millius contro quel tale re.

 

 

(A)

 

Il curato di Saint-Médard è al commissariato di polizia dall’ispettore Perrault.

 

Il Curato:

Questa denuncia

sia anonima e segreta, pubblica e sottoscritta.

Essa canta e dichiara.

È un’istanza veloce

[5]     contro il signor Did, lui soprattutto e anche contro gli amici

che ha e che collaborano con lui.

La giustizia deve intervenire

il governo deve agire

Did lavora a un’opera a stampa

[10]   di molta diffusione

e a volumi bimestrali.

 

Perrault:

A dispense mensili?

 

Il Curato:

Inietta veleno negli scritti

sub specie di novità di pensiero.

 

Perrault:

[15]   Sentivo questa puzza di una tal novità.

 

Il Curato:

Inquina disturba diffonde attenta distrugge

insinua veleno nella coppa del re.

Egli è

un perturbatore (sapete?)

[20]   cioè egli

è

uomo turbolento

uomo inquieto

uomo sedizioso

[25]   uomo che agita lo spirito dei cittadini

uomo che provoca disordine nella società.

 

Il commissario Perrault scrive e inoltra rapido la denuncia.

 

(B)

 

Did a Sofia:

Con voi io sento

io amo, ascolto, guardo, accarezzo

ho una specie d’esistenza che preferisco ad ogni altra.

[30]   Se voi mi stringete fra le braccia godo di una felicità

che non concepisco superiore.

Sono passati quattro anni dal

giorno in cui voi mi appariste

così bella, oggi vi trovo più bella ancora;

[35]   è la magia della costanza, la più difficile e la più

rara delle nostre virtù.

 

Suart ci presentò un francese, recentemente ritornato da Copen­a­­ghen. Quest’uomo ci raccontò cose incredibili sull’amore del popolo per il suo sovrano. Si direbbe che il patriottismo si sia rifugiato presso i Danesi. Ecco una scena di cui è stato testimone e che voi vorreste aver visto. Fu all’inaugurazione della statua equestre del re, il concorso del popolo era immenso. Non appena apparve, tutto a un tratto da due a trecentomila voci gridano in coro: «Viva il nostro re! viva il nostro buon re! Viva il nostro padrone, il nostro amico, il nostro padre!» ed il sovrano a un tratto apre la portiera della carrozza, si slancia tra la folla, getta il cappello in aria esclamando: «Viva il mio popolo! viva i miei sudditi! vivano i miei amici! vivano i miei figli» e abbraccia tutti coloro che si presentano a lui.

Questo racconto ci ha tutti ugualmente inteneriti.

 

(C)

 

Millius è solo per strada, gira e rigira, un poco parla tra sé. Poi ecco il provocatore.

 

Millius:

Passavo qua per caso

[40]   come per caso là passavo

davo di volta in volta

con mille ragioni

i miei consigli.

E utili invenzioni.

[45]   Tutte rubate.

Era una miniera d’oro

un filone incandescente

per noi hanno calcinato la porta d’ingresso

e usato solo il bastone.

 

Provocatore (che ha ascoltato):

[50]   Così vi ritrovate

di qua e di là senza un soldo e scornato? Passate

le pene dell’inferno?

 

Millius:

Sellius mi ha lasciato; ma voi chi siete?

 

Provocatore:

Questo io sono, un cane bastonato

[55]   un fornitore di uova

beccaio e un poco profeta. Ho però l’abitudine

di pagare sull’unghia.

Guardo osservo riporto

qualche volta, potendo, incalzo sostengo e trionfo.

Millius:

[60]   Allora perché non scoprire

a palme aperte il futuro

leggendolo per coloro che non hanno altra speranza?

La linea della vita!

Ma oggi finalmente, nei paesi dove si sa pensare riflettere

[dubitare,

[65]   il demonio giuoca una ben piccola parte. È bassa magia.

 

Provocatore:

Se è bassa magia voi stringete in pugno

invece

il modo di una giusta vendetta

appagamento d’odio

[70]   con conseguente grana.

Voglio dire che vi leverete uno sfizio

e inoltre sarete ben pagato.

Il lavoro è pulito,

la salvezza sicura.

[75]   Il domani felice.

Ma entriamo in questo caffè.

 

 

XI. In casa d’Holbach, ospiti nel salotto e in giardino, pomeriggio d’estate con una calda luce che si spegne, conversazione affabile fra gente di spirito, alcune vecchie brillano per intelligenza sulla fronte squamosa, bisbigli qua e là, e il respiro di un rio.

 

Did:

Qua sulla riva della Marna

al Grandval

dove tutto è così lieto (celestialmente lieto, con un pizzico

[di cattiveria)

dove tutto è così libero (nel fare e disfare)

[5]     – voglio proprio ripeterlo e a proposito delle cose dello spirito –

caro d’Holbach

bisognerebbe che la Francia intera fosse come voi (i francesi)

anche se è difficile credere

alla bontà degli uomini. Al loro gusto o bisogno di adeguarsi.

[10]   C’è un’infinità di cose che dovrebbero essere dette

mille fatti che dovrebbero essere compiuti

 

Madame d’Aine (arrivando):

Allora, filosofo, a che punto siamo?

 

Did:

A Maometto, madame.

 

Madame d’Aine:

A Maometto, il più grande nemico della ragione?

 

Did:

[15]   Sì, e il più grande amico delle donne

 

Madame d’Aine:

Che osservazione impertinente (si allontana)

 

Did:

Quelle che mi occupano un’infinità di tempo

sono le lettere che devo

scrivere ai pigracci dei miei colleghi

[20]   per mettergli un po’ di premura.

Quegli asini hanno la pelle così dura

 

D’Holbach:

Non temete per voi? Procedete procedete ma

ferite anche, offendete. Alle volte colpite a morte. C’è chi vi odia

ormai e cercherà prima o poi di nuocervi

[25]   facendovi tacere.

 

Did:

Essere dolci non vuol dire essere pazienti

essere pazienti non vuol dire essere deboli

non vuol dire cedere né abbandonarsi né giacere.

Saremo certo trascinati qua e là

[30]   ma diremo ciò che dobbiamo dire

terminando tutti gli articoli.

Puntualmente.

Si metteranno a posto le virgole

(pausa)

Sì, sento che una tempesta si avvicina

[35]   avremo molto da temere (pericoli autentici).

Non soltanto per noi fra le quattro mura

ma per tutti, fuori, nelle piazze

(si avvicina Fréron. Did si allontana)

 

D’Holbach (a Fréron):

Bene, attaccate pure da tutte le parti

su e giù a colpi di parole (voi avete certe qualità) tali che

[sembrano

[40]   colpi di pugnale; ma dovete provarle queste vostre accuse

rovesciate addosso a dei galantuomini.

Voi porterete Did diritto in prigione

se non smetterete di racimolare con la ramazza tante notizie

[inesatte

(con la vostra malizia), se non smetterete di attaccarlo anche

[alle spalle.

 

Fréron:

[45]   Il calcolo è esatto e me lo confermerete (questo conto)

[al momento opportuno;

si addensa una gran buriana di venti e saette

su quella povera testa

e sulle teste dei sorci che seguono quel flauto

 

            talché, come si dice, molti si mettono già in salvo,

[sbarcano e dileguano.

[50]   Questa è la ragione dei ritardi nella consegna degli articoli,

questa è la ragione delle piccole sventure nella stampa che

preludono alle grosse

questo è l’antefatto per le cose che verranno.

            Ci sono grossi litigi in famiglia (sapete?)

[55]   pugni che vanno e vengono

il nervosismo che è segno

di un crack. Eh, ci vuole fiuto

 

 

XII. Il commissario Perrault rincara la dose contro Did, inviando un secondo e personale esposto al cancelliere. Egli scrive così:

 

Dopo quella dei giorni addietro

ho l’onore di informarvi che mi è stata data

notizia che il detto Did autore di un’opera che

mi è stato detto avere per titolo… che fu condannata

[5]     dal parlamento ad essere bruciata insieme a un’

altra opera intitolata…, questo miserabile Did

sta ancora lavorando a finire un’opera che è un anno

che ci sta lavorando, nello stesso gusto di quelle in

cui ho appena

[10]   avuto l’onore

di…

È un uomo

pericoloso

molto

[15]   che parla di santi e misteri

corrompe i costumi

dice che

             quando

                         l’ultima ora…

 

[20]   Mi hanno assicurato che ci sono in casa molti manoscritti

[stampati dello stesso genere

abita in rue Moustard presso il signor

Guillot

salendo a destra al primo ecc.

 

 

XIII. Il curato di Saint-Médard e il commissario Perrault.

 

Perrault:

Ecco qua

appena ricevuto l’ordine di arrestare

e di portare a Vincennes

il signor Did.

[5]     È un bel successo da spartire in parti uguali

fra voi e me.

Chi con criterio e a tempo

agisce di conseguenza

non ha non può avere de-

[10]   lusioni dai pubblici poteri.

 

Il Curato:

La legge è vero è vero, le

buone testimonianze non vanno perse.

 

Perrault:

Ora volo lassù in rue Moustard

 

(già cammina con due gendarmi)

 

lassù da monsieur Guillot (è sulle scale)

[15]   volo salgo a destra al primo piano

picchio busso grido impreco abbatto

entro entra la legge

hélas Signor Did, oilà signor Didrot

dentro al torrione al vecchio torrione

[20]   dentro a questo torrione

 

(Did ammanettato lo segue).

 

 

XIV. Per strada, alcuni.

 

1    Did è arrestato a Versaglia

 

2    È arrestato a Vincennes

 

3    È anche arrestato a Parigi

 

4    È arrestato a Vincennes

 

[5]     1    Tutta intera la società degli scrivani

      è messa sotto accusa

      abati dotti dottori della

      Sorbona

      hanno qualche fastidio

 

[10]   2    Anche i professori impegnati

      a dipingere di veleno

      il bel quadro sociale

 

3    Libelli abbastanza sconci

      spremuti contro il sovrano

[15]         re dei re e cavaliere invitto

 

4    E le frasi fra i denti

 

1    Vilipendio delle istituzioni con

      vilipendi di autorità. Gentili

      autorità e istituzioni gentili

[20]   2    Che non vanno vilipese né si vilipendono

 

3    La satira che è sempre piuttosto volgare e senza misura

      è limitata sbandita spappolata. Un

      dietrofront della licenza

      un tunnel che riporta all’ordine

 

Entra un gruppetto di straccioni.

 

Primo straccione:

[25]   Parigi brucia

tumulti per le strade

anche è incendiata

qualche casa a Lione

 

Secondo straccione:

Il re di franza è un buffone

 

Terzo straccione:

[30]   Chi è dunque un buffone?

 

Secondo straccione:

Il re di franza è un buffone

 

Primo straccione:

Tutta la colpa è l’ingordigia del re

 

Terzo straccione:

I re vanno macellati come si fa col porco

re di franza, di Danmark, roi de Belgique

[35]   anche chisto d’España

ce n’è uno nell’England

un altro dentro la Russia

in Croazia dicono c’è

ce ne sono da spazzar via eccome, il gran turco

[40]   il gran cane e

il principe di Floss.

 

Intanto appare Millius che esce dalla taverna col Provocatore.

 

 

XV. Millius con l’agente provocatore.

 

Millius:

Sì lo faccio. Sì lo faccio, lo faccio, lo faccio.

È una giusta vendetta.

Quel sacco di pattume. È stato lui, dunque, a impedire…

[45]   Inoltre c’è subito il cavallo.

 

Provocatore:

Subito fuori il cavallo

motocicletta elicottero o una cinquecento

qualsiasi cosa si muove. Per fuggire

scappare tagliare una corda andare

[50]   in frantumi con mille palanche dopo aver fatto cantare

il

pugnale.

 

Millius:

Io uso il temperino. Meglio questo temperino.

È affilato

[55]   non lascia traccia

sprofonda (ha un taglio leggero)

arriva all’osso (la punta è affusolata).

Meglio di tutto è questo,

io uso il temperino.

 

Provocatore:

[60]   Attento a non sbagliare

la posta è grossa

noi non ci conosciamo.

Non sbagliate il momento né l’ora.

Questo per le piccole spese (gli allunga una mazzetta di mille)

[65]   e per la buona uscita.

In Franza non si lavora gratis.

 

Millius:

Grazie il mio bravuomo (che si è già allontanato)

ed ora

proviamoci a ottenere almeno questa

[70]   intima soddisfazione

che è quella di accoppare un re

che ti ha buggerato. Che nessuno lo sappia.

Poi via col mio cavallo.

 

 

XVI. Rispettosamente: reggia di Versaglia. Grandi colori e cielo. Sua Maestà passeggia nel giardino col codazzo. Lo seguono riverenti.

 

Sorrisi, risi e bisi, sbattere di ciglia. Un sospiro. Cantano le cicale.

 

Millius si nasconde dietro un albero, sbircia; da albero ad albero, sempre più vicino, segue il passeggio del re.

Egli sovrano parla e declama

opprime e frascheggia

fa un cenno di saluto

maestoso rispettabile nobile e ignobile.

Egli re intravede Millius, seminascosto e appostato

fra albero e albero,

egli re si sofferma, guarda osserva con un cenno lo chiama

mentre Millius visibilmente impacciato si avvicina.

 

Il re di franza:

Aperto ai sudditi (sentite il cuore)

a coloro che si celano con intelligenza

e con intelligenza si svelano

(ci aggiungo il candore)

[5]     – essendocché l’autorità

ha bisogno e ragione di sentirsi e

sapersi rispettata –

ora ben disposto in mezzo

a questo venticello

[10]   ascolto la vostra supplica – se è orale

che se invece fosse scritta (o sottoscritta)

allora l’affido a un intendente

che segue la mia ombra.

 

Millius (rinfrancato):

Supplica non si dà mio sire

[15]   né orale né scritta mio sire

nemmeno sottoscritta ma si dà

al re buffone

un colpo di questo temperino.

 

Il re di franza (lancia un urlo mentre Millius scappa):

Ah ah ah (si guarda una mano da cui scorre un filo di sangue)

[20]   ferito alla mano

amputato alla mano

trafitto e anche torturato

il sangue corre la vita m’abbandona

bel suolo di franza adieu.

 

 

Parte seconda: leggi repressione

 

 

 

I. Sala con tutti gli armamentari sul muro e sui tavoli: bottoni, citofoni, mappe, bandiere, vera iconografia dantesca; entrano escono sgherri, facce di scherani siedono intorno a un tavolo; dietro cui ci sta ben rannicchiato e visibile, abbastanza comodo, lo scherano capo; intorno giornalisti, curiosi (uomini della televisione), popolo tout-court e anche politici.

 

Scherano capo (capo di polizia, sgherro, o più semplicemente «trou du cul»):

Come loro signori vedono, e concerne la

veduta alla cosa abominevole esemplata

cotidie – nella persona del sovrano

 

perversione sovversione invadono il paese

[5]     il bel suolo, bruciano

bruciano affumicano eccetera

 

la sovversione dell’ordine

la propensione a sovvertire queste

fermissime leggi

[10]   autentiche balsamiche

 

ciascuna società

si dà

le leggi che sa

 

ebbene: quali deduzioni cavare

[15]   simpliciter con giusto intuito

dal marasma delle cose accadute?

un sovrano assassinato

quasi assassinato

forse assassinato

[20]   assassinato un poco, a spizzichi e bocconi,

trucidato forte ferito macellato

ebbene sfiorato appena da quel sospetto di assassinio

con un coltello?

con un temperino?

[25]   dalle carni regali

un rivolo di quel sangue augusto

(e lo sfregio permanente e la vergogna)

è rifluito per terra mescolandosi

al fango in una storica turpitudine

[30]   che ci sarà rimproverata (rinfacciata nei secoli à paraître)

se intervenendo con fermezza non scancelliamo il reato.

 

Il popolo vuole un colpevole

tale e quale

che penda dalle forche

[35]   ma il popolo sa (forse) che non

c’è non ci sarà non ci fu mai un colpevole solo

solo un colpevole

ma che tutti i colpevoli sono subito imbottigliati calpestati

[inseguiti braccati

schedati identificati fotografati segnati

[40]   con lapis rosso blu

tutti e soltanto in una direzione determinata

 

perché laddove c’è licenza delle idee (e nelle idee)

c’è pure anarchia nelle azioni

volontà di sopraffare.

 

[45]   Abbiamo le prove signori

le quali scottano

                                come

patate bollenti spellate.

Bruciano la bocca e chi le neglige

[50]   o sottintende si rende colpevole di

favoreggiamento con

 

 

II. Una tribuna (in effetti siamo alla Sorbona), siedono in circolo giudici e giurati – che sono ecclesiastici e accademici. L’abate De Predes nel mezzo. Molto tranquillo egli è. In primo piano: a) Sindaco della Facoltà; b) Gran Maestro degli Studi; c) Presidente di Tesi.

 

Sindaco della Facoltà:

Fatto, o detto da voi, è un colpo basso.

Mal tirato, basso; e mal diretto.

Occorre subito correre ai ripari. Mio caro

                                                                   mio caro

[5]     voi così saggio, in un certo senso, e subito sapiente

intelligente e profilato – e con quell’avvenire davanti.

Un errore madornale.

 

De Predes (molto dolcemente):

Per avere scritto alcuni articoli in quella tale enciclopedia.

Perché la vecchiaia (e mi limito a voi monsignore)

[10]   è così poco decorosa

mentre dovrebbe (essere) solenne quel tanto

generosa perché sapiente

e tutta avvolta con gioia

dai fumi (e dai fiori) della vita?

[15]   perché è quella cloaca che è, avida lercia resistente impaziente

idiota, carica di soldi soltanto per fare fruttare i soldi

carica d’odio per fare fruttare l’odio

e con sole piume e pulci nella testa?

perché il vecchio si difende coi vecchi amuleti

[20]   cavilli pressioni e occulte truffe invece di

di

di…

Ma il vecchio non è più un uomo già.

 

Gran Maestro degli Studi:

Torniamo all’argomento

[25]   non della disputa (che disputa non si dà)

ma dell’accusa (che un’accusa pesante

nell’ambito del particolare e del generale già si profila

[in prospettiva).

Di un’accusa precisa parliamo mentre intera la Franza

trema è sgomenta geme sull’assassinio del re

[30]   sulla sua mano ferita sul

regale sangue versato.

 

De Predes:

Si tratta in fondo di un semplice temperino;

piuttosto un’intenzione che un atto vero e proprio.

 

Sindaco della Facoltà:

Un complotto che cercava di togliere pace e sostituire alla pace

[il disordine

[35]   e pescando nel torbido

sovvertire rubare massacrare.

A poco a poco parlando

a poco a poco argomentando sulla fede dei fatti (precisi)

[e sull’ordine delle cose

accadute – anche su quelle pensate –

[40]   ebbene capita di convincersi che

 

Uno dei presenti (a voce alta):

L’ordine

 

Un secondo:

L’ordine

 

 

Un terzo:

L’ordine

 

Sindaco della Facoltà:

Badiamo a questo (ed è un esempio che io porto, un saggio soltanto di infinite possibilità e altrettanto infiniti o vari meccanismi)

[45]   bastano poche parole

per rovesciare il mondo (mondo che conosciamo, amandolo

[e che vogliamo che duri)

se a queste parole non si mette da

parte di chi può e sa

un

[50]   riparo. Argine di fiume bastione fortezza o forca o cannone.

E voi così giovane.

 

Capita di convincersi che

un piano generale

di sovversione in apocalittica sintesi è (o era) in atto

[55]   per sommuovere rimestare distorcere calpestare e che noi

dobbiamo subito provvedere in merito alla questione

[nell’ambito particolare

e abbiamo provveduto.

Una bella tempestività

che merita un grazie.

[60]   Poiché le cose accadono come devono

dirette da ciò che è provvidenza non affatto arcana

ma conosciuta e pregata

e perché ciò che accade accada secondo giustizia e con ragione

secondo i meriti e col vantaggio comune

[65]   esorbitando nei dati

commisurando le idee

 

spiriti ritorti e conseguenti spiriti universali

 

il corno e il bicorno del sillogismo

si potrebbe procedendo per analogia argomentare così

[70]   e con il lucido dente dell’allegoria sovrana

(a poco a poco la scena si oscura, in primo piano sotto la luce cangiante e sfavillante risaltano due troni con le due divinità antitetiche e contendenti. Intorno ci sono, protagonisti-spettatori, i partecipanti, integri, della scena precedente).

 

 

III. Quella è la scena. Belbuch giudica – Zeombuch è giudicato; Belbuch è autorevole – Zeombuch è senza autorità; Zeombuch è picchiato – Belbuch è applaudito; Belbuch è il dio buono – Zeombuch è il dio cattivo. Il fischio di un treno.

 

Zeombuch:

La vostra giustizia è un rifiuto organico

essa giustizia piscia a comando

questa giustizia di vacca

è una giustizia in coma eppure

[5]     incorna il rosso

se il drappo gli è messo per benino

davanti agli occhi.

Io sono nero Zeombuch

tu sei bianco Belbuch.

 

Belbuch (ridendo):

[10]   Contrapposizioni assurde e con le tue argomentazioni fai

[poca strada.

Io ho la gente dalla mia

il potere il beneficio il bacio dei potenti;

tu, tu hai – come si dice? – il destino di scomparire

o tutt’al più di servire, modesto e squallido, la speranza

[dei deboli.

[15]   Io sono bianco Belbuch

tu sei nero Zeombuch.

La (tua) divinità è inesistente

la (tua) lingua non parla

nessuno ascolta perché hai una voce che non suona o risuona

[20]   pensi di parlare eppure morto sei

io ti posso

stringere strizzare capovolgere rivoltare, ti zittisco con un cenno.

In verità non hai neppure la forza per dare forza alle offese.

Sei Zeombuch nero

[25]   perché la coscienza degli uomini ti ha fatto nero

immaginandoti nero

a somiglianza degl’incubi della paura che neri sono;

poi subito ti ha cancellato, ti opprime, sopprime.

Credi che si amino gli spettri?

 

Zeombuch:

[30]   Lo so: chi mi ha generato, pensandomi con la fantasia,

anche mi consuma.

Sono un fuoco (rapido) e altrettanto rapido svanisco.

Ma sono un fuoco, ecco. Non ho tempo per le malinconie.

Mi consumo; ma brucio.

[35]   Non mi rassegno.

Ci scontriamo

e dobbiamo pure segnare qualche punto a favore o a sfavore

perché nonostante tutto

– io nero Zeombuch

[35]   tu bianco Belbuch –

c’è qualcuno, qualcuno che ha bisogno di sapere

se, per una volta almeno, c’è giustizia vera,

una generale giustizia, un trionfo – oppure se

si connota ancora essa giustizia come

[40]   la più grande ingiustizia, se soltanto

mortifica opprime

rode calpesta sibila infetta geme

morsica azzanna impesta e te frantuma.

Che cosa si potrebbe aspettare allora

[45]                                    se non che tale giustizia

                                             passo dopo passo

                                             ti conduca all’inferno?

 

Belbuch:

Noi temiamo gli ingenui come i criminali. Li dobbiamo temere.

Taci per un momento.

[50]   Chi può credere che si ha voglia di assolvere o di aspettare?

soprattutto quando una possibile vendetta è così vicina?

la concatenazione degli avvenimenti

così prossima ai nostri desideri

(e così calzante)

[55]   non può essere disattesa – come dicono i politici che

parlano il linguaggio delle capre.

A chi ti rivolgi adesso, Zeombuch?

a poveri o a ricchi? a potenti? a coloro che non

hanno alcun potere visibile (essendo il potere visibile il più caduco dei poteri) e hanno l’autentico potere invisibile che determina?

[60]   a magistrati di mille magistrature

a medici di mille medicine

a fisici e ingegneri di mille pensieri frenetici sulla fisica e

[sui ponti?

Tu nero, Zeombuch

io bianco, Belbuch

 

(il fischio di un treno)

 

[65]   e la notte è profonda

 

chi rincalza la voce e ribatte la tua orma

chi procede passo passo?

 

In bilico sul trono. Ma tu

non sei sul trono ma in bilico

[70]   sul davanzale della finestra (una)

dove in bilico stanno i galantuomini

per scampare fuggire precipitare

come scampano fuggono o precipitano tutti quelli indicati segnati

sottoscritti condannati.

[75]   Sta in noi di prolungare

in qualche modo la durata di una vita, di un’azione e di far

[durare nell’immaginazione

il ricordo di un dio.

Il fatto è che, per il momento,

tu sei utile come antagonista

[80]   Zeombuch, sibilla parigina che piange, Zeombuch nottambulo

ma che, scancellato appena torna il conto,

ritornerai alla tua inutilità che sarà molto fantastica.

[Se mi capisci.

Essendo

tu nero Zeombuch

[85]   io bianco Belbuch.

 

 

IV. Lo scherano capo nella sala e con le stesse persone in proseguo della scena prima.

 

Scherano capo:

Io che sono bianco.

E io che sono bianco. Adesso

abbiamo le prove miei signori.

Vi è del putrido nel nostro paese

[5]     il male c’è, il germe si rivela nei bubboni del…

Io che sono bianco

essi che sono neri;

bisogna cercare l’assassino i mandanti tutta l’organizzazione

[dell’inghippo

e dell’infernale piagnisteo in una sola direzione

[10]   bombe di parole, bombe di realtà,

bombe nelle cose,

massacri simulati e discussi, là dove

c’è l’ossessione del nuovo e di non accettare le regole

dove si balla e discute e sulle carte stampate si odora il veleno.

[15]   Chi muove i fili

chi detiene il bandolo

 

(mormorio)

 

Smosse le acque e in anticipo sui tempi.

Era appena avvenuto l’attentato che la macchina della giustizia

simile a un oliato marchingegno, simile anche a una colomba

[20]   tenera veloce sorridente astuta

interrogando circoscrivendo deducendo annusando

essa macchina carica dei possibili addendi e dei risultati

[clandestini

essa macchina

 

(mormorio)

 

Smosse le acque e in anticipo sui tempi.

[25]   La macchina era oliata

fu prima una denuncia inoltrata da un bon-homme

di quelli per intenderci che fidandosi nella giustizia perseguono

[il bene

pubblico e un poco anche il bene

privato come si deve. Ma quanti sono?

[30]   Seguirono alcune denunce lettere (clandestine) foglietti vergati

alla polizia locale

da persone quali

un curato (che sa)

un maestro (che sa)

[35]   infine anche stinco di dio un magistrato (che sa)

e il gran guerriero (che sa)

gran turco e gran cane. Allora è arrivato il momento

– sì è arrivato il momento bella bionda –

di sbarbare

[40]   anarchici e bastardi seminatori di zizzania e chi scrive su carte

[e sui muri

e chi parla e ragiona

e chi ascolta soltanto

fino alle radici del riso

fino alla radice del riso.

 

[45]   Fréron sul suo giornale

egli che svicola nei meandri delle idee

ha

in articoli ben congegnati e con un po’ di sale

giustamente attaccato questi seminatori di peste e autentici

[assassini.

 

Voce:

[50]   Fréron è importante?

Fréron è attendibile?

 

Voce:

Non è importante? Certamente è zelante.

Chi nega che sia zelante?

Non è attendibile? Certamente è convinto.

[55]   Di quel che scrive, intendo. O si lascia convincere.

Egli provvede sui fogli della gazzetta

ogni volta che le notizie ingenerano timori.

 

Altre voci:

Chi vale e chi non vale

chi ha le mani pulite e chi invece con le mani sporche ha riempito

[60]   in gran fretta le tasche e i cassetti di casa e sembra pronto a

godersela questa vita

dopo aver trafficato

con la signora giustizia.

 

Voce:

I delatori

 

Voce:

[65]   Che cos’è mai la giustizia.

Un pregiudizio con ottanta cavilli.

 

Voce:

Ben misera cosa.

Semplicemente un cannone con la bocca

puntata contro gli oppressi.

 

Voce:

[70]   È un comizio

 

Scherano capo:

L’inattaccabile Fréron

chi soltanto lo sfiora è subito incriminato mi pare

e qua il caso non è diverso. Moderate la lingua

i miei signori.

[75]   Egli è protetto in alto loco

dice disdice confonde riscrive e può

se vuole anche correggere e omettere

alcune verità.

Via! le verità son mille non una sola. O crediamo ancora

[a queste balle?

 

Voci:

[80]   Viva questa libertà d’opinione

 

Scherano capo (indicando Fréron che entra):

Ma ecco Fréron in persona. Olà, Fréron.

 

Fréron:

Altro che.

Sentite.

La macchina del terrore è saltata

[85]   ormai si tratta soltanto di raccogliere le schegge. La bestia

umana è stata presa, e inchiodata

la sua faccia è qui, su

questa pagina di giornale (sventola un foglio fresco di stampa)

non la dimenticheremo mai, la bestia ci ha fatto piangere

[90]   ci ha fatto sentire fino in fondo l’amarissimo sapore del dolore

e della rabbia. Il massacratore si chiama…

 

 

V. Ripresa e conclusione della scena terza, alla Sorbona.

 

Sindaco della Facoltà:

Il corno e il bicorno del sillogismo

commisurando le idee

e perché ciò che accade accada secondo giustizia…

 

Gran Maestro degli Studi:

Voi comprenderete, cortese abate, che

[5]     non è possibile accettare l’offesa quando

l’offesa vuole di proposito recare un danno specifico

a cui si aggiunge (si unisce) la malizia dell’intenzione

e la perfidia, che arriva al sadismo, dell’atto.

Perciò sarete messo in condizione di non nuocere.

 

Sindaco della Facoltà:

[10]   … e tale esempio divulgato

sarà un giusto tempestivo monito.

Voi avreste potuto e avreste saputo eccellere qua dentro

vi ha tradito la lingua

la penna altrimenti agile e inconsulta vi ha male compensato

[15]   noi qua attorno che fino a ieri vi applaudivamo

siamo giustamente severi.

Lascerete Parigi

lascerete la Sorbona

ritornerete a La Flan dove vi aspettano le oche verdi prati

[e il silenzio.

[20]   La vostra penna è

sul ginocchio spezzata

come una sciabola

 

Presidente di Tesi:

Non avete capito nonostante abbiate molti meriti

che l’università non è luogo da contrasti

[25]   non è un ammennicolo in cui far la punta alla matita

no no

profferire minacce

adattare le sedie.

Essa è luogo di eccezionali silenzi

[30]   dove le menti si adattano a speculare il cosmo

a strologare il passato.

Luogo di un laborioso formicaio.

Ma chi volta al futuro

tralasciando il metodo sperimentale e abbandonando la fede

[come un cappello

[35]   sulla sedia e si affida tutto intero alla magia

gongola coi diavoli

è chiaro che costui è subito identificato circondato e condannato.

Che cosa avete fatto ragazzo mio!

 

De Predes:

Una buona risata concluda la giornata.

[40]   Si alzano gli aquiloni.

Le mani sono pulite

il berretto è cavato è scomparso il rossore dalla faccia

chissà poi che non si trovi prima di sera un cavallo

per trottare a La Flan. Sennò vi prometto

[45]   di ritornarci a piedi.

Ma non chiedete che vi creda o che mi sottometta

nessuno può chiedere a un uomo

altro che la sua pazienza, se questa pazienza ce l’ha.

In quanto alla gloria che mi aspettava

[50]   chissà miei signori che essa non sia

già

e sparsa

su quei volumi che odiate. Addio.

 

 

VI. Scena con Did, Dal, Volty. In casa, in campagna, magari per strada. Poi entra Roos come una furia.

 

Did:

De Predes è partito ieri marcato come un vitello

non è stato distrutto (nel modo che sono soliti vincere loro)

ma sicuramente è condannato al silenzio per un bel po’ di tempo.

 

Dal:

A meno che non scelga l’esilio in England

 

Volty:

[5]     A meno che non parta lasciando chisto paese

che di giorno in giorno diventa sempre più fetente

nonostante i suoi lumi.

 

Did:

Tutto quello che accade

guazzabuglio di fatti misfatti marachelle delitti è come

[10]   fosse rivolto contro di noi; è come si avventasse contro

ci spingesse con la punta della spada. Insomma

a parte De Predes sento il temporale che avanza

e il gallo che si volta in cima al campanile.

 

Dal:

È savio correre al riparo.

[15]   In questo caso l’ombrello

è il silenzio.

 

Volty:

Tacere per un poco, disperdendoci, sospendendo l’uscita

del volume settimo e facendo intendere che ci siamo impauriti.

Un bel po’ di terrore ostentato.

[20]   In questo modo ripigliamo fiato e si sfoga l’attacco

 

Dal:

La corte, i gesuiti, perseguitano, non ne possono più.

Dovunque mi volto vedo sguardi d’odio di sospetto o di

terrore. Non ho paura ma certamente sono stanco sono stanco

[sono stanco e

inoltre per tanto fiele da trangugiare ogni giorno in privato

[25]   e in pubblico e da bere

in un sorso solo

il guadagno è poco.

 

Did:

Ma questa è paura, signore

 

Dal:

Per me è finita, addio (esce).

 

Volty:

[30]   Non ha torto. Anzi, egli ha ragione.

Non è più un lavoro adesso è un pericolo.

Non è più un lavoro adesso è una missione.

Non è più un lavoro adesso è una condanna a morte.

Chi vi dice, amico, che dopo la prigione a voi non spetti

[una prigione

[35]   ancora e con voi anche i vostri amici e a me (questa volta)

e che un articolo sull’arguzia, sullo spirito dei tempi, sul discorso della montagna, sulla cosmogonia, non comporti anziché un gruzzolo di denaro sudato mesi di galera o anni o forse l’esilio?

Le idee fanno tanta paura da ritorcersi contro noi che le

[divulghiamo.

Si può amare e essere felici

[40]   si può rischiare e essere felici (in un certo modo)

si può morire e essere felici, se la morte è questa felicità

ma quando si rischia si fatica si muore senza felicità

è meglio, più vantaggioso dopotutto, abbandonare l’impresa.

[Continueremo poi appena

il tempo

[45]   è maturo. Questa che facciamo arricchisce solo Breton.

Addio.

 

(Entra Roos come una furia, agita un foglio, è imbestialito).

 

Roos:

«Così; quando sono messi alle strette a proposito della necessità della rivelazione, dogma d’importanza tanto essenziale per il cristianesimo, parecchi vi sostituiscono il termine utilità, che sembra loro più idoneo. In questo, se non sono ortodossi, si dimostrano almeno coerenti coi loro principi»

Voi avete permesso che si stampasse

questo e altro alla voce «Ginevra»

[50]   voi che sapete valutare ogni ombra sfumata. Così lo scherno

[è peggiore.

E poi: «Nella cattedrale è stato da poco installato un organo

e forse col tempo si arriverà a lodare dio in una lingua migliore

[e con migliore musica».

È come giocare a bocce con le idee.

E ora vi sgomentate se vi attaccano, vi insultano e qualche

[volta anche vi

[55]   lisciano con qualche autentica frustata?

Solo allora vi arrangiate a chiedere aiuto.

Affogate pure nel mare

io non vi sono più amico

 

VII. Did e Sofia. Mari, monti, campagna, interno di città. Qualche sedia.

 

Did:

Dolce viso di cielo.

Proprio in contrasto a questo cielo che si fa scuro

a questo cielo così rosso

a questo cielo di primavera. Ebbene

[5]     erano le nove di sera passate.

Parlavo con Grimm che mi era di fronte;

ciò non ci accadeva da tempo, benché sempre abbiam trovato,

[nel ritirarci

dalla folla e chiudendo la porta su di noi, una dolcezza infinita.

Noi esaminiamo la condotta degli uomini e la nostra.

 

[10]   Li scusiamo; siamo meno indulgenti per noi.

 

La riga scritta bene è la sola cosa che rimanga;

il resto è dimenticato

a volte vado a chiacchierare in via dei Vieux-Augustins

a tentare di dimenticare gli sgarbi della vita.

 

[15]   Ma cosa vi dico.

Anche se volessi mentirvi voi leggereste bene sulla mia fronte.

Ogni ruga un pensiero

ma quelli tristi, quelli che ammazzano.

Sono come un generale sul campo

[20]   in quadrato contro il nemico

fioccano cannonate da ogni parte

e devo mostrarmi tranquillo e devo cantare, devo

sissignori lavorare finire ma sempre

con questo viso spianato

[25]   nonostante tutto a un sorriso. Se questo non c’è dicono

che Did è sotterrato ed è tutto finito.

 

 

VIII. D’Holbach e Did.

 

D’Holbach:

Badate a voi

tenetevi nascosto se volete

restate libero. Temo che abbiate le ore contate.

 

Did:

Non posso nascondermi e poi non voglio.

[5]     Lo so, mi schiacciano con facilità

ma alle volte penso

d’avere una forza maggiore di quanto credo e credono, almeno in questo momento e di dovere quindi esigere in un certo modo il rispetto di questa forza. Non fosse altro che per tranquillizzare gli amici e i lettori.

 

D’Holbach:

È vero che essi non possono toccarvi senza nuocere a loro stessi.

Conficcano aghi nel cuore dei vostri amici

[10]   maneggiano e sobillano

ma più che arrestarvi non possono

e forse neppure questo possono almeno per ora. Ma sono

[minuti fugaci, attimi; essi che sbavano come lumache

sono pronti a saltare.

 

Did:

            Il riflusso della seconda ondata non è ancora arrivato,

[15]   so bene che sarà terribile. Potrò resistere?

Mi chiedo se saprò resistere. Non è tanto questione di testa o

doti d’animo o di mani (lestezza o fragilità) quanto

di agire (saper agire) e argomentare in modo

            da tagliare il filo (lungo filo) di queste trame. Sgherro capo, sindaco della facoltà, presidente di tribunale e d’Agnesseau con i suoi denti lucenti e tali parole di miele; poi provocatori e sbirri. Questa è la società.

D’Holbach:

[20]   Stanno giocando la loro partita a scacchi, si concentrano,

[trattengono il respiro

Poi scoppiano in risate e applausi. Alle volte

credono d’avere già vinto

ombre di ombre tarocchi finestre aperte trabocchetti veleni

[(quando occorre)

            moschetti sicari. Uno sbirro si trova sempre.

[25]   Eppure è proprio quando hanno paura

che diventano pericolosi atroci

 

[quattrocento morti e più nelle quattro giornate di Milano

[anno 1898

con Bava Beccaris il beccaio

                    il bersagliere napoletano che stanava con la baionetta

[l’operaio della Pirelli

[30]           l’alpino del Garda (noi summa alpin con la penna) si butta all’arma bianca contro la barricata di Porta Ticinese

sbudella l’operaio della Stigler della Grondona della Vago

[dell’Elvetica

 

È a sua volta (palla rimanda palla) l’operaio di Porta Mon­forte e di Porta Vittoria col suo colbacco argentato

che a fucilate stana insegue bracca uccide

                    il bracciante di Foggia il contadino di Caserta il lazzarone

[napoletano.

 

[35]           Una bella medaglia sul petto e

 

oh mia regina

oh mio re

oh patria mia

 

                    Lo stato dispone della pura forza repressiva

[40]           esercito polizia carabinieri

e della ignoranza delle masse

 

Al calar della notte i ventimila uomini del

[gen. Bava Beccaris il beccaio

tengono saldamente ogni strada della città. Il governo telegrafa a mezzo del Di Rudinì al gen. Bava: «Dalla quiete di Milano da lei

      così prontamente ristabilita dipende forse la quiete di tutto il regno». La morte di centinaia e centinaia di milanesi era il prezzo pagato per la quiete borghese…]

[45]   Diventano atroci quando la quiete del regno è in discussione.

[Così inventano

le loro miserie

e amministrano così anche la loro giusta giustizia.

 

Did:

È importante che in ogni occasione

            ci sia un rifugio o la mano di un amico.

[50]   Capiterebbe altrimenti

d’essere subito presi e serrati

 

 

IX. Ancora la scena quarta che continua o riprende, con scherano capo, Fréron e gli altri. È trascinato dentro Millius; con lui è il provocatore in divisa da sbirro.

 

Scherano capo:

Il massacratore è Millius

inglese di Parigi

nobile spiantato

amico di Did

[5]     a cui ha venduto l’idea del gran vocabolario.

Le prove si stringono e parli il provocatore.

 

Provocatore:

È montato sul mio calesse ed era tale il suo odio e tale era

[la frenesia

che mi ha spifferato tutto

dopo un bicchiere di vino

[10]   e una mia mezza parola. Si è incastrato da solo e io volevo dissuaderlo: non farlo non farlo è uno scherzo. Il re è sacro. Ma lui

[intanto scappava

e ha ucciso il re

avendo per complici i banditi di Did. Millius ha confessato

d’avere pensato a questo attentato per suggerimento di costoro

con l’oro di costoro

[15]   per volontà di costoro

i quali con la morte del re credevano di portare la Franza

[al casino

anarchia assai utile per fare ciò che volevano e pensare

[egualmente ciò che volevano ecc.

 

Millius:

È falso. Lui mi ha convinto fornendomi anche il cavallo.

Il re semplicemente è stato

[20]   graffiato dal mio temperino.

 

Scherano capo:

Andiamo! Temperino o cannone. Il reato è

che abbiate soltanto tentato, pensandolo,

questo misfatto. Atroce. L’atrocità del misfatto è nell’averlo

[pensato in quanto pensandolo

(tale misfatto) voi già lo compivate

[25]   realizzandolo sulla tenera augusta carne del nostro sovrano.

Non conoscete le regole?

Così per voi e per noi l’assassinio è compiuto

voi siete spacciato. Perché non possiate inquinare le prove

che raduneremo a vostro carico

[30]   e perché parlandovi mi sembrate un poco stranito e spiritoso

avrete una cella isolata in cui meditare

ai casi vostri.

 

I complici sono a posto; De Predes sta trottando verso

[la campagna

ma sbirri soldati lo inseguono per sentieri

[35]   qua a Paris la ramazza agirà in un baleno.

Il cervello di Did deve essere messo in condizione di non pensare.

È compito nostro anche questo.

 

Fréron:

Tiriamo qualche somma? Dove si vede che il giornalismo quando

si mette a servizio della nazione

[40]   fornendo le notizie alle forze dell’ordine

(salvaguardia della patria e di tutti gli utili trofei quali marmi

[e bandiere)

esercita la sua alta funzione

è vindice

incrollabile

[45]   contro gli opposti estremisti che sommuovono

la giusta quiete del popolo laborioso

il quale popolo altro non chiede che lavorare in quiete

per sé, naturalmente, e per l’economia competitiva di

[codesta nazione.

Scriverò tali cose in dettaglio domani.

 

Scherano capo:

[50]   Tali cose scriverete

domani

perché gli onesti sappiano

e i meno buoni riflettano.

ai perfidi poi

[55]   c’è qualcuno che bada.

Ma ecco che vi presento i miei bravi collaboratori (un gruppo di sbirri si schiera su una fila, con sorrisi TV).

 

 

X. Millius in prigione è visitato da Sellius.

 

Millius:

Non dovevo farlo? Ero deciso a farlo.

E forse non dovevo farlo. Ma ieri mi sembrava giusto

ed è giusto. La causa di tutti i guai…

 

Sellius:

Non dovevi farlo in quel modo.

[5]     Perché non ti sei consigliato?

Altro che accoppare il re! con un temperino, poi.

Stai attento a te adesso, al mangiare e al bere.

 

Millius:

Ci baderò ma voglio riuscire a dire in pubblico

come stanno le cose.

[10]   Sono colpevole a metà

e per un pio desiderio. Il re è vivo e vegeto.

Scriverò il mio promemoria.

 

(Sellius esce; Millius siede a un tavolo e comincia a scrivere; entrano tre sbirri e chiudono la porta a chiave)

 

Sbirro (a Millius):

Alzati e stenditi a letto.

 

Millius:

Perché? Non sono mica ammalato.

 

Sbirro:

[15]   E invece sei ammalato, signor mio e principe delle tenebre.

Stenditi e non fiatare

topo di fogna

adesso ti visitiamo come fa il dottore.

 

Millius (che intanto si è messo a letto):

Dopo vi consegnerò una memoria

[20]   da passare allo scherano capo. Egli deve leggere e riflettere

poiché mi accusa

in fretta e furia

d’essere un assassino

 

(i tre sbirri si avventano su Millius e gli fanno un «santantonio». Lo coprono cioè con le coperte e mentre uno lo preme perché soffochi e non si avvolga, gli altri con grossi bastoni picchiano picchiano picchiano. Gemiti poi silenzio. Gli sbirri si fermano ansimando).

 

Sbirro:

Presto, accomodate le coperte, con questo lenzuolo

[25]   avvolgete il collo del morto. Deve apparire

come giusta causa

un suicidio per impiccagione.

 

(Spalanca la porta e grida: Millius si è impiccato, l’assassino del re si è impiccato. Accorre la sbirraglia, un medico, Fréron. Arriva anche lo scherano capo).

 

Scherano capo:

Questo momento (ore sedici) impiccossi inferriata mediante asciugamano detenuto Millius. Vado farne denuncia telegrafica autorità giudiziaria riservandomi inviare particolari dopo accesso qui pretore.

 

 

XI. Fréron, lo scherano capo e altra gente ancora. Il cadavere di Millius è disteso per terra.

 

Scherano capo:

Giace lungo disteso.

Tali e quali giacciono distesi

i furfanti d’ogni risma d’ogni nazione in qualsiasi epoca; a cui manca anche il coraggio d’offrirsi vivi per essere considerati e

[pesati.

Il suicidio di Millius è la conferma della sua colpa

[5]     responsabilità singola nel complotto di molti

insomma ciascuno è già etichettato col proprio cartellino.

 

Fréron:

Tollerare è un dovere

della società ordinata

ma se si incrina un ordine

[10]   che è poi quel tal bandolo che lega gli uni agli altri

e tanto più quelli che stanno in basso

a quelli che siedono alti ciascuno attento alla propria tela

ebbene se questo (è l’ordine) si incrina – come dicevo tollerare

[diventa un reato grave quanto…

 

Lo vedete da voi, qua in terra,

[15]   disteso nel lenzuolo il sicario

che ha insultato con un temperino il braccio del nostro sovrano.

Preso, custodito egli ha

scelto di darsi una morte

piuttosto che affrontare realisticamente e con un po’ di coraggio

[il giudizio quindi la condanna che segue.

[20]   Pietrificato egli non conta più

ma prima con la voce aveva accusato Did

soprattutto Did aveva accusato

artefice e commodoro della strage

vicenda epilogo di una più vasta congiura.

 

Scherano capo:

[25]   Evidentemente per ritornare alla pace ubiqua

dopo tanto finimondo

è urgente rendere Did innocuo

spazzolare le strade setacciando i facinorosi

ispezionare qua e là negli angoli

[30]   considerare con sospetto…

 

Un uomo:

            Millius per terra come il cadavere di Cesare

 

Fréron:

L’antico romano aveva vagato in su

e giù mendicando un po’ di gloria

mentre questo pezzente

[35]   straniero per giunta

            è morto per autocombustione e senza gloria

 

Un uomo:

Cesare crolla sulla scalinata

col coltello alla schiena

perdendo poco sangue

 

Un uomo:

[40]   Lo scherano capo è Antonio

            che conta le ferite.

Egli poi celebra Cesare con un poco di ironia.

 

Fréron:

I poeti sono fantasiosi

cantano cantano cantano suonano senza fine cicale esacordi

[accordeon o spinetta

[45]   magari perdono il fiato ma non si accorgono che

            si fa tempesta.

Il tempo di passare

dall’armonium da camera all’archibugio.

 

Scherano capo:

È così è così

[50]   mai la smettono

            per quel tale gorgheggio alle volte

sono fastidiosi ma può anche capitare come in questa occasione

[di diventare addirittura pericolosi.

 

Fréron:

Grano allora

che si taglia alla radice

[55]   – la radice del grano.

 

Una voce:

            Ecco un parlare fiorito

per anticipare fatti atroci

 

Scherano capo:

Chi vi dice signore

che anche noi non abbiamo talvolta un po’ di poesia?

 

[60]   O fantasia per queste cose?

 

            Da piccolo avrei voluto diventare pittore

 

bei cieli azzurri

bei cieli sereni

oasi di pace

 

[65]   e lunghi

 

            lunghi

nei campi

silenzi sereni

 

Fréron:

Poi questo cadavere puzza come puzza

[70]   il cadavere di Cesare che era un eroe e

            grande capitano fu oliato e coperto di rose

mentre questo occorre rimirarlo in fretta e poi

seppellirlo

 

Scherano capo:

Come i signori hanno visto e rivisto considerando il corpo

[di reato davanti didietro qua e là

[75]   su giù

            questo Millius ha il sapore di impiccato

per autodeterminazione.

Ciascheduno si prenda le rispettive responsabilità e non si venga poi a dire che l’abbiamo accoppato. Tali cose

nella camera della giustizia (che è antiporta dell’eternità)

[80]   non si fanno. Come sapete, dovete sapere, saprete.

 

                    [Il cancello, vigilato da sei soldati, si chiude alle sue spalle e più nessuno ne parla, più nessuno gli parla, anche se l’arcivescovo insiste per portargli la parola della fede e l’ambasciatore d’Inghilterra ed altri fanno domanda per vederlo.

Molto più tardi A. B., valendosi della qualità di deputato e di un vivace scambio di telegrammi col ministro e col direttore generale delle case di pena, riuscirà a penetrare nel maschio: lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi è orribile.

 

Per i primi due anni e mezzo Passanante è stato rinchiuso in una cella posta sotto il livello del mare, nel buio totale, e l’assalto dell’umidità, delle infiltrazioni saline e dello scorbuto gli ha fatto perdere tutti i peli, perdere il colore, rovesciare le palpebre sugli occhi, gonfiare il corpo. In questo stato venne portato in una cella sopra il livello del mare, avendo cura di non permettergli di vedere il cielo nemmeno durante il trasferimento.

Ormai non riesce più a sopportare la catena di 18 chili che

[gli opprime in permanenza le reni

                    i battellieri che passano vicino alla torre

[85]           odono giorno e notte il rumore della catena trascinata

e un lamento

a volte di dolore

a volte di rabbia]

 

XII. Per la strada, popolo di Parigi.

 

Un uomo:

Ci tormentano spintonando per le strade

 

Un uomo:

Soppesano scrutano e

sei incastrato. A destra non puoi andare

a sinistra devi dritto procedere

[5]     non voltare il collo

e passo dopo passo per non dare sospetto

di fuggire

 

Un uomo:

Una città si spopola

dalle finestre serrate cento occhi ti guardano

 

Un uomo:

[10]   Passo dopo passo, certo. Le galere sono piene (già)

per strada passano ripassano soltanto sbirri vecchi

giovani sbirri e intriganti sbirri

sbirri assoldati per ascoltare provocare riferire qualche volta

[anche uccidere evitando di perdere il tempo e

            dare giustificazioni.

 

Un uomo:

[15]   Tutto cominciò per un temperino

 

Un uomo:

Cominciò tempo fa

Did ha voluto strafare evitando

di correre nel seminato, scegliendo cogliendo censurando

non si può pensare in modo diverso

[20]   se non sono diversi gli uomini. Li sorprendi, li offendi

alcuni indifferenti non ascoltano

altri vivono lontani nella loro ignoranza (che è felice, perfetta)

alcuni pigliano l’imbeccata

ma i nemici veri

[25]   fra le colonne all’oscuro sono

i signori della guerra coloro

che ti colpiscono al cuore nel safari

al posto del leone.

È un incidente di caccia

 

Un uomo:

[30]   Il processo a Millius non si poteva fare né

si doveva

così garrotato è stato meglio per tutti

per lui che è morto

per coloro che cercano

[35]   e per noi che restiamo

 

Un uomo:

Alle volte è più difficile reperire un pretesto o il pretesto

[delle cose

che raggiungere in fretta il cuore del fatto e dell’azione o come

[dire il cuore del carciofo

 

Un uomo:

Il fiore resta in mano

radunando con la sua puzza

[40]   frotte di moscerini.

Il fatto è che alle volte bisogna (è necessario) dare

            una giustificazione.

 

 

XIII. D’Agnesseau. Scherano capo, Provocatore.

 

D’Agnesseau:

Giustificarsi è da imbecilli.

Così è sciocco (anche pericoloso)

scambiare o lasciare scambiare il corpo di un ladrone

per quello di Cesare.

[5]     Ma siamo matti?

si perde anche il senso delle proporzioni.

 

Scherano capo:

Uno scherzo, soltanto uno scherzo e l’episodio

era riportato con malizia. Noi

non verremo meno all’impegno di camuffare la verità

[10]   poi il travestimento della verità d’altra parte oltre che un

impegno professionale

è molto divertente. La verità della realtà

è così noiosa. È così vuota infine

la vita dello scherano

 

D’Agnesseau:

[15]   Travestitevi se volete purché portiate a termine

questa operazione. La quale, con ogni incastro al momento

[stabilito,

porterà la Franza all’ordine

che durerà.

Voi con noi e voi insieme ad altri

[20]   avrete questo onore e qualche pratico riconoscimento.

Per nulla si fa nulla e questa gentile proporzione

è valida al nostro fine

e al caso particolare.

 

Scherano capo:

Did è libero

[25]   passeggia

se ne fotte

quello è il cervello della banda

bisogna metterlo in condizione di non funzionare.

 

D’Agnesseau:

Con un po’ di educazione.

 

 

XIV. Did e Sofia.

 

Did:

Mi sono convinto che mi rimangono pieni, integri,

tutta la fantasia e il calore dei trent’anni, con un fondo

di conoscenza e di giudizio che non avevo punto allora;

ho preso la penna;

[5]     ho scritto per quindici giorni di seguito, dalla sera alla mattina,

ho riempito d’idee e di stile più di duecento pagine

con la scrittura piccola minuta con cui vi scrivo le mie lunghe

[lettere e sulla stessa carta

 

Voi fate troppe lodi alla mia penetrazione.

Quando si ha un poco l’abitudine di leggere nel proprio cuore

[10]   si è consci di quel che passa nel cuore degli altri.

Quanti degni pretesti ho

preso nella mia vita per buone ragioni!

 

Son tre giorni che Rousseau è a Parigi.

Io non mi aspetto una sua visita

[15]   ma non vi nascondo che mi farebbe molto piacere

e sarei ben lieto di vedere

come giustificherebbe la sua condotta nei miei confronti.

Ah

 

Suart si è sposato ieri

[20]   Suart mi è caro

Alcuni mi dicono anche di fuggire

di stare nascosto

mi avvertono di un grande pericolo

Non ci posso credere

[25]   in quanto devo continuare a lavorare

con la stessa lena.

 

E poi, perché fuggire?

 

 

Parte terza: leggi conclusione

 

 

 

I. Ancora l’hippy del prologo, sub specie aeternitatis, che appare e confabula quasi fra sé e sé, con convinzione; mentre nella scena d’inizio era sulla declamazione (alquanto didascalica). Cammina, ed è tutto convinto, sconvolto. Dice:

 

Passanante, non ti pentire.

 

Questa terra tinta (una volta) d’autunno

si colora di sangue

 

la tortura è questa

[5]     oppure la tortura è quest’altra (non si dice)

c’è molta felicità per certi uomini

per altri uomini c’è molta infelicità.

Il ludibrio di una società:

cani i cani

[10]   cani i cani sono più felici degli uomini.

Ora hanno ordito una congiura

i cani della santa inquisizione,

smantellando pietra su pietra

a colpi di codici che sono santi

[15]   di lemmi, di cavilli

di mandi e rimandi, di botti e chiose vespertine

di sofismi esecrabili

 

– il re mangia col ministro e fatica a pensare (coprofago)

il ministro mangia col re e fatica a pensare (coprofago)

[20]   il ministro chiede al sovrano una marsina (ah, quella marsina)

il sovrano largisce lire 50.000 per spese di rappresentanza

al suo primo ministro e gli regala

                                                           anche

                                                           una marsina (quale marsina!)

[25]   in fine el-rey parla ironicamente di tutte le volte che ha dovuto

[ricomperare la spada di Garibaldi dai figli.Ma la congiura è nell’aria.

La pace sociale è conseguenza (dicono i potenti)

di una battaglia vinta

– a colpi di spingarda e di cannoni

[30]   uccidi uccidili uccidere i

                                                 cafoni

 

Alle volte è anche accaduto può anche accadere

che c’è pace sociale perché

tutti gli avversari morti, per terra, distesi, hanno gli occhi rivolti

[35]   agli occhi del re

 

[Il cav. Angelelli che era stato trasferito apposta quale direttore a Santo Stefano per ordire la trama e che poi era stato lasciato nella peste, ora che è in pensione vuole vuotare il gozzo e pubblica i nomi dei tre commendatori che gli avevano impartito le direttive: Beltrami-Scalia, allora direttore generale delle carceri, il suo successore Cavenelli e l’ispettore generale Doria.

La lettera passionale di Pasqua Venaruba, amante di Accia­rito, era stata scritta dal comm. Doria, firmata per la Vena­ruba dal comm. Cavenelli e indirizzata al cav. Angelelli, direttore del penitenziario di Santo Stefano]

Tuttavia alle volte accade è anche accaduto può accadere che

 

allora

           allora

[40]                         allora

 

 

II. Scherano capo, sbirri. Gli sbirri sono in alta uniforme con scarabattole di gas tossici, esilaranti, defolianti, venefici, accecanti, raggi mortali, bombe, schioppi, scudi, trombe, baionette, mitragliatrici, mortai, elicotteri, carri, gieppe gieppine gieppone visiere. Pronto intervento delle forze di un ordine – in questo lontano secolo dei lumi.

 

Scherano capo:

Tu con questi, là.

Tu con questi, qua.

Tu con quelli, su.

Tu con quelli, giù.

[5]     Tu qua qua e qua

tu con voi e voi

tu con quelli e quelli

là su giù indove pertanto

postergo presumo indulgo esplico resurgo auspico.

 

[10]   Ogni buco della città

di questo faro di questa culla e vero tabernacolo

sia presidiato e

nottempo se s’alza

il grido del-

[15]   la civetta

si faccia in modo che (in quell’ombra) gli impiccati dondolino

per dare il senso di uno scuotimento di corpi d’averno

di corpi di fuorivia

di un valzer d’anime dannate

 

[20]   Vogliamo salvare (preservandole) le istituzioni?

 

Gli sbirri (escono cantando):

Nel caldo dei deserti

e tra la rena ardente

insegneremo a vivere

ai negri civilmente.

 

 

III. Entrano in forma di balletto, tuta nera (?), con maschere abbastanza stilizzate, torve, i cacouacs. Costoro sono molti, uguali, altimagri, sui trent’anni.

 

Cacouacs:

Oro inglese

Braccio italiano

Libro francese

Ci disponiamo a vincere

[5]     perché abbiamo l’arma segreta qua (mostrano la lingua)

 

un veleno che si coagula

e possiamo sputare

in faccia addosso negli occhi sul collo uccidendo

 

nessuno può resistere all’attacco e

[10]   terrorizzato s’arrende si convince cede decade alza le mani

[muore

 

La forza della lingua

come dire la forza della spada

e di conseguenza dello sputo

 

Un veleno (nero) contro le argomentazioni e il casino

[della questua

[15]   andare fare disfare

un’azione pulita discreta immediata che rimetta in riposo le ali di quei tali che credono di trascinare il mondo a pancia in su.

Non ci vuole poi tanto.

Una gabbia per questi uccellini perfidi o

soltanto irriducibili,

[20]   proprio come una malattia.

 

 

IV. Gli scontri per le strade. I cacouacs e il popolo che si batte.

 

Uno:

Ecco che tornano con

fuori la lingua

sputano

 

Uno:

Sputano lungo ma basta

[5]     calcolare la traiettoria dello sputo

se non colpiscono subito

puoi batterli con il bastone

 

Uno:

Restiamo sparpagliati

a due per volta

[10]   uno sta alle spalle pronto con il bastone

uno provoca e attira

 

Uno:

Uno, uno

(guardate, guardate qua)

è il terzo che cade

[15]   ha lo sputo nero

va per terra come il fiele della seppia

 

Cacouac:

Eppure con lo sputo

devo pur colpire qualcuno

ucciderlo intimorirlo

[20]   farmi rispettare

così (sputa addosso a uno che lo evita mentre un secondo lo sorprende alle spalle e l’abbatte).

 

 

Uno:

I cacouacs sono in fuga

i cacouacs sono in fuga

come i topi nelle fogne

 

(La zuffa si accende e si spegne. S’accendono e spengono fuochi).

 

 

V. In qualche luogo: sottoportico, calle, rua o stanza privata. Il gruppo ansimante, stanco ma soprattutto sbalordito dei cacouacs. Si guardano l’un l’altro, voltano e rivoltano la testa senza parlare.

Muovono le mani

la schiena

il collo

i piedi

ed è coi gesti che dicono (si dicono) tutto. Non sembrano ancora sconfitti ma in quella soporosa meraviglia che è l’ombra di un dubbio già

 

lo sputo

gli sputi

 

oppure col mio sputo

 

PER TERRA COME IL FIELE DELLA SEPPIA.

 

 

VI. D’Agnesseau e Scherano capo.

 

D’Agnesseau:

Sarete tenuto responsabile

se questa operazione di polizia che avrebbe dovuto concludersi

[in poche ore

avendo di fronte piccole teste d’uovo

qualche gaglioffo, giovani di primo pelo

[5]     non avrà non darà

il risultato sperato in alto loco.

 

Scherano capo:

I cacouacs hanno deluso, hanno retto male alla prova

i loro sputi (come i loro fiati) erano

carichi di poco veleno, sbiaditi e innocui.

[10]   Proveremo e riproveremo con cacouacs più rodati sperimentati

[addestrati

e se non serve ancora proveremo poi con bo e fu e mi e ga, agiremo per servire il paese servire il re ridurre ogni cosa all’ordine preservare la specie tutelare il paesaggio.

Tutto è dovuto alle circostanze.

 

 

VII. Alcuni borghesi che leggono sulla gazzetta un articolo di Fréron.

 

Uno (legge):

Tutto il popolo benpensante

dalle classi responsabili e colte

alla classe più modesta ma altrettanto utile e docile (quando

[resta docile)

deve colludere

[5]     perché i rossi maledetti siano scancellati dal bel paese

ciurma appestata che ha attentato al re

con un temperino. Buon popolo

per strade e sentieri batti ribatti vinci convinci

in sintonia coi cacouacs

[10]   per qualche giorno

ma un po’ di sangue versato

non ha mai fatto male ad alcuno.

 

Uno:

Dice bene ma questi cacouacs che dovevano

sputare forte e diritto

[15]   non sono poi…

Uno:

Scrive bene ma questi cacouacs baldi giovanotti generosi e fedeli

ieri l’altro in loco

sopraffatti dall’emozione (forse)

non hanno poi sputato forte diritto e allora

[20]   non sono poi

 

Uno:

È così e così, un po’ di sangue

versato non ha mai fatto

 

Lo sputo dei cacouacs deve essere più forte e diritto

così preciso mortale feroce

[25]   da tranquillizzare

 

Non sembra che

 

Eppure se Fréron ha scritto batti e ribatti deve avere fiducia

sapendo le cose

 

Egli insomma convince

 

 

VIII. Did e Sofia.

 

Did:

Sono andato da d’Agnessau e non mi ha ricevuto.

Il mio studio è stato perquisito

tutte le carte all’aria

alcune perfino bruciate.

[5]     Per fortuna che i fogli dell’enciclopedia

pronti per essere stampati

li ho nascosti per bene e non saranno scovati.

 

Poi mi cercavano e non mi hanno trovato.

Ho usato qualche astuzia.

[10]   Ho scritto e stampato questo volantino

che spiega le nostre ragioni e dà qualche buona idea

almeno credo.

Ormai è venuto il tempo di una giusta vendetta, di una giusta

[forza, di un giusto coraggio.

 

Ricordate, un tempo?

[15]        «E dove andate con quell’abito color mattone?

             A cena dalla baronessa, e di lì in campagna.

             A che ora volete arrivarci?

             L’ora non ha importanza; e voi, cosa farete?

             Vado a chiacchierare in via dei Vieux-Augustins, a tentar

[di dimenticare

[20]                    Gli sgarbi della vita, e riconciliarmi con gli uomini».

Come tutto è lontano, oggi.

Come è giusto che tutto questo sia lontano, oggi.

 

 

IX. Popolo, quello che non ha paura, sulla strada a battersi (ancora) contro i cacouacs e contro gli altri sbirri che corrono suonano sparano gridano. Il popolo attacca o si difende in silenzio. Fra loro c’è Did – poco smanioso, quasi intimidito.

 

Did:

Questa violenza è orribile

eppure questa violenza è necessaria.

 

I cacouacs sputano nero

col veleno sotto la lingua

[5]     perché hanno una rabbia addosso,

chiamano sbobba le nostre idee

come dire sbobba a una cosa che si mangia o a una cosa

[che si legge

Uno:

È feroce la rabbia, questa rabbia è feroce

segno tempestivo e particolare

[10]   che abbiamo più forza nelle cose dette, cioè nella sbobba

[che diciamo, di quanto immaginavo

 

Uno (che si è appena battuto):

Non accarezziamola questa forza e poche storie.

Indicandoci di bene pensare

io mi sento proprio una forza nel braccio

            una spinta nel fare e quella tale speranza

[15]   che la giornata di oggi sia meglio di ieri e sia molto utile

[per domani.

 

Did:

Così argomentava Ep nelle lotte del giorno, per il senso delle cose e sul sentiero di guerra

 

(anche Did adesso s’azzuffa con un cacouac. Lottano per terra poi il cacouac sputa, Did schiva e con un pugno l’abbatte).

 

 

X. D’Agnesseau e Fréron.

 

Fréron:

La città è un’enorme arena

quasi tutti si battono e non vogliono cedere. Anche se poi cederanno o finiranno per cedere. Ma la forza di questo esempio!

Chi avrebbe creduto che quattro esaltati

avrebbero potuto fare questo macello

[5]     darci questa noia – non solo, ma avere tanti amici?

 

D’Agnesseau:

Calcoliamo premesse risultati.

È che tutti, e mi metto nel mazzo,

avevamo sottovalutato Did e la sua corte, quel manipolo

[di strambi individui che si aggiravano,

la sua opera che continua

[10]   quel fare e disfare

 

Abbiamo cercato di fotterlo nel modo tradizionale.

Non era proprio il caso.

 

Fréron:

A noi conviene per un poco di star zitti

e di ammettere d’aver perso la faccia. Per un poco.

[15]   Converrà ritoccare sulla gazzetta

il ritrattino di Did

non più squartatore ma santo

e fior di cherubino.

 

 

XI. Did per la strada, con altri.

 

Did:

Vi siete mai chiesti com’è accaduto

che dai romani (antichi)

siano usciti gli italiani? È un’ipotesi, un esempio.

Da un popolo così fiero, orgoglioso, così sicuro della sua

[superiorità sugli altri

[5]     com’è potuto accadere che sia seguito un popolo così fragile,

[incerto imprevedibile, futile litigioso così maldestro

mal governato

indifferente

tenero indifeso, disgraziato?

 

Confrontare la maschera di un Cesare

[10]   con quella di Bruto

                                   contemporaneo.

Quale orrore

E che errore

 

Ebbene, per noi, la novità

[15]   deve essere quella di non avere

antenati e di segnarci

giorno per giorno la nostra faccia nuova (non un’opera

[di restauro ma un condensato di anatemi). Di

non avere i piccoli busti al Pincio

i grandi antenati a cavallo

[20]   o splendidi quadri al Louvre.

Sul nostro specchio (che è l’identico specchio)

e con la stessa matita

ci ricalchiamo le ciglia

per essere più marziali – e un poco più misteriosi.

 

 

XII. Did e Sofia.

 

Did (euforico):

Se solo alcuni anni fa

m’avessero detto che tutto sarebbe successo in questo modo

quando presi in pugno il grande lavoro

ed ebbi le prime minacce

[5]     le prime mortificazioni

gli amici che mi lasciavano

 

Passo passo siamo qui e

 

niente aria di vincitori

però dicevano del sottoscritto:

[10]   una testa enfatica

un entusiasmo da pitonessa

un disordine nelle idee simile a quello del caos

una penna che segue tutti gli slanci del cervello

ebbene sì, ma gli slanci del cervello di tutti

[15]   per dargli un poco d’ordine

e una certa maniera.

 

Eccomi liberato da un gran numero di potenti nemici

e invece ho amici

per le strade

[20]   distribuiti qua e là

 

 

XIII. Radunata di sbirri e cacouacs nel salone dello scherano capo.

 

Scherano capo:

Siete mosci

vi capisco

non ho alcuna censura per voi

se la censura s’intende per una cosa non accaduta o male

[accaduta.

[5]     Oltre non si andava.

 

Le previsioni degli esperti erano altre

rilevamenti d’agenzia davano per certo

che la gente annoiata stanca disattenta se ne sarebbe fregata

e che lo sputo dei cacouacs così preciso nell’intento

[10]   e forte nella direzione

avrebbe sbalordito;

che il 68% o solo il 12% invece

o anche il 24% così e per dove…

 

Andate a leccarvi le spalle

[15]   a pigliare fiato

ad asciugarvi i piedi

che adesso fate un poco pietà bravi ragazzi.

 

 

XIV. Entrano nel salone dello Scherano capo prima d’Agnesseau e poi Fréron.

In seguito entra Did.

 

D’Agnesseau:

Legge e pubblica opinione

insieme alla pulizia dei cantoni.

I gesuiti sono i veri sconfitti (col re)

la loro campagna di stampa è naufragata

[5]     avendo perso potere l’ordine è soppresso

le rendite incorporate

i frati obbligati a svestirsi o a scendere in Italy

– quello è il loro posto.

Senza scoppi o feriti, cioè senza troppi scoppi e feriti

[10]   e senza troppi morti

c’è da una parte chi ha vinto

dall’altra un perdente.

Oggi come oggi dobbiamo lasciare tale e tale e tal altro

liberi di scrivere e stampare

[15]   dopotutto perché stampare è anche una necessità.

 

Fréron:

Stampare bene è una necessità

pensare bene è una necessità

ora dobbiamo rassegnarci ad ascoltare soltanto

le lagne di quei quattro gatti

[20]   che rifanno il mondo

e questo perché lo sputo di qualcuno non è zolfo

non è piombo fuso

 

D’Agnesseau:

È che le idee hanno le gambe lunghe

 

Scherano capo:

Da parte mia conclamo

[25]   che le forze di polizia

hanno fatto tutto intero il proprio dovere.

 

 

XV. Per la strada.

 

Uno:

Sputavano sputavano sputavano e le pietre

erano nere per terra

un filo di sputo

eppure tutti cadevano colpiti alle spalle, con una botta giù

 

Uno:

[5]     Una battaglia

 

Uno:

Altri sparavano dai tetti

cercando di colpirci

ed erano sostenuti dalle grida dei ricchi

che urlavano «accoppateli, accoppateli»

[10]   e battevano le mani, gettavano fiori se…

 

Uno:

Una rabbia feroce e un’autentica paura

 

 

XVI. Did e Sofia.

 

Did:

Lungo il fiume camminiamo

contro le acque quiete

guardiamo il cielo

in quest’ora di tramonto.

[5]     Lontano dalla guerra

abbiamo appena ieri terminato una guerra

così almeno ci parevae stamattina come un reduce

faccio progetti per domani.

 

[10]   Vi ho narrato, credo, come qualmente il signor Le Gendre

[e Gaschon si eran

trovati a casa mia la stessa mattina

Gaschon non si sedette nemmeno, il mio focolare freddo

[lo mise in fuga.

Dovendo il signor Le Gendre sbrigare molte faccende

[e disponendo di poco

tempo per restare a Parigi, uscimmo insieme

[15]   e fummo subito nella battaglia.

Insomma, l’imprevisto una coincidenza ci aveva unito

ed essa stessa ci ha fatto battere insieme e diventare amici.

 

Spero che ci rivedremo domani e che non avrete alcun rimprovero per i prossimi giorni.

 

 

XVII. In piedi e gesticolanti i cacouacs superstiti che si medicano le ferite, prendono fiato, sospirano. Al margine, quasi (o certo) a conclusione della scena III della seconda parte, Belbuch e Zeombuch questionano ancora fra di loro, a voce un poco roca e con manifesta stanchezza.

 

Belbuch:

Non alzare la cresta,

la vittoria (la supremazia) di un momento

non dà alcun diritto a sperare in eterno

e crea soltanto piccoli privilegi

 

Zeombuch:

[5]     Sto in un angolo sperando di aumentare la mia attuale fortuna

[con qualche buon colpo ancora

e se mi è possibile vedo di farmi qualche nuovo amico.

Vincere, in questa forma, è già qualcosa di più (di più duraturo

[intendo)

non dà, questa vittoria, i piccoli privilegi che dici e che servono

[a pochi pagamenti

ma libera soprattutto dagli errori che si facevano

[10]   e dai nemici che sembravano amici.

Insomma questa vittoria è un piccolo pandemonio

è l’inizio (soltanto l’inizio) di giorni un poco diversi

senza gli stessi grugni

 

(i cacouacs lo guardano mentre parla, si avvicinano, ascoltano poi gli saltano addosso e a colpi di sputi l’uccidono).

 

Belbuch:

Come sanno anche i cani

[15]   una vittoria non è mai definitiva (per nessuno)

e non si può mai contestare che lo sputo sia innocuo

quello dei cacouacs adesso uccide per davvero

(avete visto la documentazione)

forse era soltanto la mancanza

[20]   di specifica carica emotiva

che annacquava il veleno.

Abbiamo corso un pericolo

il pericolo permane

 

per parte nostra, mentre gli altri grondano felicità

[25]   grondano solidarietà (dovizia di particolari)

cercheremo di riportare adagio le cose

adagio con un po’ di malizia

adagio queste cose

alla nostra misura ad hoc (voglio dire al punto di prima)

[30]   mentre il suffragio è universale

ad hoc

alla nostra misura

eccetera eccetera

 

 

 

Venerdì, 25 Gennaio 2013 16:24

Unterdenlinden

Testo per il teatro [1965]


 

Elenco dei personaggi

 

Adolfo

Bormann

Giovane

Ragazza

Padre e Madre (del Giovane)

Segretaria

Signor Tifling

Invalido

Moglie dell’Invalido

Giornalista

Herold Smith

Vogel

 

Un Cameriere

Ospiti

Esaminatori

Un Medico

I cinque Americani della commissione

Tre ragazze

Un Arrestato

Primo e Secondo Assistente

Un Ministro

Autorità e Dirigenti (partecipanti al Congresso)

Funzionari della fabbrica

Alcuni Attori (che recitano il brano di Eschilo)

La Signora

Persone

Gli Spettatori (del night, scena II; della scena XX)

Soldati, Operai, Inservienti

Il Sosia di Adolfo

 

 

 

I

 

Adolfo e Bormann in una camera, nella notte fra il 7 e l’8 maggio 1965.

 

 

Adolfo:

Bene, suona mezzanotte e noi brindiamo. (Si alza in piedi).

Bormann:

Un sorso di cherry?

Adolfo:

No, latte e camomilla.

Bormann:

Merda tre volte! questi giorni che non passavano mai, mai passavano, e questi ozi forzati. Tutto, qua dentro; tutto è fottuto qua dentro.

[5]     Adolfo:

Ozio forzato? piuttosto un momento d’attesa. Che cosa è cambiato intorno? Lo dica, Bormann, poveretto, su lo dica. Da quel che sappiamo…

Bormann:

(pronto) Niente. Niente è cambiato. Niente. Ci aspettano. Chi è in alto resta in alto e tutto il resto…

Adolfo:

Esatto. (Sorseggia dalla tazza).

Bormann:

Andrò al cinema, per una volta; poi a una grande bevuta di birra. Libera, con i piedi sotto la tavola.

Adolfo:

Per prima cosa bisogna prendere sole; scientificamente badi, aria buona, un’aria pulita. È un fatto che il nostro colorito è pallido, è troppo pallido per uomini come noi, in questo momento. Bisogna provvedere. (Davanti allo specchio) E via questi baffi (esegue) e un altro vestito intanto (esegue). Pronti, così. Non è passato molto tempo, dobbiamo accontentare molte speranze, soddisfare the people. (Sorride).

[10]   Bormann:

(immobile in un atteggiamento di ambigua ammirazione)

Possiamo andare?

Adolfo:

Spegnere le luci.

 

 

II

 

La Ragazza balla in calzamaglia nera; un cono di luce la segue.

Ballo cerebrale, freddo, allegorico, atmosfera da night-club sofisticato. Intorno si sente gente che guarda seduta bevendo; fumo.

Musica e ballo per due minuti, alla fine applausi, una luce la insegue esaltante dopo gli inchini mentre si allontana dietro le quinte.

 

 

III

 

Nel camerino della Ragazza. Mentre si toglie la calzamaglia bussano, si ripara dietro un paravento, entra un Giovane, venticinque anni assai attraente.

 

Ragazza:

Sei tu?

 

Il Giovane non risponde. Annuisce, accende una sigaretta, siede. C’è una certa dolcezza nel suo comportamento, qualcosa di lusinghiero, di non corroso, di simpatico. La Ragazza riappare tutta morbida con un leggero berretto in testa di nylon, sempre svestita, gli siede sui ginocchi, fanno all’amore mentre la luce scompare.

Riaccende. Lui è seduto e fuma, lei è in piedi davanti allo specchio vestita e pronta per uscire. Si ravvia i capelli.

 

Ragazza:

Se vuoi verrò ma mi annoio.

Giovane:

Stasera c’è anche un oggetto misterioso. Forse sarà meglio delle altre volte. Meno deprimente.

Ragazza:

Oggetto misterioso?

[5]     Giovane:

Il vecchio dice che ci sarà un uomo importante e che ci sarà da divertirsi. Dice che non ce l’aspettiamo.

Ragazza:

Perché poi?

Giovane:

Mah. È mio padre che invita; questa è un’occasione unica secondo lui. Un pranzetto di gala, con la coda finale della conversazione. Sai come vanno a finire.

Ragazza:

E tua madre in nero quella jettatrice.

Giovane:

Saremo tutti in nero, le candele sul tavolo, anche tu con qualche merletto. Se ci scocciamo andremo in camera mia, in pace.

 

La Ragazza gli manda un bacio con la mano, esce. Il Giovane s’alza e la segue. Si spengono le luci.

 

 

IV

 

Nella sala da pranzo siedono otto persone. Adolfo, Bormann, il Giovane, la Ragazza, il Padre e la Madre del Giovane, due Ospiti uomo e donna che non parlano. Di questi l’età è sui trenta. Sul tavolo le candele; pranzo ben condotto, abbastanza raffinato.

 

Bormann:

Questa luce mi acceca. (Dà un pugno su una candela e sconquassa tutto).

Il Padre fa un cenno al Cameriere e questo accende la luce grande, affrettandosi a portare via i tre candelieri.

 

Adolfo:

Voglio del vino. (Non è un ordine ma è perentorio. Egli appare adesso come un vecchio non flaccido, con qualcosa di strano, non di misterioso). Caramelle! (Portano una scatola di caramelle).

Madre:

Il suo latte.

Adolfo:

Lo bevo. (Tracanna in un fiato, fa una smorfia).

 

Tutti mangiano in silenzio. Bormann rutta e accende un sigaro.

 

[5]     Padre:

Liberarsi fa bene, anche se le convenienze alle volte ci trattengono.

Bormann:

Merda alle convenienze; bisognerebbe cibarsi di erbe. Erbe essiccate. Erbe ce ne sono dappertutto e si digeriscono bene.

Adolfo:

Taccia, Bormann, faccia di porco. (Bormann spegne il sigaro e riacquista un atteggiamento composto. Alla Ragazza) Dicono che lei balla, vorrei vederla.

Ragazza:

(con indifferenza) Venga al night-club una di queste sere. Là è il posto per vedermi quando ballo per tutti.

Adolfo:

(balza in piedi) Adesso.

 

Si accendono luci rosse, entrano due Soldati armati, afferrano la Ragazza e la trascinano verso destra. Suona una musica, la Ragazza balla e ballando si spoglia lentamente. La scena ritorna normale; i seduti a tavola, alla fine del pranzo, sorseggiano il caffè.

[10]   Adolfo:

È stata brava. Bravissima. Leggera e fotografica. Sì, mi scusi (le afferra una mano), lei fotografava le note, ne dava una trascrizione visiva, traduceva le note in parole, in fatti, in operazioni dello spirito. Solo una razza temprata dalla storia può risolvere in modo così brillante queste emozioni della coscienza. Lei mi induceva ad esaltarmi.

Padre:

Vuol portarsela a letto?

Giovane:

(secco) No!

 

Bormann ride.

 

Adolfo:

Vedremo in un’altra occasione.

 

Si alzano e siedono sui divani. Passano i liquori. Bormann è addormentato.

I due Ospiti si baciano, isolandosi.

 

Padre:

Ogni cosa qua dentro è rifatta, con la guerra tutto era andato distrutto. Ci cresceva l’erba.

[15]   Adolfo:

Lei che faceva?

Padre:

Servivo il mio paese alla guerra; anche prima e dopo l’ho servito.

Adolfo:

(con un ghigno) Nessuno lo serviva, tutti invece tradivano e berciavano. Anche voi ammassavate rubando. Fucilarti era meglio.

Padre:

È vero, anch’io rubavo come gli altri, ammassavo come gli altri. La mia scodella era pulita quando mangiavo. Perdono.

Adolfo:

Vede? Ma è acqua passata. Adesso c’è del nuovo da fare. Tutti ne sentono bisogno.

[20]   Padre:

È vero, è vero.

Madre:

Come dice bene.

Adolfo:

Aspettate e vedrete.

Padre:

Aspettiamo e vedremo.

 

Il Giovane e la Ragazza si alzano e vanno in un’altra camera.

 

Adolfo:

Questa casa mi piace, è severa, mi piace molto, è confortevole. La prenderò, non posso aspettare.

[25]   Padre:

(spaventato) Come?

Adolfo:

Così. (Luci rosse, entrano i Soldati, afferrano tutti, li trascinano via. Restano Bormann e Adolfo e, altrove, i due Giovani. Poi rientrano i Soldati). Via questo tavolo, qua le poltrone, portate lo scrittoio. (Eseguono. Adolfo siede allo scrittoio. A Bormann) Mi mandi la segretaria.

Bormann:

Non abbiamo segretaria, almeno ora; se vuole servo io.

Adolfo:

È vero. Provvederemo subito; lei se ne vada. (Si spengono le luci).

 

 

V

 

Stessa scena. Adolfo è seduto al tavolo. Entra Bormann.

 

Adolfo:

Ha fatto?

Bormann:

Ho fatto.

Adolfo:

Dica dunque, in fretta.

Bormann:

L’agenzia Tifling con sede a Strasburgo è la più solida e organizzata, quella che ha maggior credito, più rinomanza.

[5]     Adolfo:

Non andrò fin là.

Bormann:

Non occorre, ci avevo pensato. Ha una succursale anche qui da noi. Questa è l’agenzia che si interessa a procurare incarichi o cariche importanti. Ecco le due possibilità in questo preciso momento: ad Helsinki per una fabbrica di birra oppure ad Amburgo per una grande ditta che inscatola ed esporta il pesce. (Adolfo balza in piedi, è abbastanza furente). Non c’è altro, mi creda. È così. Lei non vuole avere a che fare con americani. Cercherebbero il direttore a Parigi della Forson Company, cuscinetti a sfera.Adolfo:

Lasci stare. Che cosa chiedono per Amburgo?

Bormann:

Non c’è un limite d’età, lo stipendio è alto, piena autonomia direzionale, tre giorni d’esame.

Adolfo:

Test?

[10]   Bormann:

Esattamente, e altre cose ancora. Ma se crede potremmo corrompere la commissione o impadronirci subito della fabbrica.

Adolfo:

Dopo, dopo. Adesso prepariamoci a divertirci e a sciogliere questi indovinelli. Scioglilingua cretini, ci vuol ben altro. Ma per un momento mi propongo di seguire le regole, tranquillamente. Mi lasci fare.

Le luci si fanno soffuse. Entra la Ragazza in camicia da notte, balla (con musica). Adolfo prima seduto poi in piedi la segue con interesse controllato. Si riaccendono le luci.

 

Adolfo:

Brava, molto brava, mi creda. Con quanta grazia, con che forza. Lei mi convince del suo talento oltre che della sua bellezza. (Le bacia la mano, la Ragazza esce. Attraversa la stanza ed esce anche il Giovane, tranquillamente).

 

 

VI

 

Agenzia Tifling & Tifling, sede locale. Stanza della Segretaria, funzionalissima; suonano le nove. Entra Adolfo accompagnato da Bormann.

 

Segretaria:

Il Signor Adolfo?

Adolfo:

Esatto.

Segretaria:

In orario perfetto. Questo è un ottimo inizio, ne son certa.

Bormann:

Può ben dirlo; ma la smetta.

[5]     Segretaria:

Avverto il signor Tifling. Il signor Tifling in persona dirigerà l’esame. È l’incarico più alto che assegneremo quest’anno.

Adolfo:

Cretina. (Fa un cenno, entrano due Soldati, afferrano la Segretaria, la trascinano via).

Entra il Signor Tifling alto e grosso, con occhiali, o piccolo e magro, senza occhiali eccetera.

 

Signor Tifling:

Signor Adolfo, si accomodi.

 

Entrano nella stanza d’esame. Tavolo a ferro di cavallo. Da una parte seduti quattro Esaminatori, dall’altra, tutto solo, Adolfo. Calamai, risme di carta, alcuni strumenti di tortura.

 

Primo esaminatore:

(Allungando un foglio ad Adolfo) Riempia il seguente questionario, risponda sì o no alle domande. Non balli sulle punte. Tempo un minuto.

 

Adolfo esegue.

 

Secondo esaminatore:

(idem) Adesso per compiacenza esamini questo foglio, risponda sì o no come prima, tempo mezzo minuto.

 

Adolfo esegue.

 

[10]   Terzo esaminatore:

(idem) E ora compia analoga operazione su questo. Tempo dieci secondi.

 

Adolfo esegue. Gli Esaminatori leggono i tre questionari, si consultano, approvano, ammiccano.

 

Signor Tifling:

L’analogia delle risposte è evidente, sia pure sollecitate in diverse condizioni di tensione motrice. Risulta una solida freddezza, padronanza di sé, decisione nelle convinzioni. Lei è stato soldato? in quale arma e reparto? in quale fronte di guerra?

Adolfo balza in piedi. Vorrebbe rispondere. Entra Bormann e sull’uscio fa cenno di tacere. Bormann esce, Adolfo siede.

 

Adolfo:

Soldato semplice, poi caporale nella prima guerra. Ferito e decorato. Poi morto per la Germania.

 

Gli altri si guardano e sorridono con benevolenza.

 

Signor Tifling:

Notiamo che ha spirito, signor Adolfo, e una bella baldanza. Attitudine giovanile contemperata con la saggezza che conta. Un’ambizione che nasce dall’esperienza, perciò più utile ai fini di un’attività aziendale di quella esagitata e abbastanza torpida dei più giovani, che rischia sempre di corrompersi. Lei è sposato?

Adolfo:

Ah, no, ho tendenze di vario genere, mi piace spazieggiare. Mi tengo libero per tutto e non rendo conto del mio sesso ai rompiballe. Vado a letto con chi voglio.

[15]   Signor Tifling:

È una piccola contrarietà che si può superare. Si preferirebbe che il presidente fosse sposato. Con una donna. Oh, con una donna per i parties annuali. Sono avvenimenti importanti a cui la società affida e intende affidare come in passato molto del proprio prestigio pubblico. Possibilità di relazionare e di convincere le signore.

Adolfo:

Ci ho Bormann con me, è abile. Lui può adempiere questo. Sfogliare le margherite fra le sottane. Alle volte ha un carattere femminile che incanta. Con tutti i suoi fiori, e la mattana per le erbe. Lo può adempiere bene, e per le orge è un maestro.

Signor Tifling:

Risoluzione confacente. Lei è pieno di risorse.

Adolfo:

Questo è niente, aspettate. (Fa un cenno).

 

Entra la Segretaria che balla al suono di una musichetta e via via accarezza tutti i presenti eccetto Adolfo. Via via ognuno la tocca. Scompare.

 

Signor Tifling:

Come dicevo lei è pieno di risorse. Imprevedibile e ardito. Il modo da lei proposto è confacente. E ora passiamo all’esame vero e proprio. Dalle risposte date ai tre questionari risulta che lei, con giusta misura, è razzista e odia i colorati, è ateo e detesta in egual misura comunisti e cattolici, e infine ritiene una terza guerra generale la pulizia del mondo, l’olio sulla pece, il trionfo definitivo del nostro popolo. (Adolfo annuisce, gli altri battono le mani). Adesso dica, esaminando in un minuto questo bilancio, se crede di riuscire a incrementare le vendite, in quale misura e in quanto tempo.

[20]   Adolfo:

(legge, poi butta i fogli per terra e s’alza. Arringa). Metteremo una stazione trasmittente nel Mare del Nord di fronte ad Amburgo, a cinque piedi sotto il pelo dell’acqua; notte e giorno suoneremo musica di Wagner. Wagner è grande (si esalta); se trascina i fulmini nel ghiaccio può bene sciogliere l’orecchio al sordo e radunare perciò i poveri pesci in attesa. Li incanta con la sua forza, li intorpidisce con un’arte magica. Li vellica riempiendoli di paure; li seduce, convincendoli. Utilizzando quei suoni si condurrebbero i pesci, per passaggi obbligati, entro enormi cisterne, come branchi di vacche al macello; e dalle cisterne direttamente alle camere a gas. È il mezzo migliore, più efficiente e redditizio per cucinare i pesci. Macché reti. Non più uccisi e squartati. Addormentati nel sonno; carpiti nell’indifferenza. Via le macchine e le mani dell’uomo per l’opera della distruzione. Il pesce resterebbe intatto e con l’aria rosata di chi riposa sperando, e si prepara a svegliarsi. Un’eterna freschezza suonerebbe nel suo occhietto vispo, ben aperto e pronto per la mensa. Poi grandi cartelli sulle strade. Così: “Dal Mare del Nord diretto al vostro piatto”. Oppure, con l’immagine della triglia nel vassoio: “Vi aspetto sognando”. O: “Uccisa con dolcezza vi nutro con ebbrezza”. In un anno il fatturato è quadruplicato. (Applausi).

Signor Tifling:

Bene, bene. Ma per questo c’è l’ufficio pubblicità che le toglierà la briga. Sono dettagli; importanti ma dettagli. Ora ascolti, Signor Adolfo, e risponda a questa domanda puramente speculativa: si dia il caso che la Danimarca per eccedenza di produzione in casa propria si disponga piuttosto a esportare, naturalmente in concorrenza con noi, che ad acquistare da noi ai soliti prezzi. Che fare?

Adolfo:

(fa un cenno, entra un Soldato con un foglio. Adolfo lo firma e lo allunga al Signor Tifling. Poi risponde). È semplice, occorre un ultimatum. Rinculo sui vecchi accordi o si bombarda la capitale. Tanto è vicina. (Tutti gridano “urrah!” e buttano i cappelli in aria. Poi si ricompongono).

Signor Tifling:

E in caso, anche se eventualità impossibile, di scarsezza d’aringhe nel Mare del Nord?

Adolfo:

Bombardamento a tappeto della superficie marina, suddivisa in scacchiere; pesca per esplosione. È la mia proposta. In questo caso, poiché il pesce naturalmente sarà sbrindellato, inizieremo una campagna di stampa preventiva in favore della pasta di pesce, crema di pesce, brodo di pesce, polvere di pesce, colla di pesce; insomma il pesce in ogni salsa, purché mimetizzato e distorto, invisibile a occhio nudo, irresponsabile e clandestino: mimetico. Grideremo questo invito: Vi evitiamo anche la fatica di masticare.

[25]   Signor Tifling:

È ora di pranzo. Riprenderemo nel pomeriggio.

 

 

VII

 

Ristorante elegante. Entrano Adolfo, Tifling, e gli Altri. C’è la Segretaria che canta al microfono. Siedono. Tutti tacciono e si accende un televisore. Giornale radio; i russi (Leonov) nello spazio, Voce dello Speaker: “Dalla fantascienza alla realtà, la nuova sensazionale impresa spaziale sovietica. A passeggio per il cielo. Mosca, 18… Alle due di questa mattina per la prima volta nella storia il tenente colonnello sovietico Alesciei Leonov vestito di uno speciale scafandro ermetico ha abbandonato la nave spaziale Voskhod II che lo aveva…”.

 

Adolfo fa un cenno, entrano due Soldati, raffiche di mitra contro il televisore che si spegne e tace. Tutti mangiano, la Segretaria canta un arrangiamento moderno di [una] vecchia canzone degli anni Quaranta.

 

Signor Tifling:

Questi russi scocciano.

Adolfo:

Ascoltate cosa dico dei russi. I nostri antichi li osteggiavano, nemici come sono della nostra civiltà. Un miscuglio di razze. Zingari, ucraini, ebrei, tartari. Eh, sterminarli. Una bella retata e via. Guerra in oriente. Nutriremo i nostri soldati di pesce congelato. Dalle pianure…

 

Entra un Invalido a chiedere carità, di buona presenza, malinconico, sui quarant’anni. Suona una chitarra con decoro e canta.

 

Invalido:

Mortificato dalla mia gamba mozza

se vi dicessi che ho fame

ve ne freghereste.

Se vi dicessi che

l’occhio l’ho perso ai dadi

ve ne freghereste con ragione.

Ma la terza fregatura

e questa da parte mia

vi offro mia moglie

che è molto giovane e soda

e sa muovere la coda

cinquanta marchi per ora

facciamo duecento per una notte intera.

Datemi la soddisfazione

di dire che questa merce vi conviene.

 

Accenna con la mano e entra la Moglie dell’Invalido, bella, giovane, non truccata. Si capisce che partecipa a tutto questo con una naturale indifferenza, con un cinismo che alla fine riesce amabile. Ci mette un certo gusto dello spirito.

 

Una voce:

Vogliamo vedere le gambe. (Lei solleva la sottana).

[5]     Un’altra voce:

E ora vediamo le tette. (Lei si appresta a slacciarsi la camicetta).

Bormann:

(salta in piedi e l’afferra) Questa donna è per me. (Guarda Adolfo) Se Adolfo permette. (Adolfo approva senza guardare). E adesso a letto.(Si avvia; poi alla Moglie dell’Invalido) Aspetta. (Si volta, fa un cenno, entrano due Soldati, afferrano l’Invalido, lo trascinano fuori, un urlo e un tonfo nell’acqua).

Adolfo:

Non si sopportano questi mutilati.

Signor Tifling:

È dimostrato che sono poco produttivi anche a livello subalterno. Traboccano di turbe psichiche, di inibizioni mescolate a sconce sollecitazioni anarcoidi, quando non siano rivoluzionarie addirittura. Noi li consigliamo solo per il Sudamerica; là non c’è pericolo di sbagliare. Il caldo li distrugge dopo dieci mesi.

Un’altra voce:

Laggiù, in quella America, dovrebbe esserci Hassen.

[10]   Adolfo:

Stassen? Stassen vuol dire, il ginecologo?

Signor Tifling:

È lui. L’abbiamo assegnato a un’organizzazione industriale paupertaria del Centroamerica. Stipendio favoloso, un centomila all’anno. Per lui è un lavoro di tutto riposo, senza difficoltà, con tre interventi al giorno su individui sani…

 

Entra precipitosa la Moglie dell’Invalido seguita da Bormann che sorride.

 

Moglie dell’Invalido:

(indicando Bormann) Ha ucciso mio marito, il povero storpio, il guercio. Poverino. La canaglia l’ha fatto buttare in acqua. A pancia in giù nell’acqua, afferrato dai suoi giannizzeri. Perché l’hai fatto?

Bormann:

È presto detto, viveva lamentandosi. O dandola a bere, con quella sua tristezza. E tutti gli organi che gli mancavano. Pendagli da forca. Questi individui danno noia e quando capita ce ne liberiamo come le mosche. E poi! se ti ingravido nascerà un uomo più forte. (La Moglie dell’Invalido siede a un tavolo e beve).

 

Tutti mangiano, tranne Adolfo.

 

Signor Tifling:

Lei non beve?

[15]   Adolfo:

Non bevo.

Signor Tifling:

E non fuma?

Adolfo:

Non fumo.

Signor Tifling:

(indicando Bormann) E quello?

Adolfo:

Le sue cose le fa nelle camere oscure. È abbastanza misterioso.

[20]   Signor Tifling:

(ripigliando il discorso lasciato a mezzo)… ragazzi sani a cui toglie o mani o gambe, o una gamba e una mano. Fabbrica i giovani lacrimosi per la questua, le creature fatte apposta per intenerire il sesso alle zitelle, l’arpicordo alle matrone, per incenerire strade e cantoni con l’esempio della disgrazia articolata, con la febbre che uccide, con la lacrima che graffia. Ognuno di questi prodotti, così conciati, rende un trentamila all’anno, nelle stagioni buone e secondo l’abilità di ognuno; ma mai meno di venti; sennò è scartato e fatto fuori come inutile. Non si tollerano passivi. Il fatto è che una volta nascevano spontaneamente più gobbi e storpi o rattrappiti congeniti o poveri deficienti; adesso le diete caloriche, e il cavalcare gagliardo dei padri sulla pancia delle madri, dopo tanta astinenza, rendono i neonati sani, ben formati, allergici ai malanni. Allora bisogna provvedere. Quelli che avrebbero la fortuna di averli, reduci soprattutto, sono troppo vecchi per commuovere, figuriamoci.

Adolfo:

(semplicemente) È giusto. (E come ricordando) Il vecchio Stassen! in Sudamerica! (Scuote il capo, compiaciuto).

 

 

VIII

 

Di nuovo nella sala d’esame.

 

Signor Tifling:

Ci scusi, Signor Adolfo, ma è necessario adesso che ci intrattenga con un discorso. Argomento a sua scelta e comecché stravagante. Dobbiamo a questo punto valutare: a) il suo charme oratorio, la presa sul pubblico e la presa per il bavero; b) l’efficacia peregrina e tuttavia determinante delle argomentazioni; starei per dire che dovremo essere trascinati dall’entusiasmo, del che non dubito; c) la sua capacità di sintesi, la gradevolezza e la varia intensità del suo timbro vocale. Specie sui registri distesi. Lei parla alla gente che ascolta. Può incominciare.

Adolfo:

Per maggior concretezza e per più osannante frastuono incomincio così: È grande errore credere che basti il possesso del potere per procedere a una organizzazione determinata.

Anche qui, più della forma esterna, facile a crearsi meccanicamente, importa lo spirito che riempie la forma. Le istituzioni del movimento debbono essere trasferite nello stato, ma lo stato non può trarre bruscamente dal nulla gli ordinamenti relativi.

Farà apparire solido e ben fondato il tempo nuovo, e non come un’epoca solida soltanto in apparenza. In generale è più facile intraprendere una fondazione in un terreno nuovo, vergine, che in un terreno vecchio dove esiste una fondazione analoga.

In una località dove non si trova ancora un’azienda d’un determinato genere è conveniente fondarne una nuova. Ognuno fa quello che può: allora noi versammo il nostro sangue, oggi costoro fanno andare il becco. Il fabbro sta ancora presso l’incudine, il contadino cammina dietro l’aratro, il dotto siede nel suo gabinetto di lavoro, tutti devoti al loro dovere. Merda a chi non ricorda questo e non canta con me: Si trascurò tutto e non si fece nulla. (È molto composto, solo verso la fine è leggermente eccitato).

Signor Tifling:

(lo interrompe con un gesto) Mi scusi, Signor Adolfo, ma è certo che basta. Il suo quoziente è dieci, cioè il massimo consentito. Rallegramenti.

Gli Altri:

Veramente sorprendente, eccitante, superbo, travalicante, enorme, poderoso. Un campione dell’oratoria improvvisata e della lucida argomentazione filosofica.

[5]     Signor Tifling:

Solidità di pensiero, questa è la verità. E ora ultima fase, breve, del programma. Si spogli.

Entra un Medico. Adolfo resta in maglietta e mutande. Lo misurano, altezza, circonferenza, peso, pressione, lo tastano, lo auscultano.

 

Medico:

(conclude affermando) È sano come un pesce.

 

Mentre il Medico sta per andarsene entra Bormann con due Soldati, lo afferrano e lo pugnalano. Il Medico cade morto in un angolo.

 

Bormann:

(al Signor Tifling, con un sorriso) Ha visto Adolfo in mutande.

 

Si spengono le luci. Si riaccendono le luci. Adolfo è nello studio del Signor Tifling, solo con lui.

 

Signor Tifling:

Per concludere, lei è insediato. Con questi risultati non ho dubbio ad affermare che il posto attribuitole per quanto importantissimo è ben piccola cosa per una personalità come la sua, con un quoziente di capacità dirigenziale uguale a 17,89, mai raggiunto da alcuno e superiore di 8 decimi alla tabella di Rupp. Desidero dirle, Signor Adolfo, che l’avremo presente, ben vivo nei nostri schedari, se si presenterà un’occasione ancora più degna di questa e ancora più alta di questa per celebrare e apprezzare le sue qualità.

Adolfo:

Il posto è assicurato?

[10]   Signor Tifling:

Ma certamente, certamente. Questo è il contratto, questo è un anticipo per le spese, il contratto d’affitto per la casa, la chiave dell’auto, una borsa di cuoio augurale, per i documenti. Buon lavoro e buon viaggio.

Adolfo:

Allora tutto è finito. Scompaia questo posto che mi ha visto in mutande.

Entrano Soldati, radunano i mobili, abbattono il Signor Tifling e bruciano tutto. Notte di San Bartolomeo delle masserizie e delle scartoffie dell’ufficio. Adolfo guarda fuori dalla finestra.

 

 

IX

 

Ufficio del presidente nella fabbrica di pesce di Amburgo.

 

Funzionario:

(ad Adolfo) Lei ha ordinato di fucilare i quindici operai addetti allo sbrinamento dei tonni siciliani. La sentenza è stata eseguita subito. Chi provvederà a questo lavoro d’ora innanzi? E come intende sostituirli?

Adolfo:

Con lei e con una macchina. La macchina è in arrivo e lei è subito declassato, retrocesso, cartellinato come operaio non qualificato. Stipendio 15 marchi al mese. I tonni siciliani non rendono più, anche se è necessario comperarli e lavorarli per non disgustare gli italiani, che lei sa quanto siano suscettibili e imprevedibili; questo popolo di rompiballe. Ma le spese di manutenzione di questo odiosissimo pesce, grossolano e insipido, devono essere ridotte. Ho detto.

Funzionario:

Capisco e mi inchino. Ma ho moglie e tre figli.

Adolfo:

Accetti questo consiglio, si liberi della moglie e dei figli. Una morte non violenta, dolce, soporifera. Dopo le basterà.

[5]     Funzionario:

(sembra perplesso, ma poi) Farò così; forse è giusto. Permesso? (Si allontana).

Adolfo:

(preme un bottone, entra Bormann) Come vicepresidente, da me assunto, lei ha un grande potere (fa un gesto con la mano) e possibilità di decidere. Non c’è dubbio. Le chiedo solo riservatezza. L’alleggerimento forzoso delle unità lavorative sovrabbondanti è stato compiuto, mi creda, in modo balordo. Troppa pubblicità. Un fatto rumoroso, un casino. Come sparare i fucili in piazza, sotto il naso di tutti; fra gli alberi del parco. Non creiamo altri problemi all’azienda, che ne ha tanti, fino a che non li avrò sbrogliati io, tutti. Ma intanto… La prego di accettare questo come rimprovero.

Bormann:

Tre volte merda. Tutto era andato liscio, l’ammazzamento fatto con pistole silenziose, non un lamento. Esecuzione da manuale; un piccolo capo d’opera. Ma la moglie di uno di costoro, che non era andato a casa per la cena, è venuta a cercarlo; ha fatto un inferno urlando. Non sono più tedeschi questi. Certo era ebrea. L’ho buttata fuori a calci, e così si è saputo.

Adolfo:

Già, adesso gridano pure, e pretendono. Prenda nota che la prossima volta, quando occorrerà, faremo fuori l’intero nucleo familiare. Sarà tolto ogni equivoco e soprattutto ogni ragione per i rumori inutili. I piagnistei mi rompono le scatole.

Bormann:

Sarà fatto. (Esce).

 

 

X

 

Entra la Segretaria, la stessa del Signor Tifling che ora serve Adolfo.

 

Segretaria:

È arrivata la commissione americana. Può riceverla?

Adolfo:

Per quando era fissato l’appuntamento?

Segretaria:

Le dieci.

Adolfo:

Adesso che ore sono?

[5]     Segretaria:

Le dieci. Le dieci in punto. Le dieci esatte.

Adolfo:

(balzando in piedi e gridando) E la faccia passare, la introduca, che entrino allora, bavarese idiota.

 

La Segretaria esce.

 

Adolfo:

(inveendo) Bastarda, troia. Anche cretina. Pfui.

 

Entra la commissione. Cinque Americani eguali, trent’anni, funzionari.

 

Adolfo:

(seduto) Signori, benvenuti. Ci rallegriamo che la nostra fabbrica vi interessi, come organismo produttivo e per la sua struttura amministrativa e d’altra parte saremmo sorpresi che non vi interessasse. Per questo i nostri bravi operai esultano, e tutti lavoriamo con più lena. La fiacca è bandita dal forte suolo tedesco. Strimpellano i martelli, s’alza un gran volo di seghe. L’aria odora, come sentite, di un ordinato fervore. D’altra parte questo vostro interesse, miei cortesi signori, è una sferzata sulla groppa della nostra superbia e nello stesso tempo raddrizza gli ottusi, se ci sono, sveglia chi dorme e infine dà la carica ai figli di brutta donna, per lo più marxisti, che badano solo alla fine del mese e a rovesciare il governo. Voi stessi, voi stessi con il vostro naso vedrete come abbiamo risolto questo; cioè tutte le contrarietà che provengono, in una fabbrica a ritmo intensivo, dal carattere umano. Dovrei dire dall’egoismo dell’uomo. Noi tendiamo a rendere tutto automatico, tutto ordinato, nel lurido abitacolo dei corpi. Tutto dico: braccia, culi, cervelli. Abolizione completa dei gabinetti, qua dentro; non si piscia né si evacua. No, signori, perdio. Aboliremo col tempo addirittura l’operaio, questa figura malsana e sudorifera, archetipo di ogni scalogna. Tutte macchine, dopo. Lustre, lucide, che suonano; ubbidienti, taciturne, pronte al servizio. Basta con la carne umana, costosa, malferma, incerta, titubante; così scarsamente produttiva. Automazione vuol dire per noi automazione totale (scandisce) to-ta-le. In questo modo, fra sei mesi, un anno, il prezzo dei nostri conservati: sardine di Franco, tonno mafioso e aringhe di Norvegia, sarà tre volte più basso; venderemo al prezzo della scatola di latta e dell’olio di semi. E voi sarete fottuti. Se non vi dispiace. Fumate? (Fa un cenno ed entrano tre Soldati con cinque sigari già accesi, e senza complimenti li depositano nella bocca di ognuno).

Primo americano:

Sì, l’ora nuova è almeno molto severa.

[10]   Adolfo:

Cosa dice lei?

Primo americano:

Oui, l’heure nouvelle est au moins très sévère. Una frasetta di Rimbaud.

Adolfo:

Non conosco; ma fiuto un poeta. Bene che vada i poeti portano iella. Ne abbiamo per l’appunto uno all’ufficio pubblicità. Un cretino. Ecco cosa è stato capace di scrivere per il lancio di dodici tonnellate di sardine sott’olio, ripulite di resche, ammorbidite prima dall’aceto di Magonza, con un lavoro graduato che ha preso settimane di prove: “Si consiglia alle bambine / di mangiare le sardine”. E per la mostra del mare a Liverpool, dove presentammo il nostro piatto forte: “Al sano e all’ammalato / salmone marinato”.

Secondo americano:

Formidabile.

Adolfo:

Assolutamente ignobile. Ci occorre il tono di un proclama di Federico II per illustrare un prodotto tedesco.

 

Si odono voci, fuori, nei cortili; gente che inveisce con foga piuttosto che con disperazione.

[15]   Terzo americano:

Chi sono?

Adolfo:

Nulla, nulla. Trascurabile. Rissa di militari.

Secondo americano:

Rissa di militari?

Adolfo:

Nessuna sorpresa. Puntelliamo severamente l’ordine delle cose e del paesaggio, noi; e puniamo il disordine che si esprime dalla cloaca delle contraddizioni. Eh eh! Ogni angolo è dunque presidiato, ogni pertugio esaminato, ogni atto controllato. Là dove c’è ordine, assoluto, c’è compiutezza di operazioni e benessere per tutti. Là risiede il sovrano decoro tedesco.

Primo americano:

Lo tutelate coi soldati?

[20]   Adolfo:

E con chi? Non capisco la sua meraviglia. Ebbene? Costano poco, sono fedeli, dolcemente ottusi, astratti, non parlano. Hanno una tranquilla intransigenza animale, fornicano con moderazione, annuiscono a ogni ordine, per quanto idiota, non hanno problemi non avendo coscienza, si contentano di nulla; muoiono perfino volentieri, se riesce loro di non vivere. Una parola li muove. (Schiocca le dita).

 

Si odono voci di donne, generiche ma eccitate.

 

Secondo americano:

Sono voci di donne.

Adolfo:

Sono voci di donne? Niente paura. Ed ora il vostro assaggio.(Fa un cenno, entrano tre Ragazze con cinque piatti. Degustazione di pesce, salmone affumicato, pasta di aringhe eccetera. I cinque Americani prima odorano poi mangiano).

 

Si spengono le luci. Si riaccendono le luci. Entrano Adolfo e gli Americani, dopo aver visitato lo stabilimento.

 

Adolfo:

No, no. I nuovi mercati vanno conquistati o allargati non con l’economia ma con le armi. (I cinque annuiscono). Non si può perdere tempo, e nemmeno si può perdere il denaro, per persuadere la gente – the people – ma bisogna costringerla. Rapidamente. Adesso non è più come alcuni anni fa; adesso bisogna risparmiare. Una scarica di fucile per quanto vecchiotta, è più efficace, è più rapida dico – questo sì, più economica – di una campagna pubblicitaria. Meno incerta soprattutto. Sono le spese di rappresentanza che incidono sul prodotto finito.

 

Entra la Segretaria mentre le luci si attenuano e gli Americani si appartano.

 

Segretaria:

Signor Adolfo… Scusi! Signor Presidente, di là c’è un signore che dice…

[25]   Adolfo:

Che entri.

 

Entra il Padre del Giovane.

 

Padre:

Ora che lei è qui, così ben disposto, non le occorre più la mia casa. Si potrebbe… Sì, potendo, chiederei di riaverla, di riprenderla, magari di ricomprarla. Ci ho qualche ricordo là dentro, e non mi manca il contante.

Adolfo:

La casa non mi serve, lei se la riprenda. Via. (Gli butta le chiavi).

 

Il Padre si inchina, profondamente compiaciuto e con un sorriso.

 

 

XI

 

Scena in casa del Padre – come da scena IV –, che siede in sala con gli Americani.

 

Padre:

La sua fabbrica di pesce in scatola è un esempio per tutti di organizzazione moderna, di spontanea autodisciplina. Un esempio per tutti, che desideriamo imitare. Che dobbiamo imitare, se ci proponiamo di crescere e di prosperare. L’intransigenza, un’intransigenza economica al servizio della programmazione; questa è la sua idea, una grande idea direi; una scoperta dell’era moderna. Quel cervello. Non adattarsi oppure subire i ricatti della concorrenza, le leggi del mercato. E poi? Ogni ostacolo si può spezzare, si può rompere al nodo giusto.

Primo americano:

Ci ha parlato di progetti grandiosi e ci ha illustrato utili idee.

Padre:

Non ha vincoli del cuore, la sua mente è vulcanica; ne cola una lava che brucia. Fa paura tant’è densa e compatta. Bisogna temerlo. O meglio, bisogna imitarlo. Adolfo combatte contro il tempo, e se vogliamo progredire a noi conviene seguirlo.

Primo americano:

Lo standard igienico è esemplare, laggiù; e l’ordine, l’ordine direi è matematico. Ci pare d’aver capito che il vostro paese è proteso, con coscienza delle necessità, a primeggiare.

[5]     Padre:

E si comincia dai pesci. (Ridono).

Primo americano:

Sì, magari dai pesci in scatola.

Padre:

Dopo aver goduto quel gioiello la mia fabbrica potrà sembrarvi una baracca. Ammetto l’insufficienza nel rapporto e temo il paragone; ma come tutti noi mi illudo che con quel pungolo nel didietro si riesca presto a migliorare. Tuttavia… anch’io la mostro con un po’ di superbia. I nostri apparecchi per saldare a freddo i sacchetti di polietilene sono perfetti, almeno per il giudizio di tanti.

 

Entrano il Giovane e la Ragazza.

 

Padre:

(continuando) Ma prima a pranzo. Permettetemi di presentarvi mio figlio e la fidanzata. Sono prossimi alle nozze.

 

Gli Americani si congratulano, qualche parola; si affiocano le luci.

 

 

XII

 

Ufficio di Adolfo in fabbrica. Adolfo è steso per terra su un tappeto, con la Segretaria. La Segretaria è appoggiata a un gomito, le vesti sono leggermente scomposte. Adolfo, di traverso, appoggia la testa sulla sua pancia. Si vede che è momentaneamente ricreato da quel calore. Sembra che abbia un filo d’erba fra i denti. Allegorico svaccamento sentimentale. Pensa, forse ricorda, accenna a una battuta di Wagner muovendo il dito. La Segretaria lo osserva e lo sopporta impassibile. A un tratto, su tutta la parete di fronte appare la fotografia del bunker distrutto a Berlino, lo sconquasso della Cancelleria.

 

Adolfo:

Forse le peso addosso? Mi scuso ma mi piace. Ha un ventre che mi lascia vivere e che ascolta i miei pensieri. Un cubicolo di autentiche delizie. Anche se sono vecchio. Un vecchio? Non è tempo d’amore per me, o di indugiare sulla pancia delle donne; non ho fatto neppure un po’ di quel che vorrei fare e mi sento di fare; governare questa palla dopo averla ridotta in poltiglia e subito inscatolata. Presto, presto.

Segretaria:

Ma chi la mangerebbe poi? Il mondo non mangia il mondo.

Adolfo:

Eh, no, pancia di velluto, il mondo mangia il mondo, ma sì che lo mangia e noi lo mangeremo. Noi che non siamo una parte del mondo, ma fuori siamo e sopra, attenti e col martello in mano. Basta soltanto ribattere qualche chiodo al momento opportuno. Quand’ero ragazzo, bah! (fa un cenno di fastidio)… quand’ero già un uomo; ma sì, insomma, un anno di questi ultimi settanta, andavo all’aria a dipingere. In un campo. C’era sempre il volo delle oche. Bianche. Le stronze andavano da collina a collina in bocca al cacciatore. Ero anche ferito mi pare. C’era stata una guerra; sì, mi pare. Finito il quadro mi stendevo in terra e dormivo. Volevo dire che la sua pancia è come quella terra; lo stesso odore di fermentazione, di lontano sfacelo. Inebriante e putrido. C’è il rombo dell’ala della morte dentro la sua pancia come sotto quella terra; eppure c’è anche qualcosa di buono, di giovane. È stato per poco; dico la mia voglia di pittura. Dopo il sole mi ha sempre fatto paura, il detestabile emblema della vita, la fottutissima lampada del cielo. Le camere nude e magari scure; quelle sì eccitano e conservano. Preservano, tutelano. Un tavolo, una seggiola, qualche campanello per ordinare. Adesso basta il telefono. C’è stato un vuoto a un certo punto. Un vuoto. Bisogna guadagnare il tempo perduto. (Si alza). Via subito questa pancia e questo sedere rotondo. Sciocchezze, romanticismo, donne. Presto. (Un cenno, entrano i Soldati e trascinano via la Segretaria. Adolfo si riassetta con cura. Scompare la fotografia dalla parete).

 

Entra Bormann.

 

Bormann:

Sono arrivate le nuove macchine, gli operai le stanno montando. Vuole un cioccolatino? (Offre una scatola. Adolfo ne afferra uno, lo scarta, lo annusa, lo butta).

[5]     Adolfo:

Niente cioccolata. Lei baderà a tutto, anche al collaudo delle scatole per il pesce. Dobbiamo progredire in fretta, mio caro Bormann, e lei è fregato da quel suo inguaribile romanticismo. Si svegli.

Bormann:

Mancheranno operai, almeno un centinaio, nel reparto lavaggio e ripulitura.

Adolfo:

È il più puzzolente.

Bormann:

Proporrei di ingaggiare degli italiani. Costano poco.

Adolfo:

La prego di provvedere in questo senso. Ma niente chitarre, è un ordine. Nonostante tutto lei è un buon diavolo, Bormann.

[10]   Bormann:

Tre volte merda. Grazie. (Esce).

Adolfo:

Quell’uomo è fetente e va sorvegliato. Oh, se lo sorveglio, con il suo collo sempre rivolto all’indietro a considerare. Chitarre e tarantella e una morte feroce.

 

Entra la Segretaria.

 

Adolfo:

(alla Segretaria) Paraffina, olio lubrificante, gomma arabica, colla di coniglio. (Come se contasse o ripetesse l’elenco di qualcosa che manca). Ordini anche diecimila mitragliere da venti… (si corregge con stizza) per favore corregga subito, cancelli; diecimila barili di birra per la mensa aziendale, un corvo per lo zoo di Dachau, omaggio della fabbrica, tre alberi di ciliegio per il giardino della villa di Bormann, regalo mio personale.

 

Entra il Padre con la Ragazza.

Padre:

Lo dica lei, consigli, spieghi, che è così bravo a spiegare, persuadere, a convincere. Questa vaccherella non vuol più sposare il mio Richard. E siccome lui l’ama, o meglio stravede… Dovevano andare in Jugoslavia in viaggio, biglietti comprati, pronta la camera sul mare. Mah, non vuol partire, non vuole più partire, non vuole sposarlo. Amen.

Ragazza:

Voglio andare a letto con Adolfo.

 

Adolfo si inchina compiaciuto.

 

[15]   Padre:

Con la dovuta discrezione si può fare questo e quello. Io non mi oppongo. (Poi rivolto ad Adolfo) Americani entusiasti. Vittoria d’astuzia non di dolcezza. Li ha martellati nel cervello non li ha certo massaggiati nel cuore. Intimoriti. Soprattutto li ha sbalorditi la fermezza del timoniere. C’è un applauso generale in giro, per lei.

Adolfo:

Conservi l’ossequio per tempi migliori. Per i tempi propizi. L’aspetto. Intanto mi dia la Ragazza. (L’afferra per la mano e si allontana. Si spengono le luci).

 

 

XIII

 

Adolfo e la Ragazza seduti in poltrona, sulla parete la grande fotografia del bunker eccetera (come sopra), un cane è accucciato accanto. Ascoltano musica poi Adolfo quasi gridando.

 

Adolfo:

La questione sociale è sterco. Grossolanità morale e spirituale del popolo miserabile. Occorre il senso della nazionalità. La dottrina ebraica del marxismo ripudia il principio aristocratico della natura e al posto dell’eterno privilegio della forza e dell’energia mette la massa del numero e il suo peso morto. Ma è compito nostro, oh sì, portare il nostro popolo a quella mentalità politica che gli farà riconoscere come la sua meta futura non consista nel rinnovare la spedizione di Alessandro, impressionante e inebriante, ma nell’alacre lavoro dell’aratro tedesco, al quale la spada deve dare il terreno.

Ragazza:

L’aratro tedesco.

Adolfo:

Che affonda nel mare.

Ragazza:

Che va da sponda a sponda.

[5]     Adolfo:

E si lascia accarezzare. (La Ragazza si alza e balla un poco. Entra Bormann). Ma caro Bormann, chiuda la porta.

Bormann:

Un tizio, certamente anarchico e irresponsabile, che si aggirava, è stato arrestato.

 

Adolfo fa un cenno. Entrano due Soldati con l’Arrestato. È un giovanotto spaurito, che un poco si riprende vedendo la Ragazza.

 

Adolfo:

Tu sarai fucilato.

Arrestato:

Ma ho una mamma vecchia e io sono giovane giovane. Prendevo aria, fischiando. Giravo un poco e fischiavo così (fischia una canzonetta).

Adolfo:

Nella fabbrica il fischio è proibito. È sabotaggio, non lo sai? È irresponsabile pazzia. Il fischio incrina la carne del pesce decomponendone le interne latebre, edulcorando la densità delle fibre; colpisce e ferisce la carne nel fondo, la lacera e impigrisce, predisponendola a una non motivata e dannosa puzza che offende. Il fischio è batteriologicamente corrotto. Germina guai. Mentre il pesce disteso e supino, dolcemente addormentato e pronto per l’uso è senza difesa e non si può allontanare, non può sfuggirci e si lascia accarezzare.

[10]   Arrestato:

Scusate la mia ignoranza.

Adolfo:

Martoriando di proposito il pesce ti sei formato un gran brutto destino.

Arrestato:

(guardando la fotografia del bunker) Quella è Berlino distrutta. C’è anche nella storia a dispense.

Adolfo:

E questo è un uomo distrutto. (Fa un cenno e i Soldati trascinano via l’Arrestato. Poi alla Ragazza) Non si può vivere senza usare la pazienza, e con un po’ di violenza. Misurata e intelligente. Ogni atto deve avere la sua conclusione. E poi con questi! (Rivolgendosi a Bormann) Una camomilla.

 

Bormann esce e rientra eseguendo. Si spengono le luci.

 

 

XIV

 

La scena è questa: una stanza grigia, disordinata, con apparecchi e alambicchi, un gabinetto d’analisi. Nel centro una grande vasca d’acqua gelida, entro cui ibernare la Ragazza. Sul bordo della vasca siederanno ad osservare le varie fasi dell’esperimento i due Assistenti eccetera. La Ragazza è manifestamente la Segretaria.

 

Segretaria:

(entrando trasportata da due Soldati) Ohé, ohé non voglio.

Primo assistente:

Sta’ buona, via, sacrificati per l’azienda. Fallo per Adolfo. Se sopravvivi avrai la gratifica.

Segretaria:

Nell’acqua gelata no! Ah, mondo cane, nell’acqua fredda no, mi piglio l’otite, una polmonite, qualcosa di cronico. La bronchite certamente. Ci ho la disposizione a questo genere di malanni.

Primo assistente:

Per una innaffiatina e uno stravacco nel gelo! Nemmeno ci sei dentro che è finito.

[5]     Segretaria:

E voi, maledetti, non sapete neppure quello che fate. Che cosa volete? Dove sono i vostri calcoli?

Secondo assistente:

Oh bella! non li abbiamo e siamo proprio qui per prepararli, sulla tua pelle. Che merito ci sarebbe per te, altrimenti? E perché ti toccherebbe la gratifica allora?

Segretaria:

Ma se crepo, dentro a tutto questo gelo?

Primo assistente:

È il rischio, che c’è. Non tutto riesce col buco, neppure nella scienza, anzi soprattutto nella scienza. Abbi pazienza e buttati, chiudi gli occhi e pensa di fare un bel bagno nel latte di asina. Intanto ti vediamo nuda, ti accarezziamo le cosce e pensiamo a lavorare. (La Segretaria si calma).

Secondo assistente:

Così, brava. Cos’era quel pollaio? Se ti sente Adolfo! Lui che vuole silenzio e ordine e discrezione. Morire in piedi e con delicatezza, dice. Eh, dice bene! (Intanto strofina un po’ d’alcol sul braccio della Segretaria) Ai suoi ordini siamo, ai suoi ordini staremo. (Le fa una puntura). Così, adagio, ora ti stendi, ti sciacqui, riposi (la Segretaria si immerge) e intanto noi cantiamo.

[10]   Primo assistente:

Guarda, è cianotica.

Secondo assistente:

Brachicardia accentuata. Proviamo la pressione.

Primo assistente:

La minima è a cinquanta, massima a ottanta. Tende a decrescere.

Secondo assistente:

Circolazione?

Primo assistente:

Lenta. I capillari intasati.

[15]   Segretaria:

(scuotendosi, per un momento) Aiuto!

Primo assistente:

Tipiche chiazze da congelamento sul ventre; reazione indiscriminata del subconscio, sensazione di instabilità.

Secondo assistente:

Resisterà?

Primo assistente:

Deve. Ma non lo so ancora. I rilievi sono interessanti. Temperatura dell’acqua?

Secondo assistente:

Trenta sotto.

[20]   Primo assistente:

Sono già sette minuti. Portiamola a zero gradi, intanto. Diamole un po’ di riposo, un momento di respiro.

Secondo assistente:

Si scuote?

Primo assistente:

Eh, no, resta lì ammosciata, quasi esterrefatta. Si lascia trasportare. Otteniamo soltanto un riequilibrio organico; ma resta lo stato di sopore.

Secondo assistente:

Ma allora, se non resiste a trenta sotto?

Primo assistente:

Resiste, resiste. Deve resistere. Se c’è, come è dimostrato in teoria, una particolare identità biologica, vuoi nella circolazione sanguigna vuoi nelle reazioni tipiche, fra le aringhe e le donne – diciamo meglio, fra le aringhe e un certo tipo di donne, quale è questa – perfino nel modo di elaborare il seme; tanto più questa identità deve trovare conferma al lume di queste condizioni d’ambiente.

[25]   Secondo assistente:

Ma noi vogliamo altro.

Primo assistente:

Certo, noi chiediamo altro. Desideriamo, e cerchiamo, altre prove, verifiche più maligne. Lo so. Se questa identità è provata, inseriamo il corpo femminile in certe condizioni ambientali e climatiche e studiamone le reazioni. Le aringhe sono aringhe e non possono parlare; non gemono e non fischiano; non si dimenano e non imprecano ad Adolfo. La donna è donna e sa il diavolo quante sconcezze potrà raccontare. Guardala lì, guarda che bel corpo sprecato.

Secondo assistente:

La temperatura è zero, pressione arteriosa a cinquanta, venosa a settanta, respirazione affannosa e intermittente, le macchie sul ventre tendono a decolorarsi.

Primo assistente:

Un’aringa. Se fosse un’aringa vera e propria questo sarebbe il momento di aprirla e squartarla. Esaminarne le interiora, ogni stato degli organi, controllare il colore e il calore del sangue. Assaporarlo con un dito.

Secondo assistente:

Adolfo ha detto di impegnarla a una temperatura di quaranta sotto. O regge o scoppia ha detto. Ma non dovremo squartarla, adesso?

[30]   Primo assistente:

No! Ma abbiamo già stabilito che è sui venticinque-ventotto gradi sotto il punto critico: il sangue si ritira all’estremità del corpo, quasi risucchiato da una calamita, lasciando la carne vuota e trasparente. Direi un colore vetroso. Questo importava ad Adolfo. Non si può andare oltre, non si può scendere più in basso. Aringhe o donne, questo è il punto da non oltrepassare.

Secondo assistente:

Stabilito questo è chiuso l’esperimento?

Primo assistente:

Per il momento, o per oggi almeno. Faremo un bel rapportino per Adolfo.

Secondo assistente:

Svegliamo la Ragazza?

Primo assistente:

Sì, caviamola fuori e poi andremo a bere una birra.

[35]   Secondo assistente:

Porto la temperatura dell’acqua a venti sopra. Guarda che si colora. Dondola adagio e respira. Ehi, tu (le dà uno schiaffo); ehi, svegliati bellezza, che ti offro la birra.

Primo assistente:

Be’, a lei darei piuttosto un latte caldo.

Secondo assistente:

Ti offro un latte bollente o una cioccolata o il tè se lo vuoi e poi andiamo assieme da Adolfo, che ci stringe la mano e a te dà i quattrini.

Primo assistente:

Adesso ha un respiro affannoso. Certo è un collasso circolatorio. Presto una puntura endovena.

Secondo assistente:

Non serve più. Eccola lì che è morta. E addio la nostra birra.

[40]   Primo assistente:

Avverti l’ufficio. Intanto togli l’acqua. Forse aveva qualche malanno antico, postumi d’infanzia, un difetto al cuore. L’uomo è complicato, imprevedibile, fragile. Ci fosse stata una aringa, sarebbe ancora qua sotto gli occhi a dimenarsi, gialla e ormai condannata.

Secondo assistente:

Ma abbiamo saputo ciò che volevamo.

Primo assistente:

Andiamo. Oggi pago io.

 

Entra Adolfo.

 

Adolfo:

E allora? che si fa? Dormite? Sveglia! Riposate? Bighellonate? E quella, dorme?

Primo assistente:

È morta.

[45]   Adolfo:

Be’, almeno ha compiuto il suo dovere! Ha sacrificato la vita per la ditta; come dire: una vita per la patria. Una martire, un’eroina – indispensabile a quest’epoca di ricercatori. Per merito suo ne sappiamo di più sulle aringhe. Citiamola sul giornale, celebriamola pubblicamente. Bormann, Bormann! (Arriva Bormann) Avete sentito?

Bormann:

Tutto ascoltato e già inteso. Sarà fatto.

Adolfo:

E voi, fannulloni, alla vostra relazione. Ora parto per un congresso ma quando torno eccola lì voglio vederla sul mio tavolo. Badate bene. (Esce).

 

 

XV

 

Sala del Congresso. Raduno Nazionale dei Dirigenti d’Azienda. Autorità, un Ministro, un Presidente eccetera.

 

Un’Autorità:

(continuando il suo discorso) …tolto questo aspetto particolare, da questo particolare punto di vista va intesa la socialità del termalismo; più fanghi per le membra acciaccate dei nostri bravi operai, e più zolfo per le narici dei nostri instancabili impiegati. Il sottosuolo della nazione al servizio dei suoi figli valorosi. Finalmente una equa distribuzione dei beni della natura. Ho finito.

 

Applausi, compiacimenti reciproci, inchini. Si alzano, si siedono, si incontrano eccetera.

 

Presidente:

Zitti, zitti. Adesso parla il signor Ministro.

Adolfo:

(a voce alta) Me ne impipo.

Ministro:

(sorpreso) Che cosa ha detto?

[5]     Adolfo:

Così, quel che ha capito, con quelle sue orecchie. Che me ne impipo, me ne sbatto; in una parola non ascolto.

Ministro:

Ma allora, perché mai è venuto, se avversa così duramente, e in una forma a parer mio abbastanza volgare, l’atteggiamento del governo?

Adolfo:

Sono venuto per parlare a questa gente radunata, per approfittare dell’occasione. Tutti i capi d’azienda a congresso! Che colpo! Sono venuto per farmi ascoltare, per ripetere le mie parole che colpiscono dritto al cuore; per convincere e per concludere insomma. Per contare gli amici, per sottoscrivere patti con gli avversari. Non sono venuto per ascoltare le lagne della democrazia, il vostro belato di pecora né tantomeno le vostre fanfaronate. Offrite felicità e bagni di vapore a un popolo infelice e diviso.

Ministro:

Per carità, pazienza, mi ascolti un poco. Lei è intemperante e intempestivo; e mi pare esaltato.

Adolfo:

Se mi provoca, io l’acciacco subito con un pugno.

[10]   Ministro:

Ah, capisco. Mitomania della violenza, regressione al passato, Germania anno zero. Un bel nazi sotto il naso. Ma non si vergogna? Noi adesso navighiamo in pieno mare, e col beneplacito universale. Non le nascondo che ci accompagna anche un bel po’ di ammirazione. Da fuorivia, dico. Ci amano, ci desiderano. Non più barricate, né colpi alla nuca, non più imboscate dalle caverne. Ma la birra tedesca a rivoli, a barili; e le matite tedesche; e la mona tedesca, se mi permette l’amabile impertinenza. A chi non piace la ciccia? (Poi rivolto a tutti) E voi ascoltate, pubblico eminente, coraggiosi pionieri di una rinascita spaventosa. Ecco là (su uno schermo sono proiettate scene della distruzione tedesca), cosa eravamo, il punto più basso della parabola, lo scioglimento dei nodi. Chi avrebbe osato sperare? Era tutta neve sui morti!

Adolfo:

C’era chi lo diceva, se ricordate.

Ministro:

Ed ecco qua (scene del miracolo odierno, con musica allegra) la crescita prorompente, l’inno alla vita, la saga germanica. Un nuovo rinascimento e la festa del sole. Signori, in un secolo, il nostro terzo prodigio.

Adolfo:

Né il primo né l’ultimo. Aspettate il quarto.

Ministro:

Che vuol dire?

[15]   Adolfo:

Questo, o non capisce? che chi rischia le prende; e più rischia più le prende. Solo chi dorme ingrassa, a pancia all’aria e con il bischero ammosciato.

Ministro:

Eh, voi mi sembrate uno di quelli che chiamano i topi con il flauto. Ci riuscite? Un sognatore alla rovescia, un povero matto. Ma siamo terzi nel mondo, dopo russi e Usa. Adesso i russi passeggiano per lo spazio e gli americani li inseguono con il fiato grosso; fanno gli scalini a due a due, fino a farsi scoppiare il cuore. Ma domani, eh? che cosa capiterà domani? quando noi entreremo in campo con tutta la birra in corpo. Per la quarta olimpiade?

Adolfo:

Con la vostra faccia ci vorranno cent’anni. In quanto a correre, con la vostra pancia! Abbasso la democrazia, il passo da lumaca, le vostre fanfaronate.

Tutti:

Abbasso, abbasso.

Adolfo:

Evviva chi corre in cima, la frusta nella schiena, la nuda verità.

[20]   Ministro:

Che nuda verità del cavolo? I conti sono conti, perbacco. Io sto facendo cifre.

Adolfo:

E noi spernacchiamo. Come vedete mi seguono. Bisogna esaltarli non addormentarli. Promettere non constatare. Suggestionare le fantasie non tranquillizzarle con la statistica. Sono come fanciulli che sognano. Bisogna portarli lontano, non ribaltarli nel letto con quattro cifre in croce. Altro che statistica. Se ne fregano. Sotto i denti, a voi, i vostri crediti e la bilancia dei pagamenti! Se contassero i quattrini! A noi la nazione più grande, più forte, più ardente, più fremente, più frenetica, più giovane, più ordinata, più orgogliosa. Noi la faremo come potremo. Tutti insieme, marciando per le strade, a bandiere spiegate. Una marea che cresce, un evviva spontaneo, una forza che non si arresta.

Tutti:

Urrah! urrah!

Ministro:

Dio mio, come parlate bene. Non siete matto, bisogna riconoscerlo. E io mi sento vinto. Non trovo parole per ribattere, ma il mio cuore esulta.

Adolfo:

Ebbene, caro amico! è segno che siete d’accordo, che applaudite con tenerezza, che siete in fondo duro e deciso nei propositi tedeschi; meritate un abbraccio. Presto tra le mie braccia.

 

Si abbracciano, sventolio di bandiere, qualche lacrima di gioia, applausi, applausi.

 

 

XVI

 

Adolfo con un Giornalista in fabbrica.

 

Giornalista:

Si dice anche che lei sia un uomo fortunato e che ieri un giovane sia stato fucilato. È stato pubblicato anche sul mio giornale.

Adolfo:

Un ladro di pere colto sul fatto; un sabotatore con la miccia in mano.

Giornalista:

Rubava il pesce?

Adolfo:

Sabotava il pesce. Magari per ignoranza, forse per romanticismo di giovane.

[5]     Giornalista:

Difetti riprovevoli.

Adolfo:

Non lo so; a me danno fastidio. In quest’epoca di grandi idee e di più vasti progetti chi fischia crepa. (Il Giornalista fa un gesto d’ammirazione). Come forza lavoro il poveraccio è sempre più declassato. Non se ne rende conto nella sua enorme ignoranza ma ora è appena tollerato. Non conta più; i suoi sentimenti sono un peso che nessuna azienda può sopportare. Non entrano nel bilancio. Il corpo dell’uomo, come strumento di lavoro, come fonte d’energia, è incrinato, indebolito; è invecchiato. Pfui! questa cloaca che ammorba, questo ripugnante grasso che intenerisce, questo viscido ammennicolo. Come sopportare tutto questo? Diciamo che la nostra epoca, in una situazione d’emergenza, ha bisogno, e con una certa fretta, di livellare e liquidare. Abbiamo bisogno di una pulizia della razza. E come provvediamo a ciò? È semplice. Fornendoli di carne di pesce guasta. È così labile lo stomaco di costoro. Mangiano, vomitano e dopo un po’ crepano. Noi non dobbiamo rispondere che di un eccesso di cura, o di sollecitudine alimentare. Li trattiamo bene dopotutto e costoro non reggono all’opulenza. Muoiono perché sono guasti, in disuso. E tutto è fatto. Ce ne liberiamo semplicemente.

Giornalista:

Magnifico. E profondamente umano.

Adolfo:

Profondamente nostro, dica. Il nostro popolo, una volta ripulito e messo a nuovo, è grande ed è destinato al futuro. Errori di calcolo lo hanno infastidito e magari danneggiato in passato. Ebbene, non si ripeteranno. Anche se ciò è accaduto perché si è fidato di autentici traditori. Ma adesso! Dinamismo, questo è il motto; leggerezza urbana e singola competenza; olocausto scientifico e dedizione della mente. Una terribile dolcezza sarà forse il segno della nuova era, e nessuna cosa inutile sarà detta. Si eviterà in tal modo il dolore della curiosità. Ne deduca che giornali, libri, tipografi e altre cose del genere si renderanno perfettamente inutili. Anzi, saranno considerate come nocive. Scompariranno, dovranno scomparire. Ha scritto? Voglio che il titolo di questa intervista sia: Pensieri di un saggio sul corso del proprio tempo.

Giornalista:

(alzandosi) Sarà fatto. (Esce).

 

Entra Bormann.

 

[10]   Adolfo:

Bormann, faccia di porco, chiuda presto quell’uscio. Mi fa male l’aria smossa, mi fa male l’aria smossa, mi fanno male gli spifferi. Potrei intendere questo come una forma di attentato indiretto, di lento avvelenamento ad hoc e comportarmi in conseguenza.

Bormann:

Ho solo aperto una porta, dovevo pur passare. Di là c’è un certo Tifling, forse quello…

Adolfo:

(siede allo scrittoio) Che entri.

 

Entra Smith un giovinotto elegante, autorevole, efficiente, all’inglese. Esce Bormann.

 

Smith:

Herold Smith della sede d’Amburgo dell’agenzia Tifling, che lei ebbe modo di ricompensare con una prestazione superba. I miei complimenti, signore. Le chiedo un colloquio.

Adolfo:

Accordato, se siede per terra. (Gli fa cenno di sedere).

[15]   Smith:

(sedendo per terra) La nostra sede di Frankfurt bruciò una sera, tutta intera, con carte e calamai, e dentro c’era il nostro caro signor Tifling. Bruciò anch’esso. Prima che ciò accadesse, prima dell’ignobile disastro o dell’attentato sedizioso – un atto di sabotaggio, la vendetta di un maniaco o pura fatalità – il signor Tifling ci aveva trasmesso la scheda a lei riferita. Ci lusingammo, e ci lusinghiamo ancora, d’avere catturato un campione, adatto a prestazioni straordinarie, a risultati fuor dal comune. Ebbene (un uscio è socchiuso e appare Bormann che origlia) la nostra agenzia che come lei sa è la più importante d’Europa; bè! è inutile dirlo, lei lo sa, lei è al corrente; si fa per dire; lei sa già tutto; ebbene, noi abbiamo ricevuto un’importante richiesta, una richiesta che non esito a definire storica; per soddisfare la quale si richiede un uomo che possa competere a questo livello e assestarsi, per così dire, come un’aquila. Lei, lei è il nostro uomo. Si cerca un capo di governo, un capo per questo governo, trascinatore di folle, un abile amministratore, salace narratore di storielle, autorevole, autodidatta, affabile, cortese, umano, casalingo, prestante, dolce coi ragazzi e tenero coi vecchi, di facile commozione, di lunga e proverbiale pazienza; che sappia intenerire le zitelle e dar colpi di maglio sulla crapa dei veterani, che si sentano ribollire alle orecchie il sangue delle battaglie. Che sia sano e adulto, dopotutto. Ma insieme un feroce mastino, perfido, senza il sentimento della tenerezza, senza cortesia. Un grande attore. E di lingua tedesca. Tre giorni di esame sui test psicologici, mezza giornata per esami orali di cultura generale e per recitazione drammatica. Se accetta lei è il nostro prescelto.

Adolfo:

Accetto subito.

Smith:

Benissimo, benissimo, mi congratulo. Per la chiarezza delle nostre relazioni, e per non perdere l’affare, sappia che abbiamo un’altra domanda, per questo posto specifico, non sollecitata certamente da noi ma inviata a noi per posta. C’è dunque un secondo concorrente, di nome (cerca in tasca, cava un foglio) Bormann, un fuoriuscito, patriottardo. Ma stia certo che non conta.

Adolfo:

La faccia di porco conterà ancor meno nei giorni seguenti. Egli è spacciato e sotterrato.

Smith:

Cosa dice?

[20]   Adolfo:

Non dico proprio nulla. Penso fra me e decido. Penso fra me e preparo. Penso fra me e vinco. Ho bisogno della maretta per calmarmi. (Fa un cenno, entrano i Soldati, improvvisano un piccolo palcoscenico su cui alcuni Attori recitano in tunica questi versi di Eschilo con le luci su loro).

Attori:

Ormai il mare scompare sotto un groviglio

di frantumi di navi e di cadaveri e le rive

e gli scogli sono pieni di morti.

Le navi che restavano della flotta barbara fuggono,

a forza di remi, e intanto i greci sui naufraghi come

tonni e pesci

stretti dalle reti, li colpiscono coi remi,

li assaltano con i rottami del naufragio,

gli spaccano il cranio. Grida, gemiti di dolore

riempivano l’oceano

riempivano l’oceano

riempivano l’oceano.

 

Gli Attori rapidamente si allontanano. Smith applaude.

 

Adolfo:

(prima fischia, poi) Queste tragedie sono troppo vere. L’arte è favola della realtà, significa la grandezza della patria, rappresenta la sua ascesa, ne esprime la forza. Heil! È amore; è un’ammonizione; lo sparo di un fucile, è morte, è il massacro. È la grande foresta tedesca. Io inscatolo il tonno per la patria e intanto ne ascolto le occulte tristezze. Salo le aringhe e mi preparo. Io lusingo il loro sogno perverso. Eh, Bormann mi vuol massacrare, far lo sgambetto, trombare. Lei caro Bormann… (Si spengono le luci).

 

 

XVII

 

Adolfo e Bormann seduti.

 

Adolfo:

Lei, caro Bormann, abbia un po’ di pazienza, ma deve intendere che non deve. È afasico per le idee e vive solo in funzione del sottoscritto. Come le è venuta questa idea da galletto? Non è certo un’idea da uomo quale lei è. Si riduca alla ragione, caro Bormann. Lei è un cretino, semplicemente; buono per i mezzi impieghi. Un raccattapalle dei grandi; un leccapiedi. Un cornuto, coglione. Con quella faccia da sabotatore schizofrenico! Che cosa vuole? Il potere? Via, via povero vecchio Bormann, con la sua eterna nostalgia dei fiori anche in mezzo alle aringhe. Un uomo bucolico, un poveraccio, uno stronzo. Lontano da me, naturalmente. Con me vicino, a me sottoposto, con me a cavallo; ebbene, lei appare miracolosamente audace e imprevedibile, signorile, dinoccolato, austero, duttile, sottile; con qualche tocco di originale. Per sé lei è soltanto un contadino che si commuove.

Bormann:

Anche se ha ragione… ma insomma, io…

Adolfo:

Ho ragione. Vada via, vada via, Bormann. No, aspetti, un momento. Ancora un momento. Si sieda, caro Bormann, si calmi. Ecco, così, si rilassi. Un momento di silenzio. Lei ha bisogno di tutte le energie. Questo maledetto party si deve fare e lei preparerà tutte le cose a puntino. Con quelle manine e quel cervellino. Suvvia, Bormann, ci dia dentro una volta tanto, invece di pensare sempre a quella cosa e a innaffiare i fiori. È possibile. Posso sperare? Mio buon Bormann, faccia di porco, che oggi assomiglia proprio a un agnellino, un agnellino bastonato.Bormann:

Lei dice bene. Heil! Con quella voce e la sua presenza. Appare e tutti tacciono; magari applaudono. Io appaio e mi spernacchiano. Perché? Che ho fatto di male? Non merito anch’io un po’ di rispetto? Un piccolo osanna? Eh, ma li obbligherò a questo, oppure farò fuori tutta la canea. Popolo maledetto, paese fetente. Non capiscono i loro uomini e tanto meno li amano. Aspettano seduti sul cesso che la storia si muova.

[5]     Adolfo:

(con pazienza) Ma la storia si muove sempre, e siamo noi che a calci la facciamo rotolare. Non dica sciocchezze, Bormann, e mi prepari un bello spettacolo per questa sera. Bibite fresche e musica per tutti.

Bormann:

Il ballo delle aringhe.

Adolfo:

L’idea è graziosa.

Bormann:

L’idea è grandiosa e improvvisa. Oh che bella! Ne sono orgoglioso ed esulto. Lo spettacolo è fatto. (Esce).Adolfo:

(lo segue con lo sguardo) Per carità; farlo fuori subito, subito. Un bisonte. Pericoloso dopo tutto. Capace di far malanni, di mettere i bastoni fra le ruote, di farci saltare tutti in aria, per idiozia. E l’idiozia è un male non curabile. Una canaglia idiota è incontrollabile. Fedele? ma neppure quello. Una carogna. Via, via. Questi uomini non danno un perché alle cose ma subiscono e fregano.

 

 

 

 

XVIII

 

Il party. Gente elegante e allegra. Un’orchestra in fondo alla scena suona. Si beve, si balla. Man mano che l’azione procede la scena si trasformerà (ma non cambiando disposizione né di luogo né di persone): la luce si farà livida e dura, la gente intristirà orribilmente nel suo riso, nel parlare svagato, che si farà più contratto, e i vestiti di tutti, via via, si decomporranno finendo sbrindellati e informi. Sembrerà alla fine uno stanzone di lager. Così, sulla carne viva.

Ma adesso la scena è animata. Dopo un poco entra Adolfo. Applausi, inchini eccetera.

 

Adolfo:

Vi ringrazio. Ringrazio tutti. Le gentili signore, i signori e le amabili puttane che hanno accompagnato i miei cari amici. Una fiera d’eleganza e uno sperpero di denaro, per il gran ballo delle aringhe. Che posso dirvi? Ah, divertitevi e ricordatevi che la carne piuttosto saporita del pesce, che noi inscatoliamo, toglie le rughe vecchie, evita le nuove e depura l’adipe, rendendo agili e giovani. Il discorso vale per tutti. Su, su ballate. (Si getta nella danza. Fra i presenti ci sono molti personaggi delle scene precedenti).

Bormann:

(alla Moglie dell’Invalido) Balliamo. (L’afferra e balla).

Giovane:

(alla Ragazza) Balliamo.

Padre:

(alla Madre) Proviamoci. (E si getta).

 

Così tutti gli altri, per un poco. Poi Adolfo si siede, anfanando.

 

[5]     Una signora:

(ad Adolfo) E così, grazie a voi, caro Adolfo, anche quest’anno la festa è magnifica. Carica di ingredienti, come una torta. Una volta si moriva di noia. Voi rendete attraente e unico, direi indispensabile, tutto ciò che toccate. Siete un dominatore delle situazioni. Così dicono in giro, anche.

Adolfo:

Siete una cara gallina, con questa vocetta. Vostro marito chi è?

Signora:

Là, quello corpulento, con la faccia rossa allegra. Un buontempone a cui piace spendere; e divertirsi, naturalmente.

Adolfo:

Ma quello è Diepp. Non era?…

Signora:

Sì, sì. È molto cambiato? Una volta era duro, e ciò lo rendeva bello. Mi piaceva, forse, perché era soprattutto feroce, senza pietà. Lo adoravo con un certo timore, adoravo la sua cattiveria che sapeva aspettare, ma che era senza debolezza. Mi pareva un dio. Adesso!…

[10]   Adolfo:

Ditelo! Adesso è un mucchio di lardo che s’avvia a morire. È una decomposizione ambulante. Questo volete dire? Che puzza di guasto?

Signora:

Forse. Forse è questo.

Adolfo:

Coraggio. Se crepa, presto come sembra e nonostante quella faccia, vi prenderete un nuovo amico con meno trippa addosso.

 

Si presenta Bormann.

 

Bormann:

(alla Signora) Posso? (L’afferra e ballano).

Adolfo:

(fra sé) Magari quella se lo pigliasse. Sì, potrebbe scegliere lui. Bella cosa. Allora letto e fiori, fiori e letto; o un letto fra i fiori. E un soldato di Adolfo da sparargli nel petto. Ma io la scampo e lui ci casca.

[15]   Bormann:

(ballando con la Signora) Eh, un corno! Vent’anni sono lunghi da passare. Al buio e con Adolfo accanto. Bel divertimento! se li immagina? Nemmeno un goccio di birra, per non puzzare. È così sofistico il viennese. Adesso però alla sua faccia mi spasso, e bene; al diavolo le sue aringhe. Lo so che mi odia perché non mi do da fare, come vorrebbe, e non lo servo di camomilla. È finito il tempo delle ciliege, il tempo delle vacche grasse. Ora si farà la sua camomilla da solo, il signore. Eh, sì. Basta chiamare Bormann; non più suo servo e non più suo amico. È una grandissima carogna, ma mi fa paura. Una cosa di cui mi vergogno. Ma di voi non ho paura; piantiamo tutto e andiamocene.

Signora:

C’è mio marito, là.

Bormann:

Il grassone? Non può quasi muoversi, è sbronzo fra l’altro; tutto arzillo. Prima che ci scopra è già giorno.

Signora:

Io vengo, ma badi che spara; e spara bene, non sbaglia.Bormann:

E io meglio di lui, in ogni direzione. (Escono).

[20]   Adolfo:

(a Vogel) Il silenzio è glaciale. Sente questo silenzio, Vogel?

Vogel:

Per la verità sento un gran casino di suoni e strisciare di piedi e gente in fregola; (si guarda attorno) vedo bere e mangiare e vedo dimenare le code. C’è odore di zolfo e non silenzio.

Adolfo:

(con rabbia) Zitto, cretino. (Poi di nuovo, tranquillamente) C’è un segno, un richiamo, sicuramente un segno, c’è un richiamo di vendetta. Il silenzio è glaciale perché è il mio silenzio. Macché gente che si dimena! macché capoccia in fregola! Ascolti questo silenzio che canta, o che bombarda. Allunghi l’orecchio.

Vogel:

Allungo l’orecchio, ma non sento.

Adolfo:

Imbecille, inetto. Sedetemi vicino e ascoltate.

[25]   Vogel:

Sento la musica. Voi che parlate. Quella donna che ride; le altre che aspettano d’essere caricate; qualche marito contento e molti mariti in furore. Vedo una notte di gran baldoria, con voi, signore silenzioso, che osservate, lubrificate; e vedo un risultato di molto prestigio per le vostre tasche. Ah!… sento anche il rumore di un treno.Adolfo:

Questa volta è perfetto. Descrizione saporosa. Siete un commediante, Vogel. Ma tutta questa gente. Non sai se vezzeggiarli o bersagliarli; se sono stracci o sono uomini. Questo è un pentolone di tutte le passioni, dove si scoprono gli altarini. Chi è vacca è vacca, anche se appare signora, per un momento; e il barone ladro appare per quel furfante che è, anche se ha il suo garofano all’occhiello. Tutta gente utile, molto utile. Sono le apparenze che fottono, inducono in tentazione e sballano tutti i calcoli. Perciò, attenzione. Col suo monocolo, se non ci badi, uno ti turba, ti mette in soggezione, o bene che vada ti induce alla confidenza. Un bicchiere, un arrivederci, la mano sulla spalla, e lo trovi a letto con tua figlia o con tua moglie. Si fa per dire. La confidenza! Altro che. Cazzotti sul muso ci vogliono e calci nelle palle; gliela do io la confidenza. Un marsh e via. Tutt’al più, per tenerseli buoni, questo mucchio di bastardi, e per tutti gli altri, una crociera all’estate, all’isola di Elsinore, a spese dello stato.

Vogel:

Dite bene voi. Ma chi lavora cantando? Lavorare in letizia? Ma in questo modo, e scusatemi l’ardire, riesce soltanto una gran rottura di scatole. Altro che crociera.

 

Adolfo:

(isterico) Non quando è lo stato che lo chiede. L’ordine. La sacra famiglia. Se spari, ti ubbidiscono.

Vogel:

Ah, già. Ohé! Ma i colpi fan male.

[30]   Adolfo:

Proprio questo. C’è misura e misura. Qualche volta puoi anche promettere, offrire il garofano; senza poi mantenere, si intende. E con la mano al grilletto. Bisogna andare per le spicce. Sono le troppe parole che incoglioniscono i popoli. Se parli li addormenti e finiscono per credere che chi li governa è un cretino. Non c’è nulla come l’illusione della libertà a trascinare l’uomo agli eccessi. È allora che non sa dominarsi, perché non ha più la speranza che nasce dalla paura. È indifeso, disarmato, e vuoto di fronte alla libertà qual è. Una gran noia. Una lunga giornata noiosa. Soprattutto senza compagni. C’è bisogno del padre sovrano.

 

Si avvicinano il Giovane e la Ragazza.

 

Adolfo:

La bella danzatrice.

Giovane:

E il vecchio puttaniere.

Adolfo:

Moderate i termini, giovanotto, e non pestatemi la coda. Io parlo alla donna e voi toglietevi di mezzo.

Giovane:

Voi dovete imparare a comportarvi e soprattutto a parlare. E a scegliere l’erba dal mazzo.

[35]   Adolfo:

Ma con questa, anche se vi dispiace, vado non soltanto a spasso.

Giovane:

Ancora per poco, ve l’assicuro. Con tutti i vostri balli non meravigliatevi se ci sarà chi vi pesta due legnate sul cranio. Vi credete potente. Vedremo poi. Ma c’è chi non tollera il sopruso, nonostante la donna sia donna.

 

Adolfo fa un cenno alla Ragazza e insieme, in un vortice, ballano.

Adolfo:

(al Giovane, ritornando con la Ragazza per mano) C’era una volta un re – che aveva un bel figliuol – un figlio triste d’animo – che per nessun sentiva amor. La favola vale, tale e quale, per questa conclusione: che col sentimento si vince ogni barriera; o, come dite voi, le difficoltà. È così? Ma l’errore della vostra età, badate a me, è di credere che col ragionamento, e poi soprattutto con la franchezza, si possa spiegare ogni cosa. E che le difficoltà siano vinte.Giovane:

Vinte un corno. Ma però messe al muro, con le braccia alzate. Eccole lì a sopportare le nostre conclusioni.

Adolfo:

Ma via! mi parete solo in un mondo che ha altro da fare. Siete un idiota. Un giovane idiota. Come sono tutti i giovani, che sono idioti. Nessuna cretineria più grande che la forza della giovinezza, il prorompere dell’età, il sale della terra. Ardimento, fantasia, intemperanza. Ah, ah, ah. (Fa un cenno, entrano i Soldati. La scena si trasforma decisamente in un interno di baracca; ballano, conversano, si appartano ma con questa nuova tristezza addosso. Una tragica verità. Un ritorno sull’onda). Intemperanza, ardimento, il sale della terra, fantasia. Muoiono come mosche, si sbudellano per una cicca (indicando gli invitati), crepano per una semplice influenza e amoreggiano come i cani. Non servono neppure più i soldati. Li tiene sotto, scrupolosi e teneri, la paura. Equilibrio delle volte, regola del vantaggio. Da un anno all’altro la solfa non cambia. Io pesco le aringhe per il momento e pescherò la Germania domani; ma altri pescheranno altrove perché il giuoco delle reti è inebriante, in Asia o in America; perché la vostra faccia, mio bel ragazzo cornuto, ora innamorato sfortunato, è quella che chiama le disgrazie. È la solita faccia di Adamo, pronta alle lacrime, pellegrina di tempesta, segnata di dolore, ma che basta un giorno a ridurla a ridere di nuovo, magari con un pizzicotto sul naso. È una faccia che chiama gli schiaffi e le disgrazie. Cosa volete farci? Siete merda. Avete un giorno nella vita in cui correte a rotta di collo, poi vi adattate all’impiego, ai soldi del babbo, e non c’è gioia più grande per voi che applaudire chi rischia veramente; che cercare il vostro eroe. E questa è la conclusione: aringhe o no, mio bel somaro, ne avete uno davanti che presto o tardi, scocciato, vi darà due bei calcetti nell’osso sacro. E che per intanto vi fotte la ragazza. Col vostro permesso. (Si allontana).

[40]   Bormann:

(arrivando) Tutto bene?

Giovane:

Vi pigliasse un accidente.

Bormann:

Cattivo umore che induce a cattiva educazione. Parole da camera a gas.

Giovane:

(sorpreso) Che?

Bormann:

Oh, no, è un giochetto… (Battendo le mani). Ma c’è aria da funerale…

 

L’orchestra tralascia il ballabile e inizia una marcia militare, che tutti accompagnano cantando sottovoce, come infervorati e distesi in un sorriso di ritrovata beatitudine.

 

 

XIX

 

Bormann con la Moglie dell’Invalido, per una strada della città.

 

Moglie dell’Invalido:

Non pensi che a questo.

Bormann:

Mi piace e tu mi piaci. Oggi mi piaci.

Moglie dell’Invalido:

Anche ieri e l’altro ieri. Va’ al diavolo.

Bormann:

Con te sulla coda ritta.

[5]     Moglie dell’Invalido:

Sei un porco e puzzi.

Bormann:

Odorava meglio il tuo storpio di prima, eh?

Moglie dell’Invalido:

(improvvisamente calma) Odorava almeno di pulito. Anche al mattino, stretto a me, con la sua malinconia che si risvegliava, odorava. Era pulito e fresco. E con la sua rabbia. Puzzava magari degli anni passati in trincea, negli scoli, per nulla. Ma per lo più odorava così, come il vento. Oh, eccolo lì che canta.

 

A un angolo appare l’Invalido che canta e suona.

 

Invalido:

Se c’è un giorno dell’anno

in cui non c’è maledizione

è quando scuoti la lana

distesa sul bancone.

Succede una volta tanto.

Quando ti voglio e tu non resisti

allora c’è il gelsomino

che fiorisce in un vaso dentro ai tuoi occhi.

I giapponesi hanno la pelle gialla,

gli africani hanno la pelle scura,

(così dicono almeno)

tu amore che pelle hai?

Hai la pelle del cane

che puzza sotto la pioggia?

O quella della talpa che dorme

senza pensare a domani?

Che giorno lungo è oggi! (Si allontana, scompare).

Bormann:

Ti spicci? Perché ti sei fermata?

[10]   Moglie dell’Invalido:

Non ne ho voglia.

Bormann:

Me ne sbatto. Vieni.

Moglie dell’Invalido:

Ascoltavo un uomo cantare.

Bormann:

Nessuno cantava in questa strada nera. Sei una scema e mi scocci. Andiamo. Per fortuna hai delle belle gambe. E io sto diventando importante. Potrei anche farti un regalo, presto, se tu non smergolassi tanto.

Moglie dell’Invalido:

Povero muso di porco. (Canta) Se c’è un giorno dell’anno in cui non c’è maledizione… (poi, fra sé) Che male, ahi. Che paura. Pensare non basta, volere non basta; non basta non volere. Ci vuole un po’ di forza, una volta tanto; la maledetta forza. Ci vuole l’inganno. (A voce alta) Verrò con te sul bancone ma prima lascia che ti accoppi col mio coltello… (e mentre Bormann ride l’ammazza). Tu piglia e ascolta. (È soddisfatta).

 

Entrano i Soldati e l’arrestano.

 

 

XX

 

Ufficio di Adolfo in fabbrica. Adolfo è seduto, solo. Fotografia del bunker in piena luce sulla parete di fondo.

 

Adolfo:

Il povero Bormann, Bormann, il porco, è morto. Come doveva morire. Bene. La dolcezza di questa sera dentro a queste mura. Il grigio, il silenzio dei muri, tutto è composto. (Rivolto agli Spettatori) Sì, tutto è ordinato e tranquillo. Come deve essere. Non si muove una foglia. Lasciatevi convincere. Perché restare lì svaccati in una sera come questa? Qualcuno magari ha sonno e si addormenta. Ronfa, dimenticato dalla vita. Il tempo non richiede questo ozio dei sentimenti. Su, su, sveglia, allè; lasciateci alle nostre azioni e voi correte alle vostre, meschine, ridotte, incerte, ma che ci serviranno. Se c’è un medico, questo medico corra all’ospedale; l’avvocato studi il suo processo invece di bighellonare fumando la sigaretta; ogni donna corra nel letto dell’uomo prima che sia riempito da un’altra. Il mondo è imprevedibile e ha bisogno di fermentare. Bandita la pudicizia. Noi invece restiamo qua con le nostre aringhe ma ancora per poco. C’è una grande corrente nel Mare del Nord in questi giorni e branchi enormi affluiscono. Prosperità, salute. Tuttavia abbiamo gravi pensieri. Dobbiamo coprire enormi vuoti, guadagnare anni perduti leccando la polvere, ritornare sul filo della fortuna, per significare ancora la forza e una oscura minaccia, un pericolo imminente, un’autentica catastrofe. Il mondo si domina con la paura, come sempre; l’uomo non ammira il violino e la donna ama il violento; a questo l’uno lo serve e l’altra gli si accoppia. Volete adesso una prova? O mi ubbidite sgombrando in fretta e tornate ai vostri lavori, o io, forte dell’autorità conquistata a destra e a sinistra per forza d’aringhe, vi darò una meritata lezione; a calci nel sedere, per il momento. (Fa un cenno, entrano Soldati che si schierano imbracciando gli schioppi di fronte al pubblico). Eh, eh, tacete? Ecco l’ultima masticatura di antiche paure. (Alcuni Spettatori si alzano ed escono). Bravi, bravi; quelli vanno, pazienti, ubbidienti; cittadini onesti. Quelli sono l’osso della nazione. Ricordarli. Essi hanno capito che un nuovo destino, risollevatosi dalla cenere, si annuncia. E ora ascoltatemi, voi col sedere di piombo attaccato alle sedie. Accadrà presto che vicende prevedibili, comunque, mi portino sulla cima. Vi ordino di tremare. Libererò gli spiriti del male dalle ampolle oliate in cui sono custoditi. Un solo terrore sconvolgerà il mondo e griderà in una sola lingua. Ci comporteremo con voi come con le sardine. Inscatolare l’uomo, massacrarlo; ne faremo una bella pasta bianca da chiudere dentro la latta. Non ci saranno più sperperi né cadaveri nei boschi. Riempiremo il mare col seme fecondo dell’uomo; ingrasseremo le aringhe per il mercato straniero e io stringerò il lucido marco tedesco nel mio pugno.

Uno spettatore:

(dalla platea) Pazzo, impostore, carogna. Autentica cloaca.

Adolfo:

(ai Soldati) Quell’uomo laggiù, magro, sui quarant’anni, faccia da rivoluzione.

 

Un Soldato si avvicina, afferra lo Spettatore, lo trascina un poco e l’abbatte.

 

Spettatori:

Oh! (Mentre i Soldati trascinano via l’uomo morto).

[5]     Adolfo:

Tutto è facile, per chi può e deve comandare. È un destino. Voi avete l’obbligo di ubbidire. Siete la spazzatura della storia. (Si spengono le luci).

 

 

XXI

 

Una strada. Passano alcune persone.

 

Prima persona:

Un accidente ad Adolfo e alle sue aringhe. Ha impestato il paese, non solo di puzza. È un bastardo, col suo modo di ammazzare di qua e di là.

Seconda persona:

(canta) Chi semina il piombo – raccoglierà radicchi.

Prima persona:

Sì, aspetta! Tu mangerai insalata.

Terza persona:

Dovremmo accopparlo, o lui ci farà fuori tutti.

[5]     Seconda persona:

State certi che succederà, e sarà uno di noi a farlo, come al solito. Si fotta le sue aringhe.

 

Entra il Giovane.

 

Giovane:

Sapete dirmi dove posso trovare Adolfo?

Prima persona:

(sputando per terra) Apri una chiavica e vedrai la sua faccia.

Giovane:

Il fatto è che devo trovarlo.

Quarta persona:

Non cercare lontano. Odora la strada, segui il puzzo del pesce; più forte sarà, più vicino ti troverai.

[10]   Giovane:

Addio.

 

 

XXII

 

Nell’agenzia Tifling. Il gruppetto degli Esaminatori applaude Adolfo che ha appena finito di parlare.

 

Primo esaminatore:

Perfetto. Non c’è ordine se non c’è ordine sovrapposto.

Adolfo:

La sovrapposizione è decrescente. Non c’è ordine che non sia stabilito su una forza che lo vuole; che vuole quest’ordine. (Urla) Noi proponiamo l’ordine prefabbricato; lo adattiamo alla misure delle cose, alla singola topografia. L’ordine non deve servire l’uomo ma soltanto lo stato.

Secondo esaminatore:

Bravo.

Adolfo:

È terribile dover pensare che quest’ordine debba servire alla carne debole dell’uomo. Una notte di Londra o Berlino sostituisce le perdite di una battaglia. Perché ci dovremmo impietosire per l’uomo? L’uomo significa niente. È un paio di corna sulla fronte e un bischero sulla pancia.

[5]     Terzo esaminatore:

Bravissimo (applaude).

Adolfo:

Vi dico che i tempi sono maturi per un’azione senza errori. A pensare al passato! Com’eravamo incerti, maldisposti. Dico maldisposti per le circostanze. Deboli i mezzi, deboli le apparecchiature; e gli uomini poi, che mucchio di coglioni. Avevano tutti un cuore. E che lacrime sulla spalla della mamma. Respiravano con la bocca. Si entusiasmavano. No, signori! Questa è l’epoca dei mostri. Alla violenza romantica, che era paura bella e buona, ai suoi luridi conati, come ventate che salivano dalle paludi, noi sostituiamo una violenza fredda, razionale, disadorna – e senza errore. Una violenza algebrica, programmata. Non contiamo più gli uomini morti, come non contiamo più le aringhe. Si badi solo al peso; al peso specifico, al peso come imballo.

Primo esaminatore:

Che alte parole.

Smith:

(dell’agenzia Tifling) Concludiamo approvando con rispetto. Il risultato finale conferma che lei è: sicuro di sé; di bella presenza; di buone maniere; energico; pieno di iniziativa; divertente; allegro; piacevole; ben curato; popolare; socievole; sensibile ai problemi altrui; ordinato; ambizioso; attento; prudente; ponderato; distinto; discreto; preciso; sistematico; e che fa rigare dritto. Le annuncio felicitandomi che può considerarsi il nuovo capo di questo paese. Mando un telegramma. Eccellenza, un felice periodo si apre, ne sono sicuro, per la nostra nazione laboriosa.

Adolfo:

So come andare a curare le sue vecchie ferite. Intanto voi salutate, riverite e toglietevi dalle scatole.

 

 

XXIII

 

Ufficio di Adolfo in fabbrica. Adolfo ha di nuovo i baffetti. È seduto al tavolo, controlla i documenti, metodico. Entra un Funzionario della fabbrica.

 

Adolfo:

Queste pratiche sono urgenti. Evaderle in giornata, prima che io passi le consegne e lasci la città. Marsch! (Il Funzionario esce. Poi, parlando fra sé, infine sempre più forte) Fino alla fine del mondo; fino alla fine del mondo; fino alla fine del mondo. (Imposta la voce, si guarda le mani. Intanto entrano tre Dirigenti a cui Adolfo deve passare le consegne). Fino alla fine del mondo le aringhe resteranno aringhe. Voi assumete una carica importante, un terribile impegno. Il paese vi guarda, perché mi sostituite. Considerate il vostro lavoro come un dovere verso la nazione. Non siate timidi, incerti; osate sempre. Il coraggio è irripetibile. Io vi seguirò da lontano. Adesso addio. (Si odono voci e grida, rumori, da di fuori). Che c’è ancora?

Primo dirigente:

Sciopero generale… (È incerto).

Adolfo:

Ebbene?

Secondo dirigente:

Scioperano contro di voi. Si rifiutano di pulire le aringhe, di salarle. Sono contro la vostra nomina. E hanno imbrattato i cessi.

[5]     Adolfo:

(accostandosi a una finestra) Sciocchezze. (Legge: l’aringa numero uno alla forca). Avranno pane per i loro denti. Marmaglia anarchica e feccia comunista. Merda di vacca. (I Dirigenti si allontanano).

 

Entra la Ragazza.

 

Ragazza:

Tu parti.

Adolfo:

Io parto e tu parti. Io parto e tu verrai con me. Ho posta da sbrigare, il letto da scaldare e le stanze nuove da riempire. Tu accenderai il fuoco. Tu e il cane. (Intanto entrano gli Operai coi cartelli, si schierano contro il muro). Il mio ordine è un ordine. Segretaria e amante.

 

Entra il Giovane, eccitato.

 

Giovane:

Adolfo, sei lì.

Adolfo:

Chi canta per amor e chi per rabbia.

[10]   Giovane:

(alla Ragazza) Tu esci e aspetta. (La Ragazza esce).

Adolfo:

Che bel divertimento. Io in alto e voi quaggiù a rodervi. Non potete capire. Voi, voi salerete le aringhe, per l’eternità; e questo giovanotto ha un raffreddore d’amore, che si guarisce con qualche sberla. Un cuore a pezzi. Cose troppo vecchie per interessare. Volete sapere come andrà a finire? Finirete tutti in una rete: quelli perché non lavorano come dovrebbero e questo giovane per insubordinazione al primo ministro. È urgente ricollocare al giusto posto il concetto di autorità. Il caos è finito. L’orribile casino dei giorni scorsi. Basta col periodo d’oro dei calci nel didietro; useremo le pallottole. Ed ecco chi chiuderà il bordello. Il sottoscritto. Comanderemo un po’ di fuoco su queste teste matte e voi non potrete farci nulla, se non subire in silenzio. Si annunciano brutti anni per le canaglie che tramano.

Giovane:

Adolfo, io semplicemente ti ammazzerò. Ti odio tutto intero. Non ti ucciderò semplicemente per amore.

Primo operaio:

Lasciamoglielo fare. Assistiamo in silenzio, sperando che tutto accada come vogliamo.Adolfo:

E perché non per invidia, per impotenza, per debolezza? Ma io, caro mio, non ho paura e tu sei morto. (Fa un gesto. Poi si allontana per un istante e rientra).

 

Entrano anche i Soldati che si schierano con gli Operai.

 

[15]   Adolfo:

E voi? Ahi, ahi, ahi. Tu allora mi sorprendi nel momento di maggior debolezza. Sei astuto, non lo credevo. Senza più l’autorità vecchia e senza ancora la nuova autorità che opprime. Sono un esercito in marcia, con le tende levate. Vediamo, trattiamo fra noi. Dammi un momento di tregua. Ti cedo la ragazza, te la rendo se vuoi.

Giovane:

Non basta, non basta più. (Spara e lo uccide).Primo operaio:

E adesso? è risolto qualcosa?

Secondo operaio:

No, se ritorniamo alle aringhe.

Terzo operaio:

È vero, andiamocene.

 

Si illumina la parete di fondo con la solita fotografia del bunker eccetera. Entrano alcuni Inservienti per trascinare fuori il corpo di Adolfo.

Mentre tutti sfollano entra Adolfo.

 

[20]   Adolfo:

Fermi tutti, quello è un sosia. Allè, sbalordite? Vi bruciano le budella? Vi pigliano i crampi allo stomaco? È la paura. È la paura del sottoscritto. Ben vi sta. Vi ho buggerato. Lo sapevo, lo sapevo. Ma come! Gridavate abbasso l’aringa, di qua e di là; e fischi, e poi sporcare i cessi. Sono i primi segni del disordine che viene, i primi segni di una rivoluzione. Forse non dovevo stare in guardia? Ma chi conosce, fra di voi, l’arte del pagliaccio, un’arte sottile, difficile – che mentre ride fa piangere? che sospira e fa ridere? la dote dell’ubiquità, il piacere dell’intrico? Chi di voi sa prevedere e collocare, collocare ogni atto al posto giusto, al momento giusto? Chi giuoca sull’anticipo, chi si spreme le meningi nelle veglie notturne? Vi abbandonate alla vostra voglia di vivere e vorreste fare i furbi! Guardatevi! sorpresi, rincoglioniti. Lì, come poveri stracci. Vi ho in mano. Tutti insieme, una massa di povera vecchia carne. Vi sfilacciate, inermi, desolati. Ebbene? Ebbene! la vecchia storia ricomincia. A calci nel sedere vi incolonno e vi spingo e vi trascino al foro, al luogo delle rimembranze, a rispettare la patria. C’è un morto per terra. Piangetelo, seppellitelo. C’è un vivo di fronte a voi, più vivo che mai; applauditelo. Ma tutti insieme mi fate schifo. Sempre i soliti siete, mi par di ricordare. All’erta! non sentite il suono delle nuove trombe?

Padre:

(entrando con la Ragazza) Urrah! bravo! è salvo, l’ha scampata. Adolfo è vivo. Finalmente! La storia, la vecchia storia ricomincia.

 

 

 

 

Venerdì, 25 Gennaio 2013 15:46

Non era primavera, ma…

No, non era primavera scriveva (scrive) diceva (dice) Dall’Olio che viene da lontano. Da un inverno freddo, da un terremoto di vita, da una sorpresa improvvisa e feroce. Eppure credo che il lettore di queste pagine alte senta davvero le mani dell’autore sulle spalle, e senta il suo respiro non drammaticamente aggressivo ma come un ritmo ordinato e costante, che tende a penetrare nella realtà degli eventi per intenderli senza lasciarsi travolgere (e stravolgere). Dato che, per straordinaria verità, questi versi non sono strazianti né grondano lacrime amare, ma risaltano dentro alla tempesta vigorosi (rigorosi), quindi sono davvero di aiuto in generale anche per una riflessione decisa sulla vita e, nello specifico, come esemplare indicazione comportamentale all’esplodere di nuvole nere nel corpo e nel cuore. La raccolta è esemplare di un poeta forte e paziente che ci sottopone quasi in una scansione rock una vicenda dura implacabile, da affrontare soltanto con straordinaria determinazione (convinzione)…

Da quando ho saputo di avere un cancro (p. 39).

la mia vita ha conosciuto lo zero (p. 40)

quel tritolo che mi portavo giù sigillato in fondo al molo (p. 43)…

Ripeto: questo diario nasce nella tempesta ma poi si riordina in una calma di emozionante fermezza (consapevolezza), come inizio del cammino per uscir fuori dalla steppa raggelante. Una progressiva strisciante liberazione dall’incubo del male reale, una battaglia in campo aperto nella quale ci si ritrova non soli, per fortuna, ma fra persone di impegno sempre presenti e attente. Tanto che, procedendo nella lettura, si fa evidente anche l’intensa emozione – dopo la malattia ributtata fuori come un tizzone ardente – di volersi riprendere anche la propria parte nel mondo, parte combattiva, responsabilità privata ma politica, come una non mai dismessa speranza in un nuovo più degno futuro, dentro la vorace complessità del nostro tempo…

Ti voglio bene come un albero gli dice il figlio e sembra che voglia teneramente piantare il giovane padre in un campo, perché possa alzarsi forte e fiorire…

Non leggiamo un breviario di dolore ma una ricognizione minuta dentro la vita di un uomo. Trascritta e depositata sotto i nostri occhi, ripeto, come un percorso perseguito con il sangue ma infine approdato alla serenità virile di una vittoria.

 

Roberto Roversi

 

 

 

Venerdì, 25 Gennaio 2013 15:38

Postfazione

 Ugolini scrive con gli occhi prima che con la penna. Depone nelle parole le cose, le voci, i suoni, l’ombra dei corpi con la stessa partecipata attenzione e con la stessa forte ma delicata premura di un pittore che cali il pennello sulla tela, anche solo per sfiorarla.

Gli oggetti, le cose, le voci, i suoni, l’ombra dei corpi e anche gli stessi corpi delle persone che si muovono per entrare in scena o stanno già in scena o emergono dalla nebbia dell’indistinto per entrarci, Ugolini li ha cercati, li ha radunati, e li precisa come un acquafortista che non può né deve sbagliare una linea; e li accoglie nel loro ordine, o naturale o disposto, dopo averli liberati dalla polvere con un battito di ciglia, quindi con una leggerezza d’emozione che riesce a sorprendere.

Preserva tutto, non lascia niente andare perduto. Gli basta un’occhiata per vedere bene e capire e partecipare; e anche per soffrire nel vedere e nel partecipare. Ugolini vede gli altri, parla degli altri ma è come si scrivesse sul cuore. Gli basta poco per capire e fare sapere al lettore quello che c’è lì, nel mondo del suo racconto, in quel momento; quello che conta veramente in quel momento dentro al respiro profondo del suo racconto, o del mondo. È come trascegliesse e disponesse le cose, oggetti persone per una scena teatrale di forte impatto emozionale; e li disponesse secondo la luce di una ragione controllata, che non transige.

Così i suoi personaggi sono contrapposti sempre drammaticamente. Gli uomini, avvolti e coinvolti da continui mormorii della memoria (una foresta scossa dal vento) fanno, se vecchi, conti ravvicinati con la morte; o con la vita (ma sempre con la stessa drammatica pazienza) se giovani. Le donne si espongono con una vitalità che è, come dire?, modernissima; con una insistenza sempre partecipante e disinteressata, pronte a dare più che a ricevere. Apro­no e seguono il racconto quasi camminassero sull’acqua, da mare a mare.

I vecchi, ripeto, fanno i conti con la morte (fuggente e ritornante) e non aspettano più la vita; i giovani fanno i conti con la vita e non aspettano ancora la morte, anche se cominciano a essere coperti dalle ombre delle prime delusioni.

C’è dunque una costante progressione narrativa e c’è una perspicacia introspettiva e riflessiva non comune (così a me pare) in queste pagine; nel progresso del racconto e nelle conclusioni collegate e, alla fine, assemblate. Tanto da mantenere attento il lettore con la buona disposizione della scrittura e da portarlo attraverso il testo verso la conclusione senza l’impervio intralcio di approssimazioni.

Se si potesse, per esempio, fare un rimando esplicativo/letterario per la collocazione di questo breve romanzo nel nostro panorama, non dubiterei di indicare Casa d’altri di D’Arzo come un faro illuminante – magari anche se indiretto.

L’atmosfera, la preparazione e poi la collegata stringatezza dell’azione narrativa, la collocazione dei personaggi dentro la natura circostante che è data sempre in una continua e sovrapposta mutazione; l’indecifrabile, dunque, alternanza delle stagioni entro cui le azioni si sconvolgono; l’avventura dei sentimenti alla ricerca di risposte essenziali; l’incombere delle piccole tragedie quotidiane che si avvicinano quasi mormorando, quasi senza dramma – come una realtà, anzi come una verità annunciata e aspettata; i due personaggi centrali (il vecchio Giustiniano e la giovane Maria); tutti questi tasselli concatenati servono a un risultato che suscita interesse e consenso veri.

Roberto Roversi

 

 

 

Venerdì, 25 Gennaio 2013 15:25

Il crack

Testo per il teatro [1968]

 

 

Elenco dei personaggi

 

Padre (65 anni)

Figlio (35 anni)

Moglie del Padre (seconda moglie, circa 35 anni)

Moglie del Figlio (24 anni)

Eccellentissima eccellenza

Arcivescovo

Due Teste d’uovo

Mac Mardon

Sei industriali (I Paladini)

Presidente e gli altri del Consiglio di amministrazione della banca

I cinque Giovani

Tre Guardie poi tre Inquirenti

Una segretaria

Cameriere

Uomini e donne

 

 

Parte prima: L’antefatto

 

 

 

I. Cerimonia ufficiale in un salone affrescato, spettacolo di tutte le bieche pavide vanità possibili. Il palco delle autorità a cui tutti pur seduti in pompa magna guardano con occhi inteneriti. Parla uno di costoro con enfasi e una qualche emozione per l’esibizione dinanzi a quel consesso di dèi.

 

Primo uomo (declama, esorta ecc.):

Grafico delle precipitazioni atmosferiche. Poiché si è in clima di depressione e in un luogo a economia agraria (si alza e dice)

il nostro sguardo mira al futuro

il ritmo della storia e i valori perenni dello spirito – oggi siamo alle grandi velocità, sino alle velocità supersoniche –

(applausi)

mostruose, vane e rovinose risulterebbero, poi, ogni espressione e ogni opera di civiltà, se il progetto e la costruzione del nuovo non rispettassero i principi e le leggi dell’ordine naturale, che è anche ordine morale, perché voluto da dio che l’ha creato. (Applausi, si grida bravo, bis).

Cerchiamo ora di definire il volto economico della provincia nel quadro della economia nazionale. (Applausi).

Ma intanto: noi abbiamo qua l’onore di ospitare l’Eccellentissima egregia chiarissima eccellenza che viene da Roma, simbolo augusto dei presagi più fausti, illustrissimo membro di un governo, colendissimo, perillustre, cattedratico, uomo di sicura dottrina, di grande scienza, insonne, instancabile, audace, provveduto nelle esemplari qualità dell’animo, eroe in guerra, padre sagace in pace, amoroso, attento, benedetto. (Si grida, si applaude ubicumque).

Si onori l’Eccellentissima in piedi.

 

(Tutti si alzano e restano. Uno si soffia il naso. Di nuovo applausi, urrà, le signore dicono “com’è bello”).

Eccellentissima eccellenza (muove cauto le mani, le arrotonda, ha il sorriso sopra i denti Durbans):

Grazie, grazie, dolcissimi compari. Il capo del governo, che è quello che è, un grand’uomo come sappiamo, un luminare, un autentico archibugio, causidico, dipanator di matasse, m’incarica di salutarvi e proferirvi il suo cuore, che è tuttora presente. E promette, promette, promette.

 

Tutti (in piedi applaudendo):

Ci appaghiamo, ci appaghiamo, ci appaghiamo.

 

(L’Eccellentissima eccellenza siede, gli altri si ricompongono. Solo qualche bisbiglio, brusio. Condizione di elettrica condiscendenza).

 

Primo uomo (riprendendo il discorso interrotto):

Cerchiamo ora di definire il volto economico della provincia nel quadro dell’economia nazionale (con un sorriso) se l’Eccellentissima eccellenza permette. Saranno tutte rose e fiori, glielo prometto. Una caterva di cifre dolcissime, una cascata di elogi, deduzioni pacifiche, risultati sontuosi. Siamo fra le prime nazioni del mondo, è certo; per intrepida temperanza delle autorità, per il prodigarsi alacre eroico dei tutori dell’ordine su ogni sconcia volontà sovversiva, per audacia di azioni peregrine, varietà di indagini, scalpitar di presagi, spurgo di ciminiere e piscio nei canali. Temono la nostra astuzia, invidiano la nostra passione; e noi sotto, allé, come un esercito in marcia al seguito dei baldi generali: lustri, seri, impettiti e con medaglie che scampanellano sul petto.

Che piacere a declamar le lodi di un così felice periodo, prospero, immacolato, temperante, severo, civile e tuttavia smosso dalla maretta delle passioni. Passioni di progredire, si badi! via, via (batte le mani) questo secolo è nostro. È nostro, cara Eccellentissima eccellenza…

 

(Tutti applaudono, si abbracciano mandano baci in giro)

 

I dirigenti industriali che, per la loro specifica attività, si trovano a dover tradurre in atto le linee programmatiche promosse da docenti, economisti e uomini politici nell’intento di conseguire il maggior benessere a beneficio della comunità, sono certamente qualificati per esprimere un giudizio sulla evoluzione economica della nostra regione. A tale evoluzione essi hanno dato un largo contributo esercitando la loro insostituibile funzione, funzione che li pone in prima linea nella collaborazione sia con gli imprenditori, sia coi lavoratori subordinati.

 

Eccellentissima eccellenza (balzando in piedi):

Help! Tutto è chiaro e sottoscritto. Passate i pasticcini, si dia principio alle danze.

 

Secondo uomo (premuroso):

Eccellentissima eccellenza sono le 10 del mattino: è stato previsto solo un vermouth fresco e danze niet. Non è contemplato, nulla è preparato. Mancano perfino le donne.

 

Primo uomo (continuando a parlare, per finire: mentre gli altri ormai in piedi berciano fra loro):

Signori! Come ho detto in apertura del mio intervento nessun problema locale può essere seriamente impostato prescindendo dal più vasto e condizionante problema nazionale (Voci: “basta, basta”; qualche applauso perché smetta)

 

Eccellentissima eccellenza (avvicinandosi al Cardinale seduto, che conversa con uno):

Reverendissima magnificenza (si inginocchia e bacia l’anello) la vostra benedizione sul mio povero capo, sulle mie spalle, sull’intero mio corpo d’agnello, se permettete. Ne ho bisogno. I giorni sono tali…

 

Cardinale:

Pazienza e preghiere, figliolo; soprattutto sottomissione al volere di dio. Di lassù ci vien tutto il bene, di lassù ci vien la luce, il bene, la luce, la luce, il bene, il bene, la luce (è incantato come un disco, si scuote), la luce. Dunque pazienza, preghiera; naturalmente speranza.

 

Eccellentissima eccellenza:

Naturalmente; naturalmente speranza.

 

Padre (avvicinandosi):

Signor ministro, mi permette?

 

Eccellentissima eccellenza (con dispetto):

Lei chi è? perché rompe le scatole? ah, vedo bene; non ho tempo per le suppliche oggi. Oggi nessuno ha tempo, presi come siamo dal lavoro e dalle cure della nostra alta carica. Dividersi, donarsi, non cedere alle lusinghe, mai riposare. Questo facciamo noi. Dunque, addio.

 

Padre (con pazienza):

No, sono il tal dei tali, che lei deve inaugurare la mia fabbrica stamattina. Siam qua per altro ancora. Invenzioni nulle, elemosine niente. Non si stende le mani a vossia, non si prega vossia, decubito e astrazione, volontà di proliferare e esaltazione dei sensi. Non si ricorda di me? Il comm. Vasi dei trattori Vasi? Fabbrica di trattori e altra fabbrica di utensileria per la plebe? Si ricorda di me? A Roma, anche, in casa di…

 

Eccellentissima eccellenza:

Ma caro amico. Ricordo, adesso ricordo e mi scuso. Ma sa, le beghe della mia carica; essendo io un’alta autorità; essendo io, perché mi spetta, una Eccellentissima eccellenza; le beghe di questa carica altissima, irraggiungibile, somma, comportano pene e qualche smarrimento; anche della memoria, che si fa labile. Ma la sua bella faccia la ricordo. E come non ricordo la sua bella faccia! Trattori, i trattori, trattori. Ma certo, i trattori. Anche sua eminenza me l’ha detto. Oh sì, verrò volentieri a inaugurare la sede nuova, la sede bella, a gloria del farraginoso crescere di questa invitta provincia. Allé. (Tutti battono le mani).

 

Padre (è confuso, si inchina):

Eccellentissima eccellenza, io non voglio, non vorrei, ma mi creda, sono confuso, felice, imbarazzato, orgoglioso. Oh che colpo, che bel colpo. Grazie.

 

 

II. Vestizione dell’Archbishop che si dispone a intervenire all’inaugurazione della fabbrica. Così come si veste il torero: ieratico e con molta ricerca dell’eleganza. Puntiglioso, pignolo. È un bell’uomo.

 

 

III. L’Archbishop con un colpo di pistola a fiamma ossidrica brucia il nastro, un sottile nastro metallico. Applausi. La corte si incammina. Davanti l’Arch. poi l’Eccellentissima eccellenza serva del primo e padrone dispotico degli altri. Il Padre, propenso a confidenze, ebete quel tanto, felice, rosso che trasuda, il quale si prosterna spiegando. Si precisa che la fabbrica è nella provincia italiana, dunque nel profondo sud – anche se è profondo nord, è ovvio; dunque: pianura padana. Merletti di bambole. Giovani nababbi.

I soliti vecchi marpioni.

Innanzi a tutti l’Arch. incede benedicendo saloni stanze stanzucce uffici cessi; salgono e scendono scale; tutti dietro con questi discorsi (alternati uomo-donna):

 

– Stanotte il mio Albertuccio ha di nuovo pisciato a letto, professore

– Non si preoccupi, con l’età userà poi il vaso, poi tutto il resto addirittura. Tornerà civile

– La civiltà è una gran cosa

– A chi lo dice!

– Guardi me, che mai ho pisciato a letto

– Ah la cultura è una gran cosa

– A chi lo dice!

– Io lo dico a lei. L’uomo colto sa come farsi rispettare. Ci vogliono gli studi classici per questo, che abituano la mente a farsi rispettare

– Sì, dice bene

– Eh, dice bene

– Anch’io sono d’accordo. Chi ha tradotto Svetonio lo si vede a prima vista, dà più soggezione. È un umanista

– E chi è ’sto Svetonio?

– Mah, un tale Svetonio

– Ah sì, Svetonio (tutti ridono, ridono)

– Come è buffo lei

– Come è cara lei

– Che scocciatura queste processioni. Quando si mangia?

 

 

IV. Sera in casa del Padre. I notabili cittadini, laici, senza tonache. C’è goduria in giro, un senso di autentica soddisfazione. Egli è al centro di un circolo di invitati (tutti in abito scuro).

 

Padre:

Quel che conta è il fatturato, come sempre. Raddoppiarlo di anno in anno. Triplicarlo di anno in anno. Sennò che gusto c’è? Con questa nuova fabbrica mi propongo…

 

Uno:

Recessione.

 

Padre:

Macché recessione. Se c’è tempesta, buttarsi. Nuotare. Pedalare. Si salvano i forti. Si salvano i furbi. Mica si salvano i fessi.

 

Un altro:

Ma bisogna vendere. Se il mercato è stanco, lento, pesante? se il mercato è in angustie e sta coi suoi pensieri? se sta dormendo e si accontenta di guardare? se non si muove, vigliacco?

 

Padre:

Svegliarlo, semplicemente. Bisogna svegliarlo. Gli altri fanno sempre ciò che gli è detto, purché sian convinti a farlo. Convinti bene.

 

Uno:

Ci vuole fortuna, per queste cose.

 

Padre:

Se è per questo ci vuole fortuna in tutto. Mica sono un santo, mica mi accontento di poco. Fortuna, buon senso, coraggio, mai soddisfarsi, badate. (Mormorio di approvazione)

 

Alcuni:

Si balla? (ballano)

 

Altri:

Si gioca? (siedono e giocano)

 

Padre (rimasto con alcuni vecchi, seduti in poltrona):

Confidenze, tristezze, giorni che passano, neve sui monti. Che bel natale allora. E un cane che rode il didietro. Questo è, amici miei. I giorni passano. Solo in momenti come questi te ne accorgi; allora ci badi, vedi quanto hai osato quanto hai camminato quanto hai arato quanto raccolto. Quanto ti resta da vivere insomma. Allora… di questo ti accorgi, in momenti come questi. Vedi che cammini sul filo, che stai ballando su un filo. Vertigine. Una paura, paura? Non una sola speranza ma mille speranze, questo è tanto. Si osa per osare. Proprio lassù sul filo. Ma intanto non chiudi occhio e poi viene l’insonnia.

 

Uno:

Quante storie con un sedere così. Sei fortunato oltre che dritto, è naturale. Con il vento in poppa hai un bel da biascicare ai giorni che passano. Chi ti crede? I giorni passano e passano e tu lasciali passare. Per chi ha i quattrini la vita è un valzer. Che malinconie. Tu respiri e intanto cresce il tuo conto in banca come se pompassi acqua, come se pompassi aria.

 

Un altro:

La terra lungo il fiume. Non valeva niente. Dicevano che l’era una puttana, la voglia di un ricco matto, invece

 

Padre:

Se non mi contano i bocconi in bocca io mangio; voglio lavorare in pace (si avvicinano altri, uomini e donne, che parlano fra loro)

 

Uomo:

Poi si andò tutti a ballare. Sul prato c’era la luna

 

Donna:

Con quei vestiti in bianco. Oh povere ragazze

 

Altra donna:

Per carità, povere un corno. Quella è l’età che permette ogni cosa. D’accordo, d’accordo, non tutte le cose, lo so bene. Ogni cosa che sia lecita, buona; che sia discreta. Vi va?

 

Uomo:

Stringersi

 

Donna:

Baciarsi

 

Altro uomo:

Ballare sotto la luna

 

 

Altra donna:

Conservando la propria condizione

 

Uomo:

Osservando la propria posizione

 

Donna:

Ridete, ridete, così poco sentimentali

 

Altra donna:

Quand’ero ragazza si ballava sotto la luna, protetti dai familiari. Quei baffetti dei giovani! Quei giovani! Che sogni, che sogni sotto la luna. La luna si toccava

 

Altro uomo:

I bambini nascevano sotto i cavoli

 

Donna:

Il fieno odorava, fiori di gelsomino, papaveri nei campi, fiori di gelsomino, i grilli, i papaveri e…

 

Uomo:

I palpiti

 

Donna:

I sospiri

 

Altra donna:

C’era più sentimento allora

 

Altro uomo:

Un letto non era un letto ma un canapè

 

 

 

Donna:

Ridete, ridete pure e compiangeteci. Ma vivere con un po’ di sentimento

 

Uomo:

Una gioia dei sensi ma una rottura di scatole

 

Altro uomo:

Era una gioia così. E oggi è una gioia così. Spogliatevi tutte, mie care, e facciamo il gioco dell’ortica

 

Donna:

Che matto! (si spegne la luce)

 

 

V. Sala in casa del Padre, fine del pranzo, amen alle cerimonie, levar dei bicchieri. È il momento del discorso, anche dell’occhio inumidito, batter di mani; mentre sotto la tavola piedi e dita di ognuno giocano con i piedi e le dita di ognuna. Santa Nafissa sia soddisfatta. Alcuni si chinano all’orecchio di alcune; e tuttavia c’è noia in giro, nonostante il dimenarsi il ridere le luci ecc. Il Padre con il bicchiere alzato sta brindando. È alla fine.

 

Padre:

Così da questa piccola azienda è nata una grande azienda; come, si può dire, da un piccolo uomo è nato un grande uomo. Non dovrei dirlo ma lo dico; al diavolo la modestia.

 

Figlio:

Lascia che ti diciamo questo: la tua fortuna è tua (e lo abbraccia. Applausi)

 

Padre:

Vi ringrazio e non vi perderò d’occhio. Crescerete con me. Più crescerò più salirete voi. Non vi perderò d’occhio. O viceversa, che è lo stesso, più crescerò io, più scenderete voi. Ve lo prometto. Vi prometto tutto. Parola di galantuomo. Date tempo al tempo. Lo riempiremo di grana per noi, con un po’ di interesse pubblico. Questo è il tempo di Bengodi, il quattrino ha la calamita. Bevete con me, a questa fortuna. A una fortuna che duri, una fortuna che resti, una fortuna che cresca (tracanna d’un fiato), una eterna fortuna.

 

 

VI. Adesso il Padre e il Figlio sono soli, momento di pausa, chiusura della giornata, soddisfazione dei sensi.

 

Figlio:

Così si è chiuso il giorno, arrivato alla fine; sembrava che non finisse.

 

Padre:

Comincia la prima parte della notte. Domani in fabbrica, sotto, al lavoro.

 

Figlio:

Tutto è pronto.

 

Padre:

Avviarsi, incominciare, produrre, dilatarsi; essere orgogliosi, contenti di noi, soddisfatti. Ogni rischio ha la sua faccia buona e l’altra faccia fetente. Il buono è stato consumato oggi, fra voglie d’invitati, nel puzzo delle camelie, fra quei poveracci che strisciano e la celeste figura dell’arzivescov. Che fior di mignotta l’Eccellentissima! fingeva di non conoscermi, lo smemorato di Collegno. Volevo scuoterlo a sberle, quel fior di galantuomo, quell’arca di scienza, il Pico della Mirandola. Mah! ha dovuto riconoscermi subito subito, con un sorriso. Mangiando bevendo è venuto, ha fumato, si è sdraiato.

 

Figlio:

Fumato bevuto poi è partito.

 

Padre:

Questo devono fare: togliersi presto dai piedi. Dopo avere consumato.

 

 

VII. In fabbrica. Due Teste d’uovo.

 

Prima testa d’uovo:

Le origini del mondo sono obbrobriose. Un cataclisma e un uomo nudo.

 

Seconda testa d’uovo:

Anche una donna nuda.

 

Prima testa d’uovo:

Diciamo pure così. Anche una donna nuda.

 

Seconda testa d’uovo:

Ma nudi erano e nudi sono restati. Che cambiamento c’è stato?

 

Prima testa d’uovo:

Nell’ordine delle cose?

 

Seconda testa d’uovo:

Nell’ordine delle cose

 

Prima testa d’uovo:

Nessuno

 

Seconda testa d’uovo:

Nessun cambiamento? E allora?

 

Prima testa d’uovo:

Allora niente. Siamo qui a raccontarci storielle

 

Seconda testa d’uovo:

Ma la donna nuda

 

Prima testa d’uovo:

Resta nuda

 

Seconda testa d’uovo:

E l’uomo nudo?

 

Prima testa d’uovo:

Resta nudo

 

Seconda testa d’uovo:

E noi, infine?

 

Prima testa d’uovo:

Siamo i coglioni che siamo

 

Seconda testa d’uovo:

Ma va!

 

Prima testa d’uovo:

Si entra?

 

Seconda testa d’uovo:

Entriamo.

 

 

VIII. Stanza del Presidente, cioè del Padre. Lui, il Figlio, altri che sono grossi rappresentanti e esclusivisti dell’azienda; poi le due Teste d’uovo.

 

 

Padre:

Impostiamo il discorso così; io non dico balle. Non possiamo partire da dieci per arrivare a mille; ma partire da mille per restare fermi a mille e poi salire crescere fino a centomila. Aprirci come una vescica di lardo. Coi soldi che mi costa questa fabbrica posso sperare che voi capiate questo e che mi aiuterete a farlo; voglio dire che vi caverete la pelle, sputerete il sangue.

 

Uno:

Non basta sputare il sangue. Gli altri vogliono fatti, costi, termini di consegna, garanzie, facilitazioni finanziarie. Insomma, vogliono pagare quando possono.

 

Padre:

Basta così.

Gli altri paghino quando possono

se noi possiamo accontentarli. Ma è proprio

per accontentarli che noi lavoriamo.

Un microcingolato da 25 cavalli per l’aratura

tre marce, più leggero di kg 87

della concorrenza, consumo diminuito del 20%

non più batterie per i fari

ma pile australiane che non si consumano;

le ruote garantite dall’usura

per un anno, il prezzo dimezzato

rispetto al modello 31/34. Non c’è più

concorrenza, produciamo da padroni

del mercato, dobbiamo solo imporre il nostro marchio

e le assolute garanzie. Le succursali

hanno i prospetti e i programmi

di lavoro; alla fiera di Lipsia

sbaracchiamo, così a Montpellier e

a Verona se decidiamo d’andare.

Poi persuadere un poco per volta

con pacche sulle spalle

i contadini che diffidano

perfino della madre.

In tre mesi dobbiamo concludere il ciclo,

essere già a cavallo

e imporre anche il modello industriale

con ruspa, pala e trivella.

 

Figlio:

Non si alza una fabbrica

per viverci dentro

con spreco di luci e di bacchette

ma per accrescere la potenza del nome

il prestigio del marchio, il giro

degli affari. Per vendere ogni giorno di più

di più, per vendere di più

per vendere di più per vendere

se vogliamo produrre e produrre

per vendere. Tenete a mente

che ci aspettiamo da voi

di imporre sul mercato

sia la versione agricola per vigne e frutteti

sia il 706 industriale.

 

Uno:

Lo sappiamo, abbiamo capito. Adesione indiscriminata, uno spreco di energie, lavoro accanito sul programma fissato.

 

Altro:

Non tergiversare.

 

Figlio:

E la divisione degli utili, per il primo semestre. Poi si vedrà.

 

Padre:

Dopo vedremo. Così mi piace. Poi si vedrà.

 

 

Parte seconda: Il fatto

 

 

 

I. Fabbrica del Padre; le due Teste d’uovo.

 

Prima testa d’uovo:

A questo ritmo scoppieremo. Dove si vuole arrivare?

 

Seconda testa d’uovo:

Ma caro mio, è il ritmo del sistema. Progredite e moltiplicatevi.

 

Prima testa d’uovo:

Bah! Ma ha ragione lui. Frusta ma produce. Siamo a cento trattori per settimana, quattrocento al mese, forniture assicurate per dieci mesi. Il ritmo è quello giusto.

 

Seconda testa d’uovo:

Sì, visto da questa parte. Il ritmo è quello giusto. Per ballare sui fili, come dice il vecchio. Vai via domenica?

 

Prima testa d’uovo:

Magari, ma ho grane con Amalia. Grane forti. Pare che sia incinta. Se è vero intanto la licenziano.

 

Seconda testa d’uovo:

Non t’eri cautelato?

 

Prima testa d’uovo:

Certo. Le solite pillole, quelle scatolette coi numeri di telefono. Ma avrà saltato un giorno, un giro di valzer un volo fra le nuvole, con quella testa. Un giorno non si può saltare. Se è vero mi ha incastrato.

 

Seconda testa d’uovo:

Falla abortire.

 

Prima testa d’uovo:

Già. Ma con quei soldi volevo cambiare macchina.

 

Seconda testa d’uovo:

Lo so, vecchio mio. Sono guai, sono guai, sono guai. Ci vediamo.

 

 

II. In fabbrica, Padre e Figlio.

 

Padre:

Come: pare che i freni non tengano?

 

Figlio:

Leggi qua. Ieri ha telefonato Adespi da Foggia. Sui terreni in salita, o in discesa che è lo stesso, a un certo punto, sotto sforzo, il motore si imballa e il trattore si rovescia. S’è accoppato un contadino.

 

Padre:

Sarà perché quei terroni sono ancora abituati ai muli. Teste di rapa. Bisogna insegnargli. Perché Adespi non l’ha fatto? Dorme?

 

Figlio:

Ma a Bologna? a Bologna, almeno! con quei caratterini! eppure anche lì due nel fosso e un terzo con il braccio rotto. Era pianura, vicino alla città, senza ponentino. (Entra una Testa d’uovo)

 

Testa d’uovo:

Sono arrivati testé tre reclami: da Matera, Poggibonsi, Morbegno. Ha telefonato Martini da Cuneo. Quattro motori imballati durante il lavoro nei campi: dice che uno s’è imbizzarrito come un cavallo, s’è drizzato sulle ruote davanti.

 

Padre:

Magari avrà nitrito perdio.

 

Testa d’uovo:

No, è scoppiato. Il poveretto raccolto fra i rami.

 

Padre:

Mangiava ciliege? Chiamatemi Mac Mardon, marsch. La storia si ripete, come le vecchie storie. Sento odore di budella, qua sotto. Non mi costringeranno, no non mi costringeranno a sparare ai miei trattori, seppellirli e cremarli come maiali con la peste.

 

Figlio:

Saranno combinazioni, soltanto combinazioni contrarie.

 

Padre:

Combinazioni un corno, un accidente. Qui c’è la mano di un demonio. Arriva questo Mac Mardon? Ho mezza voglia di farlo benedire il reparto motori. Che non ci sia il malocchio? Ma quel Stefanini, che portava iella, è stato licenziato?

 

Testa d’uovo:

Fuori già da un mese, è andato a Erlangen, lontano dai piedi.

 

Padre:

Bene così. (Entra Mac Mardon) Cosa accade ai trattori, Mac Mardon? Siamo matti? ci divertiamo a buggerare?

 

Mac Mardon:

Tutto fu controllato, dico io. I motori vanno, i freni reggono al peso. I motori s’accendono, tirano, tirano, tutto va bene da noi. E che bel rumore. Suonano.

 

Figlio:

Me ne frego della musica se poi si ribaltano.

Mac Mardon:

Mi scuso. Ma la musica è buona se viene dal motore. Se il motore canta suona è un motore felice, fortunato, nato con una buona stella.

 

Padre:

Mac Mardon, queste sue musiche del cacchio. Ha sentito che sotto sforzo si imberlano e rovesciano? che accoppano i contadini? Dei contadini me ne frego ma se gira questa voce addio motori, addio trattori e noi fabbrichiamo cessi in questa baracca.

 

Mac Mardon:

Siamo sicuri che i nostri motori funzionano. Forse è azione di sabotaggio, di commandos, di pattuglie pirata. Bombardamento al nord, spionaggio industriale.

 

Padre:

Dà i numeri, ’sto crucco?

 

Testa d’uovo:

Forse vuol dire che le responsabilità sono altrove. Sul banco i motori, i motori…

 

Mac Mardon:

I motori stanno al loro posto, sacramora. Ci stanno con judicio.

 

Padre (al Figlio):

Aspettiamo di uscire dall’ingrippo e me lo sbatto via ’sto Mac Mardon. Lo sbatto fuori dai piedi, coi suoi suoni di Pitagora. Oh diobono! Lo sbatto via.

 

 

III. Sera in casa del Padre, a tavola. Padre e Moglie, Figlio e Moglie.

 

Padre:

Che giornata, che giornata. Che giornataccia. Non ci resta il tempo di alzare gli occhi dal tavolo.

 

Moglie del Padre:

Ma che cosa accadrà di così grave!

 

Padre:

Ma che cosa accadrà di così grave! Niente che ti possa far sospirare. C’è solo maretta in giro, come dire un bel temporale. Di così grave! di grave! Si rischia la pelle, signora. Ti basta? Si rischia d’essere diffamati e di perdere intanto un bel mucchio di quattrini. Per fortuna c’è il sottoscritto che non si lascia infinocchiare.

 

Figlio:

Non si lascia no.

 

Moglie del Padre:

Passerò l’estate dai Devenis.

 

Moglie del Figlio:

In agosto andrò in crociera coi Frustalupi. Un po’ di sole alle Baleari e abiti da garden-party per crociere ai tropici. Non so come riesci a viverci dai Devenis, con quella casona attaccata al campo d’aviazione e al lago. (Il Figlio s’alza, si sdraia su un divano, s’addormenta: anche la Moglie del Padre s’allontana)

 

Padre (alla Moglie del Figlio):

Dovresti deciderti a venire con me quest’estate. Macché crociera.

 

Moglie del Figlio:

Non ne ho voglia: voglio vivere tranquilla, voglio riposare.

 

Padre:

Più riposare che a letto! magari con un lago azzurro fuori dalla finestra, pronto per incantare; e un campanello che comanda. Senza fastidi, senza mal di mare. Serietà, silenzio, ordini che dai, pigli quel che vuoi, compri, ti rilassi, intanto accontenti un povero vecchio.

 

Moglie del Figlio:

La smetti per piacere? sono discorsi questi, dopo il pranzo? e con questo caldo che comincia. Non hai la testa ai trattori, tu?

 

Padre:

I trattori sono bastardi che danno da fare, che danno pensieri. Bisogna raddrizzarli con la frusta, e presto. Ma tu sei un cavallino che trotta dolce e lecca lo zucchero dalla mano. Decidi, per quel tempo.

 

Moglie del Figlio:

Ti darò un pugno sul naso un giorno o l’altro. Così ti passa la scalmana, vecchio matto.

 

Moglie del Padre (entra col telefono):

Ti chiamano dalla fabbrica.

 

Padre:

Pronto? ah sì, eccome, ah, sì, sì, bene, però, perché? un accidente. Fatto bene. Sospenda, sospenda, vengo io. (Rivolto alle donne) Vedete? il dito è sulla piaga, presto presto. Apri la pancia, scopri un malanno, i guai vengono a galla; sempre, per uomini e motori. Anche se questi non puoi interrogarli.

 

 

IV. In fabbrica: il Padre è con una Testa d’uovo.

 

Padre:

Lo dovevo immaginare. Puzzoni, bastardi, figli di mignotta. Non ti puoi mai fidare. Per fortuna quel Mac Mardon non è poi così coglione. Fatelo venire che lo voglio baciare.

 

Mac Mardon (entra):

Son qua.

 

Padre:

Bravo bravissimo, uomo prezioso, dolce come la ciambella e bravo più di Einstein. Din don, un genio. Che fiuto, questo Mardon.

 

Mac Mardon:

Non sono un cane da tartufi. Non c’entra questo. La prova è sul bancone e il bancone ha cantato.

 

Padre:

E dai! Ha suonato.

 

Mac Mardon:

Suonato. I cuscinetti erano, che c’eravamo fidati della Mart-Dinart e ci, e ci…

 

Padre:

Fotteva, buggerava, fregava.

 

Mac Mardon:

Il prezzo buono ma la resa schifosa.

 

Padre:

Il motore rinculava come un cane bastardo. Bene bene. Grazie Mac Mardon e addio. Ma prima sul mio cuore italiano (lo abbraccia, Mac Mardon esce. Alla Testa d’uovo) Scriva subito in giro, dove sono capitati gli incidenti, le fregature, i massacri, e là dove ci credono morti sepolti, che sostituiamo i trattori, che abbiamo individuato le magagne i perfidi ingrippi le ragioni del guasto, che si è provveduto alla cosa e che concediamo un abbuono del 6,57% nei casi in cui i trattori già pagati han combinato un casino. (Grida) Siamo una garanzia di serietà, funzioniamo all’inglese, puntiamo alla grandezza, freghiamo la concorrenza!

 

Testa d’uovo (urlando):

Al servizio della clientela qualificata e dei beceri paganti.

 

Padre:

Macché qualificata, bischeraccio. Di tutti, di tutti, a destra e a sinistra, vestiti, in mutande o nudi; di ognuno che vuole aggregarsi. La nostra roba la sbattiamo dove ci chiamano. Così, via. Mi son levato un peso d’addosso. Scriva subito e scriva bene, addio.

 

 

V. Riunione di alcuni luminari dell’industria, concorrenti qualificati e anche speculatori d’alto bordo. Aria rarefatta in giro, c’è aria condizionata in questa sala, si ha timore perfino a fumare; o neppure si fuma. Una segretaria che annota scrive e trascrive; alcuni fogli davanti a ciascuno. Sono sei, la tavola è rotonda, i Paladini si assomigliano; quarantenni con molti quattrini, la seconda ondata.

 

Primo:

Siam qua radunati per questo.

Voi conoscete la ragione di questo raduno.

Da questa riunione dobbiamo dedurre

o assumere alcune decisioni

prese di posizione

senza ulteriore indugio.

Non che sia grave, però

il tempo non gioca a nostro favore.

Così concludendo in fretta

agiremo presto e bene.

Si cerca l’unanimità per un disegno

comune.

 

Secondo:

Ripuliamo il vetro con il tergicristallo.

 

Primo:

Esatto. Un’operazione non annosa

ma di semplice igiene. Che ci costringe

a qualche fastidio, semplicemente.

 

Terzo:

È stato informato?

 

Primo:

Lui? lui non è stato informato. Non era necessario per l’appunto, nella fattispecie. Lo sarà, con il carico delle nostre decisioni. Che vedremo. Per ordine.

 

Quarto:

Hélas! questi sono i punti. Al comma primo: utilizzazione dei cuscinetti a sfera della consociata Mart-Dinart, che lui ha sbolognato. Non si può sopportare, il modo e l’atto. Al comma terzo: prezzo di mercato non concordato, con una incidenza in meno del 13,07% sul normale. Scherziamo? In più, e di conseguenza, dilazioni agli acquirenti, per i saldi, fino a dodici e al sud fino a ventiquattro mesi. Inoltre sostituzione delle ruote in garanzia. Togliere, cavare via subito questi inciampi.

 

Terzo:

Ciò vuol dire, per i primi dieci mesi lavorare in perdita, a filo dell’osso, a osso spolpato; indi saltar fuori e fregarci.

 

Quinto:

È più che naturale. Ma non facciamo un processo al passato, alle buone intenzioni. Ci interessa sapere oggi dove volta il vento, dove quel commendatore vuole arrivare, sulle nostre spalle. Ma si sa: vuole, fregandoci, arraffare e battere altre spiagge.

Secondo:

Medioriente?

 

Primo:

Medioriente e ancora via per monti e sentieri. Vuole arare mezzo mondo, seminare sopra le nostre teste. Sono agili quei motorini; stralunano ma resistono, tolte vie le cotiche dei cuscinetti a sfera. Simpatizzano, cantano alle volte. Arano dritti a cielo buio, con quei fari a ventaglio davanti e dietro. In altre parole rompono le scatole. Per il momento.

 

Sesto:

Ho avuto una riduzione di vendite del 3,20% negli ultimi due mesi solo per il centro-sud.

 

Primo:

Tutti abbiamo danni. Ma se lui sedesse fra noi, quieto e buono come si aspettava, in attitudine amichevole, col tovagliolo al collo, deciso a collaborare, un camerata fra noi; che male ci sarebbe a vivere in pace, a dividere la torta, a fare qualche bella imbarcata? C’è spazio per tutti, ancora per un poco.

 

Secondo:

Con la gentilezza che nasce da buona educazione. Non pestare i piedi e rompere i corbelli.

 

Terzo:

Quello pesta duro, intanto. Si crede a un safari?

 

Primo:

Signorina, scriva che qui riuniti

dopo un attento prolungato dibattito

abbiamo deciso di invitare, pregandolo, il comm. Vasi

a intervenire a una colazione di lavoro

al ristorante Bellevue, il giorno 12 ore quattordici.

La presente riunione si scioglie avendo confermato

identità di vedute tra tutti i convenuti.

Si sottoscrive.

 

 

VI. In casa del Padre. Figlio e Moglie del Padre.

 

Figlio:

Se la Giossi va in crociera coi Frustalupi, tu di’ che vai dai Devenis a romperti le tasche e invece ci incontriamo a Cortina, nella villa di Federico, che è in Australia. Non vorrai perdere il tempo così, passare l’estate per niente, quando hai davanti uno che spasima e t’adora.

 

Moglie del Padre:

Ma va. E se ci vedono?

 

Figlio:

Chi ci vede? Chiusi in camera si esce alla sera. Con altro da pensare si ha le finestre aperte e buon odore di fieno.

 

Moglie del Padre:

L’odore del fieno. Chi se ne frega. E poi c’è Pippo che mi dà la caccia e questo mi diverte.

 

Figlio:

Ma non son meglio io, qua davanti?

 

Moglie del Padre:

Sei meglio, sei peggio. Che ne so! bisognerebbe provare; e per provare, decidersi. Non lo so che cosa farò quest’estate.

 

Figlio:

Verrai a Cortina con me.

 

Moglie del Padre:

Forse andrò dai Devenis.

 

Figlio:

Là c’è Pippo?

 

Moglie del Padre:

No, non c’è Pippo. È a Parigi.

 

Figlio:

Allora vedi che ti annoi? Vieni a Cortina con me.

 

Moglie del Padre:

Ma Pippo torna da Parigi.

 

Figlio:

Chi lo dice? dai retta, mandalo al diavolo, scaricalo. Ti farò divertire.

 

Moglie del Padre:

Non ci si diverte a Cortina. È una barba. Stare rintanati, le finestre aperte, il fieno.

 

Figlio:

Andiamo di là, in Austria.

 

Moglie del Padre:

Ma Pippo viene da Parigi.

 

Figlio:

Chi lo dice che viene?

 

Moglie del Padre:

Non so; può venire. Ma anche se non viene!

 

Figlio:

Parti con me.

 

Moglie del Padre:

Non ho vestiti per Cortina. Senti, quale è il numero del nostro codice postale?

Figlio:

Scrivi a Pippo?

 

Moglie del Padre:

Voglio scrivergli. Chissà.

 

Figlio:

Pensa a Cortina, e pensa un poco a me.

 

Moglie del Padre:

I Devenis hanno la villa sul lago. Se dormi con le finestre aperte entrano le zanzare.

 

Figlio:

Vedi?

 

 

VII. Colazione di lavoro al Bellevue; vista sul nuovo raccordo autostradale. Sfrecciare di macchine in lontananza. Il Padre e i sei Paladini.

 

Primo (al cameriere):

Per favore porti del Tokaj 62, ben fresco.

 

Secondo:

Le occasioni di lavoro.

 

Padre:

Quali occasioni?

 

Terzo:

Nessun’altra occasione che non sia una buona occasione. Cioè di vendere e continuare a vendere.

 

Quarto:

Le occasioni sollecitate, come si dice.

Quinto:

Esautorare la concorrenza. Creare un cartello fra noi, un pacchetto fra noi, una confraternita questuante. Lietamente.

 

Quarto:

Un’amicizia solida e fraterna, senza calci a tradimento.

 

Sesto:

Bandita la cattiveria.

 

Padre:

Chi non è cattivo non mangia.

 

Primo:

Per cattiveria, signor mio, e attento alle parole, s’intende ogni azione scorretta intesa a metterlo nel didietro. Così non si fa. Nessuno crede che voglia farlo lei, almeno.

 

Secondo:

Mangiamo. Questo pesce alla griglia è leggero come un pesce. E come odora tranquillamente di pesce.

 

Padre:

Puzza di pesce, come tutto il pesce.

 

Primo:

Il puzzo, che è odore, va inteso. C’è quello che offende, l’altro che ottunde, un terzo che recalcitra, infine quello che si rivolta e costringe a difenderci. Ma c’è il puzzo mielato che è tutto rivolto alla gola e invita ad abbandonarci. Un sollucchero, distensione dei sensi. Un compenso. Sorbirsi i bocconi da deglutire in pace vellicando i pensieri. Un puzzo che dunque è un profumo più forte, vigoria dell’intelletto, propenso alle tentazioni, ultima Tule e in definitiva recrudescenza degli intimi istinti.

 

Padre:

Io non vi capisco. Il puzzo è puzzo e il pesce si tira sulla coda tutto il marcio che è nel mare.

 

Primo:

Così dicono le leggende. Ma solo che lei si lasci a fantasticare! Quante storielle cava dalla testa. Come non cedere alla tentazione?

 

Padre:

Le tentazioni sono della carne, anche alla mia età. Altro che testa!

 

Secondo:

Per questo, a tutte le età. Ce ne possiamo cavare la voglia. Ma anche il capretto che scodinzola sul prato diventa tutt’altro da quello che è quando si colora sulla brace. Le cose cambiano attitudine a seconda della disposizione.

 

Padre:

Volete dire insomma che chi è sul prato corre e chi è nel forno si dà pace.

 

Secondo:

Qualcosa di analogo; qualcosa di vicino. Meno sofisticato forse; più semplice. Questo, ad esempio: se allunghi la mano sorridendo cento ne trovi che ti offrono il sale; se ci vai furtivo e quatto quatto, se tiri a fregare, tac, rischi un colpo sulle nocche, parole che offendono, un pugno sul muso.

 

 

Terzo:

Le regole non sono convenzioni ma strumenti del regno, questioni di dettaglio, singole necessità. Obblighi forbiti. Non c’è nulla di meglio che seguirle, con gli scrupoli dovuti e con tutto lo sprint della mente, sia a tavola, dove non usi i piedi, che nella dolce vita, che dolce è veramente, mi pare.

 

Padre:

Questo è un bel parlare; che capisco subito. Allora il pesce non puzza e non odora di pesce; ma è puro rosmarino e vera fiamma d’abete. È anche invenzione del cuoco.

 

Quarto:

Aggiungo, un’invenzione del cliente. Chiedendo pesce, noi ne abbiamo sollecitato tutte le segrete virtù, così come avessimo chiesto cinghiale, carne di stambecco e la più conosciuta e rassegnata lombata di vacca.

 

Padre:

Sono ancora parole; che introducono all’azione. Poiché non mi avvelenate, che cosa chiedete?

 

Primo:

Semplicemente distrarvi dalle tentazioni e ritornare nei ranghi. Vediamo.

 

Padre:

Vediamo un corno. Gli affari sono affari.

 

Secondo:

Non c’è verità più vera. Sconcia nella sua bellezza questa verità. Il tempo è denaro.

 

Terzo:

La forza degli affari.

Quarto:

Gli affari della forza.

 

Cameriere:

La macedonia di frutta.

 

Primo:

Anche la frutta è forza, cioè si traduce nella forza che è in noi. Ma arrivati a questo punto e sotto questo bel cielo siamo alla conclusione e possiamo tirare i fili. Parla uno per tutti, per svolgere l’argomentazione che sarà chiara come noi speriamo. Vuole?

 

Padre:

Accendo il sigaro e sono tutto orecchi. Dopo mi bevo il caffè.

 

Secondo:

Il discorso è questo, fatto a conclusione di questa bella imbarcata. La preghiamo di riflettere. Lei rompe le uova nel paniere e rischia di rompersi le ossa. Finora è andato via liscio, senza scossoni della coscienza, come un ben lubrificato stivale. Ma non creda che questa fortuna le duri; anzi è senz’altro finita. Arrestata, concussa, negletta, abbandonata. Ciascuno ha i suoi affari. Auguriamo fortuna, un ballo excelsior, un sempiterno orgasmo. Ma c’è un ma; non si può tirar la corda solo per sé, vedere il mondo con un solo occhio, quello del cuore. Non si può godere tutto fino alla fine.

 

Terzo:

Ecco, lei lo sa bene: ci vuole discrezione. Lei lo sa bene; o lo sapeva. Lo sa ancora? È cresciuta la voglia, è aumentato l’appetito, l’ulcera tira? Non paga più la contingenza, la tassa di famiglia? è un evasore fiscale? imbosca in Svizzera? traffica col Vaticano? E allora? Perché smarrirsi nel dedalo, cercare le stelle alpine, ridurre i prezzi, angosciare il prossimo? Si rischia di accopparsi. La nostra offerta – che è offerta fino a un certo punto, piuttosto una proposta precisa – eccola: adeguare il prezzo al mercato, non intorbidare il riflusso, vivere in armonia, collaborare fra noi, alzare il calice. Perché isolarsi e incupire?

 

Primo:

Si rischia di saltare.

 

Secondo:

O di crepare, con i dovuti scongiuri.

 

Padre:

Lor signori sanno tutto ciò. E io ascolto col davanti e dimentico col didietro. Com’era buono il pesce, e ringrazio. Ma dico che non ci sto; perché non posso starci. Ringrazio per la macedonia al rum che ho ancora sullo stomaco, ma se ripiglio i cuscinetti della Mart-Dinart i motori si imballano, si rizzano sul davanti come se montassero una cavalla, accoppano i contadini. Se vi dico di sì, voi intascherete senza fatica una parte di quel che guadagno imprecando e io non pago i debiti. Ho i miei mandriani con me, che vanno sfamati. I pargoli e le femmine. Ho vecchierelle decrepite. Accetto il rischio dello scontro. Vi ringrazio e saluto. E aspettiamo domani.

 

Secondo:

Chi vive vedrà.

 

Terzo:

Lei è un simpatico uomo che va ucciso con dolcezza.

 

Padre:

Non posso accettare tregue; non ho tempo, non voglio. Sono impelagato e devo battermi. Sono troppo vecchio per avere altre voglie. Voglio esistere.

 

 

Primo:

Esistere o resistere?

 

Padre:

Ora beviamo il caffè.

 

Primo:

E chiudiamo la conversazione. Quando si è sul filo basta un piccolo colpo per cadere giù e rompersi il collo.

 

Padre:

Sono vecchio per non sapere queste cose. Piccoli esempi; lagne da libri di scuola. Ostruzionismo, e concrete minacce.

 

Secondo:

Forse oggi pioverà, il cielo è cambiato.

 

Primo:

Ma oggi è meno caldo di ieri.

 

Quarto:

L’anno scorso, di questi giorni, fece un diluvio.

 

Primo:

Sì, mi pare. È tempo di terremoti; avete letto in Turchia?

 

Secondo:

Si ruzzola in basso.

 

Sesto:

Si ruzzola in basso.

 

 

VIII. In casa del Padre. Padre e Moglie, Figlio e Moglie siedono a coppie invertite, apparentemente autonome. Non si ascoltano.

Padre (alla Moglie del Figlio):

Dunque niente crociera, tu vieni con me. Ti porto dove vuoi, vado dove vai. Vedrai che vacanza.

 

Moglie del Figlio:

Faccio la vacanza in crociera. Almeno mi diverto, ballo, si parla. Il bagno in acque chiare, alla sera, quando il mare è tranquillo.

 

Padre:

Quando mai il mare è tranquillo! Tutto qua, o c’è altro?

 

Moglie del Figlio:

Nient’altro mi pare.

 

Padre:

Una lagna.

 

Moglie del Figlio:

Una lagna tranquilla ma anche una lagna preziosa. Fuori dalle scatole, da questi muri. Diverte, riposa, non fa cantare i galli. Si dimentica di pensare.

 

Padre:

Ti faccio veleggiare dove vuoi; di qua di là. Il mare? Ti stendo i tappeti, ti lascio riposare. Sei così giovane.

 

Moglie del Figlio:

E tu tanto vecchio.

 

Padre:

È proprio questo. Il cerchio si chiude, tutto diventa perfetto. C’è un altro vento, dalle mie parti, che devi conoscere. Si muovono mille foglie.

 

 

Moglie del Figlio:

È una foresta abbacchiata, che crocchia. So che non c’è altro. Soltanto la tua voglia di vivere, che è tua. Ognuno deve accontentarsi.

 

Padre:

Basterebbe che tu volessi, per volere. Sarebbe così facile.

 

Moglie del Padre (al Figlio):

Facile un corno. A Cortina non vengo, mi annoio. In Austria non vengo, ho paura.

 

Figlio:

Andiamo da un’altra parte; sbarchiamo alle isole felici. Cerchiamo refrigerio, sbaracchiamo il mondo, mi addormento fra le tue braccia.

 

Moglie del Padre:

Il caldo mi opprime, non posso vivere isolata, ho gli incubi alla notte. Voglio divertirmi senza fatica, abbandonarmi senza desideri; non voglio essere una cosa.

 

Figlio:

Non ho rispetto? Ti tengo come un fiore.

 

Moglie del Padre:

Che si concima. Ma va, so che cosa pensi.

 

Figlio:

Pippo non lo farebbe? Lui, con i suoi denti.

 

Moglie del Padre:

Io non ci sto.

 

Figlio:

Ci riuscirò a portarti via, convincerti, a sistemarti.

Moglie del Padre:

Non ci sto, non ci sto ancora.

 

Padre (alla Moglie del Figlio):

Anche se ti angustia finirai per accettare. Perché ti conviene. Non perché lo voglio io, anche se t’invito. Ti conviene, per questo sono tranquillo. Dopotutto è facile, è così semplice.

 

Figlio (alla Moglie del Padre):

Parliamo di questa cosa da giorni; comincia a darmi i nervi; mi angoscia.

 

Moglie del Padre:

E senza concludere. Perché, vedi, non ho ancora deciso.

 

Figlio:

Fra me e Pippo?

 

Moglie del Padre:

Fra te e Pippo? Forse. È possibile.

 

 

IX. In casa; Padre e Figlio soli.

 

Padre:

Senza quel casino saremmo già fuori dai guai.

 

Figlio:

Ècome ricominciare, nodo per nodo.

 

Padre:

Proprio così. Un intoppo, ma forse siamo arrivati a sbrogliarlo. Non ci possiamo più fermare.

 

 

Figlio:

Ma il primo finanziamento è già stato tutto assorbito.

 

Padre:

Ci sarà un secondo finanziamento o un terzo se occorre. Quanti ne voglio. Uno sull’altro, come frittelle. I soldi corrono, si consumano, ritornano. Con mille trattori, quasi pronti, abbiamo già pagato il debito, adesso bisogna venderli. Questo non mi preoccupa. Piuttosto bisognerà procedere, progredire, badare alle intenzioni, guardarsi alle spalle. Tu potrai partire, se credi. Baderò io, qui. Con giudizio. Con judicio, come dice Mac Mardon. Un passo avanti all’altro, coi piedi divaricati. Attenzione alle mine.

 

Figlio:

Ti confesso che ho avuto paura, per un momento.

 

Padre:

Conoscere le cause, rendersi ragione, mettere il dito nella piaga. Chi dice che questo è un lavoro comodo?

Ti torce le budella, per spillare quattrini; lo stomaco brucia. Adesso non bisogna accartocciarsi ma vendere in fretta, ricuperare il contante.

 

Figlio:

Vuoi che resti?

 

Padre:

Basta il padre a guardare. Tu puoi partire.

 

 

X. Riunione in banca per l’esame e la concessione di fidi e sovvenzioni. Seduti a un tavolo un presidente e altri cinque personaggi (due di questi sono i Paladini primo e secondo della scena VII).

 

 

Presidente:

Dunque, finanziamento respinto.

 

Primo:

Io auspico…

 

Presidente:

Taccia, lei. Non si può superare la cifra di 10 milioni per questo poveraccio che ha garanzie così esigue. Un galantuomo, un onesto, un timido dopotutto; ma si tolga dalla testa l’idea di riuscire a convincerci con le sole parole. I fatti parlano chiaro. D’altra parte non possiamo neppure concedergli un aumento di fido.

 

Primo:

È chiuso.

 

Presidente:

Ora passiamo a discutere, sotto i vari aspetti, la pratica Vasi. L’ho sotto gli occhi. Fino a pochi mesi fa non si muoveva foglia; ma oggi come si fa a decidere? Voglio dire: a cuor leggero? E anche prendendo delle precauzioni?

 

Secondo:

I beni in proprio, a garanzia, toccano una cifra di tre miliardi. In più c’è la tenuta di S. Arcangelo, altri 800 milioni. Questa è la parte che ci tocca; un aspetto della questione. Dell’altra, dobbiamo considerare lo scoperto di 5 miliardi già concessi, e seppure c’entrano in questi i 780 milioni di contributi speciali, con interessi ridotti, e di cui non siamo garanti, restano scoperti, anzi sono già scoperti, a cielo sereno, sotto la pioggia, un miliardo e 120 milioni. Ora ci è chiesto di allargare ancora la borsa, di concedere una sovvenzione di altri due miliardi, con restituzione di un quinto ogni quattro mesi e con l’impegno in cambiali.

 

 

Presidente:

Bravo Nitti, lei è chiaro, stringato, un gioiello; ma taccia per un momento. Il problema, e il problema che è nostro, non è finanziario. Non lo è più. È generale; copre tutte le arcate, si identifica con la nostra efficienza, con la possibilità di prevedere, giudicare, assolvere, condannare, concludere; come sapete. È universale. Riduce i lemmi, li identifica con questa domandina: Vasi sta bruciando? È dentro a un mare di guai? Ha il sedere a mollo? In altre parole: è un cliente che puzza? Un individuo pericoloso? È una carogna?

 

Terzo:

Da quel che si dice in giro e mormora la gente, con cautela però, sono solo parole, sono frasi soltanto; be’ non dico altro, ma sta perdendo quota, scende adagio, si stacca.

 

Presidente:

Vuol dire che a Roma…?

 

Terzo:

Anche dell’altro. Vasi è scoperto più di quanto possiede in proprio. È fuori di parecchio. Ma non è questo. Dopo il primo successo i suoi trattori si sono scoperti per vacche malate, difetti di dentatura. Sono accaduti incidenti; alcuni uomini accoppati. Chi muore giace ma chi paga? Con quei suoi trattori sotto la luna! Pare che sia riuscito a guarirli, ma i capannoni son pieni, spurgano, il mese scorso ha venduto solo l’8% della produzione e per riprendere a vendere come voleva gli occorrono altri tre mesi. Tre mesi; mesi, mesetti. Un secolo! Può sostenersi per tanto? Senza cascare?

 

Quarto:

In altre parole: è giusto sostenerlo? Correre questo rischio?

 

Presidente:

Volete dire che bisogna chiudere l’ombrello? E Roma?

Primo:

Quando girano voci Roma è già stata informata e si tira da parte. Vasi non è poi troppo forte e in paragone vive su una piccola fama. È un ras di provincia.

 

Presidente:

Facciamo i conti, rifacciamoli, il dare e l’avere, guardiamo le carte. I suoi beni immobili (come dice il nostro Nitti ineffabile, un valente scrivano, uno zelante tirapiedi, sparagnino e tutto attaccato alle cifre; egli è qui a godere l’elogio); i beni immobili, dicevo, garantiti al 100%, coprono quasi tutto il primo finanziamento, ma se gli neghiamo il secondo lo condanniamo a cascare. Chiudiamo la valvola, interrompiamo ogni afflusso. D’altra parte il secondo finanziamento non godrebbe d’eguale contropartita, non potendo egli ipotecare la fabbrica che è ancora quasi tutta da pagare.

 

Secondo:

La situazione è semplice ma confusa.

 

Presidente:

Confusa se si vuol cavillare. Semplice se si guardano le circostanze. Obiettivamente non si dovrebbe neppure discutere e concedere il credito. Eppure…

 

Primo:

Eppure?

 

Terzo:

Eppure ci sono altrettanto obiettivamente

alcune buone ragioni che s’oppongono.

Non ci si oppone per nulla

ma si calcolano le circostanze.

Dobbiamo procedere vigili e oculati.

Amministrare il pubblico denaro!

Accontentare il contribuente

e tenere conto delle singole esigenze

dei correntisti minori

anche della zitella

che dorme i suoi sonni tranquilli

perché la banca vigila e il suo

denaro è bene custodito.

Scusate questo sfogo.

Ma chi dorme fra due guanciali

non può essere deluso.

Ah, queste le generali.

Nel particolare il Vasi

si è ingrandito presumendo d’ingrandirsi

ha rischiato quando tutti rischiavano

ma (non è vero?) non è riuscito

a saltare all’asciutto nel momento del

bisogno. Peccato di tempestività

programmazione sbagliata

o nessuna programmazione?

sregolatezza economica?

 

Primo:

Bisogna condannarlo?

 

Terzo:

La condanna è implicita nelle cose

che ci riguardano.

Chi sgarra paga.

 

Secondo:

Infine, la mancanza delle convenienze

un poco di galateo, indifferenza ai legami

strafottenza peregrina

una bassa cultura che toglie valore

agli eventuali impegni. Egli tira a fregare.

 

Terzo:

In altre parole: non accetta le regole.

Meglio: non ha accettato le regole.

Non si presta ai discorsi

non stende la mano.

È isolato e furioso

morde come un cane;

d’altra parte oggi è disarmato

davanti ai legami che gli opponiamo.

 

Primo:

Ci sarà uno scandalo.

 

Secondo:

Lo scandalo toccherebbe a lui soltanto

e al suo effimero regno. Così trombato!

I morti si dimenticano.

 

Quarto:

Ma non sarebbe meglio, per tutti,

ascoltarlo? Non per dubitare, è ovvio,

ma perché tutto sia concluso

con giustizia?

 

Presidente:

Va bene.

 

Gli altri:

Ascoltiamolo.

 

 

XI. Stessa scena, col Padre.

 

Padre:

Non capisco che cosa vuol dire.

Presidente:

Indugiamo sui particolari, ne guardiamo i singoli aspetti, spigoliamo le foglie, per una pratica così importante.

 

Padre:

Che male c’è? E che cosa dobbiamo dubitare? Rivalsa, congedo, obiezioni. Voi date e io prendo. Poi io prendo per dare; o meglio, per restituire. A questo punto non si può aspettare. Le necessità crescono, s’ingrossano, premono contro la diga, consumano la vita d’ognuno. Chi non ci crede? Voi sapete benissimo come vanno queste cose. Basta una sassata contro i vetri, per un momento, a interrompere il flusso dell’acqua, l’aria benedetta, a sturare le magagne, a inverniciare la quiete. A togliere l’ossequio delle pietre. Le garanzie sono pronte e assolute. Che cosa aspettate?

 

Presidente:

Le parole sono belle ma puzzano. Queste parole. Tutti le ascoltiamo. Ma se permette ribaltiamo il foglio, lasciamo la musica delle sfere e guardiamo alle cifre. I suoi beni garantiscono a mala pena, e non tutto, il finanziamento iniziale; meglio dire il prestito. E poi?

 

Padre:

E poi il resto. Garantendo prendo e vendendo restituisco.

 

Presidente:

Le facili combinazioni, le alchimie artigianali. Ma non si vergogna? E se non vende? Se non si riesce a vendere? Non è che tutto corra liscio coi suoi bei trattori.

 

Padre:

Vende chi può e compra chi vuole.

 

Secondo:

Alto là, con questi calepini. Vendere, comperare. Ma prima bisogna muoversi in mezzo alle cifre. Ci sono due colonne d’Ercole che chiudono il mare magnum e danno sapore ai numeri, levigando le incongruenze. Un dare e un avere, come lei sa. Questo è il dettato.

 

Primo:

Finita la cuccagna.

 

Padre:

Che diavolo volete?

 

Presidente:

Noi giriamo intorno a un osso; o all’osso. Non possiamo fare promesse né promettere la vita eterna; non siamo monache di clausura; non possiamo bruciarci la lingua. Dovremmo essere convinti del contrario; e non ci convince ancora.

 

Padre:

Semplicemente: ho bisogno di liquido, contante, moneta che canta e suona nella mano. Mi occorre un rivolo, di aprire un altro sfogo, rovesciare dell’acqua. Lo chiedo. Voi mi conoscete e fino a ieri eravamo fratelli. Che altro cercate?

 

Terzo:

Lei sa queste cose, e come ci si muove. L’origine del ballo. Nessun piede fuori posto; un ordinato sollucchero. Noi cerchiamo d’agire giusto in una situazione difficile.

 

Padre:

La situazione è facile per voi, che guardate l’arena.

È facile giudicare, bellezze,

quando non si è giudicati altrimenti.

L’indipendenza del giudizio!

anche quando è al servizio di qualcuno.

Come se non conoscessi le mie maschere.

Non riesco a sorprendermi

e sopporto con tranquillità

questa vostra aggressione

che spero di contrastare.

Sono ricco.

 

Presidente:

Il beneficio del dubbio.

 

Primo:

Chi attacca graffia.

 

Padre:

Vorreste dire che ho lasciato il segno?

 

Presidente:

Noi diciamo poche cose fuori di qui. Qua tutto si conclude. Le nostre idee si scontrano sul tavolo.

 

Padre:

Se è questo! A cuore aperto vi dico che tutto ciò che vorrete ottenere l’avrete. Senza alcun difetto nelle intenzioni. E subito.

 

Terzo:

Ciascuno di noi vuole una parte di quello che a lei conviene. Vuole giovarle, per la sua parte. Difficile è riunire questi mozziconi, membra sparse, fossili, detriti d’alluvione. Ricostruire una vita; surrogare la forza, concedere credito all’esperienza.

 

Presidente:

C’è un grosso residuo di dubbio che ci angustia.

 

Secondo:

La mancanza di un incastro.

 

 

Quarto:

Una prospettiva storica.

 

Presidente:

Taccia lei. (Si spengono le luci)

 

 

XII. In fabbrica, le due Teste d’uovo.

 

Prima testa d’uovo:

Le cose vecchio mio non filano giuste.

 

Seconda testa d’uovo:

C’è della maretta, si vede.

 

Prima testa d’uovo:

Odore di mosto, vendemmia vicina, prossimo autunno.

 

Seconda testa d’uovo:

Vuoi dire che sta cadendo la casa?

 

Prima testa d’uovo:

Ancora non so ma le finestre si chiudono in fretta. Fanno attenzione agli spifferi.

 

Seconda testa d’uovo:

Tempesta?

 

Prima testa d’uovo:

Il fiume dei trattori scorre adagio, le vendite vanno lente, le giacenze ingrossano, le scorte sono esigue. Al vecchio pare che manchi la grana fresca per dar aria al mulino. Quella che toglie i pensieri.

 

Seconda testa d’uovo:

Passerà?

Prima testa d’uovo:

Dipende da lui; è una questione di forza, di spalle dure. Chi picchia più forte, fra lui e gli altri. Contano le amicizie, certi strani misteri. Li sai tu? È possibile che tutto si risolva in un giorno.

 

Seconda testa d’uovo:

Anche con Amalia hai concluso?

 

Prima testa d’uovo:

Una vaccata ’sto ingrippo. Dovrà abortire, la prossima settimana. Così per quest’anno addio vacanze eccetera. E neppure sei sicuro di continuare.

 

Seconda testa d’uovo:

Ci mancherebbe altro; io non ci penso.

 

Prima testa d’uovo:

Pensaci invece, te lo dico; perché girano certe voci.

 

Seconda testa d’uovo:

Quali?

 

 

XIII. In casa. Col Padre ci sono le due donne e il Figlio.

 

Moglie del Padre:

Pippo ha scritto che m’aspetta a Parigi.

 

Figlio:

Tu vai a Parigi?

 

Moglie del Padre:

Non so; prima voglio andare sul lago. Domattina parto.

 

 

Figlio:

Non vieni a Cortina con me; in Austria con me?

 

Moglie del Padre:

Non lo so ancora, ti ho detto. Sul lago ci sono le zanzare; in Austria ho paura.

 

Figlio:

Ti aspetto. Ti porto dove vuoi, sotto il sole o dove c’è la neve. In alto, in basso. Ti porto da Pippo se vuoi.

 

Moglie del Figlio:

Perché non vieni in crociera? Siamo in pochi e si balla. Si va vicino alla costa; musica, gente simpatica intorno, si riposa, mi rilasso.

 

Moglie del Padre:

Grazie ma non lo so. Scegliere un posto è difficile; scegliere un altro posto è difficile. Ognuno deve fare i conti con la voglia che tiene addosso, per vivere. Io non lo so proprio. Le zanzare non lasciano dormire; ma c’è il lago di giorno e quella finestra sul lago.

 

Moglie del Figlio:

Ma Pippo è a Parigi.

 

Moglie del Padre:

Già; Parigi è deserta d’agosto; fa caldo.

 

Figlio:

Se non ti piace Cortina si va al mare; lontano.

 

Moglie del Figlio (alla Moglie del Padre):

Perché non vieni in crociera? Io forse ci vado. Ma forse la barca è piccola, forse la gente è odiosa, il mare si muove, alla notte non dormo. Forse, non so.

 

Moglie del Padre:

Ma l’Austria non è sicura.

 

Figlio:

Ci sono altri posti, ho detto.

 

Moglie del Padre:

Lontano?

 

Figlio:

Lontano.

Moglie del Figlio:

E belli come i posti vicini. È un circolo, dice lui. (Accenna al Padre)

 

Moglie del Padre:

Domani si parte.

 

Figlio:

Domani si parte.

 

Moglie del Figlio:

Domani partiamo.

 

 

XIV. Seconda riunione in banca; gli stessi col Padre.

 

Presidente:

Sì, e sì, e sì.

 

Primo:

D’altra parte bisogna commisurare l’impegno alla richiesta.

 

Secondo:

Dica pure: alle richieste.

 

Padre:

Perché non la smettete di imbrogliare le carte? Tutto era così chiaro, voglio dire: semplice. Adesso anche a me mi sembra difficile.

 

Presidente:

Vede? Perché la verità viene a galla, un poco alla volta. Si concentra sotto sforzo. Lei loda la nostra fatica.

 

Padre:

La lodo un corno. Mi fate perdere tempo; e i miei bisogni crescono, sono contati.

 

Terzo:

Come se non lo sapessimo, siamo qua per collaborare.

 

Padre:

Allora decidetevi.

 

Presidente:

Non possiamo. Dobbiamo invece ar-ri-va-re a una conclusione. Come dire: camminando insieme, tenendosi sottobraccio, chiacchierando un poco.

 

Padre:

Non è mai stato così difficile. Cosa dirà il ministro? Perché fate sudare i suoi figli?

 

Secondo:

L’Eccellentissima eccellenza dorme su gommapiuma e ha altre gatte da pelare; o l’Alfasud da accarezzare. C’è questo, che è il cioccolato del buon augurio, il toccasana, il vermutte di Dulcamara. I trattori non corrono sull’autostrada, non rombano non battono non scarrozzano alluvionando, non si impegnano con le granturismo. I trattori restano trattori, questi vermi dei campi, riducibili su poggi e declivi a faticare la vita, su e giù coi fari accesi. È un lavoro da zingari che non dà soddisfazione. Ma vuol mettere un millecinque spinto carrozzato da Ghione? E da casello a casello Milano-Roma due ore e venti filate? Questi son dati cifre conti che gonfiano una nazione, la fan rossa d’orgoglio e assopiscono le sue voglie.

 

Presidente:

Certo, i trattori. Ma diciamo meglio: questi trattori.

 

Padre:

Che cacchio vuol dire: questi trattori? Son meglio degli altri, né più orfani né più ammosciati e reggono bene all’urto come i somari.

 

Terzo:

Ma scoppiano.

 

Padre (urlando):

Scoppiavano, ora non più: ora scoppiano di salute, sono vivi e vegeti, corrono per i campi.

 

Secondo:

Speriamo.

 

Padre:

Speriamo un accidente. È così.

 

Terzo:

Lei voleva infilare tutti, sconquassando il mercato. Non ha resistito alla tentazione. E noi ad avvertirla, con molta discrezione.

 

Presidente:

Lei offre, cioè ha offerto, cioè ha sottoscritto garanzie in proprio per oltre tre miliardi su beni immobili; ma lo scoperto attuale è di oltre cinque miliardi. Come garantirci il recupero di questa cifra nel momento conseguente a una nuova richiesta? La sua esposizione debitoria toccherebbe allora i sette miliardi.

Padre:

Ma i trattori sono pronti per il mercato! Incrementare le vendite, procedere al rilancio, prevedere le conseguenze. È anche vostro interesse, mi pare.

 

Presidente:

Sussistono obiettive ragioni e validi motivi per sentirsi perplessi.

 

Padre:

Il vostro dubbio puzza, sotto ci bolle qualcosa. Non è il vostro dubbio che temo, perché voi siete come me, insensibili a tutto e autentiche carogne; ma le ragioni che lo spingono, quei fili nascosti. Non mi vorreste morto, per caso?

 

Secondo:

Lei sa: chi muore giace.

 

Terzo:

E chi vive si dà pace.

 

Padre:

Vedremo.

 

Presidente:

Sì, staremo a vedere.

 

 

XV. In fabbrica; le due Teste d’uovo e Mac Mardon.

 

Prima testa d’uovo:

Si fa grigio sul serio

 

Seconda testa d’uovo:

Vedo nero

 

Mac Mardon:

Ma cosa capita così improvviso, che non capisco.

 

Prima testa d’uovo:

Magazzini strapieni, scorte in materiale finite. Tre concessionari hanno disdetto i contratti e richiesto i cambialoni.

 

Mac Mardon:

Ma i trattori vanno!

 

Seconda testa d’uovo:

Nessuno li vuole più; dicono che sono iellati.

 

Prima testa d’uovo:

Che scoppiano in mano.

 

Seconda testa d’uovo:

Un rebus per il camposanto.

 

Mac Mardon:

Queste son balle.

 

Prima testa d’uovo:

Raccontalo in giro.

 

Seconda testa d’uovo:

Questa settimana non hanno pagato gli operai.

 

Mac Mardon:

Assenza di busta paga?

 

Prima testa d’uovo:

Proprio così, e in questo momento, con tutte le mie grane.

 

 

Seconda testa d’uovo:

Tu hai concluso?

 

Prima testa d’uovo:

Be’, ho deciso. Amalia va a Torino, per quell’affare. Se la cava in tre giorni; però mi saltano i risparmi.

 

Mac Mardon:

In amministrazione stanno esaminando i libri contabili.

 

Prima testa d’uovo:

Siamo prossimi allo sfacelo?

 

Seconda testa d’uovo:

Che si avvicini la fine?

 

Mac Mardon:

Aspettiamo e vedremo. Una situazione d’emergenza.

 

 

XVI. Terza riunione in banca; di nuovo tutti col Padre.

 

Presidente:

In una situazione d’emergenza occorre procedere con oculata prudenza, ponderare i probabili rischi, accettare il condizionamento dell’ora. Le ore gravi devono spingere alla cautela. Veda Badoglio.

 

Padre:

Che c’entra Badoglio, quel lavativo. Non è morto?

 

Presidente:

Si fa per dire. Si porta avanti un esempio, si conclude a un nome. Ci si assesta sulla cima. Ognuno ha la propria cultura. Il signor ministro le ha parlato?

 

Padre:

Si è nascosto sotto il letto, mescolato ai cuscini, intabarrato nelle tende; ha negato negletto rifiutato. Era in crociera, in riunione, in clinica, in un convento. Sperduto in montagna, nuotava nel mare. Insomma non c’era.

 

Secondo:

E sua Eminenza reverendissima?

 

Padre:

Alle cure delle acque, fonte solforosa. Malattia di reni, stentava a parlare, aveva formicolio alle gambe, m’invitava a pregare.

 

Presidente:

Il dubbio era dunque legittimo, la nostra esitazione sacrosanta.

 

Terzo:

Tale e quale un’ispirazione.

 

Quarto:

Una motivata lungimiranza.

 

Padre:

Ma potete buttarmi alle corde, stringermi in un angolo, regalarmi ai cani? Ci ho quattrocento operai dietro alle spalle.

 

Presidente:

Quelli piangono in silenzio e hanno un diverso destino. Essi non crescono in fretta ma restano abbandonati al loro zero. Saranno raccolti e sfamati.

 

Secondo:

Le verifiche contabili

 

 

Terzo:

Compiute nella vostra amministrazione da tre noi sottoscritti e da un giudice nominato

 

Quarto:

Non concedono rosee speranze

 

Primo:

L’avvenire è incerto

 

Secondo:

Un domani assai cupo

 

Presidente:

Le distrazioni contabili sono evidenti, non surrogate da adeguate pezze d’appoggio

 

Terzo:

Il casino amministrativo, a occhio nudo, danzante e calzante

 

Primo:

Equivocità della memoria

 

Secondo:

Tentazioni non esercitate con estro

 

Terzo:

Un re Mida sbalestrato

 

Presidente:

Parlo io per tutti? Si conclude in senso negativo e si congeda il signore.

 

(Tutti si allontanano sorridendo. Resta solo il Padre. Poi buio).

 

 

XVII. Sala del Padre, in casa. È notte, quando si sentono battere le ore. Il Padre è solo in una vasta casa deserta; e il suo soliloquio o colloquio resa dei conti inventario (abbastanza disperato, come conviene) si svolge con se stesso e con le cose attorno, che partecipano muovendosi. C’è un giornale aperto in terra e può accadere che si metta a volteggiare, spinto da un soffio; che una sedia a dondolo si agiti molto lentamente ecc.

 

Padre:

Dunque, vediamo, quella strada è chiusa; non si passa. Dall’alto mi prendo calci; non si bussa alla porta. Accade che nelle altre direzioni, solite, non ci sia modo di ottenere un sostegno adeguato.

Dunque, vediamo. Non c’è più un sostegno adeguato. Bisogna sbolognarsi da solo, procedere alzando i piedi, districarsi dalla rete. Lusinghe non ci sono più; lucro cessante, cavarsi fuori, danno emergente.

Dunque, vediamo. Magazzino colmo, fido bloccato, resa dei conti. Non è ancora la fine o è certo la fine?

Evadere, parare l’urto, immedesimarsi, riuscire a sopraffare la maretta. Posso farlo?

Vediamo. È questione di giorni, di ore; o è già tutto deciso? Preso di contropiede, anche deriso, con la stessa cattiveria di un tempo, che credevo d’aver dimenticato. Mi sta bene. Ventre di rana, testicoli di cenere.

Se solo potessi

approfittare della circostanza contraria per rovesciarla,

se potessi trovare il modo di adattarmi

e resistere per un momento. C’è la maniera?

Questo modo c’è, ci deve essere un modo.

Superare i fossi, svolgere i fili,

sfuggire alla ragnatela del concorrente.

In quattro si sono consorziati per

indicarmi al pubblico;

guardatelo, osservatelo, è lui.

Così grande, è finito. Il coglione.

Ha sbattuto nei lacci, legato come un salame.

Cristo, che botta.

Tacciono, ascoltano, poi dicono: poverino, è fregato.

Nessuno lo vuole più.

Invece di aiutare un poco, dico io; perché c’è sempre un modo.

È un dovere civico, obbligo della comunità, per

evitare il danno.

Non c’è solidarietà fra soci?

Cane non mangia cane.

A fine di lucro.

Ciascuno di noi può essere da un momento all’altro

dalla parte opposta, neppure volendo.

Dunque vediamo.

Eccellentissima eccellenza bang! Via

Reverendissima eminenza smag! Via

soci consoci tirapalle e tirapiedi squagliatisi

fabbrica ferma magazzino stracolmo

la banca rifiuta.

Ossessione di questo rifiuto.

Un rifiuto totale, condito col prezzemolo,

hanno chiuso l’ombrello,

si parte per l’obitorio.

È la morte di un uomo?

la sua fine condita col Brill?

si chiude gli occhi a sputi in faccia?

Dunque vediamo.

Le carte si confondono

non si vede la fine

o se c’è in fondo una fine vigliacca amara,

spiaccicata nel muro.

Ecco là un ecceomo, che bel quadretto.

L’inverno della vita

la caverna del niente.

Cosa vuoi? (Guarda il giornale, legge)

“Senza il partito non siamo nulla

con il partito siamo tutto

tutto tutto”. (Lo butta)

Lo sconquasso definitivo,

conclusione del quiz.

Quelli che restano non piangono,

chi resta si dà pace,

se ne fregano.

L’inverno della vita

la caverna del niente.

(Si spengono le luci)

 

 

Parte terza: La conclusione

 

 

 

I. Casa del Padre, al mattino presto.

 

Padre (sempre seduto e continuando il soliloquio);

Sì, la caverna del niente. Un pugno di mosche e anche un pugno sull’occhio. Menano dove vogliono; sventolano le sberle. E che sberle; fan male. Si piglieranno anche la pelle. Eh sì, è possibile che per godersi lo spettacolo facciano anche questo sforzo; far ballare l’orso in piazza. Un ultimo sforzo. Si prenderanno tutto, costoro; e con un bel calcio, hélas, la fine di un mito; una nazione che crolla, una potenza sconfitta. Titolo sui giornali. Dunque, vediamo. (Suonano: apre la porta; entrano due uomini)

 

Primo uomo:

Il tal dei tali Vasi, tale Vasi dei trattori Vasi, che amministrava la fabbrica? del fu Mattia Gambetta e della Berenice Lambertini, nato a Codogno il 18 settembre 1908?

 

Padre:

Il tal dei tali sono io.

 

Primo uomo:

C’è un mandato d’arresto al suo nome e che si occupa di vossia. La invito a seguirmi in questura.

 

Padre:

Come un ladro di polli. Posso mettermi la cintura?

 

Secondo uomo:

Purché faccia presto; dobbiamo andare.

 

Padre:

La cintura è allacciata e la relativa cravatta. Così infiocchettato! Indossata la giacca. Spazzolo le scarpe, do un’ultima occhiata ai muri. Addio monti sorgenti dall’acque, con quel che segue. Una fetta di vita finisce? Eh, cari signori, finisce la vita. La fine di Vasi, la morte di Vasi, il seppellimento di Vasi. Una dinastia muore, il re va in esilio. Con tutti questi stucchi. Potevo spendere in puttane.

 

Primo uomo:

Vogliamo partire, muoversi, galoppare? o indugiamo e ci fermiamo a recitar commedie?

 

Secondo uomo:

Quante occhiate all’indietro ho visto in vita mia!

 

Padre:

Magari fosse una commedia, una farsa eccetera; si soffrirebbe di meno, non si soffrirebbe affatto. Invece mi sento squagliare; morire un poco; adagio, così adagio che sembra quasi vero. Tutto coincide, si conclude. Così doveva finire, se è così che finisce.

 

Secondo uomo:

Andiamo vossia, marsch!

 

 

II. In fabbrica. Davanti a operai e impiegati parla l’Eccellentissima eccellenza; ci sono l’Archbishop e varie autorità.

 

Eccellentissima eccellenza:

Voi siete tutelati dal governo, affidati alle buone mene della nazione, garantiti nelle paghe maturate, nelle ferie non ancora concluse e in tutti i possibili benefici. Dormite fra due guanciali. Il governo vigila, non dà requiem a cialtroni, speculatori, ribaldi, figli di buona donna, che vilipendono le istituzioni. (Urla) Le istituzioni non si toccano! Le male piante sono affidate alla magistratura che s’aderge sovrana e incorrotta, vindice di ogni libertà e garanzia incondizionata di tutti i valori che fanno grande un paese, che illustrano un popolo, che danno sale alla sua storia; ed essa non perdona. Colpisce inflessibile, così come assolve gli innocenti. È tenera dura mansueta commossa intransigente materna. Non dà pace e propone. Talvolta perfino dispone. E voi, che siete il ceppo vivo della nazione e sudando alimentate i prodotti, non abbacchiatevi. Finito un lavoro se ne crea rapido un altro; disperso un sadico che inveleniva, lo sostituisce un onesto che s’affanna e si consuma perché voi, miei cari, abbiate un giusto compenso e rinnovato alimento alla speranza. Pane e lavoro, miei cari! Vedo dalle vostre facce che siete convinti e sicuri.

 

Una voce:

Convinti un accidente. Se smantellano la fabbrica!

 

Eccellentissima eccellenza:

Calma, ragazzo mio. Nulla si crea e nulla si distrugge, come diceva il filosofo. Ore rotundo, scusate la cultura. Quei trattori erano pericolosi, tradivano la fiducia dei contadini, ragliavano esplodevano seminando zizzania; creavano orfani e indebolivano il tessuto del proletariato. Erano un attentato alla serietà dei nostri costumi; sputtanavano i nostri prodotti. Ma che? subito si è provveduto. Una parte di voi potrà andare in Sardegna nella nuova fabbrica Azof che s’aprirà fra poco. Sarete salariati distinti, in un clima di mare. Via dall’odiosa pianura. I vostri figli cresceranno sani e diventeranno marinai. Gli altri, circa centocinquanta, resteranno in loco, poiché trasformeranno questa cella funeraria, questo odioso ricettacolo di oggetti esplodenti in una linda fabbrica di sapone, odorosa di pomice, che lavora salubre e allegra senza preoccupazione per l’incolumità dei singoli. Raddrizzate le orecchie, miei cari e applaudite. A morte i traditori e chi sabota i tralicci. Viva l’Italia. (Silenzio di tomba: alcuni fischi)

 

 

III. In fabbrica: le due Teste d’uovo.

 

Prima testa d’uovo:

Dopo l’orazione del magnifico; purché ci diano i nostri quattrini.

 

Seconda testa d’uovo:

Li hanno garantiti. Tu resti?

 

Prima testa d’uovo:

Io me la squaglio evado me la batto; appena ci ho la grana.

 

Seconda testa d’uovo:

E dopo?

 

Prima testa d’uovo:

Troverò un altro posto, mica sono fesso. Proprio oggi che Amalia ha abortito.

 

Seconda testa d’uovo:

Tanti pensieri in meno.

 

Prima testa d’uovo:

Non si poteva no. Un infante, adesso, un baby, che spettacolo. Saltavano i nervi.

 

Seconda testa d’uovo:

E saltava il cervello.

 

Prima testa d’uovo:

Chi usciva più di casa, chi se la poteva spassare? Il tempo si fermava.

 

Seconda testa d’uovo:

Ma la famiglia in assoluto, un obbrobrio.

 

Prima testa d’uovo:

Adesso se non voglio restare me la batto, filo via, mi squaglio. Posso farlo, decido io, non mi lego.

 

Seconda testa d’uovo:

Vai e vieni, arrivi e parti, ti metti in orbita.

 

Prima testa d’uovo:

Sì, a frullare secondo la voglia, con fermate voluttuarie. Indisciplina, sregolatezza, un poco di genio. Voglio dire: di fantasia.

 

Seconda testa d’uovo:

C’è molto da godere. Speriamo che tutto si concluda per il meglio e non ci caschi addosso il mondo. Che cosa vogliono ancora?

 

Prima testa d’uovo:

Il mondo, sta’ attento, non finisce; non finisce per te, voglio dire. Non si spreca per questo. Si è addormentato, dopo alcune sfuriate e lascia vivere; se tu non lo svegli. Basta non gridare.

 

Seconda testa d’uovo:

Basta non gridare; farsela da soli, procedere sulle punte, non rovesciare i bicchieri o sbattere le porte. Chiedere permesso. Oh, fabbricherò saponi.

 

Prima testa d’uovo:

E io mi laverò le mani pensandoti; o i piedi; o altro ancora. Con discrezione, amico mio, non dubitare.

 

 

IV. Cella in prigione; il Padre sdraiato.

 

Padre:

Ahi ahi ho sete ho sonno

sto morendo (si rivolta sulla branda)

questi stracci puzzano

afa caldo arsura

mi duole tutto,

mi lamento, mi lamento mi lamento.

Consumato, distrutto. Perché

non mi buttate?

morire è meglio.

Eppure non muoio,

resterò vivo in eterno qua dentro,

qua dentro non si muore,

qua dentro non si beve, non

si dorme, qua dentro non si piscia.

Solo le ore passano, passare. Ahi ho sete

ho sonno sto morendo.

Un altro giorno,

un giorno come ieri.

 

(Si apre la porta, entrano spinti con forza, bruscamente invitati, cinque giovani 18-20 anni, tre ragazzi e due ragazze. Adagio si dispongono lungo il muro, appoggiati alcuni, seduti alcuni; in silenzio)

 

E voi? siete venuti

a dividere la torta? o siete spie

della polizia venute per inguaiare

per stendere per tirare le parole?

per confessare il prigioniero?

o invece per fargli compagnia

belle ragazze?

 

(I Giovani non rispondono, non l’ascoltano, parlano fra di loro)

 

Primo ragazzo:

Se non picchiavi si era tutti fuori.

 

 

Secondo ragazzo:

Non potevo non picchiare, loro picchiavano.

 

Prima ragazza:

Non poteva non menare; loro menavano eccome.

 

Padre:

Vedete? hanno affossato un galantuomo; lo hanno buttato giù, con manciate di terra. Addio. Vedete un redivivo, un intombato.

 

Terzo ragazzo:

Qualcuno li ha chiamati

 

Seconda ragazza:

So ben io.

 

Primo ragazzo:

Ma va, son balle. E anche se li hanno chiamati? Questo doveva accadere; prima o poi era così che finiva. Con quelli finisce sempre così.

 

Prima ragazza:

Siamo incastrati.

 

Secondo ragazzo:

Sì, un poco. Ma non pensarci, non pensarci ancora.

 

Primo ragazzo:

Diciamo che prima si era fuori e adesso siam qua dentro.

 

Prima ragazza:

L’età dei martiri, ecco gli ometti di Belfiore.

 

Terzo ragazzo:

Non era solo colpa loro, in fondo. Le guardie sono piccoli esseri umani. Povere cose umane.

Prima ragazza:

Sei matto? che vuol dire?

 

Primo ragazzo:

Semplicemente che ognuno fa il

proprio mestiere,

il mestiere che può, il mestiere che sa,

quello dell’ignoranza o della paura,

quello che si può fare

quando non c’è altro da fare

per una manciata di fieno

per un poco di legna

per il salario del sabato

la medicina del figlio

e in questo mestiere si consuma

magari fino alla pensione.

E con scarsa erudizione.

Chi invece ci si dedica

acquista un grado, sale la scala arriva al lume

e gioca a bridge coi potenti.

 

Secondo ragazzo:

Una giusta posizione

 

Terzo ragazzo:

Molta considerazione

 

Primo ragazzo:

Usano una mazza nel lavoro. O un colpo di fucile. O le catene, semplicemente. È tutto qui.

 

Secondo ragazzo:

Io lancio una palla a te (attorciglia un fazzoletto e lo butta)

 

 

Primo ragazzo:

Tu la butti a me (afferra al volo)

 

Terzo ragazzo:

Io lancio una bomba a te

 

Primo ragazzo:

Presto, così, via (giocano per un po’)

 

Secondo ragazzo:

Quando finiscono le ragioni cominciano le spade.

 

Seconda ragazza:

Senza sigarette abbiamo tutto il tempo di pensare a ciò che dobbiamo fare; le cose da dire.

 

Primo ragazzo:

Ma c’è tempo per questo.

Basterà essere d’accordo che non si

è fatto nulla.

Eravamo lì per caso

si passava per la piazza.

E le cose da dire le sappiamo.

 

Secondo ragazzo:

Usiamo il cervello per aggirare l’ostacolo.

 

Terzo ragazzo:

E l’ostacolo si aggira.

 

Seconda ragazza:

Quelli ci incastrano lo stesso.

 

 

 

Padre:

Ahi ahi ho sonno sto morendo. Afa, caldo, arsura; mi duole tutto. Mi lamento. Carne da letame, morire è meglio. Voi che fate?

 

(I Giovani non rispondono subito; parlano fra loro)

 

Primo ragazzo:

È peccato l’abigeato,

non si raccoglie la frutta degli alberi

senza il permesso scritto del prefetto

si lede la proprietà.

La proprietà è sacra

il teppismo non è permesso.

Le mandorle sono colorate di rosso.

Tu cosa hai rubato? (rivolto al Padre)

 

Padre:

Non ho rubato nulla,

scoppiavano i motori.

 

Prima ragazza:

È matto?

 

Padre:

E disturbavo lor signori. Ero anch’io uno di quelli.

Gli scoppi non sono permessi.

E poi articoli del codice che riverisco

ossequio numeri 2621 e 2630,

false comunicazioni

illegale aumento.

Hai da fumare?

 

Primo ragazzo:

Nisba sigaretten.

 

 

V. Da questo momento i Giovani parlano, recitano un poco, dicono frasi come le seguenti, mimano, disegnano i muri, luci in movimento; un po’ per volta lo spettacolo s’accende.

 

Primo ragazzo:

Qualcosa si conclude.

È l’ora di un giorno

in cui qualcosa si comincia.

 

Secondo ragazzo:

Si va a incominciare.

E mi pare giusto cominciare in questo modo.

Prima, mi sembra, soltanto si scherzava.

 

Primo ragazzo:

È giusto considerare le cose (i fatti, avvenimenti

le varie circostanze di questa vita e) concludere

– C’est la nuit du 10 au 11 mai, la nuit des barricades –

che la musica non è cambiata.

Pilota di guerra, i giorni delle celebrazioni

i drappi alle finestre (strappati) le voci che corrono

uomini immobili e la benzina…

 

Terzo ragazzo (continuando):

La studentessa liceale sedicenne Amélie X

è violentata nel centro di Parigi (rue Molière, rue

Villon, place de l’Opéra) quattro volte sul camion dei poveri figli                                                                       [ del popolo di Franza, i tutelatori di un

ordine, e l’operaio Gaston X di 24 anni è

steso con un colpo alla schiena dai

sopraindicati… ahi! ministri del potere.

Porte sfondate

quella faccia quegli occhi il giallo

di quei capelli le voci (urla) le mani

è quello il piede le labbra è così il colore

di questa violenza che si ripete l’odore della morte

le porte abbattute dagli assassini.

 

Prima ragazza:

È così dolce l’ordine e la giustizia

 

Seconda ragazza:

A Jena era il crudo inverno o splendeva la rosa?

Hegel guarda passare l’armata di Napoleone.

 

Primo ragazzo:

Effettuare un piano

 

Terzo ragazzo:

Circoscriverlo

 

Primo ragazzo

Definirlo nei particolari

 

Terzo ragazzo:

Poi zum! esplodere

 

Prima ragazza:

Produrre per consumare

 

Seconda ragazza:

Consumare più in fretta per produrre più in fretta

 

Primo ragazzo:

Produrre anche gli eroi in serie

 

Secondo ragazzo:

I bravi eroi che non puzzano, per la patria. Da esportazione, per tutte le patrie. Riverirli.

 

Terzo ragazzo:

Custodirli

 

Primo ragazzo:

Non dimenticarli

 

Secondo ragazzo:

Soprattutto imitarli

 

Prima ragazza:

Così i padri saranno contenti

 

Seconda ragazza:

E saranno contenti (soddisfatti)

i figli

i figli che imitano i padri,

che così bene gli somigliano.

 

Prima ragazza:

Ma gli altri figli, i figli diversi, i nuovi figli, gli altri, sono (potranno essere?)

più felici dei padri? fortunati dei padri

di più? protetti soltanto o

non disposti ad attendere? a consumarsi, ad

essere abbattuti, come bestiame, deteriorati e illusi;

già, prima di vivere, uccisi?

Almeno sanno che le noiose bandiere degli eserciti

finiscono a Prato

ammucchiate nei magazzini marciscono le bandiere dei vincitori

 

Seconda ragazza:

Lì si sfasciano le giacche dei generali

e alla cisterna dell’acido

per il tessuto di Prato

arriva infine anche la divisa del soldato.

Tutto ciò molto inutilmente per le patrie.

Quanta vanità nelle parole

che grado di mortificazione

e tradimento, rabbia.

 

Terzo ragazzo:

L’armada volante dei falchi

 

Secondo ragazzo:

Perché noi si protestava botte e dentro

 

Primo ragazzo:

Perciò dovremo accettare per

buona la loro legge,

di questi finocchi,

e copiarli se capita

perché loro dicono che sono un esempio a tutti?

 

Terzo ragazzo:

È bello davvero, signori,

essere onesti su un codice scritto da voi

e su misura vostra.

 

Secondo ragazzo:

Io disprezzo mio padre. Disprezzo tutti, a cominciare dal padre.

 

Primo ragazzo:

Io disprezzo mia madre

 

Secondo ragazzo:

Scatolette di carne

 

Primo ragazzo:

Due mariti

 

Secondo ragazzo:

Solo televisione

 

Primo ragazzo:

Tre fratellastri. Non ricordo

neppure il nome.

 

Terzo ragazzo:

Questi ci menano per farci

uguali a loro

ubbidienti alle leggi

disuguali per tutti

tranne che per loro;

docili ai comandi messi in giro da loro

attenti alle notizie che sono false distribuite

da loro. E pronti al macello che ci verrà da loro.

 

Secondo ragazzo:

In conclusione, come diceva il libro, ricordi?

vanno a far leggi nuove

quelli cui vanno molto bene le vecchie leggi.

Perciò fanno le leggi vecchie.

 

Prima ragazza:

E Stangl ritorna in Germania

 

Seconda ragazza:

Grecia

 

Terzo ragazzo:

Sinai

 

Primo ragazzo:

Watts, i neri dentro il bianco fuori

Watts, il nero morto e i bianchi vivi.

Secondo ragazzo:

Cuba

 

Terzo ragazzo:

Berlino

 

Primo ragazzo:

La Spagna

 

Seconda ragazza:

Angola

 

Secondo ragazzo:

Pechino

 

Terzo ragazzo:

Cambogia

 

Prima ragazza:

Tirolo

 

Primo ragazzo:

Bolivia

 

Terzo ragazzo:

Tonchino

 

Secondo ragazzo:

Operazione defoliante.

Nel 1968 si calcola che circa

un milione e mezzo di acri sono stati trattati

in luglio la Defense Supply Agency

ha firmato con le case chimiche

produttrici contratti per 58 milioni di

dollari.

Povera america povera america povera america

la violenza dell’america fa paura

la violenza dell’america contro l’america fa paura

non la violenza dell’america contro il mondo

nell’occhio del mondo è la squallida violenza dell’america.

 

Prima ragazza:

Fottersene delle leggi; non è più il tempo di disubbidire con dolcezza.

 

Seconda ragazza:

Ci hanno nascosto tutto per troppo tempo

non c’è più tempo da perdere.

 

Terzo ragazzo:

Se per un poco drizzate le orecchie vi accorgerete che le leggi si fregano da sole. Una legge cancella l’altra, la cavalca, l’ingravida. E nasce un mostro peggiore.

 

Primo ragazzo:

Si intersecano stridono urtano

tra di loro si gonfiano. Non seguire

le leggi è dunque un dovere.

 

Secondo ragazzo:

La saggezza dei vecchi, l’esperienza coperta di vermi, col tanfo già della morte.

 

Prima ragazza:

Tutta quella cultura costruita così,

come se il mondo fosse loro.

Scelgono, selezionano, imballano e

badano anche alla distruzione.

Sempre così, uguali così, da secoli.

 

Seconda ragazza:

Fregarsene dei saggi e dei canuti. E quelli di mezza età? Marpioni scoglionati. Sanno niente e cercano soltanto di venire a letto con te. Come sorridono, in quel momento. Poi tornano al loro moralismo quieto.

 

Terzo ragazzo:

Mio padre è andato a casa e chi l’ha più visto?

 

Secondo ragazzo:

Il sacro vincolo familiare

 

Seconda ragazza:

L’amore fra i coniugi

 

Primo ragazzo:

Il rispetto reciproco

 

Secondo ragazzo:

La gioia del focolare

 

Seconda ragazza:

Da un luogo del mondo…

 

 

VI. Interrogatorio del Padre. Due gli inquirenti. Mentre è in corso l’azione entra un terzo che sta zitto e attento.

 

Padre:

Comincio a intendere qualcosa.

Comincio anche ad abituarmi

poco per volta.

Bisogna farci il pelo

se ci devo restare qua dentro.

 

Primo inquirente:

Noi invece dobbiamo appurare se le registrazioni contabili mal fatte, alterate o addirittura insistenti – nonostante tanto nichel – sono da imputarsi a disegno doloso, a semplice ignoranza della situazione o magari a un disguido. Insomma: se lei, dopotutto, è soltanto un ladro o un poveraccio a cui concedere le attenuanti generiche.

 

Secondo inquirente:

Comunque si è fregato con le sue mani

 

Padre:

Voi siete contro di me; ed eravamo amici. Anche gli altri erano amici miei e mi hanno strozzato. Per me, vedete, è importante appurare questo (mettete pure che sono un ladro ingegnoso o un minchione senza ombrello).

È un tarlo nella testa: che cosa è accaduto che tutti si sono rivoltati? Non uno? Sì, lo so! Ma è il modo:

totalitario. Come può darsi, da un momento all’altro,

che tutti si accaniscano contro uno, tutti insieme,

col gusto di affogarlo proprio, testa sott’acqua e

naso nel bicchiere? pari pari a un gatto. Non eravamo

sulla stessa barca?

Il gusto non dico di dilaniare ma di vedere agonizzare

con la pancia aperta

mentre sei dissanguato.

È buia questa perfidia

un cancro che rode

non salva neppure da se stessi

sale sale sale molto adagio e zac!

colpisce alla testa. Ero così anch’io; ero così fino a

ieri. Mi sta bene.

Gli altri bisognerebbe guardarli sempre negli occhi

non soltanto nel portafogli o nel risvolto delle tasche;

fissi negli occhi

nel fondo di quegli occhi

anche quando auguri a loro un

buon natale buona gita buona pesca o una buona…

Si fa sempre tutto così in fretta.

Be’, quando si dà il via a pensare si comincia a vergognarsi.

 

Primo inquirente:

Vedete che la prigione fa bene? vuole dettare le memorie?

 

Secondo inquirente:

Sta cuocendo nel suo brodo

 

Padre:

Dico – e mi scuso di dirlo in breve –

che cominciando a capire pago quel che devo pagare

perché ero un asino, una pipa, salito in cima con un

po’ di vento in poppa.

Ci vuol altro che un poco di fortuna!

altro che un po’ di grana ammucchiata in fretta, magari sotto il cuscino!

 

Primo inquirente:

Cos’è, una confessione in piena regola?

 

Padre:

Se vuole può scrivere

 

Secondo inquirente:

Bene, così si va subito a cena

 

Padre:

Primo: il sottoscritto conferma dall’A alla Zeta d’avere sgranfignato, per i suoi minuti piaceri e per il prestigio del casato. I Vasi! salvo poi, vedete, trovarsi col sedere sul bagnato.

 

 

Primo inquirente:

Un evasore fiscale?

 

Padre:

Macché evasore fiscale! Ma sì, anche evasore fiscale, scala dieci Mercalli, per questo stato fetente; che prima lusinga poi legna. Adesso che mi ha conciato sono almeno contento d’averlo fregato. È giusta soddisfazione.

 

Primo inquirente:

Poi? Sú; vien notte

 

Padre:

Secondo; e parlo di una svista in teoria, una colpa (dico errore) che non si vede. Insomma: ho creduto che la forza dei potenti, i potenti, i potentati, i bei signori col muschio, quelli con le patacche, fosse un’autentica forza, forza vera, capace di muovere montagne, e fosse aria di Val Camonica la quale apre i polmoni e toglie la tosse canina.

Mi credevo forte con loro.

Li ho pagati, per questo.

Sì, nemmeno hanno voltato la testa, al momento buono, scaricandomi come una latta dal carro.

Ricordare questo: non era forza quella ma solo paura.

È certo che coloro hanno una paura cagna

di perdere questa loro potenza, e in realtà la forza

dei potenti è vetro è carta è aria (magari inquinata)

è sbobba. Che esiste e dura perché gli altri hanno ancora più fifa e a questa forza allora

ci credono e ci sperano.

In altre parole: si rassegnano.

 

Secondo inquirente:

Cos’è, un decalogo da lasciare ai figli

o carta da giornale?

un breviario per laici?

una strenna per natale?

 

Padre:

Qualcosa che mai avrei pensato di pensare. Sono frasi a uso interno, massime da mandare a memoria per gli eredi se ne avessi. Ma io sono erede a me stesso. Vedete che campione.

 

Secondo inquirente:

C’è anche un terzo paragrafo in questa filastrocca?

 

Padre:

Breve: se fai il lupo mangia di tale carne, non quella leggera di donna. A morsi d’affamato; lasciare da parte nemmeno le ossa. Altrimenti gli altri una notte o un giorno t’addentano. Come è puntualmente accaduto.

 

Primo inquirente:

Bella lamentazione, per chi piace; ma non si conclude. Cosa scrivo io? Abbiamo bisogno di cifre e di qualche dato che canta.

 

Padre:

Ecco la conclusione e la coda di questa ballata. Dichiaro veri gli addebiti di oggi di ieri di domani; ne aggiungo altri cento per illustrare il vostro merito e la vostra bella corona. Li porto tutti sull’unghia per il tempo del processo. Poi mi sottoscrivo.

Ho rabbia d’essere stato troppo ingenuo; ora ho imparato.

 

 

VII. Padre, rientrando in cella, ai Ragazzi.

 

Padre:

Comincio a sfogarmi, ci piglio anche gusto,

prima certe cose nemmeno le pensavo.

Adesso sento che qualcosa si muove.

Ma è troppo tardi; eppure non è tardi.

Primo ragazzo:

Com’è andata?

 

Padre:

Come può andare a un vecchio. Bene, male. È un conto chiuso.

 

Secondo ragazzo:

Di che conto parli?

 

Padre:

Di quello che bisogna pagare quando la cambiale scade. Non c’è rinnovo, ti trovi gli uscieri alla porta. È l’ora della verità.

 

Prima ragazza:

Ma quale verità? non dicevi che è tardi?

 

Padre:

È tardi. Intendo forse quello che vuoi dire. Sì, è tardi.

 

Seconda ragazza:

Fatti capire. Cosa fai qua dentro? sei ladro? hai ucciso? In quell’angolo appena ti muovevi, eri un’ombra, adesso parli

 

Padre:

Se vi dispiace fate come non ci fossi. Sì, sono un’ombra. Non riempio il giornale, niente televisione, ma neppure un morto di fame. È una storia da scordare.

 

Primo ragazzo:

Ti butti in basso

 

Padre:

Mi hanno scaraventato in basso, mentre mi credevo il principe delle favole

 

Prima ragazza:

Peccato di presunzione

 

Padre:

Nessun peccato; tiravo a un po’ di grana e a far crescere i miei affari

 

Primo ragazzo:

Sballati, come si vede

 

Terzo ragazzo:

Alto là, ti ho riconosciuto, ricordo, ho letto sul giornale. Con te non si parla, sei morto.

 

Padre:

Dici bene, anche se è difficile morire. Quando si vuole, quando si cerca non si muore. Non puoi capirlo tu. Morire è difficile; alle volte è impossibile.

 

Prima ragazza:

Vuoi dire che ripescano sempre chi si butta a fiume?

 

Padre:

Forse; ma io parlo per me. Mica sono un filosofo

 

 

VIII. Entrano i tre Inquirenti.

 

Primo inquirente (ai Ragazzi):

Ora ci raccontate la vostra storia. Prima che perdiamo la pazienza. Soli non eravate, anche se abbiamo pigliato voi soli. Non ve la cavate con poco

 

(I cinque Giovani si siedono)

 

Primo ragazzo:

Eravamo in gita, si passava per caso nella piazza

 

Prima ragazza:

Noi contiamo sull’intelligenza dei tutori dell’ordine per chiarire in fretta questo contrattempo che ci ha rovinato lo spasso

 

Secondo ragazzo:

Ci avete guardato in faccia?

 

Seconda ragazza:

Per mio conto ero in viaggio di nozze

 

Secondo inquirente:

E il marito è fra questi avanzi di galera?

 

Seconda ragazza:

Sarà fuori a cercarmi

 

Primo ragazzo:

Col cuore distrutto

 

Terzo ragazzo:

E con quel che segue all’asciutto, signora guardia

 

Prima ragazza:

Un poco di pietà

 

Secondo ragazzo:

Dove sono finite le buone maniere?

 

Terzo inquirente:

Ecco le buone maniere:

tre dei nostri all’ospedale, otto vetrine rotte,

un bel mucchio di macchine danneggiate

alcuni vilipendi di istituzioni, apologia di un reato,

istigazione a delinquere (è grave), sediziosissime grida

occupazione di suolo pubblico

offese a capi di talune nazioni.

Contateli sulle dita i vostri reati e ditemi se c’è da ridere.

 

Primo ragazzo:

Ce lo dica lei che è più dotto

 

Secondo ragazzo:

O più rotto… (Borbotta. Vola uno schiaffo, non forte)

 

Padre:

Ehi, si comincia?

 

Secondo inquirente:

Se fossi in lei, vecchio matto, starei buono a sedere

 

Terzo inquirente:

Vedete, pare a me, se del caso, che non avete capito. Un tubo avete capito. Siete in un guaio e vi possiamo strizzare come vogliamo. Cadete come noci se vi sfrugugliamo fra le foglie col bastone.

 

Primo ragazzo:

Eh, per cadere si può cadere

(con permesso)

magari come noci.

E come tali ci potete schiacciare, abbacchiare.

Poi?

 

Primo inquirente:

Poi il caso è archiviato. Non siete i salvatori del mondo ma cinque fregnoni (o cinquanta) con la voglia di far casino. Il carnevale è finito.

 

Secondo ragazzo:

E chi dicesse che è appena cominciato? Non parlo per noi, beninteso.

 

Secondo inquirente:

E fate bene, perché c’è sempre un modo per togliere la voglia di ridere a tutti.

 

Terzo inquirente:

In quanto al carnevale, se ricordate, viene prima di quaresima. È allora che si legano le campane. Pensate ai fatti vostri mentre fate un bel sonno. Ci vediamo domani. (Escono)

 

Padre:

Non avete paura, voi. Così giovani!

 

Primo ragazzo:

Era magari in un conto.

Altre cose ancora sono in questo conto

e poi sberle pugni botte

o colpi di fucile. Si davano, si danno e certo si daranno.

 

Secondo ragazzo:

Oggi come ieri,

che differenza c’è?

Contro un muro si vede sempre qualcuno

 

Prima ragazza:

Eppure oggi non è più come ieri.

 

Terzo ragazzo:

Anche se gli altri (quelli)

fucilano in piazza

ai bordi del campo

come nei vecchi tempi.

Dicono che ai vecchi tempi questo accadeva

idem capita oggi, nemmeno le facce son diverse

 

Primo ragazzo:

Si dice che nei nuovi tempi

accade ancora. Se gridi

 

Seconda ragazza:

Tac! sulla testa, su un collo o in fondo al rene

 

Primo Ragazzo:

Se gridi stangano, non lasciano neppure il segno

 

Prima ragazza:

Il signore vuol riposare

 

Secondo ragazzo:

La violenza è la rosa del sistema, un modo un poco sconcio però odoroso di esercitare il potere. La forza sulla bocca del fucile. Se offendi o premi loro ti sparano in due, in tre; e se spari anche tu, il tuo cannone o canna di moschetto è sempre più vecchio logoro più malandato o derelitto del loro Winchester nuovo a retrocarica. L’arco di quei pallini ammazza altro che anatre in volo.

 

Seconda ragazza:

Io invece di sparare mi metto a non comprare. Non compro più,

                                                                               [ non compro affatto.

Finora tutti ci caschiamo

come merli

ad acquistare anche solo i caschetti da minatori

bianchi neri o i manifesti con frasi

e il foulard rosso al collo.

Sembra una rivoluzione in eleganza

Arden for Men e Lenin.

È troppo o troppo poco.

Certo se fosse solo così…

 

Primo ragazzo:

Il fatto è che fino a ieri

(ieri lunedì o martedì; un giorno

del mese di un anno)

le rivoluzioni nuove erano fatte da

uomini vecchi. Tutte, sempre così. Erano vecchi

gli uomini che facevano le nuove

rivoluzioni;

vecchi anche nella testa

in ossa sballate

nel fegato in disuso

nel mal della pietra; ma soprattutto

vecchi di dentro, vecchi come il mondo.

Allora le rivoluzioni nuove finivano per essere

diventare vecchie

mangiarsi la coda cadere in disuso

seminando zizzania terrore

– si smorzavano poi per stanchezza.

Un bel momento

non c’erano più rivoluzioni

ma soli, sugli scranni e sugli schermi,

in pompamagna

i vecchi uomini che declamavano brontolavano dei tempi nuovi che cominciavano. Ed erano tempi finiti.

 

Secondo ragazzo:

Declamavano brontolavano

le lodi delle rivoluzioni nuove

 

Prima ragazza:

Che erano già rivoluzioni vecchie

 

Primo ragazzo:

Ma adesso (casco o non casco sulla testa)

l’antropologia ha sostituito final-

mente l’economia; la scienza del-

l’uomo ha sconfitto la scienza del denaro.

Non più: io do e tu dai

ma: io sono e tu sei. L’uomo prima di cambiare il mondo cambia

                                                                                                                  [ se stesso.

È un fatto che cambiando se stesso

ha già cambiato il mondo.

 

Secondo ragazzo:

Con le rivoluzioni nuove fatte

da uomini vecchi la lotta per il potere politico

sostituiva (soltanto) la lotta per il potere economico

 

Terzo ragazzo:

Stalin come Valletta

 

Primo ragazzo:

Adesso semplicemente

– è questa la semplicità che costa –

rivoluzioni nuove saranno fatte e

compiute

da uomini nuovi.

Non più ressa sui pioli delle scale

 

Secondo ragazzo:

Ricordate? “Abbiamo rovesciato lo zar

facilmente, in qualche ora.

Abbiamo abbattuto i grandi proprietari

fondiari e i capitalisti in qualche

settimana. Ma questa è solo la metà del lavoro.

Bisogna imparare a lavorare

in modo nuovo”.

Terzo ragazzo:

E l’aggiunta? “Questo problema è

estremamente difficile. Non lo si può

risolvere con la sola violenza”.

 

Primo ragazzo:

Leggere de Sade, il duca di Blangis, il

vescovo di X, il famoso Durcet o

il presidente de Curval.

 

Padre:

Chi sono costoro, perdonate l’ignoranza?

 

Primo ragazzo:

Mangiavano sterco

 

Padre:

Bene per loro, ma a chi comandavano?

 

Primo ragazzo:

Al mondo

 

Padre:

Diobono! queste son novità. E io che mi sforzavo tanto coi miei talleri in tasca

 

I Ragazzi:

Non più piramidi costruite dai servi

un mattone sopra l’altro mattone

perché in cima

si sieda un sultano;

ma (prima constatazione) pietra vicino a pietra

perché ciascuno trovi posto a sedere.

Al diavolo l’architettura.

 

Padre:

Ma che lingua parlate?

 

Primo ragazzo:

Parliamo così. Non è più

dialetto né è la lingua di Siena,

il pane è pane e un bastone è un bastone.

 

 

IX. Entrano i tre Inquirenti.

 

Primo inquirente (ai Ragazzi):

Gli ospiti hanno riposato?

 

Seconda ragazza:

Né bene né male

 

Primo inquirente:

È quanto basta. Ora fuori i nomi

 

Primo ragazzo:

Se proprio volete i nomi, i nomi sono pronti

 

I cinque Ragazzi:

Turcios Lima

Camilo Torres

Fabricio Ojeda

Lobatón

Luis de la Puente Uceda

César Móntez

Yon Sosa

Fabio Vasques

Douglas Bravo

Marulanda

Américo Martín

Secondo inquirente:

Che razza di nomi! Come ci sono entrati?

 

Secondo ragazzo:

Di straforo, per via indiretta, saltando frontiere. Poiché dobbiamo dirlo: sono clandestini.

 

Prima ragazza:

Sconfiggono l’arroganza

 

Seconda ragazza:

Va Camilo per la geografia e il tempo d’America

 

Secondo inquirente (quasi gridando):

Fra alcuni anni quando sarete cresciuti, con più cervello in corpo e senza queste scalmane…

 

Secondo ragazzo:

Fra trent’anni, quando i cani avranno mangiato i cani

 

Terzo ragazzo:

Si può pensare che la palla del mondo non sarà più questo casino che è, una maschera di tristezza raddrizzata a calci e tenuta in vita coi cosmetici perché i potenti non vogliono malinconie

 

Seconda ragazza:

Il volo delle mosche eccetera e i vecchi libri

 

Primo inquirente:

Badate non fate che la nostra pazienza

 

Primo ragazzo:

La vostra pazienza! Il giorno della morte e quello della puzza più                                                                                                                             [ viva.

Capelli grigi e nicotina sul dito.

Principio di ogni malattia

e di ogni calamità naturale.

 

Prima ragazza:

Meglio dimenticarvi

 

(I tre Inquirenti si estraniano, respinti dall’azione).

 

Secondo ragazzo:

Ascoltate.

Era il tempo in cui Lenin scriveva su come

andavano affissi i giornali.

I giornali non bastavano. Bisognava

dunque affiggerli ai muri perché potessero essere letti.

Ma colla equivaleva a farina

e anche quella mancava.

Adesso si affiggono i giornali la farina non manca

non è più il tempo di contare le pecore

le cucchiaiate di riso,

c’è abbondanza di tutto e la Cina è lontana

(per fare la rivoluzione

occorre un partito rivoluzionario)

oggi cantano i falchi tacciono le colombe,

lungo la riva del Mekong lungo queste rive

sull’acqua – american way of life

si svolgono i safari abbastanza cruenti

c’è perfino l’arma che provoca la dissenteria

dynamic dysentery device

oggi c’è tutto quello che serve all’orecchio dell’uomo

c’è questo e quello e molto altro ancora da raccontare:

la superbia di uno, la morte di un altro, la pistola

che spara.

O semplicemente la notizia sul giornale.

 

 

Primo ragazzo:

Ritrovarsi scalzare precipitare decidere offrirsi e consumarsi;                                                                                                                                    [ certo.

Ma c’è anche qualche rombo, un colpo di fucile

che si prepara

i topi che girano sulle medaglie

le loro eccellenze in copula

i piccoli sabati santi, le domeniche che non finiscono mai

                                                              [ l’insopportabilità della vita familiare

un prossimo divorzio

l’omicidio, il temporale che viene

(con tutti i sintomi della catastrofe).

 

Prima ragazza:

Sabotare i tralicci

disubbidire sconfiggere non consumare

 

Seconda ragazza:

Non addormentarsi

sul permaflex della cattiva coscienza.

 

Padre:

Belle parole, belle. Belle queste parole. Ma anch’io, prima,

ho fatto un sogno. Lo volete ascoltare?

Se vi parlo, ascoltate?

Ho voglia di raccontare questo sogno.

Posso? Avete gli occhi furbi, voi.

Eccolo, c’era un muro un grande muro

un alto muro

alla fine di una piazza.

La piazza deserta.

Un cielo, era di primavera.

Forse c’è un leggero vento

e contro quel muro son io

spiaccicato incollato

con le braccia aperte i piedi sollevati da

terra. Forse sono morto o forse no perché

guardo guardo guardo la piazza senza

uomini – eppure così conciato

sono allegro, felice, molto contento dentro

quella piazza e dentro me; rido sto ridendo

e non mi posso scollare

era un incubo o un sogno?

Quella tale felicità e quel timore certo

uniti insieme:

davano un brivido.

 

Secondo ragazzo:

Eri tu l’incastrato che

non si può muovere da qui

ma forse non sei scontento d’esserci finito

al sicuro dal mondo.

Fuori qualcuno t’avrebbe magari bussato.

 

Padre:

Non è così semplice.

Voi parlate bene, vi ho ascoltato.

Avete grinta nel corpo, che è come dire

avete birra. Mi potete incastrare.

Ma sono vecchio

e non sapete ancora cosa vuole dire.

Con poche parole

vuol dire che sono più forte di voi

in tutti i sensi, che

– anche se costruivo trattori che poi imballavano –

conosco più cose del mondo, tale e quale

parlassi mille lingue e non solo il dialetto

che mi ha insegnato mia madre.

Oppure così vecchio non ho nulla da insegnarvi?

 

Terzo ragazzo:

Tutti dobbiamo morire un giorno

ma non tutte

le morti hanno un uguale valore.

Un antico scrittore dice: “Certo

tutti gli uomini muoiono ma la

morte di uno pesa più del monte Tai

la morte di un altro è leggera più di una piuma”.

 

Seconda ragazza:

Su questa storia di morte e piuma

si può iniziare una discussione.

 

Primo ragazzo:

Bene, se proprio vuoi, la scena c’è. Cinque discepoli,

la prigione e il vecchio che si lagna.

È Socrate redivivo, potenza delle pietre!

basta una gabbia e un po’ di luce scura

per mettere in moto la storia. Se tu parli, maestro,

siamo tutti orecchi.

 

Padre:

Ahi! Forse sono passati i mesi e gli anni

semplicemente come mesi e anni, con

un giornale comprato, un telegramma, una

candela accesa e un bacio sulla guancia (di qualcuno).

Magari uno scaldino sui

ginocchi, in questo paese di cuccagna.

Secoli sono magari passati

si rimbalza da mille a duemila

allora quel giornale si rivolta sulla sedia

ascolti suonare le ore e ti

ritrovi in galera fra cinque

mammalucchi che insultano

– anzi, più che insultare, ti mortificano.

Non dico che non abbiano ragione, un poco. Ma

questo è un altro mondo che neppure

prevedevo. Si muovono cento cose intorno

mentre ognuno bada al suo cadreghino.

Che tempo resta per giudicare? Oppure per imparare?

Fuori c’è quel mondo che gira;

ebbene con quale diritto si muove, fa i

suoi affari, tira le somme? io non

ci sono, e tanta altra gente ancora.

Dove sono gli esclusi?

Ma voi, belli cari, con quelle vocine

che diventano anche vocione

non fate mai sbagli?

Non vi prude di prendere qualche castagna

tale e quale i vecchi, come io sono?

Avete una bella faccia!

 

Primo ragazzo:

Abbiamo commesso anche noi degli errori confessiamo tutto

siamo stati cedevoli, siamo stati adattabili

non siamo stati radicali.

Abbiamo richiesto l’immatricolazione

abbiamo letto le disposizioni per l’immatricolazione

e ci siamo piegati a quelle disposizioni.

Abbiamo compilato dei formulari

ed è stata una bella pretesa.

Siamo stati ammessi, abbiamo indossato

il nostro vestito migliore e ci siamo recati

alla festa di immatricolazione così…

(mimano per un momento)

Non siamo scoppiati in una risata irrefrenabile

quando abbiamo visto i nostri professori

abbigliati di lunghi talari.

Abbiamo ascoltato il discorso del rettore.

Abbiamo lavorato su un autore francese del XIX secolo

che a sua volta aveva lavorato

su un autore romano del II secolo.

Abbiamo avuto troppo rispetto per le conoscenze

dei nostri professori e troppo poca curiosità

per le loro opinioni.

Non vogliamo farlo mai più.

Quando seguivamo le lezioni del nostro

professore non gli guardavamo le mani,

quando sostenevamo gli esami non lo

guardavamo in volto, quando eravamo

nel pisciatoio accanto a lui non gli

guardavamo l’uccello.

La prossima volta lo faremo.

E contro il comportamento democratico

che serve a impedire il sorgere della democrazia,

contro la tranquillità e l’ordine che concede

pace agli oppressori, contro la razionalità ipocrita

e la prudente povertà di sentimenti, contro tutto

questo vecchiume argomentiamo nel

modo più concreto cessando di argomentare

e mettendoci a sedere su questo pavimento.

Questo vogliamo fare ora.

 

Padre:

Io vi parlo di morte (di una certa morte) voi di democrazia

cioè di quella tale democrazia

che avete nella crapa

– che è poi rivoluzione delle cose.

Io sono vecchio e muoio

voi giovani e vivete.

Purtroppo, lo so, non posso lasciarvi un

pezzetto di mondo. Il mondo mio

non c’è. Ma come posso, io che me ne vado,

prendere il vostro?

Le due fette non si possono scambiare, da buoni amici e senza fregature. Mi sa tanto – e si fa

per dire – che nel mio cartoccio annusate

puzza di pesce marcio.

 

 

X. I tre Inquirenti, che erano rimasti fermi e assenti, si scrollano.

 

Primo inquirente:

Ma quale mondo? Il mondo vero di gente perbene e che conta, tranquilla, pulita, che lavora, ossequiente e un poco felice, con qualcosa al sole dopo

tanto daffare,

questo mondo non vi vuole proprio

vi torce il collo per questo. Quante malinconie!

Essendo egli più forte siete incastrati.

La mancanza di sole vi schiarirà le idee

con voi non ci vuole fretta. Niente clorofilla.

 

Primo ragazzo:

Sì, tutte le feste al tempio

 

Seconda ragazza:

La fretta è la nemica del bene

 

Prima ragazza:

La pazienza invece, come dicono, conduce a cose egregie

 

Terzo ragazzo:

La distruzione dell’imperialismo come sistema

 

Secondo ragazzo:

La distruzione del capitalismo come sistema

 

Prima ragazza:

Chi non si sente legato alzi la mano

Primo ragazzo:

Chi non si sente contraddetto

e violentato, ferito, colpito

a morte dalla vergogna di queste cose

e di questi anni alzi la mano.

Aiutateci a contarci.

 

Terzo ragazzo:

Non c’è una speranza (una sola) che resista

al di là di un giorno

e di un’ora soltanto

– dove non c’è verità non c’è speranza.

Da questa libertà di merda

nascono bisce.

 

Secondo ragazzo:

Quando il leone ruggirà tutto un continente ruggirà,

sarà più triste dell’usignolo

quel canto e meno fantasioso.

Adesso che gli aggrediti

diventano aggressori.

 

Padre:

Ai miei tempi

 

Primo ragazzo:

Ai tuoi tempi e al tempo degli altri tempi

nu viecchio imperatore

a morte condannava

chi faceva a’ mmore.

 

Terzo ragazzo:

Questi sono i ricordi dei tempi;

non servono a te, né a me né a lui

 

Seconda ragazza:

Ti puoi cavare di qui, se ti cavi,

solo a forza di unghie,

autentica lacerazione

 

Secondo ragazzo:

E se hai ancora qualche carta in mano.

Sono i tuoi amici a incastrarti – l’hai detto.

Come credi di riuscire?

Conoscono il tuo gioco

ti chiudono a chiave.

 

Prima ragazza:

Questo è il tuo letto, questa è la coperta arriva la cicuta;

finis del tale.

 

Primo ragazzo:

Oh, se proprio si vuole uscire si esce;

c’è tanto da fare, che dobbiamo fare.

 

Secondo inquirente:

Pensate proprio che vi lasceremo fare?

tenderemo una rete

ci cadranno i giovani tonni

comincerà la mattanza.

Tanti sono i modi per ridurre

alla ragione.

Anche i regali di natale!

Il fatto è che non avete educazione.

Ci mancavate anche voi.

 

Primo ragazzo:

Ma anche questo sopportare il vostro fare

è il nostro fare.

 

Secondo ragazzo:

Noi facciamo che voi facciate

 

Terzo Ragazzo:

Anche ingrandire le nostre colpe, con orgasmo, è un vostro fare

 

Prima ragazza:

E il tale che spulcia nel codice

magari una noterella per incastrarci

e l’adatta all’orecchio all’occhio

o al dito come un anello e sorride

fresco franco credendosi dritto (vestito in fumo di

Londra) fa perché

noi lo spingiamo a fare. Gli togliamo

la voglia di non fare. Talvolta

s’agita infuriato

sbava

si rizza

proprio come un impiccato.

 

Seconda ragazza:

Anche questo è il nostro fare

 

Primo ragazzo:

Vedete, spingendovi a fare, togliendovi

dalla noia, vi grattiamo un poco per volta

vi togliamo le croste

vi scartocciamo

 

Terzo ragazzo:

Vi riduciamo tali e quali siete

 

Prima ragazza:

Non avete più i sonni tranquilli

 

Secondo ragazzo:

Quando correte ansimate, attenti alla pressione

 

Seconda ragazza:

Il vostro fare non è il nostro fare

è un fare contrario

opposto

antagonista

 

Primo ragazzo (al Padre):

Dunque ai tuoi tempi

 

Padre:

Erano altri tempi, come dicevo

e non sapevo che ci fossero questi tempi.

In verità, non conoscevo voi. Vi sbircio

con una certa angustia a cui si aggiunge il timore

della mia condizione

– che sarebbe più pesante almeno per le mie spalle

se fossi solo a respirare qui dentro.

Ma voi avete spilli che sgonfiano il mio pallone.

Che discorsi alla vostra età! Non

parlate mai di donne?

 

Prima ragazza:

Ma siamo donne

 

Padre:

Non a voi: a quelli

 

Primo ragazzo:

Essendo uomini

questo ci piace. A tempo e luogo quando

l’arnese tira. Ma non è il sole a

muoversi, illustrissimo,

intorno alla terra;

non c’è più un centro dell’universo

l’epoca delle stelle fisse

e degli uomini grandi

è tramontata da un pezzo

 

Padre:

Di stelle fisse non so

ma di uomini grandi me ne intendo,

vi dico che sono una fregatura.

Che voi non ci crediate

è un gran successo.

 

Secondo inquirente:

Pare questa una conversazione in piazza;

notate la nostra liberalità,

vi dedichiamo del tempo.

Ma mi sa che la chiacchierata finisce

– deve finire.

 

Primo inquirente:

E decidiamo, poiché possiamo decidere,

mettendo la mano nel cappello, così, tac!

che il tale Vasi spremuto come un limone

e reso innocuo avendo vuotato il sacco

può intanto andarsene e non riposare e

mangiare a sbafo a spese di tutto un popolo;

il quale vuole altri benefici.

Per vie e sentieri, senza più la moneta,

il tale Vasi è come un cane bagnato

– con le sue fisime può andare a morire in qualche luogo.

Non è più un problema. Marsch!

 

Primo ragazzo:

Niente cicuta a questo grande uomo?

Secondo inquirente:

Niente di niente. Gli renderemo l’orologio.

Ma decidiamo che a voi

sulla vostra pelle

occorre dare qualche pizzicotto.

Graduare l’impegno

senza precipitazione.

Abbiamo molto tempo davanti.

 

Primo ragazzo:

Sì, certo, il tempo è davanti e didietro.

Ma tu, intanto, quando esci, se hai voglia,

porta un gallo a Esculapio.

 

Padre:

Che?

 

Secondo ragazzo:

Mangia un pollo allo spiedo, in qualche tavola calda, alla nostra faccia.

 

(Padre e Inquirenti escono).

 

 

XI. I cinque Ragazzi fra loro.

 

Terzo ragazzo:

Per noi continua la buona educazione

 

Primo ragazzo:

con tante grazie a questo e a quello

e figli maschi alla coppie ancora sterili.

Per il gusto di allevare un figlio

come un pollo si può

fare qualche sacrificio

Prima ragazza:

intanto ronzano le sfere

 

Seconda ragazza:

e suonano (o risuonano) gli spazi

 

Secondo ragazzo:

evviva a questo tempo di ricercatori

come si legge sui giornali

 

Terzo ragazzo:

possiamo dormire un sonno tranquillo

aspettando la giustizia che sicuramente

ci sarà data equa e tempestiva

 

Primo ragazzo:

mentre, durante l’intervallo, in un luogo

aprono il supermercato dell’avvenire

che intenerisce il ciglio al gentilissimo cronista

e in altro luogo appena più vicino

fabbricano le armi Nbc

che inventano le nuove malattie.

Bisogna pur difendersi

 

Prima ragazza:

Un due tre

 

Secondo ragazzo:

così passa la gloria del mondo

 

Seconda ragazza:

un due tre

 

Terzo ragazzo:

d’altra parte il mondo

Prima ragazza:

un due tre

 

Primo ragazzo:

il mondo non vuole proprio finire.

Com’è giusto.

 

Con questo racconto, non si insegue la fantasia ma si segue la storia. Il protagonista è un notaio reale, vissuto e operante tra il Settecento e l’Ottocento; prima bibliofilo innamorato poi incallito raccoglitore di libri; infine, afferrato da un invasamento bibliomaniacale cosmico, cacciatore inseguitore Rambo di qualsivoglia fascicoletto che palpitasse di caratteri a stampa. Alla sua morte, è cronaca risaputa, lasciò più di ottocentomila volumi. Alcuni, non contraddetti, dissero perfino un milione.

 

 

 

Il titolo si chiarirà più avanti ma intanto il notaio Boulard; meglio, il notaio Antonio Maria Enrico Boulard, nome importante, professionista importante, è seduto alla scrivania nel suo studio, vicino alla finestra.

Si guarda le mani. La polvere sulle mani. Sui polpastrelli delle dita. Un velo leggero, un bianco sospiro impallidito, una cipria che sembra soffiata da un angelo.

Ogni tanto l’annusa quasi estasiato e chiude gli occhi. Vuole solo odorare, abbassando adagio la testa verso le mani, che sono appoggiate sulla scrivania, ferme, rovesciate, come due calchi in gesso.

Ha la cautela, e il garbo, di uno a cui sia volata sulle dita una farfalla, e tema che possa andarsene se disturbata da una piccola violenza, da un leggerissimo suono.

Sospira anche, ogni tanto.

Parigi è sotto il tramonto, in questa estate senza fuoco del 1808. La polvere gli è volata sulle dita, attraverso la luce, sollevandosi da un tomo in 4°, rilegato in pergamena spessa, ingiallita, che è lì quasi sul bordo del tavolo.

Boulard è tutto preso da questo pianto celeste che gli è caduto sulle dita e teme, muovendosi, di disperderlo. Appunto, come se fosse una farfalla.

Passano i minuti, con il moto lento della faccia verso le mani sempre ripetuto, mentre il cielo sopra Parigi si arrossa, rabbrividendo un poco per l’annuncio della sera.

Adesso, oltre la porta, si sentono le voci di alcuni visitatori che cercano il notaio, e quella del segretario indaffarato a inventare le solite bugie.

Boulard si scuote. Striscia, con una lentezza da filmare, le mani verso il volume (una Istoria Universale dei Concili, del 1686), allunga il mignolo della mano destra per sollevare il piatto del volume, sfoglia sempre con il mignolo alcune pagine, allunga la testa e sbircia: continuarono nel progresso dell’infelice Secolo decimo gli sfortunevoli avvenimenti, poi, scuotendo i polpastrelli, lascia cadere la polvere, con garbo, sul bordo interno della pagina ma in quel preciso momento un grido, una imprecazione, un tramestio prima una guerra poi, un rovesciamento d’oggetti, un frangersi di piatti, un miagolare di gatti martirizzati, un uggiolare di cani calpestati, un pregare, un piangere, un bestemmiare, un sabba di streghe o il tafferuglio di diavoli divaganti, infine una lotta furiosa di corpi recalcitranti e un chiedere pietà.

Boulard, col naso affondato sulla pagina percepisce più alta di tutte e infervorata nel dare battaglia, la voce della moglie, che sembra arrotata al maglio e che sopraffà il segretario ormai sbalzato di sella. Uno straccio esausto, e inzuppato.

Si apre con violenza la porta. Lì c’è Amalia.

A questo punto è detta e ripetuta la ballata delle crepe sul muro, così come è stata urlata dalla moglie del nostro Boulard in quella occasione, e recepita auricolarmente dal segretario per quanto disteso ancora in terra, quindi trascritta fedelmente basandosi sulla memoria:

Notaio maledetto te e i libri

Il muro della casa si è incrinato all’improvviso

si è inclinato il pavimento del salotto

si è rotto il marmo del nostro lavandino

l’appartamento dall’ingresso al balcone si è ingobbito come se l’avesse derelitto un colpo di libeccio o una maledizione

dal soffitto piove intonaco come grandine

gemono i muri scricchiolano le ossa dell’intero palazzo che sembra tremare perché ha paura di precipitare.

Anzi marito sai che ti dico?

Che sembra proprio sul punto di scoppiare perché hai riempito la casa di carta che odora di cantina.

Di libri pesanti come sacchi grossi come cavalli così precipiteremo domattina seminando rovina.

Io ancora a letto e tu strizzato fra i libri e maledetto…

Boulard sorride quieto quieto. È abituato. Neanche ascolta, continua a leggere. Quando la moglie ha finito, risponde amabilmente e senza scomporsi che dopotutto è meglio morire in mezzo a una bomba di libri che per una bomba di guerra.

Fuori sulla strada, attraverso la finestra aperta, si sentono passare i granatieri con fanfara.

In questo secondo punto è detta e ripetuta la continuazione della ballata della moglie, che è in piedi davanti allo scrittoio, con ombrellino e cuffia plissettata, e continua a guardare inviperita il marito:

Se porti un altro dei tuoi libroni in casa io esco per sempre e rivoglio la dote poi per mia vendetta principale porto via tutti gli incunaboli che hai avuto in aggiunta da mio padre e perché tu non li possa ricomprare non li regalo ai frati ma li farò uno per uno e pagina per pagina bruciare…

Boulard ha un brivido. Anche il solo pensierolo fa sudare freddo. Bruciare un incunabolo è come bruciare un figlio sul rogo. L’inquisizione. Ivandali a Vienna. La distruzione di Alessandria.La fine di ogni passione, ogni voglia di vivere, delfuturo. Ogni riga che brucia, mentre brucia, è ungrido, un urlo, una invocazione. Boulard, Boulard,muoio, soffoco, salvami. Salvami.

Dice: «Amalia, te lo giuro, questo è l’ultimo, sarà l’ultimo, è per essere l’ultimo. L’ultimo per sempre, con definitiva chiusura bibliografica dal mondo, per l’eternità». E indica il Bellarmini disteso sul tavolo, nella sua serratura in pergamena, come un gattone sulle ginocchia del padrone, accanto al fuoco, nelle serate d’inverno.

«Non voglio quell’immondezzaio in casa, neanche per sogno e neanche per una volta» strilla Amalia, picchiando con l’ombrellino sul tavolo.

«Ebbene, per amor tuo lo giuro» promette Boulard melodrammaticamente.

Ma Amalia sa che finge. È ben convinta che Boulard sta strisciando come un lupo all’addiaccio. E allora lo guarda con occhi di fuoco. Occhi implacabili e ubiqui, che tiran fuori l’ombra anche da sotto il tavolo. Occhi di gatto che vedono al buio.

Amalia ascolta la rabbia che si sgranocchia dentro al cuore del marito.

Come farà, allora, il notaio Boulard; meglio, il notaio Antonio Maria Enrico Boulard, a contrabbandare il Bellarmini in casa, la sera di quel giorno d’estate, a Parigi, nell’anno 1808? Sarà una gara epica.

Amalia intanto con l’ombrello dà un’altra botta sul tavolo e con quel gesto il cappellino le va di traverso. È, per un momento, un po’ buffa, anche se si riassetta dandosi un rapido colpetto con la mano.

Per chiarire sopra e sotto i singoli personaggi di questa storia fuor del comune (è come perseguire un autentico viaggio in mare, alla ricerca di un tesoro nascosto in isole tropicali) occorre precisare che Amalia è una gradevole persona; una personcina piacevole nonostante l’età non più giovane anche se non ancora canuta; che, per istintiva gentilezza, se non è troppo a lungo sfrugugliata, riesce perfino a richiamare uccelli e piccioni per via di un pispiglio fresco e persuasivo, quando si affaccia all’unico pertugio sotto tetto ancora lasciato aperto perché filtri un residuo filo d’aria in casa; dato che le finestre in tutti i piani sono intasate sbarrate inzeppate dai libri… Ma ne parleremo fra poco.

Dicevamo che Amalia è una moglie dopotutto ancora amabile e premurosa se potesse in qualche modo liberarsi dall’incubo, è ormai una ossessione, dei libroni che come schiere di topi le entrano in casa di notte e di giorno. I suoi nemici sono in modo particolare i tomi in 4° grande e in folio; cioè quelli del Seicento e del Settecento, prevalentemente. Enormi, grossi, duri, indistruttibili, polverosi, tarmati, bucati, morsicati, lordati e in ogni caso implacabili a non smuoversi più dal posto conquistato sul pavimento o contro il muro.

«È come mettersi ogni volta in casa non un gatto ma un leone o un asino, per di più con le zecche» dice e ripete Amalia, quando tarocca e sbraita con il notaio solo e soltanto a causa di questa sua mania. «Saremmo altrimenti così felici» gli sospira sul naso ogni qualvolta lui, per rabbonirla, con il suo faccione simpatico le promette, giurando e spergiurando, di limitare gli acquisti, anzi, di abolirli.

Ma vedo che anch’io, come il buon notaio, perdo il filo, volendo seguire troppo da vicino gli umori dei due protagonisti.

Riprendo a dire subito che Amalia, prima di andarsene infuriata dallo studio del marito, gli scarica un altro colpo sul tavolo; e Boulard, con il tremore incontrollabile che lo afferra ogni volta di fronte a simile violenza, si accorge che dal Bergamini, ancora lì disposto con le pagine aperte si solleva un filo di polvere, quasi fosse peluria d’oro che fuoriesce da un forziere segreto.

È la stessa polvere che aveva fatto colare in precedenza dalle proprie mani, perché neanche un fruscolo andasse perduto.

Ma non c’è tempo per i dettagli dei sentimenti. Amalia è infuriata; forse sarebbe meglio dire disperata, per l’occasione. Dopo il colpo con l’ombrello fa seguire, sotto il naso del marito, il lancio di un rotolo di carta tenuto insieme da un legaccio rosa, segno di autorità costituita. Boulard riconosce il legaccio ma non sa, sul momento, spiegarsi il contenuto. Intanto lei esce impettita, come uscivano tutte le mogli adirate, in quel periodo, denso di fatti, della storia dell’uomo.

Esce, ancora ben decisa a non lasciarsi sopraffare, e certa di una cosa: che lo stramaledetto Bergamini, con dentro tutti i suoi concili, in casa non entrerà mai. Si giuoca matrimonio e futuro.

Appena ha chiuso la porta con un tonfo, nell’anticamera, tutta stretta intorno al silenzio acido e vibrante che precede ogni battaglia, si ricominciano a percepire le grida, i suoni di botte e di schiaffi, i soliti rumori luciferini e perfino qualche bassa imprecazione laica, sorprendente in quell’ambiente dedicato al diritto e gestito da un uomo in fama di devozione. Non è altro che Amalia la quale, transitando fra le due porte – quella del notaio e quella d’uscita – usa l’ombrellino al modo di una clava, scaricando colpi su panche e tavoli, nonché sulle spalle del segretario, colpevole evidente e manutengolo nei sotterfugi biblioerotomani del marito. Un gemito prolungato del poveretto, seguito dal tonfo di una porta, conclude il breve ma increscioso episodio.

Boulard, sempre appiccicato alla sua scrivania, percepisce poco per volta ricomporsi l’ordine nelle stanze (sarei per dire, nel mondo); sente il passo cauto e miracoloso del silenzio rientrare senza affanno dalla finestra per prendere posto contro i muri, sotto le sedie, fra le pile di libri che sostano sul piancito come una nave sulla fresca onda prima di potere entrare fischiando in un porto.

Un silenzio insinuante, uguale alla zampa di un giovane gatto pieno d’amicizia che ti passa sul petto.

Solleva la testa, per speculare nell’incavo delle pagine spalancate se la polvere ha ripreso il suo posto, depositandosi come in un letto naturale; e ha la conferma che il buon silenzio fluttuante – pari pari all’antico respiro degli dei assorti o dormenti – così propizio, dopo essere stato mortificato da un ombrellino ruotante, ha fatto ritorno. A confortare la saggezza dei libri dai capelli canuti; anzi, dalle pagine canute.

Ma Boulard ha anche sotto il naso – a parte il sacrosanto e concupito silenzio – il rotolo lanciatogli da Amalia prima di uscire. Lo annusa, come fa il pollo con la gallina prima del salto. Non si capacita, perché teme un inghippo, per via del nastrone rosato. È una citazione del tribunale che gli impone il divorzio? La diffida di un concorrente bibliomane a cui ha sottratto in un’asta, con cento raggiri, l’incunabolo umbro? O è un libraio a cui ha svuotato la bottega e che lo supplica di rivendergli almeno i doppioni? Bisogna dirlo, in questo momento nonostante l’amabile carattere e la sagacia professionale, il notaio per un attimo vacilla.

Vorrebbe buttare il rotolo nel cestino, senza neanche guardare, ma sa che la malizia di Amalia, quando lo affronta per i libri libroni, è tanta che in quel rotolo di carta potrebbe annidarsi tutto.

Anche che lei, uscendo di casa, abbia afferrata la prima grande stampa capitatale fra le mani, l’abbia arrotolata in un amen e serrata con il legaccio notarile che lui custodisce in un cassetto, per poterla poi usare come una ramazza sulla schiena del segretario e sventolarla sotto il naso del marito. Il notaio tituba, rigirandosi il plico fra le mani. Lo soppesa, è leggero. Non può essere che una stampa… ah, sì, santo cielo, forse la grande pianta del Vaticano che mancava al volume del Costaguti, scovata giorni addietro fra la carta da imballo da un salumiere. O forse è una citazione del tribunale. Lo butto o lo sfilo?

Seduto, guarda il cielo innevato dalle stelle dentro a un mare d’aria nero e lucido, entusiasmante. Quant’è bella Parigi, pensa Boulard che, ormai vecchio e pacioso, è suscettibile di qualche estrema emozione del cuore – a parte i libri. Poi, all’improvviso pensa, potrei ucciderla, e ha un brivido d’orrore. Amalia! Quanti pensieri! Per la verità non è la prima volta, l’ha immaginato ancora ma si è sempre arreso, con un po’ di vergogna. Eppure! Come si potrebbe fare? Strozzarla? Buttarla dalla finestra è impossibile, dato che in casa, a parte il piccolo pertugio degli uccelli, non c’è un buco aperto. Tanto che si spengono perfino le candele.

Avvelenarla? Il veleno? Ho l’Ardoynus, Opus de venesis, nell’edizione del ’62; ho… ma dov’è, in cantina?… ho il Fontana, Trattato del veleno della vipera, nell’edizione dell’87. Bisogna trafficare troppo, coi veleni; meglio spararla. Sparare a una moglie? E il botto? Il cadavere lì per terra, con il sangue. Il sangue scivola sul piancito, potrebbe sporcare un libro, anche solo una legatura, una pagina. No! E poi, gli stessi problemi che si riferiscono alla difficoltà di trascinare il corpo di Amalia dopo averla 1) strozzata; 2) defenestrata; 3) avvelenata; 4) sparata, sussistono anche per far filtrare in casa il librone del Bergamini. Gonfio di pagine come un otre d’acqua, non è occultabile e deve viaggiare a cielo aperto. Il Bergamini è tale e quale il cadavere di Amalia, dunque un problema da sbertucciare prima di notte, se si vuole ottenere qualche risultato; cioè, far coesistere Bergamini con Amalia. Amalia con Bergamini. La moglie con la cuffietta e il canonico infervorato dentro ai suoi concili.

Ecco che le campane suonano le otto di sera; la battaglia deve essere preparata, prima di cominciarla. Affrettarsi. Scegliere il campo e scegliere il nemico. Impostare di nuovo il problema: contrabbandare in casa un tomo quando la moglie non vuole, e se ne sta lì all’erta per frugarti e annusarti, appena entri in casa, come se fossi reduce da chissà quali scontri d’amore. Una cosa, intanto: non lo posso nascondere in saccoccia o sul petto o dietro la schiena fingendomi ingobbito o infilandomelo nella cintura dei pantaloni per via, e Dio mi perdoni, che potrebbe schiacciarmi le vergogne. Ma perché? Un libro in 4°, concili o non concili, dovrebbe essere portato sempre coram populo; o addirittura esibito come un trofeo, una preda di guerra. Senza uccidere Amalia, pensa ancora Boulard, potrei lasciarlo in giardino, sotto la finestrella dei piccioni e dall’alto, con una corda o un gancio, lo ripescherei nottetempo quasi fosse il luccio dalle ali azzurre di cui favoleggia Esopo. Ma poi se mi cade? Se il gancio si stacca? Il Bergamini casca giù come una bomba e sveglia tutto il quartiere; soprattutto sveglierebbe Amalia. Ho deciso. No, non ho deciso. Forse. Ecco, potrei squinternare il volume e portarlo in casa a pezzi, sedicesimo, anzi ottavo, anzi quartino per quartino, nascosto sul petto al posto della maglia. Con venti viaggi al giorno, in dieci giorni mi cavo il pensiero. Ma Amalia non si accorge di questo mio andare e venire, suonare e chiamare?

Il notaio sbuffa e sospira. Soprappensiero ha reciso intanto il legaccio rosa e ha cominciato adagio a srotolare il plico. Sbircia, come un giocatore di tarocchi che voglia rubare una mossa al nemico. Ahi, oh madonne e santi devotissimi, doveva immaginarlo, prevederlo, temerlo, scongiurarlo, impedirlo; soprattutto doveva aspettarselo: «rilevamento e perizia catastale…».

Ah, santi devoti e Vergine castissima! L’occhio adusato alle rapide e furtive letture del notaio ha già carpito il senso complessivo di quel testo che si erge minaccioso, desumendolo dalle primissime righe. Non è infatti una ingiunzione, qualcosa di ultimativo che non lascia fiato ma un capzioso fastidioso minuzioso rilevamento catastale, tuttavia con finalità più perigliose di qualsiasi operazione giudiziaria. Disteso il fogliaccio coperto di minutissima scrittura e irto di cifre e grafici; fissatolo sul tavolo con quattro puntine; adesso il notaio percorre con gli occhi quel percorso di guerra e sembra un’ombra che voglia districarsi, che cerchi di districarsi da un labirinto d’erba e di fiori.

Avendolo lì sotto il naso, lo sente abbastanza odoroso di inchiostro da poco stilato; quindi è fresca fresca come un pulcino quella inesorabile condanna al capestro, quella prigione delle più liete speranze, arengo smobilitato delle sue intrepide battaglie. Tutte queste sono mormorate o sillabate perorazioni, perché il notaio ha già afferrato con il suo sguardo viperino il codicillo a conclusione, steso a fine pagina; dove è sancita la sua morte culturale, appunto, la sua relegazione alla prigione a vita, l’astinenza conventuale, la coartata privazione di ogni naturale quotidiana necessaria nutrizione, sussunzione, fruizione di fogli a stampa. Come il pane. Come l’acqua. Come l’aria.

A noi compete l’obbligo, a beneficio del probabile lettore, della esatta trascrizione della intera scrittura. La quale dunque iniziava procedeva e si concludeva in questo modo: mappa catastale, riverificata e riperiziata a seguito di regolare domanda (rubricata al cartiglio 879/A dello scaffale RT, Libro datato a partire dal 7 agosto 1808) della qui nominata Amalia Lamartine, coniugata Boulard, di anni 56, abitante in rue des Latins al civico palazzo fissato col numero 3. Compiuta e distesa da me, Joseph De Rolland, perito geometra d’archivio, fra le date del 27 giugno, 28 luglio e 2 agosto di detto anno dell’Imperial nostro Imperatore e Signore Napoleone Buonaparte re de’ Francesi. Certificazione aggiuntiva: con richiesta da parte della richiedente di una procedura d’urgenza.

Io Joseph De Rolland esibisco l’obbligo di esordire con la seguente affermazione, che non è conclusiva ma premessiva, da stabilirsi come preliminare commento a questa operazione tecnica che è risultata fuor del comune e, si può dire, sbalorditiva e opprimente quando, messo il punto finale, a me è stato possibile vederla nell’insieme quale l’annuncio di una qualche imminente tempesta, composta di grandine, lampi, saette, alluvioni e notevoli crolli di cose. Perché: la ruina, il traffico feroce dei libri, il disperato amore. La ruina consegue all’amore, il quale soggiace al traffico solo se gli dispone la vittoria. E il traffico è dei libri e la vittoria è dei libri. In questa storia il solo libro è sovrano. Anche il nostro amato Imperatore Napoleone Buonaparte, re de’ Francesi, in questa storia sottostà ai libri. E anch’io. De Rolland Joseph, dopo aver bene perscrutato e calcolato e misurato, mi dichiaro schiavo e servo dei libri. Assassinato dai libri. E qua mi sottoscrivo.

Inizio dunque le referenze del minuto rilevamento cominciando dal piano terra e ponendomi di fronte al portone d’ingresso del palazzo ubicato al civico numero 3 della rue sopraindicata e che da ora in avanti, in codesto papier, verrà sempre da me indicata col semplice nome di rue. Rue e nient’altro. Soltanto rue. Questo ho inteso precisare a scanso di equivoci. Il portone del palazzo è alto e di legno grosso; una volta doveva ben odorare di buon legno. Oggi neanche si apre. Ho suonato, nessuno ha risposto. Ho chiamato a voce alta, nessuna risposta. Ho picchiato e tempestato perfino con calci, ingiungendo; il silenzio era totale e i miei colpi non producevano all’interno neanche un rimbombo. Cadevano a terra davanti ai miei piedi. Finalmente è sopraggiunta la già citata signora Amalia Lamartine coniugata Boulard la quale, cominciando dapprima a inveire e poi a singhiozzare, mi avvertiva che nel palazzo, interamente inzeppato di libri, non si poteva entrare; che contro il portone d’ingresso premevano accatastati uno sopra l’altro tutti i volumi della biblioteca del fu architetto Vigneron di Nantes, circa cinquemila; tutti i volumi della biblioteca del fu medico internista Rouart, valutata intorno ai dodicimila volumi e, infine, l’intera parte dei doppioni dell’abbazia di Nostro Signore conteggiata, in perizia valutativa, di ventitremilaottocentosessantadue volumi. Tutti, appoggiati al muro perimetrale, diceva la signora, dell’ingresso; quello della porta. Perciò l’entrata possibile, l’unica entrata possibile e a lei consentita, era permessa dalla cortesia, grande cortesia dei vicini abitanti del palazzo ubicato al numero civico 1; i quali consentivano alla signora di salire all’ultimo piano, con una scaletta aggiuntiva approdare sopra il tetto e da lì attraverso un ponticello di legno disposto con l’attiguo palazzo, trapassare sul proprio tetto e indi scomparire come nella caverna della sibilla. A tale percorso, per necessità d’ufficio, mi acconciai anch’io.

Una spaventosa muraglia di orribili mostri spiaccicati e accatastati, oppure occhieggianti da scaffali di legno inclinati come alberi di una nave che affonda e gementi come sette anime di peccatori all’inferno, si è presentata di fronte a me, rendendo il mio cammino improponibile. Se non mi avesse soccorso l’esperienza della detta signora, la quale si moveva come un corsaro nel momento dell’arrembaggio. Strisciando di fianco lungo uno strettissimo cunicolo pervenimmo nella una volta camera nuziale dei coniugi Boulard, pericolosamente ingobbita verso il basso per la quantità di volumi disposti in una sovrapposizione di piani che arrivano al soffitto.

La predetta signora ha il suo giaciglio sulla cima di una pila di libroni, e questo è composto da un telo e una candela che, appena accesa, subito si spegne per la penuria dell’aria. Per arrivare in cima, la signora risale, aggrappandosi, ai dorsi dei libri sporgenti. Dettagliata in modo esemplare la situazione, specifico ora quanto segue: tutte le stanze del palazzo, in ogni ordine di piani, si possono ritenere in analoga situazione. Ogni piancito è ingobbito e non è a tutt’oggi franato perché il volume compatto dei libroni ammassati nella stanza sottostante lo trattiene. Tutti i muri sono pericolanti, crepati, imberlati. Le travi gemono e sembrano o sofferenti o impazzite. Tutte le finestre sono occluse dalle opere. I libri sono perfino dentro la gabbia dei piccioni e tre elzeviri in 32° sono stivati nella scodella del gatto. Lo stabile in questione, pertanto, è da ritenersi in un degrado irreversibile e prossimo a un definitivo franamento. Valga a conferma di ciò, da parte del sottoscritto, la seguente notula finale: nel cortile intorno trovansi due alberi, fra i rami dei quali ho rinvenuto sei grossi pacchi di libri ancora da scartocciare; e sulla parte destra è pure disposta la scuderia. Ebbene, una testa di cavallo, con parte del collo, fuoriesce dalla porta; tutto il resto è ricoperto da grossi volumi di pergamena, che non lasciano neanche un buco aperto. Il cavallo, tuttora in vita è, secondo le informazioni della signora, ancora attaccato con i finimenti alla carrozza. È stato rapidamente ricoperto, fino a non potersi più smuovere, il giorno in cui, avendo acquistato la intera biblioteca del visconte di Baltimora, il notaio si trovò durante il trasloco sotto l’incubo di un imminente temporale. Scaricò lì dentro in fretta tutte le opere, non badando al cavallo. Quel cavallo, sostiene la signora Lamartine coniugata Boulard, stabilisce e sancisce il degrado della nostra famiglia, la follia bibliografica del suo povero marito.

Raccolte le prove e le voci, molte delle quali riassunte, qua mi dichiaro e sottoscrivo, oggi in Parigi, anno 1808, Napoleone imperatore, re de’ Francesi, ecc. ecc.

P.S. A ulteriore conferma, dichiara la signora con confessione giurata che il marito già nel corso dell’anno 1801 s’era fatto costruire da un maestro d’ascia un bastone di una tesa di lunghezza, con il quale si era abituato a misurare i singoli scaffali di volumi per acquistarli integri e neanche esaminati a lire cento ogni tesa cuba. È forse utile specificare a futura memoria che la tesa misura metri 1,949; talché il notaio, per le strade di Parigi, appariva ormai come un vescovo deambulante.

Ma siamo alla conclusione.

Il notaio è lì, ancora seduto nel suo studio, avvolto ormai dal buio quieto della sera, un nero profondo, e con il suo Bergamini accanto, a pagine aperte. Boulard guarda fuori dalla finestra, gettando lo sguardo verso un cielo pieno di piccole stelle lontane, farfalle impolverate e vaganti. Con una mano accarezza soprappensiero quel suo librone adorato che respira adagio e adagio si muove e adagio odora di rancido, di nuvole, di tetti, di polvere, di legno di scaffale quasi fosse un gatto.

Un gatto gattone.

Al buon notaio, mentre insegue i pensieri, i quali inseguono i sentimenti, viene da zufolare. Zufola inquieto e allegro, un poco sorpreso, al modo di un soldato che con zaino e fucile cammina in licenza verso casa, per un sentiero di campagna e, appunto, tale e quale, sotto un cielo tutto coperto di piccole stelle lontane. Zufola Boulard la canzoncina che dice: «Napoleone nelle sue battaglie / fa cadere gli alberi e le foglie / a furia di bombarde e di mitraglie». Oh Bergamini mio, aggiunge Boulard, a voce alta terminato lo zufolo, tu non sei il nostro amato re imperatore, sei solo un vescovo e parli di Concilj, solo di Concilj. Per te, Bergamini mio, zufolerei così: «Bergamini nei suoi varj capitoli / risuscita tanti vescovi e teologi / che stabiliscono in lemmi indiscutibili / l’obbligo che i libri siano accolti / in case notarili ed ospitali. / E quella di Boulard è preferibile / più della reggia dell’imperatore». Vedi, Bergamini mio, parla a voce alta il notaio, il tuo destino è segnato, la tua collocazione precisata dal destino. Anzi, sei tu stesso, Bergamini mio, che sancisci luogo e ora della tua degna sepoltura. Oh, piccolo Bergamini, oh grande Bergamini, distillatore di pagine di delizie, scrittore di frasi più brevi della coda del mio cavallo e più dolci dell’acqua di rose, è l’ora di muoverci pian piano, di tentare il destino.

Boulard si alza, chiude con un colpo deciso il volume, si avvicina alla finestra, si affaccia nel momento in cui dalla chiesa vicina la campana notturna segna le ore. Il battacchio arrocchito sembra sbattere contro un muro tanto il suono è secco, quasi rabbioso.

Ne conta dieci di picchi, e dieci sono. Parigi ha luci nelle case, ha voci nelle case, ha anche qualche grido nelle case ma le strade sono vuote, a parte una carrozza che transita veloce e gialla oro come nelle favole. Si sente il trotto allontanarsi fra i muri, come compresso in un ricordo che non lo lascia più perdere. È già dileguato nel buio. Via anche tu per la strada, Boulard, si incita il notaio.

E via va. Ma appena ha fatto cento passi ed è svoltato per via Agrippa d’Aubigné, vede al numero 18 bis che la bottega del libraio Caravan è ancora illuminata. Forse Caravan ha appena comperato un blocco di libri rari, forse Caravan li sta sistemando in scaffali, forse Caravan li sta già schedando, o forse Caravan sta già vendendo. Oh, è quasi sicuro che lì dentro alla bottega una ciurma di bibliofili, un plotone, un’armata, una legione, un drappello di cani del libro si sta azzannando per appropriarsi dell’osso più polputo, del libro più raro. Forse è già in bella mostra, aperto sul bancone, sotto gli occhi avidi di quei fiutatori di pagine, uno dei tre volumi del Cetti, La storia naturale di Sardegna, forse il volume del 1774 dedicato ai quadrupedi, una squisitezza editoriale, un autentico babà, una gioia da non lasciare perdere.

Boulard sta già correndo, è vicino alla bottega, è davanti alla bottega, è dentro alla bottega. Il buon Caravan, in una tenuta abbastanza libera dato il caldo e l’ora, lo guarda sorpreso. Boulard, che è corpulento come dicemmo, ansima, suda, è stralunato, ha appena il fiato di urlare: «È fatta, è deciso, il libro è mio» prima di cadere sul seggiolone quasi colpito da insulto apoplettico.

Caravan grida: «Signor notaio si sente male?» ma Boulard ha di nuovo gli occhi aperti, la bocca aperta, si raddrizza come Lazzaro redivivo. La passione per i libri l’ha miracolato. Ripete: «Lo voglio, lo prendo, l’acquisto. Quanto costa?».

«Quale libro, signor mio?» mormora Caravan, abituato all’invadente stranezza del suo cliente, ma anche rapidamente rassegnato a passare attraverso un mare di guai prima di vederlo di nuovo sfilare fuori dall’uscio. «Voglio il mio Cetti» esordisce Boulard. «Voglio il Cetti che lei ha appena acquistato».

«Da chi?» chiede Caravan, che ha deciso di stare calmo ed essere riflessivo, e di non sudare. «Da qualcuno l’avrete acquistato, se lo avete sopra al bancone» ribadisce Boulard.

«Non c’è nessun Cetti sul bancone, come potete guardar; non ho acquistato oggi alcun Cetti, né ieri, né l’altro ieri. Ma se devo dire la verità in questa sera d’agosto, sotto il cielo di Parigi, un Cetti ce l’ho pure, ben nascosto e tutelato, rilegato in piena pelle con titoli in oro ai dorsi e le tavole che sembrano appena uscite dall’impressore. Una meraviglia in terra, un’occhiata gettata nel giardino delle delizie… Un Cetti ce l’ho, è lì dietro la porta».

«E io ripeto di volerlo subito acquistare. Voglio quello e nient’altro, prima di tornare a casa. Voglio fare assidere il Cetti alla stessa mensa del mio Bergamini, farli banchettare insieme, il vescovo e il matematico, in una conversazione a contrasto sulla scienza e sulla morte».

«Non voglio venderlo» ribatte deciso Caravan.

«Invece voi me lo cederete subito, perché anche voi siete uomo di scienza e d’onore… E perché io vi rilascio una carta di credito per mille napoleoni d’oro, pagabili domattina sull’unghia».

«L’opera è vostra, ve la incarto» mormora Caravan che comincia a sudare freddo. La cifra offerta è più di quanto lui pensasse mai di potere guadagnare in almeno vent’anni di continuo lavoro. Caravan si vede già fumare il sigaro, in vesti da nobile, in qualche palco di teatro accanto alla sua renitente Odette. Renitente fino ad ora ma in avanti soggetta e ubbidiente; deliziosamente servile.

«Non serve carta, dice Boulard, «ho fretta. Me li metto in saccoccia».

Caravan non si meraviglia più. In saccoccia può trasferire in casa l’intera biblioteca dei Padri Serviti. Come fa? E chi lo sa! Eppure, pensa Caravan, Boulard è capace di farlo. Boulard può traslocare sulla schiena, in un colpo solo, l’intera biblioteca nazionale. Boulard è una nave, un carro con buoi, una diligenza a cavallo, un reggimento della Guardia, e che altro? Boulard è Boulard.

Il quale ha rilasciata la ricevuta di pagamento sul bancone ed è di nuovo sulla strada, in cammino verso casa. Il Bergamini sotto il braccio, come se camminasse in compagnia di un vescovo, e i tre tomi del Cetti in saccoccia; ogni tanto li palpa come a rassicurarsi che ancora ci sono, che non sono volati, che riposano quieti.

È davanti al portone di casa. La notte fonda di Parigi. Da lontano arrivano i suoni di una musica.

Intorno al portone, sgranocchiati come un rosario, crepe e crepette e incavi profondi contrassegnano l’intonaco, al modo del volto di un uomo vecchio molto tormentato dalla vita. Ma non gli serve alzare lo sguardo; ha la percezione immediata, vibratile, irritante, commovente, gelida che i due occhi di serpente e di fuoco di Amalia lo stiano osservando. Meglio, lo stiano aspettando.

Amalia, Amaliuccia bedda, lasciami questa ultima avventura, questa estrema illusione, concedimi questa estrema fornicazione dell’anima – vorrebbe urlare il notaio col viso rivolto all’alto, al modo di un ubriaco che confabula con la luna.

Amaliuccia cara, salgo sui tetti, entro in casa, depongo vicino al letto i quattro volumi, saliamo le rampe delle pile, entriamo nel letto e magari celebriamo dopo tanti anni la nostra gioia e la nostra liberazione con un sacrificio d’amore. Non era così anche per gli antichi, di fronte alle novità o alle grandi gioie della vita? Eh, Amaliuccia bedda? Amaliuccia bella o brutta sporge la testa da un pertugio sotto il tetto e gli grida sul cranio: «Provati a inoltrare in casa quei tre o quattro cosi che ti scorgo addosso e questa volta non minaccio ma sparo» intanto brandisce un pistolone che appena si intravede nel buio della notte.

Ma Boulard è ormai drogato dall’ansia, che lo solleva quasi da terra e gli mormora all’orecchio:

«Lascia perdere le voci, questa terra è tua, tuo lo spazio, tuoi i libri, tuo il convento. E gli scaffali sono pronti. Le crepe non sono altro che invenzioni, oppure fantasie del demonio. E lassù non è Amalia… Amalia dorme sicura e rassegnata sopra la pila dei libri. L’altra che si vede è Belzebù in veste di Amalia, che giuoca un suo torbido tiro per assatanare la tua vita e rendere tristi i tuoi giorni.

Se cedi questa volta, il tuo viaggio fra i libri è arrivato al porto. Non ci sarà più domani, ma neanche il tuo ieri resisterà al terremoto del tempo e degli inganni. Tu devi entrare».

Dunque entrerò, ribadisce il notaio quasi gridando e lanciandosi avanti. Suona i campanelli del palazzo accanto perché gli sia in qualche modo aperto il portone. E il portone gli è aperto mentre si illuminano, quasi contemporaneamente, le finestre e l’androne e qualcuno vestito, e qualcuno in camicia da notte, si affaccia sui pianerottoli a curiosare. Boulard non sale ma corre. Ansima come un bufalo eccitato a caricare. Sente il cuore che gli scoppia ma arriva alla fine. È sul tetto, attraversa il ponticello di legno che geme sotto il peso; è nella prima stanza del suo palazzo. Boulard si orienta benissimo al buio, conosce gli spazi, non si lascia ingannare dalle sporgenze; non ha il minimo impatto contro un dorso o una pila.

Arriva nella stanza da letto, sente precipitosi sfrigolii e movimenti di piedi; confida siano quelli di Amalia che tende ad avventarsi per incontrarlo. Depone il Bergamini ai piedi del letto; anzi, no, prima cava dalla saccoccia i tre tomi del Cetti poi lascia scivolare a terra il Bergamini. Lo depone adagio, quasi fosse il corpo sacrificato di un santo o di un compagno ferito in un combattimento. Gli fa una carezza sul piatto, gli mormora «domani ci vediamo» proprio mentre sopravviene Amalia che urla «ti ho sorpreso, vigliacco».

È la conclusione di tutto.

Dapprima un sussulto del palazzo, come se le pietre si mettessero a ballare; poi fu la volta dei libri, le cui pile cominciarono a dondolare ma senza precipitare, dato che le une si appoggiavano alle altre. Quindi l’aria cominciò ad arroventarsi, ad accendersi; i piccioni sui coppi si alzarono in volo, le pareti iniziarono un loro triste lamento che strisciava sull’intonaco screpolandolo mentre dal fondo delle scale un vortice di vento gelato andò a sbattere, risalendo e sibilando, contro il tetto. Infine accadde il botto, il rombo, il rimbombo o, per meglio dire, seguendo le intitolazioni delle gazzette dei giorni seguenti, l’apocalittica deflagrazione del palazzo del notaio Boulard, sito in Parigi in via ecc. ecc.

Lo scoppio di una polveriera, disse poi la gente. Lo scoppio di una polveriera di guerra, precisavano. Come se cento cannoni in contemporanea avessero sputato fuoco e fiamma; mentre in realtà il palazzo, sbriciolandosi, aveva rigettato fogli, libri, dorsi, rilegature, stampe contaminate dai calcinacci.

Volarono in cielo come i cavalli dell’Ariosto, questi libri robusti.

Altri andarono a smarrirsi sugli alberi delle foreste; o planarono dopo un lungo tragitto sull’acqua dei laghi e dei fiumi. Per una notte e un giorno il cielo della città di Parigi fu ricoperto di fogli aperti che sembravano ali troncate di angeli, e davano impressioni dolentissime o macabre oppure, a seconda dei casi, di sorpresa e letizia. Il cielo non si scorgeva più. Le strade sottostanti rigurgitavano di tomi sbriciolati, contorti, capovolti, imbrattati sbrecciati feriti disperati.

«È la fine della Francia» riuscì appena a mormorare a un amico Caravan, prima di chiudere la bottega e di partire per una vacanza al mare.

In quel massacro, che fece per un momento tremare per intero la città di Parigi, non ci furono morti in mezzo a così grande spavento.

Non Amalia, che ebbe l’intuizione lucida di fuggire nel palazzo accanto precipitandosi poi per le scale. Non il notaio Boulard, perché come scrisse il grande Diderot in una sua opera minore ma preziosa e deliziosa, è scritto lassù quel che capita quaggiù. E lassù fra le nuvole forse il Bergamini in carne e ossa aveva ottenuto che un così fedele amico, e tenace amico, salvasse ancora le ossa nel grande cimento della vita.

Perfino il cavallo, lì nel cortile. Ancora con la testa in fuori, tutto impolverato e coperto di calcinacci, sempre stretto fra le pile dei libri. Perfino un cavallo si salvò, dopo l’apocalittica deflagrazione. Segno che i libri, in ogni caso, rendono meno male delle mitraglie. E delle bombarde.

Questa è la storia. Anzi, la cronaca di una storia.

 

 

 

Venerdì, 25 Gennaio 2013 14:16

Caccia all’uomo

Testo ristampato da Edizioni Pendragon, 2011.

Venerdì, 25 Gennaio 2013 14:02

Caccia all’uomo

Roberto Roversi

Caccia all’uomo

romanzo

 

 

 

Indice

 

 

I.       Una battaglia                                                 p.        7

II.      Elenco delle prostitute di questa                             25

         parrocchia

III.    Consiglio di guerra                                                 47

IV.    Assalto al castello                                                   55

V.      Fatto d’armi                                                           69

VI.    Nell’autunno del 1809                                           80

VII.   La monaca di casa                                                109

VIII.  I poveri cristiani                                                   127

IX.    Morte del Boccone                                               139

 

 

 

 

 

 

Appena usciti da una guerra devastante, in questo libro l’autore intendeva ripercorrerne violenza orrore spietatezza infame.

Sfuggendo all’abbrivio, allora dominante, di un neorealismo che sembrava tutto fagocitare, annebbiando in un lucore un po’ polveroso il panorama delle cose appena patite.

Invece la gente, con speranza e vigore

– sia pure corrotti da vincoli e ritardi, però duri e implacabili come il legno castagno – iniziava a rialzarsi da terra.

La documentazione era stata attenta

e rigorosa. Su tutto, le memorie

(o il resoconto) del generale francese Manhès, indispensabili.

R.R.

 

 

 

I.

Una battaglia

 

 

 

 

 

Arrivano alle undici di sera; la banda intera del Boccone, più il ragazzo che s’è aggregato il giorno innanzi, rifiutandosi a ogni domanda. In tutto duecentoventi uomini. Il ragazzo cavalca al fianco del Boccone, con un’aria per nulla smarrita; un’ombra di riso sulle labbra chiuse e forza nelle mani raccolte a stringere le redini. Come il fuoco sprigiona calore.

Al Carmelo, un paese sul bordo della pianura, si fermano: per riposare i cavalli, mangiare, bere, stendere le ossa. Sloggiano i borghesi dalle case, entrano a dissipare le ore. Giunge il mattino che tutti dormono.

Ma il ragazzo è già sulla strada, i piedi nudi nell’erba, guarda verso la collina. Gli uccelli volano in un cielo chiaro.

Quando la banda si sveglia il silenzio cade, appare il sole; subito dopo il Boccone.

È sui quarant’anni, forte, non alto, con una faccia tutta a crepe e rughe che si spiana come un foglio nei momenti tranquilli. Il suo riso scoppia come un colpo di pistola; è duro, costui, perfido, vanaglorioso, ladro e traditore. Ama l’adulazione, detesta servire, gode d’essere servito; ambizioso, senza paura. Ma non c’è cristo che rubi nel dividere il bottino, e se promette mantiene. I tetti, Bosco grigio, la Vetta del Somarone, I Tre ponti sono luoghi che suonano ancora il bronzo del suo nome; aveva attaccato e vinto. I francesi, con le divise appiccate alla pelle, si scioglievano nella solitudine, i petti squarciati. Provassero ad assaltare Boccone!

Dal Carmelo la banda vuole raggiungere la macchia del Goldo, a mezz’ora di cavallo; là, riparata dal sole, in luogo amico, aspettare.

Il Boccone ordina di partire. Nitriscono i cavalli, un cane abbaia. Alcuni birbaccioni trincato l’ultimo goccio strisciano sulla bocca la ruvida mano. Tutti in sella, s’alza un polverone d’inferno. Addio, bella banda. I borghesi rientrano, imprecando, nelle case

«devastate, devastate»

lamentano le donne e sembrano furie dei boschi.

 

Ancora il Boccone davanti a tutti, su un baio di tre anni che passa leggero; accanto a lui, ritto, fragile, il ragazzo che guarda in silenzio senza paura il mondo. Ogni tanto il Boccone, morso da una ilare curiosità, gli grida: «Su, parla, figlio di somara». Il ragazzo muove appena il capo, fa una smorfia con la bella bocca rossa. I calzoni gli tirano sulle cosce.

«Dimmi chi sei, spia del governo» ride Boccone. Il paese è lontano, cominciano i primi strappi della salita. Alberi con le foglie quasi bianche si tendono al cielo, la campagna è immobile, non voci; il galoppo pare acqua che si disperda picchiando sulla terra.

«Ti taglio la gola» dice il Boccone al ragazzo, alza le redini: zac! fa un gesto con la mano.

«Abbiamo i francesi ai calcagni, combatteremo come non è mai capitato, occhio sull’occhio, fiato contro fiato, e questa spia che non dice, eccoci con questo silenzio… Non parla, cristo, non parla…», poi soggiunge: «Che coraggio, il ragazzo!».

Il giorno è già tutto vivo. «Laggiù polvere» grida una voce. Arrestano la cavalcata, tutti si voltano ficcando gli occhi nella pianura. «Sono i francesi… Al galoppo!» urla il Boccone. La mandria s’avventa, a due a due, per lo stretto sentiero.

 

Nel paese di Carmelo i borghesi dicono al tenente comandante la compagnia francese che il Boccone ha pernottato, con oltre duecento uomini, e all’alba s’è diretto alla collina; che la zona è piena di pericoli, facile alle imboscate; il Boccone, quel dannato, conosce il paese come la propria mano.

Gli uomini della sua banda non temono la morte.

«Questo è da vedere» dice con stizza il comandante, che è un giovane dai capelli rossi, non molto forte, due baffi lisciati con l’olio, il viso maculato e un nasino gentile (forse un poco ridicolo, a guardare bene: piuttosto da donna che da guerriero). «Badate ai vostri passi» dicono i borghesi ai soldati. I cavalli, stracchi, con il muso soffiano nell’erba.

Fa caldo. I soldati cercano l’ombra, si slacciano la giubba; due, seduti su un tronco, cavate le carte, giocano; altri appoggiati ai muri delle case, ritti nella striscia dell’ombra.

Il tenente è entrato nella casa di un notabile. Sbirciando dentro, i soldati pensano che un’aria simile, fresca e rasserenante, è bella godersela da borghese, nella propria terra. Maledicono il caldo, le mosche che si piantano attorno agli occhi dei cavalli o sulle strette ferite aperte dagli sproni. Inutilmente i cavalli scuotono con rabbia le code; come vecchie beghine intente alla preghiera, le mosche a testa china succhiano il sangue dolce.

Il tenente s’affaccia, chiama un sergente, dice: «Ci muoveremo al tramonto… So dove trovarli; domattina attacchiamo. Ora rompete i ranghi e date fieno ai cavalli… Servitevi dei buoni e requisite pane e vino. Andate!». Il sergente sull’attenti, mentre il sole gli striscia una mano nella schiena, pensa fra sé: “Ti vedrei volentieri impiccato, sporca puttana” e con un sorriso si volta, batte i tacchi, bestemmia, s’avvia. Il tenente rientra e riprende l’amabile conversazione col proprio ospite. Ma sopraggiunge la moglie, una bella donna che appassisce, e il discorso diventa grigio, autunnale: «I danni della guerra, quest’anno…».

«L’ultima volta che mio marito giunse a Napoli ebbe assicurazione che la guardia civica…».

«Ma non c’è Reggio che deve provvedere?».

 L’altra scuote la testa; è facile intendere che riempirà le ore con lamenti, descrivendo i malanni del tempo e il tragico incubo del brigantaggio a cui poche forze il governo riesce ad opporre: «Lontano dalle città la vita è un inferno» dice. «Anche ieri sera il Boccone…».

Il tenente dopo un momento di fastidita attenzione si limita ad assentire col capo e intanto gode la frescura che s’alza dalle pietre grosse e vecchie, dai muri un poco anneriti, coperti da un velo di muffa. I travi dipinti in rosso dividono il soffitto in comparti squadrati. C’è nell’aria il puzzo di cera bruciata.

«Anche ieri sera, ieri sera» lamenta la donna.

Il tenente centellina il vino fresco di pozzo.

 

Come uno stormo la luce dilegua, sopraggiungono nel cielo le stelle. Venere, Marte e alcune lontane che non hanno nome, piccole nell’immensità del cielo.

I soldati si radunano, dopo aver sellato i cavalli eccitati dal riposo e dall’odore di fieno che sale dalla pianura, portato dall’aria. Il sergente è a rapporto dal tenente, ritorna gridando: «In sella!». Tutte le donne (sono vecchie, sono tristi) appaiono alla finestra; gli uomini sulla strada.

Infine i soldati s’avviano, il tenente dopo l’alfiere; ai suoi fianchi un aspirante e un sergente; seguono il trombettiere e la fila dei soldati, i cavalli al piccolo trotto. L’aria è fresca, morbida l’erba, il cielo rosato invita alla speranza.

 

Attorno ai fuochi gli uomini del Boccone mangiano la carne arrostita. Il sugo trabocca a ogni morso e scende fra i peli delle barbe, sulle camicie sporche di sudore. Accosciati, in giro, sembra un banchetto dopo faticose sventure. Per ordine del capo non bevono vino ma acqua dagli otri gonfi come la pancia delle vitelle gravide.

Il Boccone, seduto su un tronco, fuma e intanto per pulire i pensieri guarda il fogliame che incrocia le dita, lassù, a nascondere il cielo; par d’essere in una caverna o in una chiesa. Pensa alla battaglia di domani; fuma, pensa, guardando le foglie. Il ragazzo, accosciato, è stanco. Per la prima volta nella sua vita è così stanco e felice. Sa che domani ci sarà una battaglia e si sente pieno di forza, morso dal desiderio di correre, di colpire, di ridere. Sa che gli uomini distesi su un fianco, in giro, sono bruciati da tante battaglie e lavorano di coltello e di fucile come una verginella con l’ago. Non avrà paura; vedranno domani. A briglie lente, nelle mani pistola e pugnale, il cavallo al galoppo e le ginocchia, solo le ginocchia come una morsa a reggerlo in sella. Altro che figlio di somara; è impastato di zucchero e fiele. Non pensa neppure un momento alla casa da cui è fuggito; la fame e la miseria non si rimpiange (e poi, quando è accaduto?). Si fugge la miseria per rincorrere la ricchezza. Luci e luci s’accendono nel suo cuore.

 

I soldati hanno superato la prima collina: ora discendono verso una conca erbosa, liscia come la schiena di una ragazza; larga forse un miglio, circondata da una parte da boschetti e da alberi radi, mentre l’altra parte è nuda, senza un cespuglio.

Tutto appare semplice, al comandante: la banda nascosta nel bosco apparirà all’improvviso. La battaglia divamperà nel primo sole, fra gli uomini e i soldati appostati; ma conoscendo l’abilità di quelli a combattere a cavallo, li costringerà astutamente a combattere a piedi oppure riceveranno una morte sicura.

Si dà l’ordine di scendere da cavallo, di radunare gli animali in un luogo appartato perché non siano innervositi dagli spari di una battaglia alla quale essi non prendono parte; i soldati intanto s’appostano a schiere affiancate, ciascuna con intervallo di cento metri, pronti a sostenere il primo urto; ribattuto il quale s’andrebbe all’assalto sostenuti dalle pattuglie avanzate sui due fianchi dello schieramento.

I sergenti allibiscono. Pur nel grigiore meraviglioso della notte il loro viso è bianco come il sasso di una tomba: bianco di ira, non di paura. Essi sentono, capiscono, addirittura sanno che quest’ordine porterà i soldati alla disfatta; e anche che quest’ordine non potrà essere modificato. Conoscono quella testa.

Scendere da cavallo? Sta bene, ma per riposare, all’erta, aspettando l’alba, poi di nuovo in sella, in sella, dio birbone. Ma a piedi, a piedi? Dove correranno in quella maledetta pianura? La banda del Boccone è famosa per i suoi cavalli e per la forza satanica delle cariche! Almeno che impazzissero, mai i briganti sarebbero indotti a combattere a piedi. Resisteranno al primo urto, e nella pausa lasciata dai soldati per ricaricare i fucili torneranno ad avventarsi e non ci sarà nulla da fare. Sette minuti durò la battaglia del Bosco grigio: apparvero all’impazzata, districandosi a cavallo dal bosco più fitto, lasciarono centotrenta francesi col viso al cielo, secchi sulla terra; quando i pochi superstiti riuscirono a riprendersi, quelli erano un polverone giocondo in fondo alla pianura. E l’assalto era stato preparato da settimane di astuzie e di assaggi. Centotrenta morti al Bosco grigio, contro il secondo battaglione di linea comandato da un ufficiale, Leancy, abile e duro. Fu un macello.

Perché mai il Boccone si sarebbe rannicchiato in questo luogo, se non fosse certo d’avere l’asso nel pugno? Opporre astuzia, questo era da farsi; sorprendendolo con una manovra che gli impedisse di portare gli uomini in terreno aperto per lanciarli all’assalto. Strisciare come serpi e vincere il leone. Le forze erano eguali; disarcionati, i soldati diventavano topi dalle zampe corte.

I sergenti parlano fra loro, agitano le mani, minacciano; alla fine uno s’avvia per parlare al comandante. Riuscirà a smuovere la sua ambiziosa insolenza?

Costui siede in terra e sorseggia acqua dalla borraccia. Ascolta senza interrompere le parole del sergente. Sa che è un veterano coraggioso, pieno di esperienze. Ascolta, nella sua voce, una preghiera angosciosa.

«Lasciateci i cavalli, signore; questa è una pianura; altrimenti saremo perduti».

Il comandante risponde affabilmente. Conosce i meriti del sergente e si compiace della sua sollecitudine. È d’accordo che il suo proposito, sulle prime, possa sembrare avventato; egli stesso, prima di accettarlo ha dovuto meditarlo a lungo (che cosa ha fatto ieri, nel villaggio, seduto con il bicchiere accanto, se non pensare a questo?), ma è un piano semplice e già provato, con successo, in battaglia, dal maggiore Platta ad esempio, nel rastrellamento dei ribelli in Spagna. Essi aspettano di vederci schierati a squadroni aperti, come sarebbe naturale; dalle due parti si caricherebbe, al centro avverrebbe lo scontro. Costringiamoli a combattere a piedi se vorranno vincerci; a cavallo non s’avventano contro soldati schierati a difesa, piantati nel terreno e che possono mirare col polso fermo a un uomo per volta. Alla prima carica perderanno la metà degli uomini; alla seconda, gonfi d’odio e disperati, saranno nostri. Pochi resteranno in vita. Essi giurano che combatteremo a cavallo; noi aspettiamoli appostati a difesa, con i fucili pronti.

Il sergente s’allontana a testa bassa, col cuore che fuma, e stringe i pugni. Una situazione disperata. Chi l’avrebbe pensato, al mattino? Appariva tutto così semplice! Il pericolo, per l’appunto, veniva accettato con tranquillità, come tante volte passate. E ora? Una caparbietà scellerata.

Questo comandante non s’era mostrato fino allora sciocco; era noioso, spesso puntiglioso, non malvagio e con barlumi di umanità. Ma in caserma, o al campo. Dopo la morte del vecchio ufficiale, questa era la prima azione di guerra che il reparto compiva agli ordini del nuovo comandante. L’altro era stato ucciso in battaglia, non lo rimpiangevano; era troppo audace, per smania di onore; tanto da trascinare i soldati ad avventure disperate. Tutti erano dunque uguali?

Rischiarava; gli uomini e gli animali sonnecchiavano.

 

Il Boccone s’alzò e con un cenno ordinò che anche gli altri si preparassero. Guardava attorno come stentasse a riconoscere i luoghi che invece gli erano familiari e che di solito lo custodivano dopo le più sfibranti avventure.

Ecco che divide le squadre, assegna a ciascuna un posto, istruisce rapido i capisquadra. Ordina che tutti controllino ancora fucili, pistole, le cariche di riserva. Occorre affrettarsi, e silenzio. Se il nemico con rapida furberia sale al crinale – può accadere anche questo – la battaglia sarebbe difficile e senz’altro più faticosa. Occorre affrettarsi, e silenzio. Ogni attacco – ne prevede tre – sia violentissimo, gli spari cadano come grandine. Se il nemico cede sia incalzato, se fugge inseguito; ognuno scelga di volta in volta il proprio uomo; chi uccide un soldato avrà il suo cavallo, il suo fucile; dopo la vittoria, onore e bottino a chi ucciderà più nemici; questa sera, attorno al fuoco.

S’alzano le gazze ancora assonnate, l’aria è bagnata venendo dalla marina.

Il ragazzo avanza con Boccone, respira il fresco della terra che si calma in vento odoroso; è inebriato dall’attesa di un’azione da cui aspetta i più grandi benefici. Innanzi tutto la stima del Boccone. A questa tiene e vuole ottenerla subito, questa sera. Vuole che tutti lo guardino come un uomo, un vero uomo uguale agli altri: uno di loro.

Avrà denaro questa sera. E se fosse lui ad uccidere più nemici? Cinque nemici? Dieci nemici? Che superbia! E la faccia stupita, timida, affettuosa degli altri. Questo è un ragazzo in gamba, diranno; un eroe, sicuro. Che fortuna per la banda, il suo arrivo. Il Boccone non l’avrebbe più deriso.

Fra poco potranno scorgere i soldati. A cavallo, a cavallo! Si muovono con precauzione; alcuni animali soffiano con le froge dilatate. Sentono odore di battaglia.

Il Boccone avanza seguito da alcuni, guarda, sembra un masso, non si muove. Osserva il nemico disteso nella radura, a plotoni affiancati, come si trovasse in piazza d’armi per gli esercizi del sabato. Davanti a tutti è il minuscolo palpito del trombettiere; luccica al sole la tromba d’oro.

Laggiù, sul lato destro, in mucchio i cavalli, come prescrive il regolamento militare: “Il comandante prima di ogni azione in campo scoperto, e che ritenga debbasi fare a piedi, darà ordine che i quadrupedi ecc…”.

I soldati sono all’erta, il fucile imbracciato, il colpo in canna.

Boccone ancora non può credere ai propri occhi; poi, in un lampo gli appare il pericolo di un’imboscata. Costoro fingono e ci incantano; intanto pattuglie agguerrite, addirittura una compagnia, silenziosamente ci girano attorno e ci pigliano alle spalle.

Anche il ragazzo si sforza di vedere la divisa dei soldati i quali sembrano statue senza le braccia, ridicole e tristi sotto il cielo.

Basta voltare la testa e il sole appare dondolando, striscia sulle spalle dei cavalieri.

Il Boccone fa un cenno; lo Smarrito (un giovane tutto nodi e muscoli, dallo sguardo lucido e aperto di faina) trotta via con tre compagni, scompare. Gli altri scendono dai cavalli.

Il Boccone dice: «Sarà un buon giorno per noi, cattivo per queste carogne di francesi», si segna e sputa in terra.

Il ragazzo lo guarda; sul ventre fasciato da una cintura di cuoio, una cintura lucida di grasso, spuntano i calci di due meravigliose pistole; e il manico vecchio di un pugnale.

Boccone s’allontana e raggiunge la banda. «Voi tre» e indica «appena attacchiamo filate ai cavalli, uccidete le sentinelle, catturateli. Se non è possibile, almeno fateli fuggire: li piglieremo poi… Occorre che queste carogne se, come ancora non credo, sono tanto pazze da combattere a piedi, non trovino scampo…».

Poi seguita: «Questo è il mio piano» libera il terreno da alcuni sassi, lo spiana con un piede e con un rametto traccia righe per terra. «Ecco la pianura; qua» e segna alcuni punti, «è il nemico su una sola fila, col sedere al mare, a noi di fronte; laggiù (fa una piccola croce) i cavalli. A questi penserà la prima squadra» fa un cenno con la testa; «gli altri, come ho già detto, si dispongono su tre file; una a destra, una a sinistra, la terza al centro. Qua starò io, questo gruppo deve essere il più forte: diciamo centoventi uomini; gli altri in due gruppi. Balzeremo come saette, gli altri dovranno soprattutto sparare; poi, caricate ancora le armi, si getteranno ai lati del nemico. Non uno deve fuggire… Quanti piccioni perderanno le penne!». Getta in alto il cappello, gli uomini lanciano un urlo; molti sono già rossi di impazienza.

Il ragazzo sente un peso che lo affatica, come un groppo di pane che non riesce a scendere ed è conficcato in fondo alla gola. Ha sete. Forse, per un momento, adesso che la battaglia sta per bruciare, ha paura. Resta vicino al Boccone quasi strusciandosi al suo fianco e quando lo Smarrito ritorna dicendo che non c’è un’anima in giro, per quanto abbia guardato, anche il ragazzo butta il berretto in aria con un urlo di gioia. Lo riprende il fresco animo; la paura è annegata.

Di nuovo a cavallo; le schiere che combatteranno ai lati s’allontanano, calano tra il verde dei faggi.

Avanzano sull’orlo del declivio; alti sui cavalli, guardano e si mostrano ai soldati.

 

I soldati fissano la fila dei banditi stesa contro il cielo, da un capo all’altro del monte; saranno trecento uomini. Un cannone li fermerebbe, ma il cannone non c’è.

«Oggi è battaglia di cavalieri» grida il sergente e corre verso il comandante.

«Aspettate» ordina costui, squadrando con l’occhio infiammato gli uomini, «dobbiamo aspettare che il secondo momento del piano s’avveri… Fra poco quelli (e fa un cenno) lasceranno i cavalli».

«Chi li fermerà?» incalza concitato il sergente. «Signore, ordini di correre ai cavalli, dia quest’ordine» è così agitato dall’ira per questa cocciutaggine perversa, che sente un nodo di pianto in gola.

«Vada al suo posto» dice il comandante, con una voce fredda che appena nasconde il furore. Il sergente riparte, col cuore a pezzi come l’avessero bastonato per tutta la notte, o come una lugubre notizia gli fosse cantata spietatamente all’orecchio. C’è qualcosa di inevitabile che riesce adesso a livellare ogni passione. Ha fatto pochi passi e si sente sgonfio, rassegnato, senza quasi più volontà; corra contro il nemico o lo uccidano subito sul prato, prima ancora che riesca a spianare la pistola, è la stessa cosa: uno sconfortevole destino. Non gli importa di nulla. Forse riuscirà anche questa volta a scamparla.

Invece è il comandante a non sentirsi più tanto sicuro, adesso. La sua speranza è poi giustificata? O non dovrà pentirsi fra qualche minuto? Non era più saggio, pur persistendo nel proposito di combattere a piedi, di radunare i cavalli in luogo vicino, per dar modo alla truppa (così pregava il sergente) di balzare in sella e di tentare la carica, oppure, disgraziatamente, la fuga?

Cosa aspetta quella fila nera? Così simile a uno straccio che si scuota sinistramente. Appare il Boccone con lo stato maggiore dei suoi ribaldi; si schierano in tre gruppi. Allora il comandante ha previsto bene. Ha rafforzato i lati dello schieramento con altri uomini, sistemandoli su un fronte un poco decentrato in modo che possano colpire con i fucili una ampia zona ai fianchi.

Per la gloria della Francia non resta che questi sciagurati scendano dal cavallo e si gettino all’assalto. Impossibile che pensino d’affrontare con una carica sia pure veloce e paurosa il fuoco incrociato d’oltre duecento fucili a sei colpi.

«Se vi riesce» ordina il comandante «ognuno scelga un uomo… Ma non sparate se non udite la tromba… Ognuno intanto cerchi di trovare il suo uomo».

I soldati, col ginocchio in terra hanno imbracciato il fucile. Sembra che aspettino l’ostia sul vassoio della domenica coperto di pizzi; la pianura è una grande chiesa da cui i fedeli sono fuggiti.

Tutto è immobile. Quante cose accadono in pochi istanti, e sembrano ore! Da cinque minuti appena so­no apparsi i nemici sul ciglio del colle e già i nervi fremono, sussultano; ad alcuni soldati il sudore bagna la fronte, scende nel collo; il ginocchio pesa contro l’erba che al contatto brucia; il braccio è intorpidito per la fatica di sostenere il fucile. Il cielo è sgombro. Per chi vive nella tranquilla città sarà questa una giornata serena.

«Se ci sbrighiamo» dice il Boccone allo Smarrito, che gli è accanto «prima di sera è fatto; poi torniamo al Carmelo a pagare il debito del sabato ai galantuomini».

«È cosa di un momento» risponde lo Smarrito «in poche ore è fatto. Ci resta il tempo per tutte e due le faccende… Sono quaglie fermate dall’occhio del cane, in mezzo all’erba. Credono che lasciamo i cavalli».

Urlando il Boccone si toglie il cappello e lo agita in aria. Il ragazzo pensa che sia il segnale per lanciarsi, ma nessuno ancora si muove. Quest’attesa è opprimente. È troppo giovane e non sa che la pazienza è compagna dell’astuzia, anzi è gemella. Guardi il Boccone! Figlio di un porcaio è ora un generale vendicatore; con più denaro nelle braghe di quanto ne abbiano mai avuto in tutta la vita suo padre e il padre di suo padre. Guardi com’è forte eppure come mortifica il ruggito del cuore, l’odio che gli morde il ventre, il desiderio d’uccidere in fretta, che si scioglie come saliva in bocca. Pare che s’avvii a incontrare un fratello; solo l’occhio ha rosso; nel resto la sua persona sprigiona oltre che forza una disperatissima pazienza. Solo così riesce a confortare, a persuadere i compagni, a farli mansueti al suo cenno, teneri, ubbidienti come cervi.

Questo è il momento. Il ragazzo fa appena in tempo a lanciare un’ultima occhiata che vede precipitare la squadra alla sinistra, con i cavalli che franano nella terra sgroppando simili a tori, per non cadere. Li accoglie una rabbiosa fucileria, che rimbalza nell’aria come la grandine sui tetti. Si gettano anche i cavalieri di destra.

«Uomini pronti» urla il Boccone alzando le redini. Resta così per un secolo e sembra un monumento di bronzo a qualche oscuro eroe, sulla piazza di un paese. Infine schizza. Gli volano appresso i compagni urlanti.

Innanzi corre il ragazzo, senza briglie, a capo scoperto. Sibilano le palle da ogni parte.

«Quello è il Boccone» stride il comandante, spiana la pistola, spara.

E ancora: «Il nemico corre ai cavalli; tenti un assalto, sergente, faccia avvicinare le bestie».

«Al tuo culo» ghigna fra i denti il sergente.

Presi dalla battaglia e ancora allineati, i soldati appena intendono quei dialoghi. Poi cominciano a cadere i primi feriti, i primi morti. Il nemico cerca di chiudere i soldati in un cerchio da cui non potranno sfuggire.

I soldati cominciano a capire che il momento è drammatico e si battono con vigore. Sempre il povero soldato polveroso combatte con onore.

Anche il sergente, alla testa del proprio reparto, in piedi, calmo, spara con la pistola mirando con braccio fermo.

Così il primo assalto è respinto; i banditi s’allontanano risalendo il declivio. Non hanno avuto feriti. Dei soldati cinque sono morti, tre feriti; uno tutto insanguinato geme scuotendo la testa. Morirà dissanguato.

Uno è stato ucciso dal ragazzo che, ancora inebriato, si trattiene a stento da voltare il cavallo e ributtarsi alla carica.

Giunto in alto chiede al Boccone: «Si va?».

«Non hai paura, tu, marmotta» dice il Boccone con un sorriso. È a capo scoperto, sudato, arruffato, gli stivali e i calzoni sporchi di polvere, una manica strappata.

«Siete ferito?» gli domanda lo Smarrito.

«Ferita così sia tua madre». Subito urla: «Alla ricarica» e vola al piano. Il ragazzo è fra i primi, spara a colpi alternati, prima con la pistola destra, poi con la sinistra. I soldati, questa volta, cadono in fretta; alcuni spiccano brevi voli, prima di restare stecchiti o di rotolare urlando di dolore. Ecco, quello che adesso carica il fucile e poi prende la mira, tac!, caduto, morto. È il terzo. Il ragazzo corre col suo cavallo, strisciando velocissimo sul fronte della battaglia. Neppure ode le fucilate. Nel silenzio c’è soltanto lui, ragazzo, che spara e uccide; gli altri sono fermi perché lui possa sparare ed uccidere. Quattro, cinque morti. Anche il secondo assalto è finito, ritornano all’alto. In cima scorge il Boccone che beve avidamente, anche gli altri bevono adesso il vino che accende il fuoco nel ventre e fa di gesso il cuore. Dopo uccidi anche tuo padre, senza lacrime.

«Bravo ragazzo» dice il Boccone, fa un cenno con la mano che è proprio un saluto. Il ragazzo si ringalluzzisce e s’ascolta crescere. Guarda gli altri come li conoscesse da sempre, la stanchezza, l’eccitazione lo inteneriscono.

«Sono duri come cotiche all’ombra» bestemmia lo Smarrito asciugandosi il sudore con un fazzoletto rosso.

Abbasso suonano la tromba. Il ragazzo ascolta quel grido e intanto pensa che ha ucciso cinque soldati. Chi ha ucciso cinque soldati come lui? Domanda: «Cosa suona la tromba?».

«Aspettano altra tempesta» dice una voce.

«E tempesta avranno» geme il Boccone, con un grido stridulo precipitando verso la pianura.

Mentre s’avvicinano, a tutti sembra che i soldati siano molto radi: cespi di rose scremati. Dove sono gli altri? Morti, feriti, fuggiti? Si combatte con più asprezza, più furore, più disperazione. I soldati tentano d’impedire sia che le due schiere ai lati compiano l’accerchiamento, sia che raggiungano i cavalli: una cinquantina di ottimi puledri sono ancora ammassati al margine della pianura.

«Finiamoli subito» grida durante un passaggio il Boccone. «Non ci sarà altra carica».

«All’armi, all’armi» gridano chissà perché i soldati correndo e sparando; la tromba suona un canto angosciato.

«Coi pugnali» urla lo Smarrito mentre s’avventa alla barriera che riparava il nemico all’inizio; la foga della lotta illividisce i visi, che appaiono bianchi.

I banditi incombono alla barriera ma sono ricacciati; ritentano. «Fra poco passeranno» grida il sergente, intanto spara verso un’ombra a cavallo.

«Il tenente è morto, è morto» la voce del soldato, mostruosamente ingrandita, pare piuttosto una canzone, una canzone abbastanza nota:

 

È morto il tenente

il tenente è morto.

 

«Ai cavalli, ai cavalli» incita il sergente «baionetta, baionetta!».

Come una iena s’avventa prima che il cerchio di fuoco si chiuda. Morti ovunque.

Il tenente ha la fronte spaccata; il trombettiere giace con la faccia nell’erba, la tromba sulla schiena; anche altri sono morti. Morto è anche l’alfiere.

I feriti gemono, cotti dal sole. Chiamano, alcuni stesi non riescono a muoversi; altri, ma pochi, seduti, si coprono il viso con le mani. Sopra questi s’avventano i banditi e li uccidono col pugnale. Laggiù, fra la polvere, gli ultimi superstiti balzano a cavallo e fra gli spari, nel sole, dileguano.

I banditi ritornano, cavalcano adagio, radunandosi; guardano attorno, ascoltano il silenzio subito sceso dopo il frastuono della battaglia. In questo luogo ameno solo i morti sono neri nell’erba gialla. Sono morti i soldati francesi. Tutti; o quasi. I banditi guardano e si contano. Nessuno manca. Oppure: manca il ragazzo; lo chiamano, lo cercano. Lo scoprono morto, col cavallo, fra i soldati. Una baionetta nel ventre; gli occhi grigi sbarrati. Spaventato guarda la sua bella gloria che s’allontana. E i suoi anni, nel nulla.

Boccone non parla; lo Smarrito dice: «Sapessimo almeno come si chiama!».

«Seppellitelo» ordina il Boccone; intanto gli altri scendono da cavallo, frugano addosso ai morti. Al giovane soldato tolgono la tromba dalla schiena. Uno tenta di suonarla, gli altri ridono. Poi risalgono a cavallo e partono. Dimenticano anche di seppellire il ragazzo, che ora dorme vicino al suo cavallo ucciso.

 

II.

Elenco delle prostitute di questa parrocchia

 

 

 

 

 

È un giorno d’estate meravigliosamente tranquillo; non si muove foglia; né l’erba scuote il collo sulla pianura. Eppure fra terra e cielo passa un vento di mare che dà refrigerio alle coscienze annebbiate.

Un giorno d’estate a Laredo.

Non è un grande paese. La pianura, appena sfiorata all’orizzonte dall’ombra dei monti e, dalla parte opposta, dal riverbero del mare, si gonfia nel mezzo del suo ventre in una collinetta che sembra un fiore ancora chiuso ma zeppo di umore e prossimo a sbocciare. Dietro questa collina è Laredo. Un sentiero lo divide, scendendo e sperdendosi fra l’erba, laggiù, dopo le ultime case. Per chi parte o per chi arriva non c’è altra strada che quella: passare fra le baracche del paese e salire (o scendere) dalla collina, nella solennità di un paesaggio senza voci.

Non è un grande paese. Anzi, le case di qua e di là dal sentiero – un viottolo in cui i cavalli al trotto affondano quasi tutto lo zoccolo – sono di legno, ma non baracche rabberciate in fretta, con i chiodi arrugginiti e mal conficcati; sono casette di legno con porte e finestre, costruite con pazienza e allineate sui lati della strada simmetricamente una di fronte all’altra e una stretta all’altra, a farsi coraggio nelle sere d’inverno.

Questo è un giorno d’estate, tranquillo.

Gli uomini lavorano dall’alba alla costruzione della grande strada che toccherà anche Reggio (su questa le diligenze correranno come su un panno); uomini cotti dal sole che sudano, bevono, zappano e alla sera tornano al paese scossi da una furia che la fatica, anziché stroncare, ha reso più eccitata.

Pochi pensano alla moglie, ai figli; molti alle donne e all’osteria. Succedono risse, cadono i morti, dopo scende il silenzio: la vita si scarica in fretta come l’acqua da una rapida; resta la stanchezza a gonfiare i muscoli della schiena.

Troppi morti in questo paese cresciuto, un anno fa, all’inizio dei lavori per la strada imperiale che toccherà col suo fiato di rugiada Reggio; ma la fatica è grande e gli uomini, specialmente i più vecchi, imbestialiscono.

Tempo addietro con ordine della guardia civica fu chiusa l’osteria; servì a poco, poiché bevevano seduti all’ombra della strada o sdraiati sull’erba; molti riempivano le borracce sicché durante il lavoro cascavano a terra stroncati dall’ebbrezza. Ora l’osteria è riaperta.

Più spesso accadono liti per le donne. Queste, volate come rondini al profumo del denaro, sono floride conturbatrici che scuotono i sensi. Le labbra cariche di sangue friggono l’aria quando passano. I poveri ragazzi disputano la donna a colpi di coltello.

È venuto anche un prete, dopo l’inverno; hanno costruito per lui una chiesetta di legno fra le altre case ma tranne le vecchie mogli rassegnate, pochi pregano Dio.

Il lavoro è duro. Quando le stelle spuntano dal mare gli uomini ritornano; sporchi ancora di sudore, rauchi, corrono alle donne che aspettano.

Una di queste è Marta.

«Ha l’arte, quella!» dicono. Tutti vogliono Marta, pagano per questo.

Vedeste una dama scendere dalla carrozza, col piedino scoperto, in bianco raso? Quella grazia? Oh dio, così è Marta.

Marta ha il riso fresco e invoglia a berlo. La sua saliva è miele.

È tutta tenerezza; morde, bacia, geme come un gatto e intanto guarda il soffitto; è cattiva, avida, senza cuore. Conta il denaro e non ringrazia. Marta è tenera, giovane, amorevole, sincera.

I capelli duri e spietati non si piegano alle carezze ma bruciano nella mano e spingono all’amore. Il viso è ovale, gli occhi color d’acqua marina; i denti forti, scuri.

Il resto è pitturato da Dio in un momento di pace con gli uomini.

Nuda, neppure un neo in quel mare di latte.

Così ciascuno annega la tristezza.

 

Marta non sa leggere; né leggono le sue compagne, le sue amiche-nemiche. Ma altri hanno letto per lei. Ora, davanti alla porta della chiesa, guarda un cartello bianco che dice:

 

Elenco delle prostitute di questa Parrocchia

Marta De Marinis

Libera Castri

Maria De Maria

Maria Confi

Algida De Spezio

(seguono altri nove nomi)

 

Sappiano queste donne che noi, parroco rev.mo don Albino La Vista, conoscendo il loro triste commercio, diffidiamo gli uomini e i giovani dal continuare a frequentarle e invochiamo gli onesti rigori della legge affinché sia presto cancellato tanto scandalo dalla nostra comunità. Cessino così i morti e le risse, i ferimenti e le azioni comunque inique al cui pensiero piangiamo.

Vada il male lontano da Laredo, si ricostituisca l’operosità della domestica pace.

Partano da Laredo le infami meretrici.

Amen.

                               Il Parroco

                               don Albino La Vista

 

Il sole le picchia sui piedi impolverati. Non riesce a stare ferma. Guarda il cartello sporco di segni e una furia la prende, come il vomito; la stringe, la soffoca. Odia quel prete magro, miope, senza sugo, che parla con una voce da pecora.

In gola ha voglia d’urlare, di sbattere bestemmie contro la porta, di picchiare la faccia del prete – dov’è, dov’è? – di stracciare il cartello. Non ha paura, perché è certa che gli uomini non la lasceranno partire; chi sostituirebbero al suo posto, nel loro cuore? Eppure un oscuro timore l’angustia, un’ombra che non riesce a identificare. Ecco: se il prete si mostrerà più forte degli uomini? E nel suo sdegno sarà più bollente di loro?

Marta ha parecchio denaro da parte, ma è ancor poco di fronte al mucchio odoroso che potrebbe sfogliare fra sei mesi, o addirittura fra un anno, quando i lavori della strada sarebbero tanto lontani da Laredo da rendere inevitabile un trasferimento, per seguire la fame degli uomini. Allora potrebbe veramente pensare e decidere; se andare in città a fare la vita; se continuare a seguire la strada e il suo mare d’oro, almeno fino a che gli uomini travedevano per il latte delle sue cosce.

Ma si capisce che questi propositi sono vaghissimi nella testa di Marta; in passato ha riflettuto qualche volta al futuro, ma in fretta, rimandando a giorni più lontani una decisione che non appariva inevitabile. Scegliere l’angustiava, si acconciava piuttosto all’abitudine. Forse perché era pigra, anche se di sangue ardente.

La vita correva così liscia. Vero è che gli uomini qualche volta litigavano poiché non riusciva ad accontentare tutti: allora si azzannavano; ma altre volte erano così sfiniti dalla stanchezza che s’addormentavano fra le sue braccia, sopra di lei. Eppure non rinunciavano a vederla. Altri cascavano vinti dal vino; bevevano per tristezza, come per tristezza, per paura della solitudine e della vita, cercavano lei.

Alle volte le sedevano vicino e per i dieci minuti le lisciavano i capelli, il seno, con una mano inerte, come toccassero il collo di un cavallo assonnato. Oppure la guardavano in faccia, sprofondando; scompariva il fuoco dai loro occhi e pareva scendessero in una scura acqua piena di insidie. Marta li portava di fronte a se stessi: era uno specchio che rifletteva il loro viso disfatto, invecchiato o disperato; attraverso quel viso potevano affondare la mano fino all’anima. I poveri analfabeti, dalle dita più callose del legno, s’impaurivano e tacevano. Un giorno, uno la pregò di cantare.

Ma spesso le chiedevano favori violenti. Questo accadeva nei giorni caldi, quando il sole pareva una palla infuocata e le ore non passavano mai. Chini nei solchi e sotto il peso dei massi, lasciavano correre la fantasia e vincevano la fatica immaginando i piaceri con cui avrebbero guadagnata la pace, verso sera, dopo quell’inferno.

Marta cercava di rifiutarsi; ma se lo sguardo dell’uomo era troppo fisso – un occhio da morto, feroce – per discutere o soltanto per parlare, allora il denaro era ben guadagnato.

 

Questo è il passato. Se il prete insiste – pare che nella sua offensiva sia sceso in campo aperto e combatta all’arma bianca – ci sarà da penare per mantenere i privilegi (faticosi e faticati, a dire il vero) conquistati nei mesi scorsi.

Marta sputa per terra e decide di riflettere con calma. Sotto il sole torna verso casa. Prima di sera molte ore dovranno cadere dal cielo, insipido come l’occhio di un cavallo cieco.

Stesa sul letto, chiuso l’uscio con rabbia, guarda i piedi grigi di polvere. Sarà difficile trovare la pace.

Il furore che la scuote non è acceso dall’angustia; Marta sa d’essere ancora la più forte e di poter giuocare con coraggio per più partite ancora; ma l’offende l’attacco volgare e non previsto; la freddezza di un insulto gridato in piena strada e ripetuto da una eco che sembra un marchio inciso a fuoco sulla fronte. Gli uomini di Laredo che l’avevano avuta in tutti i modi, bagnandosi nella sua fontana d’amore, la rispettavano almeno in pubblico, per la strada, o quando appariva sull’uscio della casa con l’occhio lucente che avrebbe fatto precipitare un angelo.

Mai era stata mortificata, nemmeno da una moglie adirata (forse per paura del malocchio); solo il prete – così un accidente lo bruci – aveva cavato di tasca quel foglio e inchiodato sull’uscio la sua vergogna.

 

 

Mentre il tempo passava e il cervello farneticava sconclusionato e irascibile, Marta sentiva che alla rabbia dell’insulto si mescolava una vaga paura che l’ira del prete suscitasse un ordine preciso della guardia civica: oppure che un tumulto degli uomini chiamasse in paese i soldati. Questo sarebbe stato pericoloso. Tutti sapevano che il governo chiudeva gli occhi, come accecato da troppa luce, alla particolare condizione di Laredo: una babilonia, un baratro d’ignominia; ma al governo premeva troppo che i lavori della strada continuassero a volo, strappando alla terra grida di dolore, e che gli uomini non trovassero il tempo per confessarsi e per riconoscersi schiavi. Lavorassero, bevessero, fottessero; e ancora lavoro, vino, e quelle donne benedette, vera manna del cielo sulle labbra, a far dimenticare gli affanni.

Con il suo intuito da cagna Marta capiva che non avrebbero tollerato, proprio per queste ragioni, ribellioni, sommosse che intralciassero la rapidità dei lavori; che il nastro di seta strisciante per la pianura fosse tagliato.

Gli uomini non l’avrebbero lasciata sola; ma anche il prete, dopo la pubblica sfuriata, poteva calmarsi, sfinito dal fuoco dell’estate che scioglie la volontà più ostinata e vinto dalla certezza che l’uomo non può cambiare e che la terra gira sempre uguale. Questo occorre fare, almeno per qualche giorno: aspettare nell’indifferenza; costringere l’ira a ridiscendere nel ventre; volgere tutto in sorriso, come faccenda di poca importanza. Scherzare con gli uomini e intanto pensare, pensare.

Bussarono alla porta; con uno scontroso rispetto entrarono Algida e Maria Cagli (la chiamavano la baronessa, perché si rifiutava a certe richieste: gli uomini, potendo, la schivavano. Piaceva ai vecchi, per la nervosa indolenza dei suoi atti).

«Il prete ci denuda le piaghe» cominciò Algida: una faccia pallida da suora, in essa raccoglieva forse il desiderio di preghiere non dette e di penitenze mai fatte (solo vagheggiate) per la pulizia dell’anima. Pareva sempre nell’atto di gettarsi a terra, per domandare perdono a un cielo adirato. Usava un linguaggio pieno di allusioni e di immagini che metteva paura o, comunque, dava un brivido di noia, di freddo.

«Povera biscia, striscia e taci» disse Marta balzando a sedere sul letto, «tu piangi di paura. Ma a me non mi spezzeranno vicino alla siepe. Io avveleno prima che mi sorprendano… Bella paura che ho del prete… Ah, ah!» parlava adagio, adesso; le sembrava d’essere ancora là, piantata con i piedi nella polvere, davanti a quel cartello.

Continuava: «Tu non lasci affondare i denti nel melone fresco di pozzo; offri il corpo pieno di ferite… Chi ti vuole? Tu hai paura, tu hai paura».

«Parli come una malcreata» Maria s’avvicinò all’amica come per proteggerla e nello stesso tempo per dichiarare da quale parte si schierasse, a difesa. «Hai la superbia e la fortuna, frusti a destra e a sinistra e non sai chi colpisci… Non sei diversa da noi, come noi apri le gambe… Al primo autunno anche la tua foglia cade…».

«Noi andiamo via» ansimò Algida «da questa casa, poi dal paese… Torniamo a Reggio, col pane guadagnato; noi ripartiamo».

«Parti, dunque» rise con una smorfia Marta.

«La superbia t’azzanna… Tu non stendi la mano» disse ancora Maria. Le due donne erano già partite.

«Tendere la mano?… Io piglio dalle tasche quel che il mio cuore vuole… quel che il mio cuore vuole» ripeteva come una nenia Marta, stesa di nuovo sul letto, con le belle gambe nude.

 

Gli uomini dissero: «Tu servi al nostro amore… Il prete è come il castrato che annusa piangendo la femmina. Per nostalgia la odia e la colpisce… Se cedi e lo adeschi, ballando sotto la luna butta la tonaca al vento… Prova, anima bella, a scivolargli nel letto… Un prete conosce la gallina dalle penne. Provaci anima dolce e mostraci quanto sai valere».

Corsero scommesse, vino fu bevuto fra risa grasse, sputi per terra. Per molte miglia intorno i minuscoli animali della notte dal tiepido pelo, e gli uccelli, con gli occhi che luccicavano, ascoltarono stupiti quel frastuono di uomini che sembravano felici.

Marta decise fra sé che avrebbe tentato la prova il giorno seguente, quando il paese era deserto e i pochi abitanti restavano nelle case. Girando attorno all’orto avrebbe seguito un piccolo sentiero fino a giungere al retro della chiesa; l’uscio della sagrestia s’apriva lì.

Il desiderio d’evitare la strada principale, il viottolo che tagliava il paese, nasceva non da un senso di colpa o di vergognoso riserbo, ma dall’incertezza circa il risultato di questo tentativo. Il prete, quasi sicuramente, l’avrebbe cacciata spaventato e turbato; in questo caso essa avrebbe subito coperto l’insuccesso con il telo dell’indifferenza, dissimulando.

Nessuno avendola scorta mentre si avviava alla chiesa, Marta avrebbe potuto sostenere che aveva rimandato la prova o che, addirittura, ci rinunciava, preferendo misurare le sue forze in altro modo e non con la carne di un canonico.

Arrivò rapidamente, bussò e da don Albino che viveva solo fu subito aperto. Come la vide i suoi occhi d’ammalato (almeno così parevano) s’accesero di un fuocherello rosso rosso; con la mano le fece cenno d’entrare. Poi chiuse la porta.

Noi possiamo giurare soltanto nella parola di Marta; la quale, uscita dopo alcune ore, scivolò rapida verso casa, il bel volto acceso da una crucciata meraviglia.

Disse che l’aveva presa, giuocando su un letto grande come un prato; che era provato all’amore come un marchese, rotto a ogni fatica. Il suo corpo magro puzzava.

Dopo, le aveva versato il vino e offerto frutti e pane; sempre picchiandola con uno sguardo implacabile. Infine, a un timido accenno, rispose che avrebbe rimeditata la faccenda in senso più benevolo per la pecorella. Non prometteva nulla, ma intanto avrebbe pensato.

«M’hai dato piacere e sorpresa» disse sull’uscio. Marta non riuscì a intendere se queste parole significavano che l’aspettava ancora, o se erano un commiato definitivo.

Quando gli uomini tornarono, si raccolsero davanti alla casa di Marta, curiosi e eccitati. Ma essa rispose che durante il giorno aveva sofferto, che ancora le doleva la testa, che tutto era rimandato. Quella sera, avessero pazienza, ma accontentava soltanto cinque di essi; degli altri rimetteva la cresima al giorno seguente.

Qualche fischio, mentre sciamavano per la via già fresca, verso le casette di legno che questi uomini detestavano. Altri fratelli, nei paesi vicini, abitavano caverne o capanne marcite: i figli erano mangiati dalle mosche. Altrove c’era miseria e morte, la malaria, lo scorbuto, la fame. Qua una specie di paradiso, al confronto, e nessuno lo godeva; avidi soltanto di quell’acqua che la donna versava alla sete dei lazzari.

 

Il giorno seguente, nel meriggio pieno, un tocco all’uscio e apparve don Albino, con la più lieta cera. Fu accolto e soddisfatto.

Il giorno seguente, ancora. Quando gli abiti furono rassettati e Cupido schifato riaprì gli occhi, il prete disse: «Domani verrai da me; dopo il ballo ti dirò il mio pensiero».

 

Quel disgraziato! Solo lui poteva riuscire, con la povera Marta. Un farabutto. Già, hanno la pelle zigrinata, quelli. Non c’è nessuno che la possa aiutare; deve partire. Gli uomini hanno le braccia incatenate; una squadra della civica è arrivata con schioppi, grinte dure, ex briganti che non danno requie. Laredo sospira vedendo che Marta deve partire.

Marta ha il cuore in fiamma e tanta ira in corpo che non può neppure urlare, soltanto la sfoga in un tremito che dura da alcune ore; da quando ha saputo d’essere vinta in astuzia: colta con malizia e poi, superbamente, gettata.

Il prete disse che non poteva nulla: l’ordine venendo da Reggio. Il vescovo era adirato per la fama perversa che saliva dal paese come un fumo; e lui non voleva gettare la stima di un superiore e la camera (ambiva a un seggio nella cattedrale, in città) per la lacrima di una donna. Le avrebbe consegnato un biglietto per un amico; l’avrebbe accompagnata con una assoluzione da tutti i peccati passati.

Ma i suoi occhi, quello sguardo! Il tremito delle labbra che ricacciavano il riso! Tutto diceva sfrontatamente: te l’ho fatta, anima bella, ho vinto. Sei una pecora segnata. Vai, vai!

Anche questo diventa storia passata. Lacrime, umori, ira, il fuoco che prende al cuore: tutto appartiene al passato. Giorni e giorni. Marta è partita, gli uomini patiscono la fatica, alzano la testa, guardano la pianura, laggiù è Laredo vuota d’amore.

Zappano, colpiscono, scalpellano, sudano, bevono… Marta è partita.

 

Nel suo cammino adirato, Marta ha incontrato lo Smarrito; l’uomo tutto a nodi, magro, della banda del Boccone.

Costui cavalcava nella pianura, lontano da ogni ombra di città, lontano da Laredo, immerso nell’estate, cantando a gran voce. Mordicchia un filo d’erba e intanto il cavallo galoppa sull’erba, affonda il collo nell’aria.

Lo Smarrito ha trent’anni. Cavalca in un mattino d’estate sulla pianura; e incontra Marta.

L’amorosa donna, forsennata per le ingiurie patite, andava tutta sola per quella distesa? E poi: usava il cavallo oppure camminava con i piedi scalzi, non temendo la notte? O quando lo Smarrito la vide, col suo occhio di zolfo, Marta andava con altri, in mucchio, pellegrini verso la città lontana?

Non sappiamo. Vero è che adesso Marta, in sella, stretta allo Smarrito, si lascia portare dal furibondo cavallo, il quale dà l’anima in cielo e fuoco dalle nari, per quanta pace, invece, beveva prima, quando solo, col padrone, andava sulla pianura.

«Il tuo cavallo ha le ali» dice Marta, spaventata ridente.

«Altre ali proverai, bellezza» ammicca lo Smarrito e se la stringe addosso, facilmente simulando il pericolo di una caduta, o soltanto la fatica di quel galoppo a briglia sciolta. Quella carne contro il suo corpo è calda come sabbia, fa scalpitare il sangue, mette tutto in subbuglio.

È facile seguire lo Smarrito che, oh… op! trattiene il cavallo, lo ferma, scende stringendo quel fiore fra le braccia, lascia il baio libero d’affondare il muso nell’erba e intanto si rovescia con Marta per terra.

Poi cavalcano ancora, s’arrestano per la notte in un boschetto e il giorno che segue arrivano al quartiere, dove il Boccone è appostato.

Fischi, urla, voci grosse di briganti che aprono le braccia, mimando un invito, al passaggio della donna. Ma non è detto un amen e Marta è già del Boccone, e costui la gode.

La vita non è cattiva e regala qualche soddisfazione. Intanto questa; che il Boccone, afferrato come un sorcio dal lardo, travede per Marta e licenzia le altre donne, o le regala. In breve Marta diventa regina. Ha le chiavi di quel cuore (se c’è un cuore in quel buio); con una lacrima o un sorriso – fatica di un giorno! – Marta arricchisce. Ha bracciali, vesti che frusciano e tutta la stringono: i seni all’aria, freschi e bianchi; i poveri briganti si leccano le labbra quando la vedono passare. Il Boccone la gode e paga la sua schiavitù. Quando parte, e resta assente giorni e giorni, Marta s’annoia. Non ha amiche, dei briganti solo i vecchi o i feriti restano in paese, neppure un corvo vola. Ma quando il Boccone ritorna è sempre più ardente, più ricco.

«Per te ho fatto questo e questo ancora» e racconta le vicende «per te ho preso questo e questo ancora»; col sorriso imbarazzato di un ragazzo cava dalle tasche bracciali, collane, anelli, spille.

Marta se ne adorna, seduta per ore davanti allo specchio e intanto acconcia i capelli nelle fogge più varie.

 

Accade che il Boccone, alcuni mesi dopo queste vicende, cattura un corriere del re. Subito ucciso, gli trovano addosso una borsetta con documenti segreti. Fra essi un biglietto ben sigillato, piuttosto oscuro da decifrare, inviato all’intendente di una cittadina vicina. Finalmente riescono a capire che col nome di “Coscia” è indicata una località non molto lontana, nella quale sarebbe celato un tesoro, un deposito clandestino – meglio dire: segreto – del governo, il quale ordina che sia cavato e con scorta adeguata spedito a Salerno. Propositi di guerra imminente costringono al sacrificio.

L’immaginazione dei briganti corre; e nei loro sogni, fra un mare di vino, appare la montagna dell’oro, gialla, soffice, nella quale si gettano come sulla terra fresca. Per il Boccone è il momento della lucida risoluzione. Raggruppati attorno alla sua casa, gli altri aspettano; intanto hanno riordinato le armi, messo le polveri nel sacchetto, sellati i cavalli. Passano le ore, accendono i fuochi e alzano ombre sui muri. Appare il Boccone: «Penso questo; andremo prima dell’alba, circa due ore. Al galoppo giungiamo che è appena il mattino; la scorta è poca, direi, e la spazziamo; se c’è resistenza, impegniamo battaglia. È chiaro che neppure uno ci deve sfuggire, a portar la notizia».

I briganti approvano e il pensiero del massacro li eccita. «Dopo» continua il Boccone «lavoriamo fino al tramonto e potremo, credo, insaccare e partire… Se no, restiamo fino a che non arriveremo all’inferno a furia di scavare… Ma allora, dopo tante ore, le insidie cresceranno come il gelo all’inverno… A cavallo!» ordina e si getta per la via.

In una nube grigiastra scompaiono, mentre la notte è incrinata dal galoppo di questi cavalieri che puzzano già di sangue e di polvere. Presto ogni rumore dilegua.

Arrivano sul posto mentre l’ultima stella è ancora china sul petto dell’alba e ne ascolta il sospiro. Strappano rami, sparpagliano i fiori e l’erba; le foglie volano. Soltanto dieci reclute sono sul posto e cadono in silenzio, senza dolore, senza rimpianti. Quasi nel sonno. Usano il pugnale, sicché la notte non è sfiorata da grida.

Il posto è fra gli alberi, due casoni disabitati, i campi abbandonati; vicina è la villa dei padroni, gelida di solitudine, con enormi ragnatele che cadono dal cielo e la coprono (così almeno sembra; ma è l’ombra dei rami contro il sepolcro della facciata).

Corre subito il giorno a piedi scalzi: arriva il sole, il vento. Un’aria di domenica. Soltanto i dieci soldati non la godono, buttati nella polvere, con i capelli sporchi di sangue.

Aiutati da una mappa trovata in un cassetto, nell’alloggio del sergente, il Boccone dopo svariati tentativi riesce a scovare il nascondiglio. Occorre entrare nella villa, scendere in cantina, dietro ad alcune botti c’è una porta, quasi una finestrella, passare strisciando, toccare infine una stanzuccia. Nel soffitto c’è una botola non troppo pesante che s’apre in un campo; nel pavimento di terra battuta, scavando, dentro bauli c’è il tesoro.

Arrivano sul posto, alzano la botola e attraverso questa finestra entrano sole e aria nella tomba. Incomincia lo scavo, ordinato, ogni tanto alzano la terra smossa, entro secchie, per mezzo di carrucole, ai compagni che aspettano lassù. A mezzogiorno – conoscono l’ora guardando il sole – scoprono i bauli. Sono nove, enormi, disposti a sinistra e a destra, quattro per parte, e uno di traverso nel mezzo.

Il Boccone dà l’ordine di far saltare le serrature; l’oro sarà mandato verso l’alto entro le secchie, come la terra che fu subito buttata. Saltano i chiavistelli, scoperchiano i bauli. Appare il tesoro.

Dall’alto s’affacciano i visi barbuti, nessuno fiata. In basso i tre fortunati strisciano adagio un dito sull’oro più vicino. Sono monete, piccole come occhi di capre, oppure sassi rotondi e duri; gioielli, perle, bracciali, pugnali con il manico lavorato a fil di punteruolo, catene. Tutto ciò che un uomo può sognare nella tristezza nera o in una ebbrezza insensata è là nei bauli sprofondati nella campagna deserta. Gelo e inferno uniti, lì sopra, come un’ombra, si stringono la mano.

Uno dice: «Che mare!».

Un altro: «Quanto sarà, quanto sarà?».

Un altro: «Ah che sete… che sete».

Altri: «Adesso siamo ricchi…» questa frase cresce, cresce come un’onda, s’alza schiumando e avventandosi, esplode, tutti gridano, scaricano le pistole contro il cielo, agitano i cappelli; altri, balzati a cavallo, si gettano in un forsennato galoppo fra gli alberi.

Poi ritorna la calma. Con l’animo che batte di tenerezza tutti obbediscono al Boccone. Il tesoro è portato in alto, insaccato; i bauli riempiti di sassi, rinchiusi, coperti ancora di terra; la terra è battuta, serrata la botola, lasciata la cella all’umido tanfo dei ragni.

È sera, la banda s’avvia. È accaduto qualcosa di straordinario nella lunga giornata, e gli uomini sono eccitati, nervosi, dolenti; entra nel sangue, con la stanchezza, la paura che il tesoro sfugga, l’ansia d’avere la propria parte subito; una sorta di angosciata avidità di stringerlo in mano come cosa propria.

Ride lo Smarrito mentre balza a cavallo e tutti si avviano; cavalcano, passano sui viottoli bagnati di brina; sotto il peso dei sacchi, rovesciati di traverso sulle selle, i cavalli danno segno di fatica, sbuffano. Ma ormai sono arrivati. Prima d’entrare in paese il Boccone s’arresta e dice: «I sacchi li buttiamo nella casa di Simone… non un grido o una parola, voialtri… Voglio che tutto prima sia spartito. Riccio provvederà la bilancia… Poi sputate il gozzo, se volete… Via!».

Lavorano con dolcezza, in silenzio. Questa calma stupefatta dà l’impressione che tutto si svolga in fondo al mare, fra alghe e pesci, armoniosamente gentili i gesti degli uomini.

Il fatto è che sono stanchi, e dentro hanno una gioia furiosa. Pesano l’oro, poi le gemme; infine gli oggetti preziosi di varia dimensione; a ognuno tocca tanto che potrà scialare per anni con le femmine e il vino, senza pensare al domani.

 

Una montagna d’oro è per il Boccone. Lui è il capo, è il cervello, è il coraggio; è la fredda risoluzione. Lui vuole e decide. Gli altri ubbidiscono. Lui è il capo. È il Boccone!

Corre fra le braccia di Marta che, odorosa d’acqua, è calda come il pomidoro, dolce di quel sugo.

Come l’agguantò quest’idea? Forsennata, tanto che non l’abbandonò più, e dolorosa, perché dovette faticare a convincere il Boccone, a disperderne al vento i dubbi; e quanti baci dovette sciupare, e quanti abbracci, e quante lacrime strizzate dagli occhi perfidi e belli. Ma chi resiste a una donna innamorata? Non io; né voi, né il Boccone. Né gli uomini che cavalcano la pianura, combattendo, rubando, e che adesso sono ricchi. Ma la morte può agguantarli domani.

Come venne a Marta l’idea di vendicarsi di don Albino in quel modo?

Al Boccone, nei mesi addietro, aveva raccontato la sua vicenda sciacquandola in un’acqua di limpide bugie; tacque i suoi amori, gli abbracci del prete. Piuttosto raccontò, fra i sospiri, di soprusi, invidie, orribili maldicenze.

«Quel prete m’ha infangata… tu devi vendicarmi. Voglio vendetta su quella magra candela!» l’abbracciava, calando fra la barbaccia i suoi labbruzzi succhianti.

Ora un poveretto, con quest’arte, è vinto. Così è del Boccone che alla fine, dopo tanto parlare, trovò smisuratamente ridicola e divertente la voglia di Marta.

Il denaro? Ma non ne aveva tanto, ormai, da non sapere che farsene? E che gloria al suo nome, dopo un’azione che nessuno poteva prevedere! Il suo nome volerebbe… E poi: non prendeva ciò che gli piaceva, dovunque? Senza ringraziare… Il denaro?… Su, bene mio, cuore mio!

«Perché non ucciderlo?» chiedeva il Boccone, le prime volte. Non era forse più sbrigativo e, soprattutto, meno costoso? In un’ora sarebbe tutto fatto e le avrebbe offerto su un piatto (come nella favola antica) la sua testa e i suoi coglioni. Rideva gagliardamente.

«Deve soffrire, non deve morire» rispondeva Marta «lo odio troppo per volerlo morto… Deve scoppiare dopo un lungo digiuno… Su, bene mio!».

Decisero che Marta sarebbe tornata a Laredo, in abiti da festa e sulla carrozza tirata dal cavallo; e subito dava opera alla vendetta. Lo Smarrito e altri due l’accompagnavano piantandola in terra come un fiore prezioso, innaffiandolo con cura.

Quando Marta apparve sul calesse tirato da un baio di tre anni, ardito come un ragazzo, e seguito dai tre uomini truci e impettiti, con le selle lucide e i calci delle pistole che pendevano dalle tasche, anche il prete s’affacciò a guardare.

Per arrivare in paese Marta aveva scelta l’ora del tramonto, quando gli uomini erano tornati e indugiavano sulla strada o all’osteria.

Come vivevano adesso? Le pareva, mentre andava fra occhi aperti dallo stupore, che anni e anni fossero volati, e che lei, a Laredo, non fosse mai passata. Quegli uomini erano stranieri; non li conosceva, e non voleva più riconoscerli. Ricordava la fatica d’amare per denaro, mentre era così facile guadagnarlo in fretta, e con un uomo solo.

Avrebbe pensato, soltanto alcuni mesi prima, di poter ritornare a Laredo? A cavallo, con i pizzi attorno al collo e la collana dondolante come una catena? Tutta d’oro, cupa di colore, enorme?

Passava; gli uomini la salutavano ma con un rispettoso timore; tanto può la parvenza della ricchezza sull’immaginazione dei miseri. Alcuni si toglievano addirittura il cappello; altri, più audaci, lo agitavano ma senza accompagnare il gesto con grida.

Tutti erano sul viottolo di Laredo per ammirare il ritorno di Marta, in gran pompa. Com’era bella e ricca! Chi aveva sposato? Dov’era vissuta? Perché ritornava? Questo era il punto: perché ritornava? Chi pensò al prete tenne il dubbio per sé; tutti aspettavano.

 

Per alcuni giorni non si mostrò in paese; e l’assenza le giovò. La curiosità dei paesani divenne ardente: il loro cuore scampanava.

Quando apparve, a sera fatta, ripercorse il viottolo in calesse, scortata dai tre uomini. Con uno strappo delle redini fermò il cavallo davanti alla porta di Arcangelo Balestris, un padre di tre figli che Marta conosceva dal tempo dei suoi amori.

Entrò, salutando con un cenno del capo, poi chiese: «Il padrone di questa casa?». Arcangelo e la moglie, e i figli vicino, si guardavano stupiti.

«Intendo» ricominciò Marta con una voce pesante, strisciata, poiché la sforza a un tono che non è il suo, imitando l’accento cittadino «di prendere questa casa e pago subito e in fretta… Chiedete, dunque!». I poveretti non capivano. Voleva comperare la baracca? Ma erano quattro asse! La terra su cui cresceva? Non sapevano! La terra non apparteneva a nessuno. Nessuno era il padrone.

Insomma: Marta uscì stringendo una carta e avendo contato allo stupefatto cafone una somma che l’aveva lasciato secco, gelato. Non riusciva a parlare, a muoversi, singhiozzava soltanto.

In questo modo comperò anche le case di De Toni e di Alloppi. Tutti i paesani, conoscendo la notizia, corsero a offrirle la propria capanna: «Tu sei ricca, signora… Fa’ la grazia, fa’ la grazia!» ma vennero allontanati in fretta dagli uomini del Boccone. Nessun’altra casa importava a Marta. Quelle tre erano schierate, rigide come reclute, davanti alla chiesa di don Albino.

Poi le case furono abbattute; intanto cinquanta operai vennero da Reggio, al seguito di un ingegnere grasso che riempiva l’aria col fumo delle parole.

Lo Smarrito, in pieno giorno, attaccò, fissandolo con i chiodi, un cartello al muro della chiesa, su cui a grosse lettere era scritta una frase volgare. Don Albino non osò mostrarsi.

Col passare dei giorni, trenta, quaranta, i paesani cominciarono a capire; allora ballarono come sorci sotto la luna.

«Ecco una vendetta da restare immortale» dicevano.

«Solo Marta poteva pensarla»; la signora di oggi ritornava per loro la donna di un tempo, con le furie luminose e impreviste.

«L’altro creperà di rabbia» gridavano fra i bicchieri di vino. Erano tanto stupiti che cercavano l’ebbrezza.

Infatti la nuova chiesa cresceva, come un albero tropicale che fa impietrire gli sguardi per la meraviglia. Cresceva con i muri vigorosi, con la pancia che avrebbe raccolto il sospiro di mille fedeli; con le pareti bianche, così calde che veniva la tenerezza di poggiarvi sopra la guancia; con le finestre da cui entrava solenne l’aria della pianura.

Cresceva; col campanile diritto, le tegole rosse, il portone d’ingresso in legno lucido, con le borchie d’ottone; poi le panche di legno, il cancelletto per salire all’altare; e lassù in alto, fra un tripudio di angioletti, il volto di una madonna.

Quando dal campanile squillò il primo suono, e parve un tonfo d’acqua nel cielo, o un soave richiamo disperso, molte oneste faccie si strinsero nella commozione. Tutti erano a testa in su, a guardare il moto della campana, qua, là, un colpo buttato ai venti.

Laredo salutava il mondo e si faceva temere.

Sull’ingresso della chiesa, scolpito nel muro, i paesani seppero che era scritto:

 

Questa chiesa è dedicata

da Marta De Marinis

al buon santo Giuseppe.

Amen.

 

Marta godette la vendetta, in quei mesi, osservando la faccia del prete, disfatta da una disperazione solitaria, intristita dalla mancanza di fede o di una possibile speranza.

Quando la chiesa era ormai finita, il prete era ridotto all’osso. Un cappellano giunse da Rionero per la nuova chiesa. Salmodiò con giovane voce.

Marta partì e nessuno la rivide a Laredo; ogni tanto qualcuno portava notizia della sua vita favolosa.

«Un colpo ben dato» dissero i paesani.

E restò la chiesa, sempre più bella, a riempire i loro discorsi nelle sere d’inverno.

 

III.

Consiglio di guerra

 

 

 

 

 

È un mattino di maggio, alcuni ufficiali sono radunati nello studio del ministro della Guerra.

Uno, Gibraltar, è appena arrivato dalla Spagna, dove ha combattuto contro le bande dei civili che assaltano i francesi. Abbamonte, De Latour, Rambaud, Averna vennero al seguito di re Gioacchino; Pepe, Risso comandano cavalleggeri del regno.

Il salone ha le volte stuccate; tende bluette scendono dal soffitto fino a terra; alle pareti, affrescate, scene di pastori che abbeverano le pecore; quel cielo terreo contrasta con l’aria vasta, dolce, amabile che si scorge oltre le finestre. È un momento di pace nel cuore della città di Napoli.

Gli ufficiali sanno già di udire parole gravi e si lusingano d’essere stati scelti per un’azione importante.

Alla sinistra del ministro è il colonnello Manhès. Tutto nervi, ira, pelo; tutto forza, coraggio. Non si muove, eppure sembra già in mezzo alla battaglia. Di lui dicono: è un guerriero nato. Guarda gli ufficiali uno per uno, muovendo appena gli occhi, con disprezzo e con amore; il suo sguardo striscia addosso e strappa lembi di uniforme dal petto.

Il ministro è alto, magro; ha un lungo naso, gli occhi di grande fermezza e umanità. Dalla persona sprigiona una simpatia naturale che aggiunge luce a quegli occhi. Alla sua destra, già seduti, e personaggi di sfondo in questa scena, i generali Lebien, Del Sasso, Outrich, Seni. Tranne Seni, risecchito da anni di campagne (è un valoroso), i tre sono, in apparenza almeno, beati, con un’aria rosata sul volto. Indossano le divise azzurre, con alamari e bottoni d’oro; e questi scintillano sul ventre come medaglie legittimamente conquistate. Hanno le mani in grembo, simili a cardinali in siesta.

Il ministro comincia a parlare: «Signori, udrete dal colonnello Manhès a quale azione siete chiamati, riferendoci al vostro valore e alla vostra lealtà di ufficiali. Sappiate che il re vi ha scelti e che seguirà giorno per giorno questo fatto d’arme».

Parla adagio, guardando in faccia i presenti e soprattutto i generali, quasi a dar loro prestigio. Resta fermo, stringendo le mani, a pugno, sul tavolo.

«Manhès» dice «tutti sanno chi sia. È un prode e un saggio. Noi abbiamo conosciuto, spesso, prodi dissennati, e per ciò dobbiamo lamentare alcune vittorie sfuggiteci all’ultimo istante. Con Manhès questo pericolo è troncato».

I generali, che hanno girato la testa e lo guardano, approvano scuotendo il capo.

«Vi basti sapere che le azioni future del governo dipenderanno dal buon esito della vostra lotta». Le parole di quell’uomo vecchio eppure forte suonano come un’ammonizione e tuttavia suscitatrici di forti propositi di guerra.

Continua: «Manhès ha combattuto in Germania e in Vandea agli ordini dell’Imperatore; fu ferito a Genova; combatté con Murat in Spagna. Ora, a Napoli, ribadisce la sua devozione assumendo per ordine del re il comando di questa impresa difficile. Aspettiamo dalla sua opera e dalla vostra lealtà conferma rapida alla nostra speranza».

Fa un cenno, guarda Manhès per invitarlo a parlare. Il viso del colonnello ha tutti i sottili filamenti tesi. I suoi occhi fissano verso la finestra.

Gli ufficiali sono intimoriti. Sentono che quell’uomo ha una personalità prepotente che li avrebbe esaltati ma anche schiacciati. Servirlo, in guerra, richiederebbe molto coraggio e molta pazienza. Ma sono anche attratti; cresce in loro una eccitazione che sarebbe presto diventata entusiasmo. Alcuni immaginano già i prossimi eventi, dai quali cavare reputazione, esperienza, medaglie. Comincia a spiegarsi dinanzi a loro un futuro pieno di azioni di guerra, favorevole a una rapida carriera.

Il colonnello afferra un rotolo, lo svolge con un gesto preciso della mano e attacca la grande mappa colorata alla parete.

Dice: «Questa è la carta del regno. In basso c’è la Sicilia, in cui è riparato il Borbone. In Sicilia stanno anche gli inglesi, con i vascelli corsari annidati a Messina. Perché alla fine risultino del tutto chiari i nostri propositi, vi prego di ascoltare la lettura di un dispaccio speditoci il mese scorso dal sindaco di un comune della Sila. Il quadro, vi avverto, è nerissimo ma la lettura riuscirà utile a tutti: “In un rapporto del mese scorso cercai di chiarire quale fosse lo stato della nostra regione e volli offrire alcuni consigli che, attuati con prontezza, aiutassero a riportare una speranza là dove, disillusione e amarezza nei più evoluti, miseria cruda nei meschini, danno esca a un fuoco che s’ingrossa. Perché oggi, è triste dirlo, dalle nostre parti regna l’arbitrio e il terrore. Per colpa anche dei soldati francesi, che spesso sono soltanto conquistatori, non amici e seminano cenere piuttosto che buoni ricordi. I borghesi li guardano intimoriti. Essi usano la forza per soverchiare il diritto, e poco intendono della natura, dell’indole, dei pregiudizi di questo popolo (che non si frusta, perché già troppo frustato), il quale dovrebbe essere educato con la forza di esempi che invece mancano. ‘Sono questi i lumi di Francia?’ si chiedono i galantuomini, con il cuore gelato dopo le grandi speranze. ‘È questa quella libertà che appariva affascinante a tanti intelletti illuminati, e soprattutto necessaria a chi era vissuto fra trono e altare, ossia fra sacrestia e muffa? Questi gli ufficiali francesi? Intraprendenti come gli ufficiali del re fuggito, e come quelli violenti, avidi spesso di robe e senza alcuna fede al diritto?’. Calano sui paesi, impongono tributi (per le spese d’alloggio, dicono), svillaneggiano le autorità se osano opporsi, intimoriscono i deboli, seccano le casse comunali e svogliano i più accesi, i quali cavano dalle cariche comunali un cumulo di amarezze, di affanni a non finire. I francesi non aggiungano legna al nostro fuoco. Troppi guai passano per l’aria… Disertori delle ultime leve, borbonici per lucro, garzoni costretti a forza a lasciare le fattorie e a seguire i banditi, i contadini infuriati e dirò poi la ragione, chierici scatenati: tutti costoro formano bande armate che rubano, incendiano, rapiscono, uccidono, impongono taglie, impoveriscono i ricchi, atterriscono i poveri, impediscono il passaggio per le strade e i lavori nei campi infierendo per i viottoli, rendono la vita precaria, malsicura. Al marito è rubata la moglie, la figlia al padre. Al termine di queste giornate i boschi raccolgono gli avventurieri che non hanno patito danno. Abbiamo bisogno di armi, di armati e di un comandante duro, che non abbia rotto le briglie. Presto, molto presto. Ecco quanto è accaduto nel mio comune in questi tempi. Il simile è capitato nei paesi vicini; catena d’orrori che solo nei libri sacri ha l’eguale, al racconto delle grandi sventure. Nella rigida invernata, come non si ricordava a memoria d’uomo, i briganti, per scaldarsi, tagliarono gli uliveti, con un danno di scudi ventimila. Così per anni e anni queste campagne resteranno vuote. S’aggiunga adesso il flagello della mosca olearia che si avventa sugli alberi rimasti, a succhiare la vita; come un occhio vuoto resta il nocciolo crudo liscio, senza polpa, a dondolare fra le foglie. Lungo il mare gli eccellenti vini sono scesi tanto di prezzo (poiché le frontiere restano chiuse) che i contadini abbandonano i vigneti e cercano il pane altrove, per non morire. Fu creata la guardia civica; ma in fretta, senza badare ai consigli; gli uomini sono troppo spesso feccia d’aceto, rigurgito di cloaca, ladri di mestiere, preti svestiti, tutti intenti ad ammassare denaro sfuggendo al pericolo e alla battaglia. Né scendono in mare i pescatori, deserte le spiaggie, essendo il mare infestato da inglesi, borbonici, da corsari algerini. Infine il bordello che la legge sulla eversione della feudalità – togliendo terra ai conventi e ai ricchi, ma applicata precipitosamente – ha suscitato fra i proprietari piccoli e grandi, fra chi perdeva o pigliava, fra i borghesi, braccianti, preti, frati; tutto, insomma, ha creato contro il governo un vento di rancore. Non vivevano meglio prima; ma prima erano abituati alla misera vita. Gettati in braccio alle novità come a una nutrice sconosciuta, essi palpitano simili ad anime in pena, timorosi, sospettosi, gli idioti rimpiangendo il passato, e i più furbi ne godono. Pacificate le terre con l’invio di uomini onesti, riducete alla ragione i soldati di Francia; stroncate con il fuoco il brigantaggio; portate, quanto benedetta, un poco di fresca pace. Al paese occorrono ponti e strade; di andare senza paura. Le leggi, rimaste per vigliaccheria di uomini e tiepidezza di tutti ad invecchiare fra i fogli dei libri in pergamena, siano rese operanti e aiutino a scalzare il male; portino finalmente pace al regno”».

 

Manhès continua: «Da Fiumefreddo a Scilla la costa è aperta ad ogni contagio. Sbarcano le spie, i predoni, i guerriglieri che si sparpagliano nell’interno e si uniscono alle bande. La gente teme di lasciare i paesi e non lavora i campi lontani; diminuendo il lavoro, per paura, cresce la miseria, abbonda l’usura. Chi ha ricevuto la terra, nelle spartizioni passate, la rivende per fame a chi l’aveva perduta. Nei paesi gli alberi della libertà, piantati con tanta speranza, sfioriscono abbandonati. Le masserie isolate assalite, le strade impraticabili. Tre volte abbiamo dovuto difendere, con squadroni a cavallo, i lavori della grande strada per Reggio, che per noi è una Sodoma e Gomorra di vergogna. Se le strade restano chiuse le vettovaglie non passano, dai campi ai paesi, dai paesi alle città; c’è allora per gli uni miseria, per gli altri fame. Si stenta a vivere. La stessa città di Napoli, circondata da splendidi giardini ma da pochi campi, soffre di penuria e ci sottopone a grandi pene».

Il colonnello si guarda attorno quasi a pesare le parole sul volto di ognuno.

Traccia alcuni segni, poi si volge e dice: «Il male del brigantaggio è assai grave, e noi siamo chiamati per questo. Vinto il quale, e per opera dei nostri legislatori, gli altri saranno di più rapida consolazione. In autunno il Boccone, in una radura della Sila, ha ingabbiato e travolto un intero squadrone; due mesi fa, tranquillamente, sorprende e ruba il tesoro del 1° Commissariato Militare, nascosto e presidiato. Ha una banda numerosa; ora è annidato sul Monte Scuro, ma pare voglia scendere al mare. Questo sarà il primo nemico, il legno più duro. Lungo il fiume Crati, con quattrocento uomini, comanda il Bizzarro. Sui dorsi del Petiniascura c’è il Quagliarello con seicento renitenti e disertori. A Rossano, Filippo Giordano non sappiamo ancora con quanti uomini; Mirello è nella Sila grande; Priolo a Bocca di Piazza. Reputo ottomila gli uomini che imperversano in quelle terre. Il popolo è indifferente o ci è contrario. I borghesi e i nobili, invece, sono colti e liberali. I preti, tranne alcuno per paura o perché intelligente e ambizioso, sono contrari. Scegliete gli uomini, convincendoli che dovranno condursi, secondo le occasioni, ora spietati, ora amabili come possono. Il re concede tempo fino al prossimo inverno. Dovremo prosciugare la terra, seppellire quanti la inaridiscono: ladri, assassini, abituati al sangue, uomini senza dignità. Il Boccone, al Carmelo, ha scannato i nostri soldati con una ferocia che non ricordo. Dobbiamo vincerli con una paura più grande; sorprenderli con un terrore ancor più nero. Solo così riusciremo a prevalere. Allora anche altri soprusi, e gli errori, che possono essere nostri, saranno corretti e puniti».

I generali s’alzano; hanno in viso, addirittura nella persona, una severità nuova, un rigore d’atti e di sguardi che risveglia per loro un antico rispetto. Stringono la mano al colonnello.

I giovani ufficiali salutano sull’attenti, mentre i generali s’avviano alla porta. Il ministro si volge e fa un gesto con la mano, dice: «Buona fortuna». E di buona fortuna avranno bisogno, nei mesi a venire, i soldati che si preparano a quella guerra.

Restano soli, col colonnello fermo accanto alla mappa aperta, su cui spiccano segni azzurri o lunghi fili ondeggianti, e indicano paesi, regioni, città. I monti appariscono invece con segni scuri, attorti; e così le pendici, le caverne, le selve entro cui l’agguato è facile. Segni che promettono pene d’inferno. Il colonnello esprime forse un comune pensiero quando dice, a voce alta, e con un tono di commossa sincerità: «Noi siamo qui anche per questo».

Per ridare pace alla povera gente (che è il proposito, poi, d’ogni terribile guerra).

Gli ufficiali si convincono che i mesi a venire saranno i più carichi di pericoli e di fatiche della loro vita guerriera.

Lasciano la sala con severi propositi.

 

IV.

Assalto al castello

 

 

 

 

 

Le grandi finestre s’aprivano al passo del mattino, mentre dalla cima delle quattro torri gridavano gli storni che radevano i muri, tentando brevi voli con un precipitoso battere d’ali.

Il castello sorgeva sulla pianura e guardava il bosco, il monte, il mare lontano. Quando al principio del disgelo il barone Bartolomeo Frontera, arrivando dalla città, accendeva il fuoco nel camino a pianterreno, i contadini e i braccianti, vedendo il fumo salire, crescere poi sperdersi, sapevano che la primavera era vicina e con essa l’inizio del lavoro nei campi e la riscossione degli affitti e dei crediti invernali.

La fatica pesava. Il rammarico covato nel cuore durante le lunghe, fredde, a volte strazianti giornate invernali, esplodeva in ingiurie e minacce al nome del barone, alla sorte sempre avversa; gridate fra i muri dell’osteria o della casa.

Moisè Mittica saliva al castello, in quel mattino, per pagare l’affitto della bottega e della terra che la circondava, e stringeva gli scudi serrati in un sacchetto di tela. Lucidi occhi sotto folte sopracciglia bianche, la fronte agitata, le mani protese a inseguire i pensieri: era tutto segnato dalla malizia.

Oltrepassò la porta coperta di bulloni di rame, verde di ruggine e sbiadita dall’acqua ed entrò nella stanza d’ingresso. In un angolo, nel camino, crepitava la fiamma fra un mucchio di sterpi; Moisè si avvicinò stendendo le mani, infine le stropicciò con vigore, tutto beato.

Una campanella squillò in lontananza, una voce di donna, il tonfo di una secchia; la porta s’aprì e apparve Michele Parlante, segretario e amministratore del barone. Di statura mediana, con un viso crepato per la estrema magrezza, un sorriso sulle labbra che lo facevano apparire avido: e non era. Dicevano invece che conducesse il suo ufficio con dignità, lesinando le spese; duro con i debitori ma non spietato; aperto col barone fino all’audacia. Ombra nel suo animo era la nostalgia della città e il tedio per le giornate vissute nel castello, lontano dai rumori delle carrozze e del mercato. Allora incupiva anche negli occhi.

Con un cenno invitò Moisè nella stanza che serviva da studio. Seduti, il vecchio cavò dalla tasca un foglio e lo porse; Parlante lo firmò mentre Moisè deponeva sul tavolo lentamente il sacchetto con gli scudi; intanto diceva: «Il paese è pieno di tristezza. Troppo spesso arrivano cattive notizie, in questi tempi… C’è la paura della leva, della guerra. Allora hanno il cuore parte nel solco e parte ai briganti; ci sarà poco da fidarsi, per questo. Ora, poi, col bosco…».

Parlante si accese in volto: «Non si dovrebbe tagliare, lo so… Le tempeste dell’inverno, deviando l’acqua degli scoli, gonfieranno la terra e la terra franerà sui campi… L’ho detto al barone, che non si dovrebbe tagliare», si alzò e camminava dalla porta alla piccola finestra a scrollare dal corpo l’agitazione.

«Perché, allora?» chiese Moisè.

Parlante aprì le braccia: «Non ho cavato nulla, da lui».

Moisè Mittica taceva; vedendo che l’altro pareva perso dietro altri pensieri, disse: «Ormai devo andare».

Parlante tornò alla scrivania. «Con la pazzia del bosco correranno scudi in paese, almeno per poco. Voi dovreste rallegrarvi» disse.

«Spenderanno quelli e altri ne chiederanno, come sempre… Ma quanta fatica a riprenderli» rispose il vecchio con un gesto di stizza. Parlante rise.

 

I pastori, scorgendolo, tacevano e volgevano il capo; oppure fingevano di incitare le pecore, mentre il richiamo degli agnelli riempiva l’aria di echi.

Moisè sorrideva e pensava: “Perché mi scansate? Dovrete pur pagarmi”. All’incrocio lasciò le pecore fra i sassi del monte e s’avviò sul prato ancora lucido di guazza. Sentì alle spalle il respiro di un uomo.

Scorgendo Agostino Vizzarri s’arrestò.

Agostino guardava il vecchio usuraio con uno sguardo scuro, infine mormorò: «Solo il sangue mi potete cavare».

«E gli scudi che restano?» gridò Moisè. «Sei ne ho contati sul legno della mia bottega… E ti servirono, allora».

«Come si può dimenticare?» disse il giovane, «ma l’annata è cattiva, lo sapete. L’inverno dura ancora. Al principio dell’estate riscatterò il mio debito».

«Tutti mi chiedono di regalare» borbottò Moisè.

«Aspettate la primavera». Agostino contrastava al desiderio di balzargli addosso e di spaccare coi pugni quel viso di volpe. Moisè cavò dalla tasca un foglio, lo spiegò cercando con gli occhi nel groviglio dei nomi e infine segnò una croce.

«La mia morte» mormorò Agostino e si volse per andare; ma il vecchio afferratolo con la mano secca disse: «Il conto sale».

 

Seduto accanto al fuoco, Agostino guardava la fiamma crescere, mentre come un rimorso lo colpiva il respiro della moglie che gli sedeva accanto, incinta di nove mesi e ormai prossima a partorire; buona e mesta creatura. Quando pensava a lei, al suo stato, alla vita che menava, ribolliva e si odiava; odiava tutti. Egli sudava dall’alba al tramonto nel campo, ma ogni foglia cresceva con fatica; le ombre calavano presto, il beneficio del sole durava poco sulle zolle assetate.

La moglie, chinatasi per gettare sterpi nel fuoco, disse: «Senti il tuono?».

«Forse pioverà» rispose, guardandola con tenerezza. Il temporale dileguò in un mormorio lontano; udirono le voci degli uccelli che passavano a stormi.

La moglie si stese sul letto; Agostino rimase accanto alla fiamma, perso nella sonnolenza, senza pensare a nulla, o pensando a tutto, finché il fuoco si spense.

Nel mezzo della notte la tempesta tornò rotolando in un turbine di foglie smosse, di alberi squassati; una pioggia tagliente gorgogliò per il viottolo.

«Passerà» disse Agostino alla moglie che ascoltava tremante. «Domani troveremo il sole». La cinse con un braccio e «Dormi, ora» disse. Ritornarono al sonno mentre l’acqua picchiava sulla terra.

All’alba, dalla parte del monte, il cielo era ancora minaccioso; sul viottolo e intorno alla casa l’acqua stagnava fra il verzicare della prima erba. Il bosco era avvolto da un fumo bianco, nubi che scivolavano basse, stracciate dall’uragano.

Ed ecco i muli alla svolta della strada; poi gli uomini, le donne in mucchio, per ripararsi dal cielo. Salivano in silenzio al bosco che dovevano tagliare; andavano di malanimo a guadagnarsi una scarsa giornata.

Agostino scorse Giovanni Palmisano con la scure sulla spalla; lo chiamò. I due uomini sedettero sul cassone: il fuoco, acceso con pochi rametti, bruciava in un baleno; per un attimo l’aria fu coperta da una luce chiarissima.

La moglie era in un angolo, con le mani in grembo. Palmisano fissava la fiamma che scemava: “Prima la donna… Vederla morire, stesa nella paglia, con quegli occhi impauriti!… Poi il padre, la madre…”.

Palmisano si volse; vide la donna nell’angolo e si oscurò, forse per il ricordo di una quiete oramai perduta. Disse: «Moisè Mittica è tornato anche oggi. Ogni giorno batte alla porta e con un cenno riparte… Io non lo posso pagare, non posso».

I due uomini uscirono. «La primavera è lontana» disse Palmisano raccattando la scure, «così anch’io vado alla montagna».

Agostino guardò la moglie poi in fretta disse: «Ti accompagno».

All’affiorare di un timido sole fra l’incavo del monte, voci e tonfi dalla radura rimbalzavano sui fianchi della montagna. Gli alberi cadevano ondeggiando nell’aria; gli uccelli fuggivano spaventati.

Mentre squadre di uomini colpivano i tronchi con le accette che affondavano nel legno come nella carne viva, altre sfrondavano quelli caduti, fra un crepitio di foglie. Poi i muli trascinavano i tronchi al margine della radura, uno accanto all’altro, a formare cumuli e cataste.

Il sole avendo sciolto le nuvole bruciava; la terra fumava per la calura.

Dicevano alcuni: «La montagna sospira; il suo respiro è caldo. Non ci coglierà male?».

Rispondevano altri: «Il bosco avrà legna per tutti». Le donne raccoglievano le scorie per il focolare; tutti lavoravano con furia per finire presto e tornare al paese.

A mezzogiorno la campana di frate Peluso risuonò dal basso, uomini e donne abbandonarono gli arnesi e si raccolsero all’ombra per mangiare.

Agostino trovò il figlio già nato e la moglie stesa vicino al focolare. Intorno agli occhi un cerchio rosso; respirava a fatica. Mosse appena la testa poi si lasciò afferrare di nuovo dalla stanchezza. Le erano accanto due vecchie che abitavano le prime case del paese e che si erano offerte al principio dell’estate, quando la gravidanza fu sicura.

Agostino trasse al camino il sacco con le scorie raccolte nel bosco e ne buttò una mandata sul fuoco. Il legno umido cominciò a crocchiare. Coprì la moglie col mantello e la donna serrò le palpebre, ristorata dal calore.

La notte passò lenta; la donna smaniava, con un gemito soffocato. Fermi i corpi delle vecchie avvolte negli abiti scuri, mentre dagli scialli, all’esile lume, affiorava il pallore dei volti.

Finalmente tornò il giorno. Affacciato alla porta Agostino scrutava il giro dei monti; udì lo scalpiccio dei muli fra le pozzanghere, i passi della gente che saliva. Non si mosse. Il rumore, anziché affievolirsi, s’avvicinava. Sul prato davanti alla casa arrivarono i muli a testa bassa e le donne. Anche gli uomini, in gruppo.

Le donne muovevano le labbra nella preghiera; gli uomini guardavano alla porta e a lui; aspettavano.

Agostino spalancò la porta e li invitò ad entrare.

Una vecchia porse una piccola forma di cacio che aveva raccolta nel grembiule; un’altra un sacchetto con poca farina; e poi una pagnotta; così ciascuno offrì qualcosa; infine s’allontanarono.

Erano appena scomparsi oltre la curva del viottolo quando apparve Giovanni Palmisano. Parlò con voce bassa, quasi per sé solo. «Triste giorno; ma che potevo fare?». Agostino taceva. «Così doveva essere. Fuggirò, unendomi al Boccone… Tu pensa a quelli, nella tua miseria; non lasciarli» accennò al villaggio, alla casa, ai figli.

Fissando negli occhi l’amico disse: «Ho ucciso Moisè Mittica, con una coltellata nel cuore. Era pieno di fango».

 

Il tempo passava. Marzo sfioriva e pendeva dal cielo come una foglia d’autunno; gli uomini salivano al bosco e ritornavano al tramonto, sempre più stanchi. Poi un giorno apparve la primavera. Fu un trillo più dolce d’uccello, o un soffio più caldo di vento? O soltanto un tenero barbaglio del cielo? I muli, salendo per il viottolo, tentavano furtive soste ai margini del prato per carpire una boccata d’erba.

Il dorso della montagna era ormai spoglio; il bosco giaceva riverso, con i tronchi fra un intrico di schegge e di foglie. Agostino lavorava con gli altri, perché adesso c’era anche Rocco da sfamare, il figlio di Palmisano fuggiasco; e c’era l’altra amorevole fame che rideva nei limpidi occhi o nel pianto accorato. Quando era chino sui tronchi, aveva sempre il cuore alla casa.

Di notte, seduto sul gradino dinanzi alla porta, guardava il prato, il prato bagnato dalla luna e intanto ascoltava la voce della moglie che addormentava il bambino. Spesso pensava che con la morte di Moisè sarebbe caduto il suo debito; era mai possibile questa ventura? Accanto ai tronchi gli uomini ne parlavano sempre.

Una sera apparvero due ombre nel viottolo; ombre di uomini forti. Come alzò la voce a chiamare, credendoli paesani, queste si avvicinarono e sbalordito riconobbe Palmisano; dietro a lui, Fiore.

Mentre Agostino, senza voce, lo guardava, Palmisano quasi con ira domandò: «Rocco?».

Agostino accennò alla stanza; egli entrò, la voce della moglie tacque.

Intanto Agostino guardava Fiore, avvolto in un sudicio mantello come in una notte d’inverno. Aveva la barba sporca e occhi senza luce.

«Entra, dunque!» gli disse, ma Fiore scosse la testa, fermo entro il riverbero che la lampada gettava sul prato.

La donna col piccolo in braccio; Palmisano, sulla panca, guardava gli occhi del figlio ritto fra le sue ginocchia. Gli aveva posato una mano sulla spalla, quasi temesse di vederselo sfuggire; anche Rocco lo guardava, con stupore, con uno sguardo pieno di domande.

Poi il piccolo, nelle braccia della donna, cominciò a piangere: un pianto lieve, senza fastidio. Palmisano s’alzò e rivolgendosi ad Agostino disse: «Salvalo e grazie». La voce risuonò secca, vuota di speranza.

«È mio» rispose.

«Così sia» mormorò Palmisano. I suoi occhi erano già sull’erba. Quanto era cambiato! Anche in viso portava il segno della fatica: un volto sfigurato, i capelli aridi sulla fronte.

Agostino, con Rocco accanto, li vide lontanare.

Mentre salivano al castello Palmisano era irato verso se stesso; il pensiero gli ronzava in capo e lo faceva sussultare. Forse era stanco, o commosso; lo agitava un’ansia che avrebbe voluto sfogare in un urlo.

Perché tutto questo era accaduto? Gli occhi del figlio; il suo pianto. La morte della moglie. Il pensiero andava, veniva, senza pace… Perché era ritornato? Non avrebbe dovuto rinfrescare il ricordo, sapendosi ormai perduto. Ma il viso di Rocco, quegli occhi intenti a guardarlo. Perché non l’aveva chiamato? Sentiva ancora nella mano il tepore della spalla e fra le ginocchia la forma di quel corpo. Non doveva tornare.

Guardò attorno, risollevandosi; il castello era vicino. Camminarono rapidi fino al portone.

Il battente suonò come una campana; Palmisano rabbrividì. Furono introdotti nella sala. I quadri coperti di buio avevano strani riflessi, l’aria ronzava.

Finalmente apparve il barone, seguito da Parlante. «Chi vi manda?» la voce si infranse contro le pareti.

Fiore si fece avanti: «Chiediamo cibo per gli uomini, fieno per gli animali; entro domani, al tramonto».

«Chi siete?» domandò il barone.

«Veniamo da Cosenza, scendiamo al Tirreno. Siamo per il re e la chiesa… Questa è la prima richiesta». Fiore gonfiò il petto con foga.

Il barone lo guardò: «Poi?».

«Il bosco era vecchio come il padre di mio padre; sulla montagna era un buon rifugio, signore» la voce di Fiore risuonava lenta, quasi dolce. «Il bosco era antico come la montagna; le sue ombre ristoravano. Ci è stato tolto, signore… Uno scudo per albero… Tanti scudi quanti erano gli alberi del bosco, vecchio come mio padre o vostro padre, signore; per domani al tramonto» e Fiore rise, pieno d’ira e di gioia, d’odio, di scherno, di giubilo.

Gli occhi del barone si strinsero, sibilò: «Porco contadino, vattene» le mani tese, infuriato. Fiore rideva, il barone urlava; tutta la sala era piena di quel riso e di quel furore.

Poi Fiore smorzò il riso come la luce di una candela; soltanto allora s’accorse del grido e del braccio teso a indicare la porta. Sbalordito fissò il volto di Parlante mentre udiva l’ira del barone che riempiva il castello: «Maledetto brigante!»; rapido trasse il pugnale dal mantello; ma ancora non s’era mosso che Parlante gli si buttò contro e lo stese morto con uno squarcio in gola.

Palmisano fissava il corpo dell’ucciso; rialzando il capo incontrò gli occhi allucinati di Parlante. Una forza sconosciuta lo scosse; con un urlo corse fuori, nel cortile, oltre il portone, lassù; correva nella notte, col pensiero di Fiore, verso la montagna e chiamava a gran voce.

 

Accorsero i garzoni; apparve la baronessa con i due figli ancora assonnati. La sala si riempì del palpito di molte candele; chi piangeva, chi mormorava, chi si protendeva sgomento per osservare il morto; chi guardava Parlante; chi dava ordini, chi chiamava per nome.

Costantino Nigro fu spedito a frate Peluso, in paese, perché con la campana chiamasse a raccolta gli uomini. Serrati portoni e finestre; correvano con le armi in mano nel granaio e sulle torri. Le donne si radunarono intorno alla padrona, a pregare; il morto fu abbandonato nella sala ormai buia.

Il barone s’affacciò alla finestra, alta sulla campagna: ogni cosa riposava. Dopo una lunga attesa udì un rumore: sembrava che dal monte scendesse acqua fra i sassi. E la campana, la campana?

I briganti calavano per vendicare Fiore. Quel rumore era il battito del loro cuore? O la maledizione che s’inceppava in gola per la corsa?

La campana di frate Peluso non suonava. Gli uomini nel paese dormivano; perché non suonava? Perché non li svegliava?

«Purché non sia troppo tardi» disse, volgendosi a Parlante; ma Parlante non rispose.

Nel cuore aveva la morte. Ne fu certo dall’attimo in cui sentì il coltello affondare nella carne dell’uomo; uno strano senso di leggerezza e di rinuncia al futuro; un termine, qualcosa di definitivo.

La campana, laggiù, corse in cielo. Il barone si protese. Un tocco, due… perché non suonava ancora? “Perché non suoni, perché non suoni, frate?” ma la campana tacque. Gli uomini nelle case avevano udito? Era un richiamo, un grido di aiuto. Accorrete per i miei figli!

Sulla campagna ogni cosa riposava. E sempre quel rumore d’acqua fra i sassi.

«Parlante, Parlante, che cosa accade?». Fu ripreso dal presagio di sventura.

La banda era vicina. Si udivano le bestemmie di chi incitava i cavalli, un chiamarsi per nome, risa. Sibilò una schioppettata; alcuni sassi picchiarono contro i muri del castello, vicino alle finestre. Risposero al fuoco; sulla montagna la notte affondava nell’alba. Scorgendo attorno al castello la torma degli uomini, il barone disse: «Prepariamoci a morire» e il gelo gli strinse il cuore.

Ricominciarono a combattere; ogni colpo, da basso, era accompagnato da urla di scherno.

Quanti uomini assediavano il castello? Forse duecento, ammucchiati al riparo dei tronchi trascinati dalla montagna: lontano, i cavalli e i muli pascolavano.

Mai giorno più limpido scese sulla pianura, quell’anno. L’aria vibrava e i colpi si ripercuotevano senza asprezza.

Intanto il barone, dopo lo sconforto, tornava a sperare. Forse Nigro era sceso al piano per chiedere aiuto, e intanto gli uomini del paese s’armavano alla battaglia. Presto qualcosa sarebbe accaduto; non poteva finire così. Per anni era salito su questi monti, conosceva ogni sentiero, ogni volto, ogni pietra del castello. Non sarebbero entrati. E Costantino Nigro ritornerebbe; perché disperare?

Ma guardava Parlante, il suo viso rassegnato: allora l’angoscia, la furia, l’ira lo travolgevano; avrebbe voluto gridare, uccidere, piangere, ma non poteva. Pensava alla moglie, ai figli, alla propria pazzia; perché non era subito fuggito?

Udì una voce, ancora un’ingiuria? La voce chiamava: «Bartolomeo Frontera, questa è l’offerta di Boccone per la tua vita; e sia pace fra di noi. Parlante scenda sulla radura a combattere con un amico di Fiore. Questa è l’offerta, e sia pace fra noi!».

Tutti avevano udito, sulle torri, alle finestre, e le donne raccolte nella sala.

«Cani» mormorò il barone fissando la radura gialla di sole. Parlante non l’aveva forse salvato, uccidendo quell’uomo? E non era sempre stato, negli anni andati, un amico, un poco scontroso ma onesto? Sia pace fra noi! La moglie salva, i figli salvi; tornati alla città senza dolore! E se giungessero gli aiuti, fra poco?

«Addio signore!» la voce gli batté sulla spalla come la mano di un amico. Una voce dura, un po’ triste.

Si volse: «Parlante, Parlante!»; era lontano, udirono i passi per la scala, poi nulla.

Tutti ascoltavano.

Il barone corse alla finestra; Parlante apparve sul prato e agitò una mano nel saluto.

Gli uomini erano in mucchio al margine del prato. Parlante avanzò, entrando nel sole; dal gruppo si fece avanti un gigante, gli occhi socchiusi per il riverbero, stringendo in pugno un coltello. Camminava adagio.

Parlante guardò quegli occhi lucidi d’odio. Era coperto di sudore; strinse anch’egli il pugnale, pronto a ferire.

L’altro era vicino, adesso udiva il respiro, la sua ombra lo toccava; con un balzo lo sentì addosso. Lo schivò rapido sicché fu appena sfiorato dalla lama, ma s’accorse che non l’avrebbe potuto colpire; era oltre che alto, troppo lungo di braccia.

Scorse il nemico grande nell’irrisione e capì d’essere perduto.

Arretrò alcuni passi, agitando il pugnale mentre cercava una via per fuggire. Gridò, all’improvviso, e l’altro s’arrestò sorpreso. Allora Parlante spiccò la corsa ma il nemico gli fu subito dietro. Sperava che qualcuno gli avrebbe socchiuso il portone per rientrare e s’avvicinava al muro del castello; ansimando nella corsa respirava l’odore dell’ombra e delle pietre. Alle spalle il sibilo dell’inseguitore.

Girò attorno a una torre, scavalcò il fossato, ancora l’altra torre – il cuore pesava, il respiro gli spezzava la gola – di nuovo fu sulla pianura. In un baleno vide la porta serrata e il mucchio degli uomini che gli sbarrava la strada. Si fermò; le forze, insieme alla speranza, lo abbandonarono.

Cadde in ginocchio; appena chiuse gli occhi per non scorgere l’ombra, udì la bestemmia felice dell’uomo che lo raggiungeva. Immaginò disperatamente la mano alzata, il balenio della lama; un colpo secco; la bocca si riempì di sangue, il capo risuonò come se una campana gli avesse battuto accanto all’orecchio.

Intanto gli uomini trascinarono alcuni tronchi e cominciarono a tentare la porta, incitandosi.

La montagna ripercuoteva quel rombo nel cielo, gli uccelli volavano lenti. Anche la morte volava.

I cardini cedettero e la grande porta si squarciò.

 

V.

Fatto d’armi

 

 

 

 

 

Mentre è ormai certo che domani ci sarà battaglia, il comandante della guardia civica, un possidente che parla francese, racconta gli avvenimenti dei mesi passati.

«Una sera navi e navi apparvero nel golfo, le luci accese, una festa del mare. Poiché veleggiavano senza paura, pensammo a una squadra francese, esultando, come accade in cuor nostro. Siamo pochi ad amarvi…».

«Questa è franchezza» lo interruppe Gibraltar «e vi ringrazio. Così chiedo: è possibile che i possidenti, addirittura i nobili ci aiutino, e sia proprio il popolo, questo misero popolo senza terra a voltarci le spalle, a tenderci agguati, a patirne vendetta?».

«Facile rispondere. Il popolo è nelle mani del prete. I preti parteggiano per il Borbone, poiché i francesi (dicono) sono atei e liberali; e questo popolo asino odia i francesi… li assalta, li scanna, li pugnala».

Ricordai allora il grido del colonnello, durante il primo rapporto sotto un albero, come nei parlamenti antichi: «Terrore, terrore, signori ufficiali…».

Intanto quello proseguiva: «Erano navi inglesi. Accostarono e scaricarono queste carogne, circa trecento, che rovinarono sul paese. Ce ne accorgemmo tardi; io appena scampai. Ma chi aveva famiglia, moglie, figli, vecchi genitori, perdette in un’ora la luce della vita, la speranza del futuro… Dopo il saccheggio s’alzarono i fuochi. Sangue vivo era sui gradini delle case».

«Penso a Maddalena».

Suonò la tromba. Rimase Gibraltar, dispensato dal servizio, ad ascoltare la storia.

 

Dentro la valle di Cuccaro stanno gli uomini del Boccone; nei mesi scorsi, e per molti mesi ancora, signore di queste terre. Nemmeno i corrieri più veloci riuscivano a sorprenderlo e a passare; il regno era diviso da un filo di morte.

Tutti gli uomini sono ora chiamati alle armi.

Molti accorsero, pochi si nascondono o passano alle bande. Questa sera io e Averna siamo appostati al riparo dei macchioni del golfo. C’è la luna che striscia sul mare dimenando la coda; l’acqua è tutta un fremito. Gli uomini sono caduti in braccio alla nostalgia, il mare, a riva, pare un gatto che giuochi con la palla. È un soffio, poi subito si ritrae. A quest’ora il San Carlo spegne i lumi, adagio, fasciato di rosso e d’oro. Le ballerine vanno per le strade, leggere come insetti.

Ecco lo sciacquio della barca. Il rumore cancella i pensieri; siamo all’erta, gli uomini stringono l’arma col furore dei momenti buoni.

Udiamo il suono dei remi mossi con leggerezza; poi il bianco delle camicie, l’agitarsi dei corpi nello sforzo. La barca avanza in una striscia d’ombra che s’apre, sporcando il mare. Sono vicini alla riva, ritirano i remi.

Sette uomini scendono, ascoltano per un istante e riconfortati dal silenzio s’avviano. Li prenderemo alla fine del sentiero, come uccelli nella rete; non spareremo, cadranno vivi, palpitanti.

Uno ritorna; sospinge la barca in mare; riparte.

Fra essi, in verde giovinezza, Alfonso Filomarino; suo padre è il ricco barone di Vallo.

Viene dalla Sicilia, sbarcato da una nave corsara inglese, porta denaro agli uomini annidati nella selva. La sua vita è finita.

Adesso è legato a un albero, sorvegliato dalla sentinella.

 

Il giorno passa, al tramonto il prigioniero e i cinque compagni sono fucilati. Hanno molta fierezza, quasi che morire senza paura sia la sola rivalsa da sbatterci in viso.

La mattina seguente arrivò il barone Filomarino, bianco di capelli, piccolo, segnato di rughe. Chiese il corpo del figlio. Era venuto per raccoglierlo. Lo depose su un carro, tra il fieno, e s’allontanò a piedi.

Nel pomeriggio altra battaglia contro uomini a cavallo. Quelli riuscirono a trascinar via i feriti ma abbandonarono i morti che noi lasceremo ai corvi. Due soldati andarono perduti, forse prigionieri.

Nei boschi e nei macchioni sono annidate insidie continue. Bisognerebbe bruciare tutto, cancellare villaggi, uomini, case; nero di fumo il cielo. E solo dopo la terra ritrovasse il sole.

 

Il tenente Abbamonte appartiene al genere umano dei vanesi, traditori, pugnalatori d’amici, carogne; per lui ho un’antipatia che vorrebbe mordere. Con una insistenza sfacciata, oggi vantò la sapienza con cui sfoglia le donne, le sue fortune d’amore. Alla fine gli rinfacciai il duello con Grisby, per una ragazza che gli fu soffiata via. Mi guardò cattivo, ma non trovò parole per ferirmi.

I briganti hanno rimandato in paese cinque ragazze prossime a partorire. Una di esse è alta, piena di latte come le piante che crescono nelle siepi. Nessuna ha parlato. Dicono soltanto: «Noi ci mangiamo il nostro peccato come un veleno».

Furono rapite una sera dello scorso anno, senza colpa e senza amore. Il colonnello ordina che siano affidate a una casa d’assistenza a Salerno.

 

Gibraltar m’ha raccontato di Maddalena. Era nobile e giovane tanto che le piante seminate nel suo anno ancora non erano cavate dai vasi. Viveva come si vive in questi paesi; con una severità e una solitudine che sgomenta. Per le strade soltanto alla domenica, sul balcone a vespro con la madre, nell’aria che viene dal mare.

I giorni passavano ed essa maturava soavemente. Fu all’improvviso donna; gli occhi azzurri e i capelli le circondavano il capo come un alone angelico. La sua bellezza volava. Lei, dalla mattina al tramonto, in casa, ai soliti lavori.

Poi la grazia delle ore lievi fu spezzata. La battaglia intristì la terra, l’odio storse le bocche; finché un giorno il Boccone entrò in paese, dopo aver massacrato gli uomini della guardia civica.

Tra suoni di tromba, sventolio di fazzoletti, grida di villici e di prigionieri liberati dal carcere.

Il Boccone prese Maddalena. Lasciò intatta la casa, non valicò la soglia né infranse i vetri, non rubò il vino; tolse quel fiore e odorandolo, inebriato, se lo mise sul petto.

Partì a cavallo fra nuvole di polvere. Nei paesi vicini aveva rubato, bruciato, ucciso; lì tutto restò fermo e pulito, non sporcato dalle mani dei briganti.

Se ne parlò a lungo per i villaggi della Calabria.

Una gran bellezza doveva ardere in viso alla fanciulla e un tenero vento scuotere il suo petto, se per essa il Boccone rinunciò al saccheggio. Una grande bellezza.

Il padre in pochi giorni ebbe bianchi i capelli; la madre, presa dalla furia e dalla nostalgia, non badava che a piangere, e a chiamarla fra il pianto. La sua voce s’alzava triste per le sale vuote.

Dopo molti mesi, uno della masnada, fatto prigioniero, raccontò che la ragazza, precipitata in quell’inferno di sozzure, avendo annoiato il Boccone con il pianto e la tristezza, da costui fu regalata alla banda; e passò di mano in mano, pensate in che tristissimo modo. Ormai era una larva, lontana dal mondo, volante attorno a una lampada. Un giorno mentre fuggivano inseguiti dai soldati, e Maddalena era in sella con l’ultimo malvivente, cadde o si gettò a terra.

Morì di stenti, fu divorata dai cani? Dicono che corresse nel bosco più fondo a morire di dolore.

Nessuno seppe più nulla di Maddalena.

Cercarono a lungo Maddalena.

Nessuno seppe mai se Maddalena era morta o infelicemente viveva, come una bestia, nella foresta.

 

[passano alcuni giorni]

 

Hanno ucciso il giovane che una sera raccontò di Maddalena e del Boccone. Fu trovato con il petto aperto da un’accetta; non abbiamo notizie degli uomini che lo accompagnavano.

Ritornando in paese abbiamo visto sfilare la flotta inglese. Navi che entusiasmano, a non pensare che trascinano nemici.

Erano forse trenta, d’ogni grandezza: aprivano le onde un poco inclinandosi, le più leggere all’ombra dei grandi vascelli. Le seguimmo mentre correvano verso Messina, dove si appostano per addentare la preda. Noi siamo deboli in mare.

Bruciammo il paese di Grimaldi, dopo avere raccolto gli abitanti in un campo; fra quelle case il fuoco è divampato in un momento. I briganti erano soliti nascondersi nel paese e aspettare le spie che salivano dalla costa. Le vecchie pregavano mentre le case ardevano; piangevano cupe. Le donne di questa plaga o sono giovani e belle (hanno spesso una grazia che sorprende) oppure sono violente, col coltello fra i seni, le armi nascoste sotto la veste.

Tutto ribolle come un vulcano.

 

Con Gibraltar ricordavo ieri sera cosa sono stati questi anni passati in un baleno. Non vedo mia madre da sei anni.

Per le pianure d’Europa abbiamo portato la vita, con tale impeto che non ci accorgiamo che essa fugge, vivendo nell’uragano. E che altri, più abili o fortunati, raccolgono rapidi allori, maggiore fortuna, addirittura ricchezza.

Forse ha ragione Gibraltar quando dice: è un grande tempo, zeppo di avvenimenti, il quale conquisterà i posteri.

 

La vanità mi tedia, tanto essa è lontana dalla virile ambizione, che scolpisce nel vivo della carne a colpi di lama. Il furore che la faccia, perfino la voce e il modo di camminare di Abbamonte eccitano in me, ogni volta che l’incontro, non si calma se non in questi sfoghi (e quando penso d’ucciderlo).

Ma ucciderlo non potrei: mi convinco che il suo egoismo caverebbe anche da una simile vicenda qualche vantaggio, o sfuggendo allo scontro per una via contorta, che non riesco a prevedere.

Giacomo, mio cugino, era simile; morì travolto da una carrozza a Parigi, a vent’anni. Lo odiavo. Nella faccia di Abbamonte vedo Giacomo uomo.

A Parigi piangeva miseria per commuovere gli amici e i cuori femminili; col pallore che fingeva sulle guance, confermava quale vita contraria ai suoi talenti gli era toccata.

Tenore di scarso merito (un pigro egoismo gli avrebbe impedito, in ogni modo, di sottomettersi alla disciplina dello studio) era riuscito, continuamente lodandosi e appoggiandosi su benevoli giudizi strappati quasi per scherno, a crearsi una fama non grande ma calda, sostenuta soprattutto dall’indifferenza di quanti – ed erano i più – credevano alle sue parole, ridevano ai suoi motti di spirito, ascoltavano i suoi racconti e altro non chiedevano.

Quando morì tutto era appena abbozzato, ma certo sarebbe giunto, in pochi anni, a rassodare quella fama che desiderava, un po’ indefinita e quindi più sicura e sulla quale si può tranquillamente vivere.

Io, incapace di simili raggiri, e a cui la falsità e quella indifferenza per i sentimenti davano un’angoscia dolorosa, ero giunto ad odiarlo a tal punto che mi scoprivo spesso a immaginare in quale modo, e dove, avrei potuto farlo penare; e l’urlo, se mi venissero ad annunciare che Giacomo era morto.

Alla notizia vera allibii. Sentivo troppa gioia per non essere, in qualche modo, addolorato.

Mentre lo accompagnavo al cimitero – un mattino vivificato da una luce tempestosa, accesa dal vento – pensavo a quando arrivava a casa mia, nella stanza d’affitto (studiavo, prima d’entrare all’accademia), e seduto accanto al tavolo mi guardava con occhi che si sforzava di render acuti, li buttava addosso, per sbalordirmi.

Parlava di sé, vantandosi, o s’avventava sugli amici e tutto era rovesciato, con una noncuranza perfida che mi faceva male. Passava poi ai nemici, e se alcuno aveva osato criticarlo, era spacciato: la moglie lo tradiva, la figlia se la spassava, egli aveva inclinazioni greche, la sua ricchezza ammassata col veleno e con atti falsi. Se un amico cessava di lodarlo, e con schiettezza gli apriva l’animo, subito si trasformava in un arrogante piccione, uomo senza talento e senza lettere.

Mi accanisco contro un morto? Forse aggiungo al suo ritratto tinte cavate da altri quadri, ma benché la vita m’abbia cotto e incattivito, quei veleni ancora m’infuriano. Parlo di Giacomo e forse conficco una lama nel fianco di Abbamonte.

Giacomo amava mortificarmi perché ero, come diceva mia madre, “profondamente onesto”, o come dice il colonnello “un carattere che dà pieno affidamento”. Piccoli sacrifici, considerati come imposizioni divine, acquistavano per lui il peso di prove smisurate, offerte alla sua sopportazione per saggiare la forza del carattere; ne parlava per giorni.

Era invece vigliacco. Avrebbe tollerato uno schiaffo da un gentiluomo per renderlo, con ira, al proprio cocchiere.

 

Dai monti partono nuvole nere che si vuotano con furia quasi gemendo.

Gli ordini del colonnello danno frutto. Molti che impauriti sottostavano ai briganti, rialzata la schiena s’oppongono con forza, e noi li armiamo. Altri, addirittura furiosi per i torti patiti, chiedono di combattere, smaniosi di vendicarsi.

In questa terra le passioni divampano con rapidità incredibile.

 

[suono di fanfara]

 

Soldati caduti, paesi incendiati, pioggia, vento. Il mare è sporco. Fino all’orizzonte quel fragoroso biancore è deserto. Le foglie volteggiano nell’aria.

Rambaud è ferito alla schiena; Abbamonte prigioniero; una pattuglia di cavalleggeri annientata. La banda del Boccone, aizzata dalla fame, si muove come terriccio fracido.

 

Squilla la tromba, il colonnello dice: «Non potrò tollerare altri indugi. Bravi soldati, a voi l’onore di scovare i lupi e ripulire la terra da queste macchie. Una cosa ancora: fuoco, quando avanzate. Sparate, uccidete. Fuoco, terrore. Solo il capo lo voglio vivo, trascinato a forza, perché muoia da cane. E ora seguitemi».

Dopo tre ore, il borgo Decollatura preso e incendiato. Avanziamo, è freddo. Dalle nubi cala una nebbia dura e grossa.

Il paese di Soveria è abbandonato; troviamo le porte spalancate, ancora fumanti i camini, in alcune case l’acqua è a bollire nelle pentole. Una capra legata a un alberello. Bruciamo tutto, ma il fuoco s’alza a fatica su questa miseria di pietra. Il fumo è soffocante.

Comincia la montagna.

Saliamo divisi per gruppi, ciascuno con un ordine preciso. Il vento morde la carne. I soldati napoletani sono entusiasti di Manhès e Pepe addirittura dice a tutti la sua ammirazione.

Procediamo fra gli alberi, il passo degli uomini scricchiola sulla coltre d’erba. Anche le voci delle pattuglie si propagano come attraverso l’acqua, in una estenuante uniformità. Al suono delle trombe ci accampiamo per la notte. Dispongo le sentinelle, accendiamo i fuochi.

 

[il giorno dopo]

 

Procediamo sulla schiena di questa montagna interminabile, sempre più cattiva. Verso sera un rombo di fucileria. Ci avvertono che si è incontrato il nemico e di avanzare con cautela. Attorno a noi è scuro, accendiamo le torce.

L’erba, sotto gli alberi, è rossa. Un rivo scivola fra le crepe e gorgoglia sbattendo contro i sassi.

All’alba s’alza il vento e cade nevischio. Turbina fra i rami, s’attorciglia alle foglie, addolcisce l’aria.

Grida, voci, spari. Uomini corrono, cercano l’ombra degli alberi. Ci hanno attaccato; anche ai nostri fianchi combattono. I briganti corrono da tronco a tronco; s’avvicinano, tentano d’aprirsi la strada verso la pianura.

Ordino la baionetta in canna. Cade la neve. Andiamo all’ass

 

[nota del tenente Gibraltar]

 

Il tenente De Latour è caduto tre giorni fa, nel corso dei combattimenti contro la banda del Boccone. Riuscì a cacciare i nemici, ma fu falciato da un colpo di pistola in gola.

Era un buon soldato e un mio amico. La sua morte ci ha addolorato. Aveva fermezza da bravo ufficiale e la vivacità che dà tono e misura al carattere. Parlava poco, ma con sapore. Aveva il dono di un carattere dal quale la malinconia non era esclusa; ci si poteva rivolgere al suo cuore senza il timore d’essere fraintesi.

Un bravo soldato.

La sua roba sarà spedita a Napoli. Il colonnello lo propone per l’avanzamento a capitano. Toccherà una pensione più alta a sua madre.

 

[e aggiungo]

 

Dispersa la banda, i prigionieri abbandonati ai soldati del regno e, in parte, alla popolazione nemica. Dinanzi a una casa la testa di uno di costoro era conficcata in un palo.

Il paese è devastato da questa furia di morte.

Il Parafante, luogotenente della banda, fu trascinato a Nicastro. La gente lo seguiva, meravigliando alcuni che un uomo così potente andasse a morte. Gli negarono di parlare, il conforto del prete. Pencolò fino a sera, sotto un cielo rosato, nella piazza circondato dalle case.

Alcuni lo vollero toccare dubitando che fosse la sua carne. La notizia di quella morte volò e crebbe gloria a Manhès. Ma il Boccone, con gli altri violenti, è fuggito.

Adesso ci manderanno in Sila, o sulla Femminamorta. Intanto domani torniamo a Salerno. Spero che, salva la pelle, da tanta fatica mi verrà almeno una promozione.

 

VI.

Nell’autunno del 1809

 

 

 

1

 

Quanti anni! Nell’autunno del 1809 Eugenia ed io aspettavamo di ritornare in Francia, e intanto il settembre ci ammaliava. Verso sera, quando l’onda si imporpora per il fuoco del cielo, andavamo lungo la riva deserta, abbracciati; Eugenia, guardando una barca passare, diceva: «La Francia!». Aveva diciotto anni ed eravamo sposati da poco.

In quel paese, di cui non ricordo il nome, a ottanta miglia da Napoli, attendevo l’ordine di congedo; una firma di re Gioacchino e nel meraviglioso settembre, come uccelli migranti nel sereno, saremmo volati in Francia.

«La Francia!» mormorava Eugenia e andavamo lentamente, abbracciati, lungo la riva.

Per lei, ancora tanto giovane, il ritorno significava finalmente il riposo nella nostra casa di provincia; e la pace del cuore, anche, sgombrato dal timore che un ordine improvviso mi strappasse, come nel passato, con quanto dolore, lontano.

«Non saprei più aspettare!» diceva, guardandomi.

Per me, s’intende, era diverso, ma alla fine avevo deciso.

Amavo troppo Eugenia per non soddisfarla e poi, anch’io, desideravo riposarmi. Saremmo dunque ritornati nella casa dell’Île de France, a vivere insieme, senza l’incubo del distacco, almeno per un lungo inverno; in primavera, riprendendo il servizio, avrei lasciato Eugenia con mia madre, più tranquilla.

Sapevo che desiderava, poco per volta, con un sorriso e una lacrima, ma più spesso con un bacio, persuadermi a lasciare il reggimento e a trasferirmi a Parigi, nel Ministero; ma pur convinta di non poter ottenere tanto, si accontentava di questa vacanza abbastanza lunga per riposare l’animo aprendolo ad ogni speranza.

A Napoli la corte trascorreva giornate ansiose, mescolando le feste alle pene della politica; re Gioacchino si era ingrassato; la città era piena di ufficiali. Io amavo Eugenia con tanta passione che nulla mi interessava; desideravo soltanto partire, perché essa lo voleva, e al futuro non sapevo più pensare. Non c’era un lungo inverno davanti a noi?

«Troppo lungo per non sperare» diceva Eugenia guardandomi e contava i mesi sulle dita pallide: ottobre, novembre, dicembre…

Il cielo era senza nuvole, gli ulivi avevano il colore della polvere dopo un temporale. L’aria, in quel luogo e altrove, profumava così intensamente che spesso, alla sera, dava i brividi. Felice paese! I monti lontani erano azzurri e il mare aveva una voce calma che mi ricordava i versi di Omero.

Nella cittadina, vicino al Tirreno, abitavamo una villetta solitaria, avvolta da alberi che la illuminavano anziché coprirla di ombra – magia di un paese che non conosce la neve e l’inverno. La villetta era detta delle Tre Marie, e il nome si poteva leggere inciso rozzamente sul masso appoggiato ai pilastri del cancello. Le tre Marie erano state, un tempo, padrone di quella casa.

«Non uscivano mai» diceva il custode «il nipote, invece, è sempre lontano» e sospirava. «Avevano lo stesso nome… tre sorelle con lo stesso nome: Maria, Maria, Maria!» pareva che cantasse tanto si illuminava al ricordo.

Eugenia all’alba s’affacciava e ammirava gli alberi, la marina, il giardino. Era felice. Così passavano i giorni nell’attesa. Di notte oltre la finestra, dal letto, guardavamo il cielo.

Non lo scorderò mai.

Un mattino scendemmo alla spiaggia, come eravamo soliti, per bagnarci nel mare. L’acqua anche in quella stagione al declino era tiepida accanto alla riva e le onde sciacquavano fra i ciottoli come sfinite per una lunga corsa.

Eugenia temeva che qualcuno, dal paese, la scoprisse, sicché ansiosa palpitava, movendomi al riso; io la schernivo ma ero commosso. Dopo una corsa sotto il sole ritornammo adagio verso casa; ricordo che la campana della chiesa suonava mezzogiorno. Sedemmo nel giardino, vicino alla fontana di marmo – una fontana in rovina, scheggiata ai bordi e con lunghe strisce di ruggine; la statua che sorgeva nel centro era decapitata e le mani protese a reggere un serto di fiori pareva invocassero pietà.

A Eugenia non piaceva, la intristiva, ma il luogo era appartato, lontano dal cancello e dal viale d’ingresso; raramente capitava il custode. Parlavamo di noi; Eugenia ricordava la madre, la sua casa. Raccontando si imporporava e io capivo come i ricordi le fossero cari. Udimmo una voce che chiamava, Eugenia balzò in piedi e corse, con un grido; era tanto bella! Vidi che agitava un plico, festosa. «Partiremo, partiremo!» gridava; la cara persona era così piena di felicità che tremava, sorrideva, piangeva.

Il custode ci guardava. Strappai in fretta i sigilli. Ormai per parecchi mesi eravamo liberi, padroni della nostra vita, di tutte le ore. Finalmente il re aveva firmato! Lessi in fretta, sentendo il respiro di Eugenia e il suo sguardo sul mio volto.

Mi entrò una gran pena nel cuore. Subito pensai a lei, con disperazione. Ancora, dunque, dovevo ubbidire? Scagliai il foglio per terra e la raccolsi fra le braccia. Capì? Ricordo che cominciò a singhiozzare sempre più forte, stringendosi a me. Le baciavo la fronte e guardavo i suoi capelli, bianchi nel riverbero del sole.

Due giorni dopo lasciai Eugenia così rassegnata e apparentemente tranquilla che per ore e ore vissi nell’angoscia, temendo per lei. Non pianse o gridò; ci accomiatammo con malinconia, dolcemente; disse soltanto in un soffio: «Ritorna, ritorna presto» e gli occhi si riempirono di lacrime; l’esile figura bianca nella mattina piena di sole e di cielo si rimpicciolì fino a scomparire. Spinsi il cavallo al galoppo, per la strada che fiancheggiava il mare.

 

Salivo con la mia scorta fra dirupi e precipizi, avendo a sinistra un torrente che scendeva con un fragore simile al tuono e a destra un bosco sempre più fitto.

La guida diceva: «Brutto paese, tenente!». L’aria era pesante; benché il cielo fosse limpido cadeva una pioggia leggera. Guardavo attorno pensando a Eugenia nella nostra casa sul mare, a quel cielo terso, all’acqua della riva; agli occhi di lei che mi aspettava.

Sentivo un malessere addosso che era rabbia, tristezza e freddo.

Quell’aria, il rimbombo dell’acqua mentre la nuvolaglia si addensava scura come il fango!

Giungemmo al tramonto nel più triste luogo del mondo.

Non case di pietre ma baracche di legno in uno spiazzo in mezzo al bosco; più lontana, la miniera; e una penombra grigia su tutto; un silenzio irreale scosso appena dal rumore degli alberi che rabbrividivano; strane voci di animali, richiami soffocati che si udivano dal fondo del bosco già pieno di notte. Ero stanco, il corpo ammaccato per la lunga cavalcata; la tristezza mi pesava nel petto. Ricordo che mi buttai su una branda e fui subito morto nel sonno.

Il giorno dopo conobbi Carmine, un vecchio grasso, dai capelli bianchi, che salutandomi disse: «Quassù, con l’inverno, arrivano i lupi. Sareste un lupo, tenente?» e rise.

Ci appartammo in una baracca. L’aria era piena di rumori; il cielo sgombro di nuvole si stendeva sulle cime dei monti illuminando ogni cosa; il luogo mi parve meno selvaggio e solitario.

«Un mese fa» disse Carmine «venne un signore del Governo. Sembra che a Napoli stia molto a cuore questo nostro lavoro… C’è gente alla macchia, nelle selve vicine, dopo l’ultima leva; ma li conosciamo e siamo in pace con loro. Spesso vengono a chiedere pane, e noi diamo pane a quei visi secchi, a quegli occhi lucidi. Ma ora c’è una nuova banda, sull’altro versante; ed è feroce. Abruzzesi, gente di Puglia; uomini che uccidono. Siate dunque il benvenuto, tenente!».

Le giornate erano lunghe; quando gli uomini lavoravano mi inoltravo nel bosco o salivo per il viottolo alla montagna. Mi abituai al paese.

Alle volte mi domandavo perché avessero mandato me; pensavo a un cattivo scherzo, a un odio segreto di qualcuno; non riuscivo a darmi una ragione. Scrissi a Eugenia pregandola di ritornare a Napoli, dove era più facile per lei aspettarmi. Mi rammaricavo di non averglielo detto a voce guardandola negli occhi; temevo che non si sarebbe più decisa.

Infine, doveva trascorrere soltanto un mese; altri soldati e un altro ufficiale sarebbero arrivati. Questo pensiero mi ridava fiducia. Pensavo ad Eugenia con tenerezza e mi sentivo meno turbato, senza quel furore dei primi giorni che, tempestandomi il cuore, mi rendeva insopportabile ogni attimo.

Alla sera, disposti i turni di guardia, sedevamo attorno al fuoco, nella capanna di Carmine.

Bartolomeo, Collotorto, Ammirato, Scopa; giovani e vecchi, attorno al fuoco. Il tempo passava. Ascoltavamo il bosco.

«Dove c’è il verde» dicevano «Dio ha messo l’inganno. Nei prati di alto pascolo, per le vipere: negli occhi delle donne».

Il pensiero correva ad Eugenia, sul Tirreno.

Non la dimenticavo, le parole degli uomini mi riempivano di desiderio. Ricordavo ogni attimo dei giorni passati e sprofondavo come nel sonno; rivedevo ogni suo gesto, riascoltavo le sue parole, la sua voce.

Gli uomini, comprendendolo, cercavano di strapparmi al ricordo.

«Fa male al cuore e ci riempie di tristezza» dicevano «abbi pazienza» e mi versavano vino; un vino quasi nero, dolce, che inebriava. Allora anch’io, dopo, cercavo di unirmi al canto.

I giorni passavano e l’aria si appesantiva; cadevano le foglie. La montagna era carica d’acqua.

Gli uomini si affannavano nella miniera e al tramonto, quando ritornavano nella capanna di Carmine, o in altre, i loro sguardi erano sempre più stanchi. Cantavano, bevevano restando in cerchio, accanto al fuoco, con la ciotola in mano a rimirare la fiamma.

Dondolavano il capo, socchiudevano gli occhi afferrati dalla stanchezza; si riscuotevano per bere, a testa riversa, a gola tesa.

«Non è buon segno» diceva Carmine «quando il cuore va a ritroso in cerca di ricordi… L’inverno è vicino!».

Cadevano notti scure, la montagna era fissata nel cielo come una macchia; gli alberi strisciavano contro le nuvole con un rumore secco.

Il legno delle baracche gemeva, stringendosi per il freddo; e anch’io non ero allegro. Mi tornava la smania dei primi giorni; ripensandoci, risento quel malessere, che non vorrei più provare, come una febbre; divagavo raccogliendo i fili più tenui.

Era strano che non ricordassi alcun episodio del mio passato, delle battaglie, delle marce per le pianure d’Europa; tutto era scomparso, anche il vigore.

Le lettere di Eugenia arrivavano dalla pianura due volte per settimana. Fogli pieni di piccoli caratteri e di tante cose. Raccontava del mare, della villa; come sedeva ogni giorno vicino alla fontana, tutta sola nel pomeriggio, affidando i pensieri al vento d’autunno. Diceva della sua disperazione e del suo amore; mormorava la sua attesa.

Io rispondevo pregandola di ritornare a Napoli.

Questo per me era diventato un incubo; soltanto così mi sarei rassicurato. In fondo ero geloso, rabbiosamente; la solitudine di Eugenia mi riempiva di sgomento.

Carmine, rientrando, scrollava gli abiti e diceva: «Brutto lavoro e brutto tempo, tenente».

Poi arrivavano gli altri, sedevano in cerchio. Bartolomeo versava il vino; attizzavano il fuoco; cantavano. Io mi assopivo.

Ero un legno alla deriva; che cosa mi accadeva? Forse mi aveva snervato quel luogo, o la stagione inclemente; forse l’ozio dei mesi andati, o l’amore e il ricordo di Eugenia che ancora tutto mi occupavano.

Leggevo e rileggevo ogni lettera, scendendo al fondo dei ricordi. Erano le ore più felici del giorno. Quando uscivo dalla capanna per ispezionare la guardia e per scrollare il torpore del fuoco, l’aria gelida mulinava strappando le foglie; ma il rumore più triste, senza riposo, era il tonfo dell’acqua per i dirupi. Pareva il rumore di un esercito in marcia.

Ripensando a quei giorni, mi sorprende ancora l’assenza di ogni rumore che non fosse quello dell’acqua e del vento. Camminavo in mezzo al grido doloroso degli alberi e cominciavo a temere che alcuno, a Napoli, avesse di proposito desiderato allontanarmi da Eugenia. Sapevo che l’avevano corteggiata lungamente dopo il suo arrivo: conoscevo troppo i miei colleghi per non temere.

Solo gli oziosi o i privilegiati erano rimasti a Napoli; gli altri correvano per le campagne col generale Manhès.

Non dubitavo di Eugenia, ma come pensare senza fremere a quella donna così sola e innamorata?

Non era dunque meglio che restasse ad aspettarmi presso il mare, nella villa presso il mare? Ma non sarebbe poi troppo sola? Non sapevo, non sapevo. Temevo il peggio in ogni caso.

Bartolomeo mi sedeva accanto e diceva: «La gelosia è sconsolata, fa male; ma in questo paese, vedete, col mare e con il cielo a fior di terra, le lusinghe sono troppe perché le donne non cadano. Dobbiamo vigilare… Il nostro cuore annusa l’inganno come il marinaio sente il temporale anche in un giorno di festa. Non mettetevi la berretta se siete lontano da casa; la troverete sopra un ramo!» e rideva un riso grosso.

«Sono ricordi?» arrischiai una sera.

«Perdio, non sono ricordi. Mi pare ieri» poi si calmò: «Vedete, è un cattivo pensiero, per me!» e stese le mani alla fiamma.

«All’altro cresce una vigna sul petto, là, nelle pendici del Monte Martino. E nessuno prega per lui» bisbigliò Collotorto, mentre Bartolomeo pareva che bruciasse con la fiamma.

 

Vivevo con questo animo, nel torbido declino dell’estate, quando un giorno, prima che gli uomini si avviassero alla fonderia, Carmine picchiò alla mia baracca.

Ancora non avevo acceso il fuoco sicché nella capanna l’aria era fredda.

Carmine disse: «Un uomo, sceso al paese, ritorna raccontando che i briganti sono entrati ieri notte restandovi fino all’alba; se ne andarono dicendo che ci avrebbero visitato… Sapete che Gustavo non beve; la notizia è sicura».

Domandai se conosceva molte scorciatoie fra quei monti.

Rispose che di buona lena si arrivava in mezza giornata, poi soggiunse: «Se permettete, non dirò che arriveranno subito. Fra alcuni giorni, forse, o una settimana; ma non subito. È gente maligna».

Anch’io lo pensavo; quell’affermare a voce alta che sarebbero saliti nascondeva l’inganno. «Vorranno prenderci di sorpresa, un giorno o l’altro».

«Che Dio non voglia» mormorò Carmine, «dopo l’ultima leva la banda si è ingrossata come un torrente a primavera».

Passarono due giorni, non senza ansie. Gli uomini erano pochi e le munizioni sarebbero bastate per alcune ore, se la battaglia fosse stata violenta; né dal piano sarebbe venuto aiuto.

L’attesa ci impazientiva. Gli informatori non sapevano dare altra indicazione se non che la banda era salita per il versante di Santa Nicolata, in mezzo ai querceti.

Per fortuna il tempo era schiarito, benché il freddo fosse crudo. I miei uomini vigilavano, sparsi intorno alla radura. Era trascorsa una settimana – e io vivevo nell’angoscia, poiché nessuno saliva dal paese e non avevo notizie, neppure di Eugenia – quando udimmo uno sparo e un grido. Corsi fuori e vidi un soldato che accompagnava, con la baionetta innestata, il più lurido personaggio che avessi mai incontrato. La barba nera attorno al viso; il ciuffo dei capelli gli scendeva fin sugli occhi; uose infangate, una palandrana di pelle malamente cucita e stretta al corpo con una corda da pastore.

Ordinai di accompagnarlo nella mia baracca, poi chiamai Carmine.

Guardavo intanto l’uomo che vicino al fuoco si lasciava avvolgere dal calore con un piacere che dava sinistri bagliori al suo viso feroce; gli occhi piccolissimi luccicavano.

Quando arrivò Carmine cominciammo a interrogarlo. Non comprendevo il linguaggio di quegli uomini dei boschi, sicché a ogni frase il vecchio si rivolgeva a me spiegando.

L’uomo tracciava segni con le mani, spesso indicava fuori, alla montagna; la voce non era spiacevole. Aveva il suono di una lama che sia fatta vibrare.

«Dice che non viene come un ladro o un traditore. Ha lasciato il bosco, dove era sicuro, per portare un messaggio del Boccone… È come l’uomo di Galilea di cui parlano i preti; viene col cuore pulito e l’olivo in mano. Come vediamo, nell’altra non nasconde arma».

«Parla da ispirato» dissi «chiedetegli se raccoglie saggezza nel fango dei monti».

«Dice» rispose Carmine «che suo padre era guardiano dei greggi per i tratturi di Abruzzo, nella solitudine guardava il cielo e ascoltava le voci. Egli ha imparato queste voci».

«Che vuole? Poi vada al diavolo».

«Lo ha detto, signore. Porta i saluti del Boccone. In segno di amicizia questa targa d’oro con la Vergine del Carmine e tre formaggi. Dice che Boccone è forte come un gigante e cattivo, se adirato, come la grandine che spezza la vite in rigoglio. Ma è buono come la vergine prima delle nozze, con gli amici, o con i nemici che stima. Voi siete un nemico che stima e vuole essere vostro amico. Dice che l’inverno alza la nebbia sulla montagna e gonfia i torrenti; l’erba scompare sotto la neve e i cavalli e i muli gridano affamati. Dice che è vecchio e vuole morire in pace, sul letto del padre, nella casa a strapiombo sul mare. Dice che i suoi uomini sono canaglie che lo tradiscono e lo accompagnano per derubarlo. La legge è fatta da Dio e la vita del brigante è grama. Non vuol dannarsi l’anima; quando girerà tranquillo per il paese, farà recitare cento messe per l’anima dei morti. Infine vuole deporre le armi ai vostri piedi, se gli promettete la vita e la libertà».

Carmine mi guardò, sbalordito; poi esclamò: «Perdio! È il più sporco inganno che abbia mai udito… Non gli crederete, tenente?».

Aveva ragione. Guardai il volto del messaggero e scorsi una luce impercettibile, un sorriso nero dell’anima. Dissi: «Ha cinque minuti per andarsene… Dica a Boccone che pagherà il tradimento».

Ascoltò la parola di Carmine e s’oscurò come la terra sotto una nuvola; scomparve fra gli alberi.

Ritornò il giorno seguente verso sera. Carmine, dopo averlo interrogato, riferì: «Il Boccone dimentica le cattive parole e vi saluta. Dice che la solitudine raffredda anche il galantuomo; non vi vuol male. Perché crediate alla sua intenzione propone di incontrarsi con voi sul passo di Monte Scuro. Voi e due uomini, il Boccone con due uomini: lo Smarrito e questa carogna. Non ci sarà inganno. Fra due giorni, a quest’ora. È il suo ultimo discorso d’amico. Se non accettate – Dio abbia pietà dei suoi morti – non potrà rispondere dei propositi che gli nasceranno nel cuore».

Il brigante, mentre Carmine parlava, era accanto alla porta: lo sguardo fisso alla fiamma, vuoto di furore; sembrava stanco.

«Si potrà tentare?» domandai a Carmine.

«Non c’è altra strada» rispose «siamo soli… Se permettete verrò con voi, insieme a Bartolomeo. Gli altri vigileranno… L’insidia c’è, perché nessuno potrebbe credere a queste parole… Ma il modo è conveniente. Sapremo finalmente che cosa vuole; penso che si possa andare».

Trascorsi il giorno a predisporre la difesa; scavammo altre trincee. I tronchi degli alberi offrivano un riparo sicuro attorno al pianoro.

Scesa la sera, ci radunammo, come al solito, nella baracca di Carmine. Il fuoco scoppiettava e il legno diffondeva un buon odore di foglie.

Sedendomi accanto, dopo avere acceso la pipa, Carmine disse: «Ora ci troviamo nella battaglia».

L’interrogai sul Boccone, che conoscevo per le sue gesta.

«È marcio fino alle ossa» rispose. «Dio gli ha insegnato una cattiva strada spingendolo fino a noi. Confesso, tenente, di avere paura… Ma un giorno o l’altro doveva capitarci questo castigo».

«Forse non si dovrebbe andare» disse Ammirato.

Mentre parlavamo, ripensavo all’uomo che aveva portato il messaggio. Quale odio lo spingeva alla macchia, a ricoprirsi di fango e di pioggia come una bestia sperduta? Nulla che fosse umano esisteva in lui, se non la voce; ma così fredda che agghiacciava.

L’odio verso i francesi non giustificava quella disperazione senza pietà; nello sguardo c’era una durezza che toglieva il respiro, un dolore troppo antico. Furia selvaggia, ebbrezza di distruzione agitavano il petto di quella gente.

Sentivo disgusto e ira avvamparmi, quasi soltanto ora scoprissi la realtà e mi rendessi conto del pericolo che ci sovrastava e della malvagità spietata di questi uomini.

Udivo Bartolomeo esclamare: «Domani, dopo l’incontro, vivrò più sicuro. Mi sento come fossi ammalato».

«Non ci accadrà nulla, passerai l’arco» disse Carmine «e andare è bene; così resteranno lontani».

Guardavo fuori. Nella notte la montagna è terribile. L’uomo si sente sperduto, in preda al destino, senza la volontà di salvarsi; è sopraffatto da una forza immane; l’alba appare come un miracolo.

Mi sentivo inerme; fra le masse scure gli alberi parevano correre, con le radici all’aria.

Mi voltai. Vidi Carmine, Ammirato, Sciacca, Collotorto e poi tutti gli altri; i loro volti; le loro mani; le voci mi parvero squillanti come una fanfara. Sorridevano, parlavano; il mio cuore si quietò.

 

Venne il mattino, poi il tramonto. Quando ci avviammo, le nuvole bruciavano, l’aria era gelida; l’acqua dal culmine scendeva, scendeva.

Il passo di Monte Scuro era a cavalcavia fra due cime, a mezz’ora di cammino. Ci avviammo con le armi in pugno.

L’ora e la luce del cielo insinuarono torpore nei pensieri che si affievolirono.

Guardavo l’erba ai bordi del sentiero, il fango che affiorava nei punti più battuti, il dirupo contro il quale quasi strisciavamo.

Anche Carmine e Bartolomeo salivano in silenzio; udivo alle mie spalle il loro respiro, che mi confortava.

Grande era la pace su quelle montagne; le stelle sembravano fiori sbocciati nelle cime più alte.

Eravamo intenti a questo incanto – noi, abituati all’umidità del bosco e della miniera – quando udimmo un rumore.

Bartolomeo si volse, gridando; ma la voce picchiò sul fianco del monte e scivolò lontana.

«Forse un animale» disse Carmine.

«O un pugno di terra; quando è bagnata, cade» mormorò Bartolomeo, guardandosi attorno con impazienza. Carmine, più calmo, scrutava il viottolo.

Soltanto allora pensai con quanta leggerezza avessimo ceduto a un invito infido, per trascinarci in un luogo facile all’imboscata. Ero impazzito?

Il cielo, lassù, quasi verde, l’ombra della montagna e poi l’imbocco del viottolo! Bastava che apparisse un uomo armato e per noi non c’era scampo; oppure che ci sorprendesse da un dirupo soprastante.

Sollecitati i compagni, ci ritirammo fino a una svolta più in basso. Lì il dorso della montagna impediva un agguato dall’alto, e avevamo agio, se sorpresi, di guadagnare uno spiazzo assai utile alla difesa.

«Qua è meglio» disse Carmine.

Il silenzio era uguale a quello che sovrasta i cimiteri.

«Buona sera alla bella compagnia!». Raggelai come se mi fossi immerso nell’acqua che scendeva dal monte. Sentivo l’ombra alle mie spalle; mi pareva grande, un incubo. Non rispondevo.

Poi passò lo stupore e l’angoscia della sorpresa. Sentivo il respiro di Carmine e Bartolomeo ai miei fianchi.

«Salute alla bella compagnia!»; vidi che agitava la mano in un gesto ampio, come parlasse alla moltitudine.

«Smarrito» disse «e tu, Pasquale Napolitano, salutate i signori». Udimmo nell’oscurità un borbottio. Erano distesi sulla terra? Per quanto frugassi non scorgevo altre ombre.

Distinguevo adesso i suoi occhi che parevano bianchi, paurosi. «Noi cediamo il passo a chi è più forte» diceva «o soltanto più gentile. Abbandoniamo le armi sulla montagna per scendere al piano senza rimorsi».

Si sfogava di qualcosa, parlando. Forse dei lunghi silenzi ai quali era costretto, oppure – poiché evidentemente cercava le parole più sonore – si compiaceva di ostentare la propria affabilità. Si sentiva forte, e voleva apparire anche civile. Lo ascoltavo pensando se potevo vincerlo con l’astuzia; tuttavia lo temevo, poiché era il più forte in quel momento.

Parlava degli uomini della banda morti e feriti; della scarsa riconoscenza dei Borboni; del corpo segnato da troppe marce e da tante battaglie.

Udivo il rombo dell’acqua che scendeva. Diceva: «E Nicola da Picerno? Bravo soldato, quello; manca alla compagnia. Davvero non dovrebbe essere ucciso, come dicono…». Da quanto tempo parlava? Il cielo da un momento all’altro doveva schiarire.

«Libereremo Nicola da Picerno! Ma senza armi, senza cavalli, senza amici, come fare?». Smorzava la voce in un lamento odioso.

«Questo resta, dopo aver molto pensato. Il tenente verrà con noi, come amico s’intende e ospite di pregio. Finché Nicola non ritorni, soltanto fino al ritorno di Nicola. È giusto?».

Feci scattare l’arma; poi dissi: «L’inganno è nero come la tua anima; tu sia maledetto» ma erano parole, soltanto parole. Potevo sparare, corrergli contro con il pugnale, ma gli altri avrebbero sopraffatto me e ucciso Carmine e Bartolomeo; poiché la banda ci circondava. Udii rumori di passi, da più parti. Non c’era scampo.

Sapevo che mi avrebbero ucciso; ma Carmine e Bartolomeo?

Erano sempre immobili, come alberi dalle forti radici.

Finalmente apparvero gli altri. Quale sorte era riservata ai miei due amici? Avevo creduto, con una ingenuità che ancora oggi mi sbalordisce. Dissi: «E i due che mi accompagnano?».

«I vostri amici sono nostri amici. Vadano a portare la notizia. Finché Nicola da Picerno non torni. Soltanto questo potranno dire».

«Andate» dissi. S’affrettarono senza parole e scomparvero.

Come vidi che nessuna ombra si muoveva mi rassicurai; tuttavia rimasi all’erta. Il tonfo dell’acqua era uguale allo sciacquio delle onde sul Tirreno; un rumore esausto, leggerissimo. Pensai a Eugenia con disperazione.

Dopo un tempo che mi parve interminabile il Boccone disse: «Il tenente vuole seguirci?».

Mi avviai e la macchia nera degli uomini mi tenne dietro. Camminammo fino all’alba, fra lo stupore dei monti; quando apparve l’aurora, andavamo su una cima e a perdita d’occhio si stendeva la terra calabrese.

Il mare, lontanissimo, vibrava scuotendosi nell’ombra; boschi, piccoli laghi, un tepore di cielo che ristorava; l’aria odorosa di foglie, di resina. Non mi sentii più stanco. Scorgevo i paesi bianchi che riposavano come sassi in riva al fiume.

Scendemmo dal monte guadagnando il bosco. Allora il Boccone disse: «Questo è il nostro palazzo». Il sole tra il fogliame si frastagliava in striscie polverose; l’aria era verde, il bosco sembrava coperto dall’acqua.

 

 

 

 

 

 

2

 

Nunziata Lauria era la nuova donna del Boccone. Seppi poi che era stata monaca; e a guardarla si poteva capire.

Quando i suoi occhi non si allargavano nel furore ma riposavano sulle cose inanimate del bosco e quasi si socchiudevano, mentre il cuore forse ricordava, avevano una tenera dolcezza e la carità di chi desidera offrire o mortificarsi.

Era alta e vigorosa, scura nelle carni, di corti capelli; i fianchi e le gambe armoniosissimi. Io mi incantavo a guardarla, quando camminava.

Appena arrivati le fui condotto innanzi e il Boccone disse: «Il tenente è nostro ospite; ti porge i suoi omaggi», la voce suonava beffarda.

Nunziata Lauria mi guardò in viso. Indossava calzoni da pastore e una camicia che si adagiava sulle mammelle piene. Gli uomini, accesi i fuochi, mangiavano. La donna disse: «Potrete dormire accanto al masso. Napolitano vi darà le coperte» e si allontanò. Aveva una voce aspra con risonanze strane, quasi faticasse a parlare.

Avute le coperte mi adagiai per terra e caddi in un sonno senza sogni. Mi risvegliai a notte alta e trascorsi le ore di buio a pensare; dall’erba bagnata e dal masso che mi riparava s’alzava un vento freddo.

Ero certo che avrebbero riso di me, a Napoli e altrove, imprecando alla mia ingenuità. Ridessero pure! Perché non salivano su questi monti desolati? Noi non avevamo altra scelta; anche Carmine e gli altri lo affermavano.

Non importava! Ero stanco e se pensavo a Napoli, alla fatuità che circondava la corte, al mercato delle cariche, provavo fastidio. Le guerre, le grandi guerre degli dei erano finite, e nella pace gli uomini ingrassavano, impigrendo. Per quanto tempo avrei aspettato l’arrivo di Nicola da Picerno?

Questo temevo: forse una settimana o forse un mese. Dove era rinchiuso? A Potenza, a Napoli? O nel lontano Abruzzo? Purché Eugenia non si spaventasse!

Ma il cuore non si agitava rincorrendo questi pensieri, i quali andavano e venivano fiochi. Mi lasciavo sopraffare dalle circostanze. Chi era quel Nicola? La mia vita era attaccata alla sua vita, io vivevo per lui come quello, ora, per me. Pensavo a quest’uomo senza odio.

Il Boccone era violento e mi avrebbe ucciso, in un altro momento; ma la donna era bella. Pensavo a quel corpo che s’agitava nella passione; alla sua bocca, al petto caldo. E la voce!

Ero pieno di desiderio, non di lei o di Eugenia, ma di una donna.

Il bosco si riempì di verde, le fronde agitandosi dipinsero l’aria di un tenerissimo azzurro; durò a lungo quella luce, finché alberi ed erba si illuminarono. Pareva che ogni cosa fiorisse. Il bosco risuonò di voci e, lontano, di richiami.

Trascorsi il giorno in solitudine, dimenticato. Fino al tramonto durò il tramestio dei muli e dei cavalli che giungevano carichi di sacchi, forse dal piano.

Non vidi il Boccone né la donna. Quando mangiammo Napolitano mi sedette accanto. Era giovane, asciutto, senza barba; aveva occhi nerissimi e un piccolo naso. Forse era feroce ma non pareva; somigliava piuttosto ai pescatori del Tirreno che anch’io conoscevo. Domandai: «E il capo?».

Rispose: «È sceso alla pianura, in compagnia» fece un vago gesto con la testa.

Anche Napolitano, dunque, invidiava la preda.

Alla sera tornarono. L’aria era mossa da un vento che annoiava. Udii voci adirate, oltre gli alberi, poi, chiaramente, la voce della donna che ingiuriava.

Il giorno seguente partimmo, in una lunga fila.

Salimmo di nuovo sulle montagne dalle quali vidi nascere il sole. L’aria vibrava come se misteriose campane suonassero a gloria, nell’azzurro senza nuvole. Mi durava nel cuore un sentimento di serenità. Il Boccone e la sua donna cavalcavano innanzi scuri in viso, sempre guardando il sentiero; io osservavo le vallate sottostanti, le macchie dei boschi; non riuscivo a scorgere il mare; eppure all’orizzonte l’aria tremando lo annunziava.

Il mare, la Corsica, la Francia, Eugenia! Mi parevano sogni lontani, lontani.

Camminammo per i sentieri, salendo e scendendo sul dorso dei monti. Quando il sole fu altissimo nel cielo e accennò a precipitare – io lo guardavo, lo guardavo – arrivammo improvvisamente a un paese.

Casette ammucchiate una sopra l’altra, con una sporcizia, una miseria e una tristezza soffocanti. Mi domandavo come potessero vivere in quel luogo abbandonato. Il viottolo che lo attraversava era deserto.

Mescolata alle case, sporca di pioggia, la chiesa, con una piccola torre in cui s’era rifugiata, uccello impaurito, la campana.

Dondolando al vento pareva sbattesse le ali, con fatica. Al mattino e alla sera suonava colpi secchi, quasi fosse di legno.

Mi alloggiarono dal prete, con Napolitano e tre uomini. Costoro ridevano spesso, bestialmente; quanto Napolitano era silenzioso tanto questi erano loquaci e volgari.

Il prete aveva un viso senza rughe, e un grosso naso piantato sul volto, per castigo. Troppo gentile con tutti, muoveva gli occhi da spiritato e voltava la testa qua e là, guardandosi anche alle spalle. Era impaurito, e non voleva mostrarlo. Col Boccone era di una gentilezza nauseante, tuttavia non s’era ancora inacidito, rassegnandosi alla miseria, alla solitudine, allo sconforto come tanti altri, nelle parrocchie sparse intorno.

Chiamava il Boccone “eccellenza”. Dietro alla chiesetta aveva due stanze; una gli serviva da granaio, dispensa e ricovero per due capre: era puzzolente, con i muri scrostati; nell’altra dormiva, cucinava, recitava le preghiere. Capii che non sapeva se commiserarmi o disprezzarmi; ai preti per lo più i francesi non piacevano.

Si informò della mia sorte; quando gli dissi che ero un ostaggio si imporporò in viso e disse: «Bisogna rassegnarsi, pazientare… l’eccellenza è potente» alzò gli occhi come a chiedere la testimonianza del cielo, «nessuno, proprio nessuno può lamentarsi».

«Prendete me» soggiunse «sono un povero prete; eppure quando transita per il paese lascia sempre qualcosa. Questa è carità… Oh, un brav’uomo e io non credo alle storie che si raccontano… Certo i malvagi sono numerosi in terra, non credete?» spalancò gli occhi come se mi vedesse per la prima volta. «Non credete?» ripeté.

Risposi: «Sì».

Sospirò e parve liberato da un incubo.

«Anche voi siete buono» mormorò guardandosi intorno, temendo che qualcuno ascoltasse. Subito mi portò un bicchiere di vino; pessimo, quasi aceto, ma sforzandomi lo tracannai.

A mezzogiorno mangiai seduto sul gradino della chiesa e intanto guardavo le case con le finestre sprangate, il viottolo in cui correva un rigagnolo e gli uomini che mangiavano, litigavano in sagrestia. I canti, le voci sovrastavano le case arrivando dal punto più alto del paese, dove alloggiava il Boccone.

Quando incontrai il prete gli domandai perché tutte le finestre fossero chiuse, se davvero il Boccone e i suoi uomini erano così rispettati. «Eh figliuolo» disse «sapete, le donne!» e m’accorsi che si sentiva colpevole per questa legittima paura.

«Ma serve poco» soggiunse a bassa voce «quando il vino corre… Ormai sono abituati. La sera porta cattivo consiglio». Gli occhi gli luccicavano.

Erano giorni avventurosi quelli in cui i briganti scendevano dai monti.

«Certo» diceva «l’eccellenza e i suoi uomini lasciano viveri, vino, denaro. Che altro potrebbe dare in cambio il paese? Non un freddo letto, è naturale». Si fregava le mani, adagio; il naso era rosso, su quel viso di vecchio.

Alla notte mi coricai vicino all’altare. Tuttavia prima di prender sonno parve a me che il paese si risvegliasse. Udivo stridere le porte sui cardini, strisciare i piedi sui ciottoli, voci, richiami. Una nenia lamentosa, fischi.

All’alba vidi il prete davanti al tabernacolo bisbigliare una preghiera. Mi avvicinai; il vecchio si segnò in fretta.

«C’è stata sarabanda, stanotte» dissi «non ho potuto dormire… Avrete molto lavoro, oggi» continuai e il cuore mi rideva «per ripulire le coscienze».

«Tacete» gridò tutto agitato. Poi si calmò e, siccome lo guardavo con simpatia, mi domandò: «Volete mangiare?» e soprappensiero soggiunse: «Siete un bravo figliuolo, anche se miscredente. Si vede, si vede… Tutti i francesi lo sono. Non credono… Ma via, monsiè Voltaire» disse ridendo e diventando rosso «volete mangiare? Pane, cacio, vino fresco, se volete».

Quel vecchio mi divertiva e mi piaceva il paese; il cielo, la stagione colma d’autunno. Ero pazzo, lontano da ogni triste pensiero. Anzi, non avevo pensieri. Così accade, a volte. Mangiai, poi sedetti sul gradino della chiesa.

Il rigagnolo scendeva fra i sassi, ma era torbido e puzzolente del piscio dei muli. Le finestre delle case erano aperte, sulle porte si affacciavano i bambini.

Quanti bambini, per una miseria tanto grande!

Eppure c’era un’aria di pace; il paese si era liberato dall’incubo e respirava tranquillamente.

Il prete uscì trascinando le capre.

«Pascolate il gregge?» domandai.

«Oh, lego queste bestie a un palo nel prato, fino a sera» rispose.

«Vi sentite sicuro?».

«Il generale ha promesso» rispose solennemente, avviandosi. Dopo un’ora lo vidi scendere per il viottolo, a piccoli salti, come se qualcuno lo spingesse alle spalle. Sudava.

«Partono» ansimò «scendono al piano… Ma voi restate» si affrettò ad aggiungere. «Voi restate. Anche lei resta» e accennò col capo. «La donna, intendete?» bisbigliò. «Scendono alla città… Oh, il generale è potente. Va a incontrare un ministro del re, capite?… Il quale viene dal mare»; mi guardava, temendo di ferirmi. Certo si rammaricava d’aver parlato.

Un ministro del Borbone veniva dalla Sicilia e approdava nel regno! Questo era ancora possibile? La grande Francia, il leggendario Murat e un brigante dai monti scendeva al mare, con uomini e muli, per incontrare un nostro nemico? Indossavo ancora la mia divisa, sebbene sporca, e mi sentii bruciare.

Mi scopersi debole, vigliacco. Rimpiansi il coraggio perduto, la mia dignità che prima di ogni altro avevo calpestato. Perché, perché? Mi augurai che Nicola da Picerno fosse già in cammino.

La mia vita valeva quella di un bandito. Era giusto.

Nel pomeriggio Napolitano m’avvertì che abbandonavamo la chiesa. Salimmo verso l’alto e ci unimmo alla masnada.

Benché il Boccone fosse partito gli uomini erano numerosi. Sdraiati per terra, sul prato, o seduti lungo i muri, col fucile accanto e i coltelli che spuntavano dal panciotto, somigliavano a cani pazienti in attesa di un fischio del padrone.

Passarono alcuni giorni.

Un pomeriggio passeggiavo attorno alla casa col cuore affondato nell’inedia, quando vidi la donna dirigersi al bosco. Mi guardò e a me parve che volesse arrestarsi; poi si allontanò con un moto superbo della testa. Ritornò dopo alcune ore.

Bianche nubi andavano nel cielo; mentre scendeva per il prato pareva l’accompagnassero. Camminava come frustasse l’aria, o piuttosto come volesse intimorire o conquistare un re. Era bella, bella. Ma se avessi osato mi avrebbe ucciso. Cercai di coprire il mio desiderio con cenere.

Verso sera la donna ripassò, vidi che aveva adornate le orecchie con anelli, i quali dondolavano simili a piccole campane. Forse aspettava il Boccone dalla pianura; camminava lenta, quasi stanca, come sostenesse un peso, e il suo petto era colmo.

Dormii all’aperto sotto il cielo fiorito di luce. Al mattino domandai a Napolitano quando sarebbe tornato il Boccone.

«Fra una settimana» rispose «o più. Ha gravi faccende al piano».

Subito mi domandai per chi si era adornata la donna, il giorno innanzi. Nunziata Lauria consolava l’attesa e il desiderio con un altro? Ero certo di no. Forse si compiaceva della sua bellezza e ne godeva, al modo di tutte le donne? Non sapevo e non capivo.

La udivo gridare contro qualcuno; nella lontananza la voce aveva il suono stridulo di un adolescente.

Gli uomini sedevano al sole. Affacciato alla porta della chiesa scorsi il prete; le campane avevano già spaventato il cielo con i colpi.

La donna riapparve verso sera; la montagna era coperta di verde, di pace. Si arrestò sulla porta, guardando prima il viottolo poi i monti.

Ancora la guardavo, quando s’avviò strisciando lo sguardo su di me; sentii un brivido. Ero agitato, impaziente. Per un attimo mi parve di essere impegnato in una lotta, ma non mi mossi. Quando mi passò davanti restai fermo, sempre guardando la porta da cui era uscita. Volevo voltarmi ma non riuscivo; restavo attaccato alla pietra del muro, senza speranza. Eppure sentivo che qualcosa doveva accadere.

Trascorsi la notte ricordando i giorni passati. Il desiderio mi riempiva di speranza. Per me si adornava, per me, lentamente, saliva al bosco.

Capivo come questa avventura fosse assurda eppure triste; come il mio spirito avesse perduto ogni misura. Pronto alla mischia, l’attendevo con una gioiosa voluttà che i miei pensieri rinfocolavano. Nemmeno un istante pensai che, forse, potevo fuggire approfittando del tempo e degli uomini distratti. Restavo ad aspettare e come sonnambulo a guardare. Così fui preso, senza più speranza.

Allora dissi: “Se esce al bosco la seguo”. Soprattutto mi eccitava il pensiero che non l’avrei vinta senza lotta.

Nel pomeriggio, fin quasi al tramonto, il paese cadeva nella pace, gli uomini si sdraiavano lungo i muri; non s’udivano voci, pareva che tutti aspettassero qualcosa, ma senza impazienza. Non la vidi, in quel giorno, né al mattino che seguì. Apparve sul viottolo quando già i monti erano neri e il cielo lentamente scompariva.

Non portava gli orecchini lucenti; indossava, oltre ai calzoni, una grossa camicia di lana. Vidi questo in un attimo.

La seguii adagio, scorgendola innanzi a me come un’ombra. Mi sentivo triste, scoraggiato; andavo come in sogno, quasi contro voglia. Ero agitato o, piuttosto, intimorito. Ero anche stanco, sporco; non mi avrebbe scacciato?

I pensieri si affollavano aggrovigliandosi; tutto non ricordo.

Sentiva i miei passi? Cercavo di andar leggero, timoroso che mi scoprisse. Ora volevo ritornare; con quanto sollievo mi sarei di nuovo seduto sul gradino della casa; a rimirare il cielo! Invece continuavo a seguirla.

S’arrestò e anch’io mi fermai con le radici al suolo; la terra mi parve soffice, mi ridonò fiducia.

C’era qualcosa di sinistro nell’aria, il cuore raccoglieva quel presagio come un annuncio di tempesta.

Non posso seguire gli sbalzi d’umore, in quel tempo lontano. Ora tutto mi pare irreale e senza importanza; ma allora fu un’avventura strana e intensa; da vecchio la ricordo con rimpianto. Non temevo più, aspettavo. La donna era là e il cielo notturno la specchiava, bella e di alte membra come le eroine antiche.

Mi ripigliava l’ansia, e adesso sentivo di volermene ritornare, senza rumore, da quel luogo reso tetro dai rami che si intrecciavano in alto. La mia fiamma reclinava, ormai indifferente speravo di cavarmi da quella situazione senza sorprese e senza danno. Scoperto, e disarmato della foga che mi aveva spinto lassù, la donna m’avrebbe di certo perduto al ritorno del Boccone…

Sentendo frusciare mi buttai al riparo di un tronco: subito un’ombra apparve accanto alla donna. Nella notte, così nascosto, mi sentivo meschino e vigliacco. Neppure m’importava ascoltare le loro parole. Pareva voce di uomo anziano, ancora vigoroso, soffocata in quel mare di foglie; la donna lo incalzava e lui consentiva. Una giubba di cuoio attorno alle spalle. Non m’importava, ma non avrei districato il nodo di quel dialetto così concitato e grave; tuttavia non mi parve che disputassero intorno a qualche gran fatto, ma piuttosto fissassero patti, condizioni per vicende ancora da accadere.

Non poteva essere, né potevo credere che la donna tradisse il suo amico; benché fra quella gente fosse cosa d’ogni momento. Più probabile, forse, un commercio segreto con un parente – o per desiderio di alcuna novità. Oppure, semplicemente, una persona che essa voleva rivedere in segreto.

Riuscii, retrocedendo a passo a passo, inarcandomi contro i tronchi, a strisciare lontano dalle ombre; col sentimento sempre più lieto di liberarmi, fuggendo, da tutti i miei tormenti.

Arrivai finalmente alla casa. Sulla coperta distesa vicino al muro, nella camera squallida, mi sentii sollevato, senza più quella febbre; calmo, sereno, stanco, molto stanco.

 

Ritornai a visitare il prete e la sua chiesa, assaggiai ancora il suo vino e mangiai il suo pane. A volte, per lui, suonai la campana a mezzogiorno e alla sera; allora diceva che i francesi non sono malvagi.

Vecchio prete! Sarà sepolto fra quei sassi, nel silenzio e un altro batterà la campana alle ore canoniche. Il suono, secco secco, passando sul paese, voglio immaginare che scenderà fino a lui, oltre il viottolo, sulla terra che lo copre, e durerà a lungo, dolcemente.

Quanti anni! Mangiavo il suo pane, bevevo il vino e aspettavo. Aspettavo il Boccone, aspettavo Nicola da Picerno; e il tempo passava spinto dal vento d’autunno.

«Quest’anno» diceva il prete «avremo presto la neve».

Ora pensavo ad Eugenia, meravigliato che esistesse; l’avevo dimenticata e la riprendevo lentamente, con una felicità e una sorpresa che mi inebriavano.

Mentre il prete parlava nella stanza fredda, pensavo a lei, con quanta pace! Ero felice, a volte impaziente.

Vedevo alla sera, quando indugiavo accanto al fuoco, Nunziata Lauria salire al bosco. Io ridevo della mia pazzia. Ero libero e lieto nell’attesa.

Ricordo il mattino che portò la neve. Ogni cosa si addolcì, sbiancando. La neve cadeva senza peso, il paesaggio mutava; io guardavo stupefatto, tutti guardavano; anche il prete, nero in quel mare bianco. Con la neve ritornò il Boccone, poi arrivarono gli uomini ed i muli, carichi, timorosi sul viottolo coperto. E voci, grida, imprecazioni.

Passò un giorno e la neve cadeva; poi arrivò Nicola da Picerno.

Basso e tarchiato, con un viso giallo; aveva gli occhi infossati, da ammalato. Accesero per lui un gran fuoco, arrostirono la carne al riparo degli alberi; attorno la neve si scioglieva, per la fiamma.

All’alba, quando ancora il paese dormiva, fui condotto dal Boccone. Era sdraiato nel letto, con la donna; in un angolo bruciava una lampada a petrolio con acre odore; la stanza era piena d’ombre.

Disse: «Andate, ora che il cambio è avvenuto. Nicola da Picerno è qui, col suo coraggio… Se vi aspettano, andate. Addio!».

Chinai la testa in un saluto e uscii.

Due uomini, con i muli, mi accompagnarono. Il cielo rischiarava mentre scendevamo al piano fra torrenti gelati e boschi stupendi. Quando giungemmo alla pianura i due guardiani voltarono i muli e mi abbandonarono.

Guardai gli uomini allontanarsi, lontano udivo il respiro del mare.

Ero libero. Come l’eroe antico ritornavo alla mia casa. Senza gloria, senza onore; ma ritornavo alla buona creatura che mi attendeva. Non pensavo ad altro, in quel momento, e camminavo, nella pianura solitaria, come se ad ogni momento aspettassi di incontrare Eugenia.

VII.

La monaca di casa

 

 

 

 

 

Il prete aspetta la notte leggendo il breviario al lume di una candela. Oppure non legge; tiene il libro aperto sul tavolo e si abbandona ai pensieri.

Pensa agli abitanti del paese, gettato senza alcuna previdenza ai piedi di un monte. Nella città dove aveva studiato e altrove, nella campagna piena di sole, la vita correva meno affaticata e gli uomini lavoravano con il conforto di una voce o di un canto portati dalle nuvole rosseggianti. I fiumi passavano fra gli argini folti di canne e la sera gonfiava il cuore portando nel vento l’odore del Tirreno. Ma qua, assillati dalla fatica e da una angoscia senza speranza, chi poteva vivere e non maledire la sorte?

«Mio Dio» mormora il prete «da’ vigore alle mie parole, forza al mio spirito» e stringe le mani nella preghiera.

Appare sulla porta il viso di Caterina, la figlia di Nunzio di Nunno; dopo un leggero inchino mormora: «La confessione, padre».

Il prete sorride; non è infastidito benché l’abbia confessata e comunicata alla mattina, e si dispone ad assolverla ancora, sapendo come si angustia e sia piena di scrupoli. Ascolta la nuova confessione, bisbigliata in un rossore, e con dolcezza dice: «Pregherai per i tuoi morti» tracciando nell’aria il segno della croce.

La ragazza, inginocchiata, muove adagio le spalle mentre il prete guarda la candela che alza guizzi di fumo.

 

Nunzio di Nunno siede vicino al fuoco, il volto nel riflesso della fiamma è scosso da un tremito. Guarda verso l’alto, intanto segue come sempre neri pensieri. Quando Caterina si avvicina cresce il suo fantasticare: «Questo vento d’inferno! Tre pecore sono morte, nella settimana; tre pecore gravide e di buona lana. Il grano è cresciuto magro nella pianura». Ripete gli stessi discorsi, con monotonia, per riempire il vuoto di quel silenzio e per sfogare il cuore.

La sera passa così, accompagnata dal rombo del vento che scuote gli alberi e fischia per i viottoli.

«Le pecore costano; tre pecore morte sono un gran danno. Quei maledetti!» grida con rabbia all’indirizzo dei garzoni che rincorrono durante il giorno le greggi come cani e alla sera le riportano negli stazzi, sfiniti.

«Maledetti! Tre pecore gravide, e questo vento»; smuove la legna nel camino e la fiamma riempie la stanza. Caterina si protende ma la vampa reclina fra i ceppi.

«Senti questo gemito? Chiama l’inverno» dice il padre avviandosi verso la porta.

Anche Caterina sa che ogni male è annunciato da quel lamento. Il vento alza il riso convulso quando la bufera dai monti precipita sulla pianura, spezzando alberi, trascinando le pecore nei burroni; e quando nelle albe di maggio il sole nasce dal mare chiamando gioiosamente gli uomini, chi trascina borbottando le prime nuvole? Chi ronfa come un cane che vede avvicinarsi un ignoto? Chi spinge con colpi di frusta i nembi che stroncano il grano? Il vento, il vento, il vento. Ora urla il suo invito all’inverno: l’aria gelida, gli alberi bruciati, i viottoli pesanti di melma. Pochi osano avventurarsi verso il monte.

Affretta le preghiere per coricarsi; è stanca, domani sarebbe andata da Antonia a filare la lana. Il vento picchia contro la finestra, scuote la casa con le mani. Ma Caterina dorme quieta, nel pensiero che il parroco l’ha assolta ed è senza peccato.

 

Il gracidio di una sega non molto lontana; il tonfo di una secchia che a intervalli sbatte contro l’acqua nel pozzo. Intanto la nebbia sparisce come un fumo leggero.

Don Gaetano seduto al tavolo annota sul registro della parrocchia, sporco di polvere e qua e là sulla rilegatura ammuffito, gli avvenimenti degli ultimi giorni; e pensa, pensa, mentre la mano scrive, volta le pagine. Ode il richiamo di Vanni, un garzone che spinge il gregge al pascolo, poi un belato forse di un agnello sperduto. Guarda fuori: verso la campagna le case tremolano in una luce rarefatta. “Il giorno sarà quieto” e riprende a scrivere ora che gli ride il pensiero di uscire, dopo la messa, per visitare gli ammalati e i bambini che l’aspettano giocando sul prato.

Improvvisamente cessa ogni rumore: al prete, con angoscia per il sentimento di sventura che lo invade, pare di scorgere la secchia abbandonata sull’acqua da due mani immobili, la sega ferma sull’asse, gli sguardi di tutti fissi a un punto lontano. È certo di non sbagliare e si alza con furia quando un grido scivola per il viottolo e gli penetra nel cuore; poi la voce di un uomo: «Hanno ucciso Turi, nel bosco». Corre sul sagrato, vede gli uomini del paese radunati per ascoltare un ragazzo che indica la macchia degli alberi, toccata dolcemente dal mattino.

Gli uomini si scostano, anche il ragazzo lascia cadere la mano; ansima per la corsa e gli occhi sono pieni di paura.

Al prete tutto questo non giunge inaspettato; da giorni, da mesi, la più accesa ansia di carità e di fervore che lo ha preso e dà un suono di bronzo alle sue parole gli viene da un presagio di sventura. Domanda: «Dov’è accaduto?».

«Nel bosco, dopo il sasso grande».

«Andiamo» e gli uomini lo seguono.

Nel bosco il rumore dei passi si attenua in un tonfo monotono che rimbalza da un tronco all’altro.

Raccolgono il corpo sopra quattro rami intrecciati e lo portano sulle spalle come un trofeo. La camicia zeppa di sangue risplende.

Alle prime case, dove il prato immiserisce nel viottolo, le donne aspettano e fanno il loro lamento.

Così è accompagnato.

 

Nunzio di Nunno siede vicino al camino. È notte e Caterina guarda la fiamma salire mentre pensa con orrore a quel corpo senza vita che hanno portato sui rami.

Il padre scuote la testa. In paese dicono che sono uomini del Boccone a calare sugli abitati con la furia nei cuori inselvatichiti. Per questo don Gaetano ha pregato in chiesa, con parole tormentate.

Nunzio di Nunno guarda le finestre sprangate e borbotta immaginando chissà quali sciagure. Ma se per il passato una natura sospettosa lo portava a esagerare anche il più piccolo accidente, Caterina è certa che il padre questa volta ha ragione, poiché il suo timore si legge sul viso di tutti.

Dice il padre: «La sfortuna è calata con il vento cattivo; ci piegherà come spighe».

Caterina pensa: “Dio avrà pietà di noi” ma cerca di illudersi, con disperazione. Che cosa deve aspettare? Antonia, nel pomeriggio, mentre filavano la lana, le ha detto che Turi è stato ucciso per non aver voluto unirsi alla banda; ma altri pensano che il giovane abbia tradito, in qualche modo.

«Quelli non perdonano» ha sussurrato Antonia. «Non hanno pietà!».

«Mi strapperanno le pecore» borbotta il vecchio «le pecore coperte di lana; cadrò in rovina»; con nostalgia guarda la stanza illuminata dai bagliori della fiamma.

Caterina indugia, prima di coricarsi. È inquieta; pensando a Turi trema impaurita. Non aveva mai visto un uomo morto in quel modo. Credeva che la morte, come ogni altra cosa, venisse da Dio e perciò fosse calma, senza male; quel sangue e la gola coperta da uno straccio le scompigliano i pensieri e la lasciano affranta.

Anche Antonia, di solito pronta al riso, aveva alzato poche volte gli occhi dal lavoro, e sempre per guardare furtivamente intorno.

 

Al mattino viene don Gaetano. Caterina corre ad avvertire il padre che fissa, dalla finestra della stanza da letto, il bosco e la radura; e che scende lentamente, con gli occhi rossi e le rughe affondate nella pelle del volto.

Nella casa e fuori l’aria è senza brividi; da quando Turi è stato ucciso il paese non alza più alcuna voce e anche i piccoli rumori crescono stenti, eppure anche a questi la gente sussulta, temendo ancora disgrazie.

Subito il prete dice: «Toccherà anche a noi se non provvediamo».

«Maledetti, maledetti» vocia il vecchio, alzando gli occhi cattivi; poi siede accennando a una panca, ma don Gaetano rimane in piedi.

«Noi soli possiamo provvedere, in qualche modo» aggiunge il prete: quasi lo supplica.

Caterina, sulla porta, guarda con tristezza; il futuro davvero vacilla se anche nel cuore del sacerdote è penetrato lo sgomento.

«Che cosa potremo fare contro quelli?» domanda il vecchio.

«Anche voi li conoscete»; don Gaetano parla in fretta, per liberarsi da un peso e ripetendo parole lungamente meditate. «Sapete che la banda è qua intorno e presto caleranno… Allora non basteranno i rami della Sila per il nostro dolore». Affonda il viso nelle mani. Il vecchio lo guarda e il suo volto è come la pietra.

«Fucili non ne abbiamo» dice, «pochi gli uomini. Ma è certo che dobbiamo difendere le pecore e le nostre vite». Avvicinandosi al prete ripete a voce alta: «Qualcosa faremo» poi si affaccia alla finestra, urla tre nomi e scompare. Don Gaetano siede e intanto sorride a Caterina che lo fissa. «Riusciremo» e la voce è un poco più calma.

«Le sue pecore!»; a Caterina sembra d’essere in colpa per l’avidità del padre.

«Non importa, non importa» risponde don Gaetano. «Ora sono più tranquillo, per loro» e accenna alla strada. «Chi è misero soffre tre volte il proprio male».

«E la madre di Turi?» mormora Caterina.

«Oggi noi pregheremo per lei e per il figlio perduto». Dalla strada salgono rumori di zoccoli, di catene, voci di uomini. Nunzio di Nunno li manda finalmente al piano a caricare carabine e polvere.

Caterina visita la madre di Turi. Uomini e donne sostano accanto alla porta.

Nella stanza rischiarata da un lume a olio, la vecchia siede, tutta grigia, come dormisse; ogni tanto con un sussulto apre gli occhi, chiama: «Figlio mio benedetto!».

Caterina si raccoglie in un angolo, dopo aver abbandonato sulla sedia un involto in cui ha messo una focaccia. È stanca, ma anche agitata, piena di dubbi. Benché incapace di cattivi pensieri o di sentimenti improvvisi (le occorre sempre molto tempo per adattarsi anche a una piccola novità) la vicenda dei giorni scorsi, triste e impreveduta, l’ha tanto turbata che stenta a riconoscersi. Seduta nella penombra, circondata dalle donne e dagli uomini, ascolta la campana che a intervalli lancia un grido.

Dicono gli uomini: «Morto, la sua forza è perduta».

E le donne: «Chi l’ha ucciso sarà punito; San Carlo cadrà su di lui con le saette».

E gli uomini: «Amen».

La madre mormora: «Figlio mio benedetto» alzando, reclinando la testa. Poi urla ma nessuno si muove; Caterina la vede di nuovo afflosciarsi quasi che nel grido abbia raccolto le ultime forze.

Pensa che, con l’aiuto di Dio, la povera donna potrà riaversi. Allora decide di dedicarsi a lei; la vecchia è rimasta sola, calpestata dagli anni. «La salverò» e guarda, oltre la porta, la macchia del cielo.

Entra don Gaetano: s’avvicina alla donna, le alza il viso, la bacia dolcemente sulla fronte. La vecchia apre gli occhi. Il prete unisce le mani e ad alta voce dice: «Sancta Maria…».

Tutti rispondono: «Ora pro nobis».

E il prete: «Sancta Dei Genitrix…».

Infine anche la voce della madre s’accompagna a quella di tutte le donne e degli uomini.

 

Cade la prima neve. L’aria diventa soffice, il bosco ammutolisce e pare assopirsi.

Caterina ogni giorno visita la vecchia. Nei primi tempi s’era proposta di consolarla aiutandola a dimenticare; invece, dopo alcune parole, siedono in silenzio, l’una sempre fissando per terra, l’altra abbandonata ai pensieri.

Compare spesso anche don Gaetano e la vecchia lo guarda negli occhi, senza fiatare; nella sua tristezza aspettando notizie. Invece ascolta poche frasi di conforto, mentre negli occhi del prete passa l’angoscia di non poterla soccorrere.

«Mi è rimasta soltanto la voce» bisbiglia a Caterina, poi riparte.

La ragazza apre la porta, guarda la strada coperta di neve, con l’orma dei passi, e anch’essa si allontana. A casa il padre ha già cenato e l’aspetta vicino al fuoco. Caterina mangia in fretta, poiché è sempre impaurita dall’oscurità della stanza, con i mobili che riflettono la fiamma della candela; infine siede nella poltrona, alle spalle del padre. Sa che il vecchio attende quel momento per sfogare con le parole la solitudine e il tormento della giornata, e benché il suo cuore sia altrove guarda attenta, consentendo ogni tanto.

«Tutto è pronto» comincia a voce bassa. «Quel che ho potuto è stato fatto. Caduta la neve, siamo veramente soli come le croci di un cimitero… Soli e lontani da ogni altro fiato di uomini… Vengano, vengano pure questi bastardi» e protende il bastone o la mano come parlasse a qualcuno. Ricade poi a sedere e tace per lungo tempo.

Caterina bisbiglia il rosario e pensa intanto alla chiesa, alla madre di Turi, a don Gaetano; soprattutto al prete. Negli ultimi giorni è apparso cambiato; agitato da un fuoco che lo sfinisce, non come per il passato per esuberanza di carità e di fede ma piuttosto per tristezza e sconforto; pare che ormai sia rassegnato a mali peggiori. Caterina pensa a questo e non trova pace.

«Caleranno come i lupi» dicono fra le labbra, di porta in porta, guardandosi attorno. Ma quando? L’aveva chiesto anche al prete e il prete aveva aperto le braccia. «Quando? Molto presto, figliola. Il Boccone è astuto».

Il padre dice: «Son vecchio e morirò di morte cattiva. E sai perché? Lo sappiamo, forse?… Nessuno lo può capire». Il fuoco crepita. «Quanti anni per radunare le pecore, quanti mattoni per questa casa, quanta pena per vivere; poi quelli vengono e tutto sarà finito… Sappiamo forse perché? Che cosa vogliono, che cercano?… La nostra guerra è qua, fra questa miseria, questa morte».

Fra questa miseria e questa morte! Quando sarebbero venuti? Nessuno da molti giorni s’avventura fuori del paese.

 

Caterina è nella casa di Turi. Vedendola entrare ora la donna accenna sempre a un sorriso, e di questo Caterina gioisce.

“Forse l’aiuterò a guarire” e ripiglia speranza.

Don Gaetano capita di rado; più spesso prega in chiesa, con i suoi morti e i suoi dolori. Se predica, la voce ha una risonanza dura; le donne lo ascoltano ma non capiscono. «Soffre per tutti» dicono.

Aprono con forza la porta, Caterina crede che appaia il prete. Scorge invece il viso di uno sconosciuto, con i capelli lunghi, gli occhi lucidi e un ghigno che non capisce se di scherno o di dolore.

Balza in piedi; la porta è chiusa lentamente.

Immobile, essa lo fissa; ha un fazzoletto al collo e neve sulle spalle, sui calzoni. La madre di Turi comincia a piangere.

Caterina sente intorno a sé un gran vuoto; le sembra di dondolare; un sentimento di angoscia mescolata a rassegnazione. Non paura. Vede solo gli occhi che s’avvicinano.

Quando l’uomo l’abbandona per affacciarsi alla porta (risponde con un fischio a una voce) Caterina rimane ferma, oppressa da uno stupore triste. Con sorpresa riascolta il gemito della vecchia.

L’uomo dice: «Non muoverti, ritornerò» e corre via.

Caterina comincia a piangere, con ira; poi tace e allora ode gemiti e voci, in lontananza. Si alza. In corpo sente un male a volte lacerante; la testa pesa. Non è capace di raccogliere i pensieri: ogni immagine arriva di sorpresa facendola sussultare. Ma non pensa d’andarsene o di gridare: in piedi, accanto alla tavola, guarda la porta come fosse naturale che da un momento all’altro ritornassero quegli occhi e la voce dal suono forestiero.

La vecchia tace, pare assopita. Caterina scuote le gambe dure come il legno, prova a muoversi e questo le costa fatica.

Dopo un po’ l’uomo torna e rimane fino all’alba. Caterina s’accorge che ha le mani grandi, con i peli sulle dita, a ciuffo. E sempre l’avvolge un sentimento d’irrealtà, di lontananza, quasi che ciò che accade sia appena sognato.

Uscendo le dice ancora: «Non muoverti, aspettami».

La madre di Turi geme; ogni tanto chiama: «Figlio mio benedetto», guarda attorno impaurita; scorgendo Caterina sorride, con un sorriso furbo, incerto, da pazza.

Caterina appena la guarda; fissa la porta, aspettando. “Non mi debbo muovere…”.

Le ore passano; portati dal vento ancora gemiti e grida. Ma sono davvero grida, gemiti? Caterina cede finalmente al sonno.

Quando si risveglia, la vecchia dorme col viso appoggiato alla tavola; sul paese stagna una pace angosciosa.

Caterina non ci bada; siede aspettando. Finalmente egli s’affaccia e ordina in fretta: «Dammi la sacca» indicando in un angolo; la prende e scompare senza rinchiudere, come un estraneo.

Il silenzio è rotto dalle voci di donne e uomini, da rumori di passi sul viottolo, da tonfi di porte chiuse con violenza.

«Caterina, Caterina, benedetta!» Chi la chiama? Sull’uscio vede Antonia: un volto strano, i capelli sfatti e lo sguardo! Quegli occhi! Antonia l’abbraccia; piange, ride, la bacia: «Caterina, cara, benedetta!». Escono.

Il portone della chiesa è aperto: Antonia tace. In terra, disteso fra le panche, con una candela vicino, don Gaetano; senza tonaca, a torso nudo, come un montanaro morto nel bosco; le braccia abbandonate indietro, in un volo stroncato.

Alcune vecchie piangono col viso fra le mani.

Caterina riprendendo il cammino chiede: «Che cosa è successo?» ed è ancora in balia di quella sensazione di stanca indifferenza e di leggerezza; un suono nella testa; il desiderio di lasciarsi cadere, di abbandonarsi.

Antonia risponde: «Stamattina, prima di partire. L’hanno tenuto prigioniero per i due giorni…» appoggia il viso sulla spalla dell’amica. Dice: «Tutti siamo morti, uccisi dal peccato».

Caterina la costringe a riprendere la strada con un gesto di dolcezza risoluta; arrivano a casa.

La porta scardinata, appoggiata al muro; finestre spalancate, tutto in disordine; sembra che il vento di novembre abbia turbinato fra i muri.

Nunzio di Nunno, avvolto in una palandrana, è accanto al camino mentre la fiamma stenta ad alzarsi fra gli sterpi.

Caterina cade in ginocchio. La stanza è gelida; il vecchio tace, eppure la guarda, immerso in una indifferenza terribile, macchiata di dolore e rancore. Mormora con monotonia: «Tutto è finito, finito» la voce non ha quasi suono.

Antonia è scomparsa.

Il vecchio: «Hai visto? La tempesta è venuta e io sono troppo stanco per cacciarla»; parla, parla.

Caterina rivede in un lampo ciò che le è accaduto nelle ore vissute lontano dalla sua casa. Possibile che il padre non le rivolga domande? O nasconde invece in quel monologo una certezza disperata?

Le cresce in cuore una irrequietudine dilaniante, mentre pensieri e ricordi si ricompongono adagio.

Don Gaetano morto, sulla terra; la porta spalancata, il buio della chiesa. E gli altri occhi, l’altra voce, il peso di quelle ore. Piange, oppressa da un’angoscia improvvisa; ed è scossa da un tremito, forse per il freddo che entra dalle finestre.

Il padre dice: «Lasceremo questa casa, il paese» la notte porta voci di uomini radunati.

Intanto, a fatica, aiutandosi col bastone, il padre raggiunge la finestra. Qualcuno gli parla: sulla neve lo scalpiccio dei muli e di passi.

«Ora andiamo» urla una voce, un’altra più lontana risponde con una benedizione.

«Credi che riusciranno?» domanda il vecchio.

Caterina non risponde: da mesi, è questa la prima volta che il padre l’interroga. Lo guarda stupita; egli china gli occhi verso il fuoco e mormora: «Nemmeno la speranza è rimasta».

 

È scesa in un sonno travagliato dagli incubi. Al risveglio trova ancora la notte. Guardando le finestre penzolanti dai cardini ricorda la voce del padre, il fuoco misero; Antonia; il cuore trema come all’annuncio di una cattiva notizia. E la madre di Turi? Nella strada dura ancora il rumore degli zoccoli, lo sbattere delle porte, dei passi. “Fra poco spunterà l’alba. Un altro giorno… e don Gaetano?” tenta di pensare al padre, di pregare – da quanti giorni non dice una preghiera? E sempre quegli occhi, e la voce: “Non muoverti”.

“Dio mio”; ma non ha paura, non è mortificata; che cosa le accade? Sui monti stentatamente rischiara.

Udendo il passo del padre balza dal letto.

Le cresce nel cuore un sentimento di sollievo e di conforto: aspetta qualcosa che ancora non sa. Insegue i ricordi più stravaganti e a questi s’abbandona al modo di un uomo stanco che si tuffa nell’acqua. Quando risale alla realtà sbalordisce: era dunque lei, Caterina, con quel cuore?

La campana suona per don Gaetano. Nella neve gli uomini e le donne in fila. Il prete col viso di cera nell’aria azzurra e il corpo in un lenzuolo è portato su rami intrecciati. Vanno verso il sole che esce strisciando dal monte.

Ora passano sotto la finestra di Caterina; sulla neve i piedi affondano e la gente sembra che giunga dalla pianura dopo un cammino senza riposo. Scompare chi ha riempito il paese di luce e benedetto i cuori, i pensieri; in quel lenzuolo sono raccolte le speranze più care, per sempre dileguate.

Caterina ascolta. Il paese è già nella luce; il padre dice: «Lo seppelliscono nella terra dopo aver scostata la neve, sul viso gli metteranno i rami del ginepro. Addio, addio!» piange. Caterina col cuore mormora: “Addio, don Gaetano” ma anche in quel momento la tristezza e la meraviglia, angoscia e incomprensibile leggerezza lottano mescolandosi. Le sembra che ogni cosa si muova, allontanandosi dal suo centro; la stessa sensazione di allora, nella casa di Turi. Non vede nulla, solo il vano della finestra che urta contro il cielo. Laggiù, in una macchia, scorge la gente radunata; poi il bosco e la montagna.

Al ritorno tutti s’accalcano nel viottolo, ombre d’inverno: e finalmente anche Caterina piange. Ancora quella tristezza, una tenerezza indicibile; il pianto la solleva.

Il padre, senza guardare la strada ma indicando col bastone il monte, dice: «Nella selva i maledetti adesso sono inseguiti come lupi». Il cuore di Caterina palpita d’angoscia; deve fare qualcosa e invece resta ferma, con gli occhi alla montagna.

Scende la notte, ritorna la luce. La campana della chiesa, a intervalli, suona un colpo.

“Il sagrestano accompagna don Gaetano in paradiso” ma in tutti rimane un dolore acre e il bisogno di sfogarsi su qualcuno. “Dio non li lascerà impuniti”. Sulla fossa del prete i giovani, stendendo la mano, hanno promesso di vendicarlo, e sono già sulla montagna a cercare da una caverna all’altra, da un masso all’altro.

In paese aspettano. Anche Nunzio di Nunno è sceso sul viottolo e con sorpresa di tutti indugia a parlare sulla porta.

Caterina dalla finestra guarda il padre, ascolta le voci, ma il suo pensiero corre altrove.

Le par d’essere cresciuta da un giorno all’altro e d’avere mutato le penne. È un sentimento strano, quasi il tempo abbia acquistato per lei una grande importanza; nel cuore, sebbene indistinte, ha una nostalgia profonda e una gratitudine che non sa a chi riversare e che simili a un vento la inebriano; un fermento che lentamente sconvolge i pensieri e gli affetti. Non prega e non ha rimorso; eppure pensando alla chiesa sente ancora nostalgia. Forse tutti i sentimenti di un tempo sono andati dispersi e ora non scorge che i riflessi di un coccio che per un ultimo palpito la illudono. La vita passata è diventata un ricordo.

Antonia in casa fila di nuovo la lana delle pecore? Le altre donne vanno forse alla fontana o accendono il fuoco radunando gli sterpi del bosco? Tutti aspettano. Il giorno invecchia nel silenzio.

 

Verso sera, quando insieme a rade nuvole scende dal monte un’aria che gela i rigagnoli, dal paese scorgono il fuoco che crepita in una caverna. Le porte s’aprono e chi grida, chi chiama ed è un accorrere sul sagrato della chiesa di uomini e donne; anche Nunzio di Nunno s’affaccia.

Fissa con odio la vampa che nell’oscurità ha riflessi paurosi. «Eccoli catturati» dice. Caterina con uno sforzo riesce a domandare: «Che cosa faranno, padre?».

Il viso del vecchio è di nuovo come nei mesi andati: «Raccoglieranno i sassi e li lapideranno finché cadono morti» dice.

«È orribile» mormora Caterina coprendosi il volto con le mani.

«È giusto» risponde il padre e tuttavia pensa, è un attimo, che se gli uomini fossero tornati a tempo dalla pianura, con i fucili e le polveri, il paese non avrebbe patito quel tormento.

 

«Là, dovranno morire» avevano promesso e là attendono, sulla radura sporca di neve.

Ciascuno stringe un sasso. Anche Caterina è fra loro, col padre, ma la sua mano è vuota. Soltanto la sua mano pende vuota. Poi le prime grida e infine appare un uomo.

È il figlio di Laura Cagno che viene innanzi a dare la buona ventura; grida agitando le braccia: «Tre, tre».

Caterina è subito certa che fra i prigionieri scorgerà l’uomo dagli occhi grandi. «Non muoverti, verrò presto!». Perché non era tornato? L’avrebbe custodito e protetto come una madre, l’avrebbe calzato, vestito, sfamato; avrebbe acceso il fuoco per riscaldarlo; l’avrebbe nascosto. Questo pensiero le dà una grande tenerezza ma subito l’invade un sentimento d’abbandono, di morte.

Sulla radura sbucano gli altri e i tre uomini legati sono nel mezzo.

La gente aspetta col pugno chiuso, quelli scendono fra i sassi e il nevischio, nel grigiore del mattino invernale.

“Lo uccideranno, lo uccideranno” il cuore di Caterina batte, il tremito la scuote. Guarda il padre: è tutto proteso, con le rughe del volto ancora più scavate nella pelle. Guarda gli altri, uomini e donne, col sasso in mano, un sasso simile a quelli che si trovano sulle rive del Crati, levigati dall’acqua.

Ascolta il rumore dei passi che s’avvicinano, scorge il fiato che esce in nebbia dalle gole affaticate.

“Lo uccideranno” ansima Caterina, e vorrebbe gridare: “Non muoverti, aspettami, io ti salverò. Non muoverti!”. Si guarda attorno, atterrita; ha paura, dolorosa come un taglio. Pare a lei che tutti la guardino, sogghignando, a lei, sventurata, peccatrice.

Ma riesce finalmente a osservare questi tre uomini, fermi sul prato, stretti nelle corde, e si accorge di non conoscerli; nel suo stupefatto sollievo, li compatisce. Oh, come è libera e leggera (un attimo); si prepara una scena straziante ed essa ha in cuore, tutto a un tratto, una quiete non sperata. Signore, vi ringrazio. È mai possibile?

Era pronta alla più orribile delle morti e adesso le pare d’essere rivolata agli anni sereni, ai momenti più lieti dell’esistenza; la illumina la gioia. Subito si vergogna che gli altri la scoprissero con quel pensiero ferocemente egoistico che le canta sul viso. Stringe le mani sul petto. Le sembra di correre senz’affanno, condotta lontano; tenta di indovinare dove egli sarà, in questo momento, sul monte, ancora in fuga o già salvo in un luogo amico? Seduto al riparo, accanto al fuoco, oppure affannato nella corsa, per sentieri che strappano i polmoni?

Caterina si riscuote; ritorna da un cielo chiaro alla grigia terra.

Un sasso colpisce uno dei tre prigionieri al petto e lo fa vacillare; preso di nuovo alla testa casca sui ginocchi; dalla ferita sgorga il sangue. I sassi infittiscono; anche gli altri adesso sono colpiti, ma durano in piedi, sprezzanti, a mostrare la loro forza imprigionata. Li colpiscono alla fronte, vacillano, gli occhi scompaiono in un barlume di bianco, senza più un goccio di vita.

Caterina grida, vorrebbe chinarsi su quei corpi vinta da una pietà che non può contenere; piange, dice: «Basta, basta, mio Dio».

Ma Nunzio di Nunno continua a scagliare il suo sasso, così come gli altri lanciano il proprio, con un gesto rapido, continuo, cogliendolo dalla mucchia accatastata lì vicino. Il rumore dei fiati somiglia al mare in tempesta, ascoltato da lontano.

I sassi cadono su altri sassi ancora, bianchi, tranquilli; stesi sopra i corpi dei lapidati. E quando scende la sera, s’alza già un tumulo davanti agli occhi dei vivi. Copre tre uomini; la gente non sa staccarsi; anche Nunzio di Nunno è rauco e il polso gli duole.

Suona la campana, adesso tutti pregano; anche Caterina, vicino al padre, piange e prega. Prega e sorride.

 

VIII.

I poveri cristiani

 

 

 

 

 

Filippo di Liso: «Guardatevi! Siamo miserabili, senza speranza di vita migliore… Ora anche da morti ci vogliono umiliare come cani». La piazza era zeppa di gente, il sole batteva sulla polvere, la fontanella nel mezzo, così bianca, da due mesi non gettava acqua.

Gli uomini, con gli occhi socchiusi, scuotevano il capo quando il discorso li convinceva.

«Dicono» continuava «che i morti non li metteranno più nelle chiese, perché già piene di ossa e di poveri corpi in consunzione… D’ora innanzi li seppelliscono nella terra, oltre il paese, in un luogo appartato… Così il primo fra noi che vorrà morire è interrato nello spiazzo recintato dai soldati… Resterà tutto solo a piangere in quella prima notte di solitudine».

I soldati infatti erano venuti a sistemare la radura all’inizio della salita, come fosse luogo per rinchiudervi i montoni in calore.

Attratti dalla ressa – così ogni giorno, da due settimane – i frati apparvero sotto il portico della chiesa; in tonache scure, a piedi scalzi e con i colli rossi per il sudore. Fra’ Pollino, fra’ Michele, fra’ Alfonso e gli altri ascoltavano i discorsi di Filippo, fino a che scorgevano la turba pigliare fuoco; allora invocando l’aiuto di Dio avanzavano a piccoli passi, stretti uno all’altro, e cercavano di parlare per calmarla. Dicevano che la terra è buona, profumata d’erba e di semplici insetti, benefica custode di ogni tesoro che in essa fosse deposto. Perché non dovrebbe conservare con uguale affetto i vostri corpi che puzzano di onesto sudore?

«Per malvagità» urlò Filippo di Liso dall’altro lato della piazza; e le teste si voltarono «per malvagità vogliono togliere ai miserabili anche l’ultimo conforto, che è quello di dormire coi propri amici, con i vecchi della famiglia, sotto il lastrone di marmo, ascoltando il canto dell’organo… C’è ancora posto nella chiesa?» domandò infine. Tutti aspettarono, vedendo i frati in confusione, rossi in volto come il papavero. Questi temevano la bugia ma la verità, già lo sapevano, suscitava un putiferio di imprecazioni, urla, minacce a loro e al governo.

«Nella nostra chiesa» risposero, guardandosi attorno «c’è ancora posto, per essere sinceri… Poco, veh!… Ma in altre chiese, nel regno, nemmeno un morticino bianco d’ali entrerebbe nel fondo a confondersi con i dormenti… Convincetevi!».

«E voi, fratacchioni» gridò Filippo di Liso, che da anni aveva scrollato dal cuore la religione, «voi, dove vi porteranno?… Coi poveri cristiani, oltre il ponte, nel recinto dei montoni?» e rideva con sforzo.

Frate Pollino, piccolo e con un grosso ventre, rispose: «Con voi, pecore del nostro gregge; con voi, sulla nostra anima».

«Noi non andremo nella terra come carogne» gridò Filippo «e voi aprirete la porta della chiesa, perdio, o succederà un fatto da raccontare per anni».

Le cose erano a questo punto da molti giorni, fra discorsi, sospiri, minacce e, da parte delle donne, pianti trattenuti. Non parlavano d’altro; altro non temevano.

Le tasse, la fame, la paura dei briganti, l’acqua che scarseggiava anche nel pozzo del convento: tutto era dimenticato. Quel pensiero solo avevano conficcato nel cuore.

Filippo di Liso raggiunse il capoluogo e al tramonto ritornò, sporco di fame e di tristezza.

La legge è legge – avevano detto – e l’editto del settembre 1806 andava osservato. L’ordine era chiaro e non lasciava dubbi; e poi in un luogo o in un altro il corpo poteva ben allegramente imputridire.

Non abbastanza di ruberie, vessazioni, malanni di guerra avevano dunque portato i francesi in questi anni disgraziati; si doveva anche smettere di morire in pace. Ora ti gettavano lontano dalla chiesa, lontano dal paese, nella nuda terra, senza speranza!

Piansero le vecchie pensando alla tristezza delle ultime giornate con quella paura nel cuore: gli uomini incupirono.

Col passare dei giorni, nelle case, davanti agli usci sbattuti dal sole, nei campi durante il lavoro, sulla strada quando ritornavano alla sera, cominciarono a prevedere chi sarebbe morto per primo.

Sarà frate Ulderico – disse qualcuno – ha più di ottanta anni, è sordo, non cammina… Steso sul giaciglio, è imboccato come un neonato; si sgrava di corpo ogni mezz’ora per l’estrema stanchezza dei reni… Non c’è dubbio: sarà frate Ulderico.

Anche gli altri frati aspettavano questa morte da un giorno all’altro come una manna, ed erano già pronti ad annunciarla col colpo della campana.

Ma Ulderico, sempre più vecchio, sempre più magro, per volontà di Dio non moriva e i frati lo imboccavano, gli rincalzavano le coperte e gli tenevano la mano quando cominciava a tremare travagliato dal freddo delle ossa. Ma c’era Filippo Perrino, perdio! Ricco e potente, padrone di tutta la terra attorno al paese; giovane d’anni ma frustato dal male, risecchito più di un vecchio per avere alzate troppe gonnelle mentre studiava in città, negli anni passati. Quello è un male che non perdona – dicevano gli uomini – né i ricchi né i poveri la scampano. Ha steso nella tomba più re del pugnale dei congiurati.

Sarà Filippo Perrino? Sarà frate Ulderico? Questo è vecchio come il mondo; quello è appestato, sferzato dal male? Filippo Perrino? Frate Ulderico?

Nel camposanto ancora vuoto era spuntata l’erba; e con l’erba i fiori. I fiori, dondolando al vento, spandevano un dolcissimo odore attirando le api e le vespe. Ritornando dai campi con i badili, le zappe e i muli, gli uomini si fermavano a guardare. Ascoltavano il vento che scendeva dal monte; il suono dei fiori percossi dalle dita del vento; vedevano l’erba crescere e impallidire, i petali aprirsi, ascoltavano le voci dell’aria e della terra, leggere leggere, piene di mistero. Ascoltavano anche il proprio cuore.

«Signore» pregavano i frati «ordina che sia frate Ulderico a lasciare questo paese per primo. È vecchio, non ragiona, non sente, non può pregare. È pronto. Accoglilo per la tua misericordia e la nostra pace; perché noi temiamo per questa chiesa e per il convento; per la nostra vita… Raccogli frate Ulderico nel tuo grembo» gridavano in coro. «O protettore del mondo, padre nostro, signore della luce, ascoltaci! Oh, oh, oh!».

Una sera, dopo la funzione, corse la voce che Filippo Perrino era morto. «Giace nel gran letto, vegliato dai parenti. Le candele bruciano grosse come tronchi».

I paesani corsero davanti al palazzo ingombrando la via, ma le finestre erano spalancate e ne usciva un canto di donna.

Ascoltando quel canto capirono che la morte era lontana.

 

Passò la primavera, leggera come una vergine; venne l’estate calda come una meretrice. Pensare alla morte quando il sangue ribolliva e il corpo lievitava eguale a una pianta in succhio era un tormento insopportabile. L’inferno non fu mai così vicino alla terra.

L’annata fu magra, il grano rese la metà dell’estate trascorsa, la moria decimò gli agnelli. I debiti crescevano; un’apatica desolazione cadde sul paese. Il luogo più frequentato divenne la chiesa, per la sua ombra e perché l’immagine di Cristo dava ancora un poco di refrigerio alle coscienze annebbiate.

“Non puoi abbandonarci” minacciavano uomini e donne prima di calare il capo nella preghiera.

Quell’ansia, come un male contagioso, afferrò anche i frati, sicché giunsero a dire preci, a cantare inni dinanzi al popolo con tutte le candele accese per indurre il creatore a pigliarsi finalmente il vecchio frate, a sconto del peccato degli uomini e a sollievo del paese.

«Amen, amen» gemevano le vecchie battendosi il petto.

Una sera, dopo il tramonto, quando già le stelle palpitavano, gli uomini radunati in piazza scorsero in fondo allo stradone Filippo di Liso che ritornava dal campo e cantava una canzone. Sul mulo che gli cammina innanzi c’è una donna.

«Ha bevuto troppo e ha smarrito lo spirito» dissero. Giunto fra la gente, Filippo fece scendere la donna afferrandola per i fianchi. Le vecchie sporsero il muso dall’uscio, anche le finestre furono aperte.

La donna era soda, con un viso rosso; guardava tutti senza sorridere, senza una luce negli occhi. Pareva stanca, rassegnata; o idiota.

Filippo agitò le mani, guardò attorno poi disse con una voce arrochita: «Dunque, la vedete?… Non biasimatemi. Ha le carni dolci e le cosce calde calde. Chi vuol toccarle il collo?».

Un uomo allungò cautamente la mano poi la ritrasse, impaurito. Alcuni risero. L’uomo sospirò, abbassando la testa sul petto.

Filippo, afferrata la donna per un braccio e incitato il mulo, andò verso casa.

La donna di Filippo; frate Ulderico, il giovane Perrino; non pensavano ad altro i paesani; erano ormai forsennati.

Partendo per il campo, all’alba, Filippo aveva sul volto la luce dell’uomo che ha contentato il corpo cavalcando a piacere; giocondamente salutava gli amici. E a chi domandava, frustato dalla torbida curiosità, rispondeva sempre: «Pescata sullo stradone, mentre andava alla ventura».

 

Una mattina, passando davanti alla porta di Filippo, i paesani udirono un lamento. Dopo qualche momento di stupita indecisione stabilirono di abbattere l’uscio.

A loro apparve il grosso uomo steso in terra, rantolante; e vicino a lui la donna accosciata che lo guardava fisso, con occhi nei quali c’era una smorta indifferenza, una calma pazzia. Ogni tanto gli accarezzava una mano, ma con un gesto automatico, senza alcun calore. Pallido, gli occhi sbarrati, con un estremo palpito di vita sulle labbra, Filippo moriva. La lucerna ardeva ancora. Essa, finalmente, alzando la faccia fece un cenno con la mano a indicare che aveva sentito una ferita nel cuore, un grande male. Poi la donna riaffondò nel suo mare.

Filippo ebbe un’agonia dolorosa, dall’alba al tramonto. Come tristemente può finire la vita di un uomo! Ieri pieno di forza e di sangue, ora giaceva lamentandosi con una voce fievole. Un po’ di sangue era per terra, vicino al tavolo (così resta traccia sull’aia quando si macella il porco).

La gente, nella stanza e fuori, ascoltava il rantolo in silenzio. Venne anche frate Michele. Il moribondo smaniava: «No, no… aiutatemi… non voglio… Non voglio, aiutatemi… Lasciatemi la mia vita».

Gli uomini, passato lo sgomento della sorpresa, tutti ammucchiati nel vano della porta, per nulla vinti dal soffio di quella vita che usciva, avevano cominciato ad ammiccare con una maligna innocenza: e pareva soltanto che lo compatissero. Anche la donna ormai era un fagotto gonfio e sporco di carne e di stracci, a quel lume giallo.

L’agonia improvvisa che mortificava il più forte e quello che fino a ieri era stato da tutti considerato il più fortunato era una specie di dolce rivalsa per le invidie lungamente compresse; una torbida lietezza, sia pur per poco, diede luce agli occhi scuri di tutti. Pareva che uomini e donne fossero d’accordo sul genere di morte che Filippo pativa; e se erano pronti a perdonargli le prepotenze passate ancora non riuscivano ad avere pietà per questa sua fine di vecchio scatenato. “Chi raccoglie provvede” dicevano i vecchi, ad ammonire che la fortuna va divisa a spicchi, e goduta con sapienza un poco ogni giorno.

Ma poi la lunga agonia, e l’ombra triste della donna che pareva (ed era) una cosa vecchia e brutta, senza peso, da dimenticare, ricondussero i sentimenti di ognuno a una giusta pietà.

«Prega, figliolo. Uomini, preghiamo» diceva il frate. Ma il moribondo invocava: «Non voglio cadere là sotto, solo, questa notte… Non lasciatemi, solo, salvatemi». Furono le ultime parole.

Frate Michele gli pose le mani in croce sul petto, gli avvicinò le grosse gambe inzaccherate di polvere, gli tracciò sulla fronte un segno di croce. Poi mormorò in cuor suo: “Se così hai voluto, Signore, da’ forza ai frati per sostenere la tempesta che certo cadrà su di noi” e scomparve.

Allora tutta la turba si riversò nella casa di Filippo e sul viottolo antistante; un piccolo lume (la lucerna era già spenta) bruciava riempendo d’ombre la camera. «Requie eterna donais domine» cominciarono le donne, agitando il rosario.

Requie eterna; pace eterna. Ma dov’è mai la pace? Nera è la notte; i vestiti delle donne sono neri; e così gli occhi degli uomini.

 

Il paese gridava, per le vie c’era un chiarore da giorno di festa; pareva che tutto bruciasse e gli uomini gemessero fra le fiamme.

Avevano barricato l’ingresso alla piazza con carri e tavole; nella piazza i paesani si pigiavano verso la chiesa, rossa di tutte le candele.

Avvertiti da un ragazzo trafelato: «Venite, correte… I frati dicono che il paese va in malora» accorsero i soldati del distaccamento di C; un sergente e sei uomini di truppa. Furono accompagnati alla casa dei Perrino che sorgeva appartata, alta fra le casupole circostanti. Lì trovarono i frati.

«Oh noi miseri» gemettero, «profanata la chiesa da quei cristiani bestemmiatori; tutte le candele saccheggiate e accese. Ora recitano il de profundis al morto, davanti a Cristo crocefisso… Che sarà di noi, della chiesa?» si battevano il petto piangendo. «Oh, Dio, o Signore, o Vergine celestissima!».

Una cantilena triste riempiva l’aria e si smorzava a volte in un singhiozzo: «De profundis clamavi a tei domines».

«Occorre far qualcosa» scongiuravano i frati. «La chiesa è profanata, il nostro cuore sanguina… Non possiamo nulla contro quei meschini scatenati; le parole non servono».

Un soldato corse a chiedere rinforzi alla città vicina. «Ma fino a domani non potremo nulla» disse il sergente. «Sono troppo eccitati; aspettiamo che questo vento si calmi… Aspettiamo domani. Succederebbe un macello».

Spentosi il canto, seguì un mormorio confuso; non di preghiera ma di affannose domande; intanto anche il fulgore che usciva dalla chiesa e sprofondava in cielo incupiva; pareva che le candele palpitando consumassero gli ultimi istanti di vita.

«Il morto è seppellito, escono all’aperto» gridò un ragazzo, entrando; era salito sul tetto per guardare.

«Oh cielo!» gemettero i frati «vengono ad accopparci, infuriati come sono!». Le donne della casa cominciarono a piangere.

Ma la turba sciamò senza parole per le vie, ciascuno ritornando alla misera vita e alla rassegnazione. Chiudevano gli usci adagio.

Le ultime ore della notte furono piene di silenzio.

Un frate s’avventurò alla chiesa. Negli angoli bruciavano puzzando i mozziconi delle candele, ma ogni cosa era in ordine, né devastata o manomessa; solo l’alta volta pareva che risuonasse ancora di angosciate preghiere.

I soldati rimossero i carri e le casse che sbarravano la piazza. Nel buio mille occhi li osservavano.

 

Per ordine del generale Manhès, e d’accordo con il vescovo, il paese fu interdetto.

I frati si raccolsero a Maida.

Le porte della chiesa e del convento furono sigillate; nessuno poteva entrare in paese, né commerciare con esso; i paesani potevano allontanarsi soltanto per andare ai campi solitari. Né campane a indicare il mezzogiorno né messa purificatrice per le loro anime sanguinanti; e se alcuno fosse morto, non il prete o il frate che spalancasse con un calcio, per loro, la porta del paradiso.

E non tanto erano morsi dall’angoscia di un peccato che non credevano ancora d’aver commesso, quanto dal non avere più il refrigerio della messa e di una confessione che distraesse il male del cuore e li riconciliasse alla loro antica miseria.

Il tempo intanto passava, pesante, nella calura del cielo e in quella desolazione. Poi un vecchio morì, affranto dagli anni. Cadde fra la polvere come un albero scalzato alle radici; nemmeno una requie fu recitata per la sua anima. Il giorno seguente verso sera, l’ala della morte sbatté contro la faccia di una donna. Ancora alcuni giorni e toccò a un uomo, nel fiore degli anni.

I paesani credettero che Dio li avesse abbandonati.

Cominciarono a piangere, inginocchiati davanti alla chiesa, sotto il sole; si picchiavano il petto; le donne allentarono i capelli che caddero sulle spalle e coprirono i volti.

Piansero fino a che gli occhi non ebbero più lacrime e le guance ardevano per l’amaro di quel pianto; fino a che il cuore non bruciò per il desiderio delle vecchie cose che a un tratto erano dileguate: il suono della campana, la porta spalancata della chiesa davanti alla quale si scoprivano passando per la piazza, il passo dei frati quando uscivano all’alba o al tramonto. Per quanti malanni potessero colpirli in futuro, nessuno sarebbe peggiore di questo; essi lo sentivano.

Così un giorno, sul far del mattino, la turba avanzò sullo stradone, pregando. Andavano stretti uno all’altro come uccelli durante la tempesta.

Attraversarono il ponte e la vallata; sfilarono lungo il dorso della montagna; e già era mezzogiorno.

I soldati li seguivano a distanza.

La strada per Maida era lunga. Avevano raccolto ramoscelli scuri o gialli dalle siepi; adesso andavano cantando e stringendo i rami come bandiere. Cantavano per soffocare la paura, l’angoscia e il rimorso.

La strada per Maida era lunga, fra vallate, boschi, a filo di ardite montagne. Giunsero che il sole dolcemente si spegneva.

Nella piazza, dove l’arcivescovo aspettava con il generale Manhès, dove i frati aspettavano, dove uomini e donne aspettavano e dove il sole morente bruciava l’intonaco delle vecchie case, i poveri cristiani caddero in ginocchio. Il silenzio era immenso.

Infine l’urlo aprì il cielo, spalancò le porte celesti e costrinse Dio ad affacciarsi. Videro il volto del vecchio sorridere e il riflesso della barba bianca? Parve, a un tratto, che l’aria si illuminasse. I cristiani piangevano, gridavano, invocavano agitando i ramoscelli come campane. Era un tumulto di parole.

L’arcivescovo avanzò seguito dai frati e dai soldati. Piantato dinanzi a loro come l’angelo giustiziere, tuonò: «Eretici e non cristiani, voi che vi sostituite ai frati nella chiesa e come un satanasso li fate fuggire… Che il vostro peccato sia grande lo scorgete nell’ira del Signore che in pochi giorni tre di voi ha rapito alla vita… Gran scandalo è avvenuto per vostra colpa; molti occhi ora piangono allibiti».

«Pietà, pietà» gemevano. «Perdono, o buon pastore!».

«Voi siete cattive pecore… ma il vostro pianto mi dice che siete pentiti e sgomenti… Riapriremo dunque la chiesa e ritorneranno i frati, dopo che il lavacro di una nuova consacrazione avrà cancellato da quel santo luogo l’odore dell’eresia… Ma voi, voi, siete pentiti davvero?».

Con un urlo di gioia, d’angoscia, lugubre e dolcissimo, le anime si liberarono dalla tempesta.

«Allora» disse l’arcivescovo aprendo le braccia «ecco io vi accolgo di nuovo nel mio abbraccio e qui, subito, vi benedico». Tracciò nell’aria il segno della croce; quindi la sua voce intono il Te Deum.

Lo accompagnarono i frati, rossi in viso; l’accompagnò la turba con angelici volti trasfigurati.

 

IX.

Morte del Boccone

 

 

 

 

 

Dicono che s’avvicinano. Tra questi boschi il silenzio è così grande che non si ha più paura. Guardo gli altri negli occhi; è il nostro modo di parlare. La voce serve per bestemmiare. Qua, nostri nemici sono i preti e i soldati di re Gioacchino.

Egli è un francese venuto dall’Alpe e la sua donna è bella. Come l’ultima che presi a Paternopoli. Dirò di questa, se mi serve il tempo.

C’era una casa ai piedi di un picco e la nostra masnada passava in silenzio; se tacciamo, la paura è per gli altri.

La casa è prima del paese; quattro passi poi le altre, fitte fitte, scure, umide.

Sputai in terra per il disgusto; meglio – pensavo – l’erba del bosco o il sasso della montagna. Chi vive in questo marciume? Perché non si fanno briganti? O forse il re Gioacchino li paga? La rabbia mi cresceva. Alzo gli occhi e vedo dietro le assi di una finestra – in quella casa a picco – il viso di una ragazza che mi mette il brivido. Cammino con la gola secca e il corpo che mi pesava: e volevo voltarmi. Appena entrato in paese sapevo bene che fare. Gli altri nelle case a frugar per il vino e per le donne, io indietro per quella; mi pareva non averne mai toccate, tanto il corpo e il petto mi prudeva. E non appena vidi i compagni correre alla ventura, ritornai anch’io alla mia.

Anche un brigante sa fingere, se conviene; mi leggerete in seguito come quest’arte serva.

Ma ora ho sonno e tronco.

 

Oggi c’è stata battaglia come da mesi non si combatteva. Dei nostri, trenta sono distesi lungo il fosso di Montefalcone, morti di moschetto: dieci, forse, pendono dai rami della discesa. Ma non ci siamo ancora contati.

Segno i nomi dei capi avversari, venduti al francese; nomi da ricordare. Lebruni capo squadrone della gendarmeria e Averna tenente.

Perdemmo nella mischia molti cavalli; e questo è male.

 

Siamo a Lapio. Camminammo per l’intero giorno con molta stanchezza in corpo; avendo predato il cibo e lasciato a mezza via uno dei nostri, presso un manutengolo fidato; ferito a un braccio dolorava e minacciava la cancrena.

Molti imprecano, con ragione. Nel passato era assai meglio. Ricordiamo gli ozi a Tricarico presso il fiume Busento, nella nostra Calabria. Qui che si resta a fare?

Le strade e il cielo sono scuri, l’aria pesa. Che si resta a fare?

Posdomani c’incontreremo con l’Antonelli. Chieti è città sua e dell’Abruzzo egli è il signore. Ha radunato molte ricchezze, la regione trema ai suoi piedi.

Il re borbonico lo fece colonnello; i generali gli portarono la divisa, con spalline d’oro come il grano.

Sul cavallo baio, per le vie di Chieti, era come un santo. Ora è di nuovo alla montagna; il re Gioacchino ha messo taglia su di lui. Domani l’incontreremo.

Dicevo che ritornai indietro, infilai l’uscio e via per le scale. Incontro una vecchia che scosto col braccio; sulla tavola era un bicchiere colmo d’acqua; la bevo e cerco con gli occhi nella stanza; c’era accanto un camerino con un pertugio, anche lì guardo. Già maledico, quando la scorgo sotto il letto e quasi non la vedevo. La strappo fuori ridendo; lei impaurita e rossa, con certi occhi da giovedì santo; la getto sul letto e faccio a piacer mio.

Sulla soglia la vecchia pareva un albero, con quelle braccia aperte che sembrava ruzzolasse abbasso.

La giovane mugugnava, con un lamento di cuore che mi rinfocolava, sicché indugiai a lungo, fin verso sera.

 

L’Antonelli ha raccontato del tempo trascorso; sotto un albero, e noi d’attorno carichi di vino e d’arrosto che quasi non ci si muoveva. Indicando un paese al fondo valle, raccontava che vi assalirono la casa di Angelo Soriano, un maledetto, fracassando ogni cosa e portando via, fra l’altro, la moglie Maddalena Russo che tennero venticinque giorni su per i boschi, finché non ottennero il riscatto. E disse che l’aveva cavalcata più volte.

Poi narrò il suo incontro con i generali del re sullo stradone per Chieti, nel marzo ventoso; e la divisa che ricevette, con i gradi gialli, fregi sulle maniche, i bottoni grossi come uova. La pergamena col sigillo regale e il suo nome scritto a svolazzi, con inchiostro rosso.

Ora tutto è mutato. Disse che ritornava l’inverno, senza speranza; che anche lui corre la montagna contro i francesi.

Io dico che l’Antonelli negli occhi ha lo stesso fuoco del Boccone, del Quagliarello.

Il bosco era pieno della sua voce.

Salutandoci nel partire lodò la Calabria alla quale torniamo.

 

Procediamo lungo la costa e ci guardiamo dai presidi che sono numerosi. La terra è arida, poco abitata. La sete ci travaglia.

Riposando in un bosco scorgemmo lontano, sul mare, un legno inglese attaccare con moschetteria e cannoni una barca francese. Questa dirottò e si sottrasse ma inclinava troppo su un lato per non aver subito danno; sicché cercò un approdo. Doveva essere carica di armi; buon pascolo per noi se non fosse accorso un distaccamento di cavalleggeri che spararono verso il mare. La buona sorte ci sfuggì.

 

Nel golfo di Vallo attendemmo una notte e sul fare dell’alba un legno siciliano ci raccolse e ci sbarcò nel golfo di Sant’Eufemia. Avemmo armi, munizioni, cavalli.

Ci inoltrammo verso la Sila.

Il 3 e 4 agosto toccammo Faroleto e Serrastretta; infine, dopo essere saliti sul Montenero, giungemmo a San Giovanni in Fiore, nella Sila, dimora sognata da troppi mesi. Nel Neto ci bagnammo.

Attacchiamo le guardie del re Gioacchino. Costringiamo i contadini a proteggerci.

Tutti credono che i francesi siano nemici di Dio, che il re Ferdinando tornerà presto. I preti nelle chiese parlano contro i francesi poi fuggono all’arrivo delle guardie. Dicono che i francesi agognano alle donne e alle robe; i contadini odiano i francesi per questo; intanto noi ci prendiamo le robe e le donne.

Stefano Accame ci raggiunse, disfatto dal cammino fra i monti. S’era disperso sfuggendo ai gendarmi, coi piedi sanguinanti e la lingua arida per la fame. Il vino gli mosse i pensieri.

Era il tramonto, il cielo bruciava rosso come il sangue.

Raccontò questo inganno teso ai francesi e di cui molto gioimmo. Sono cani e azzannano, ahi quanto spietatamente.

Una compagnia di volteggiatori in marcia verso Scigliano, essendo il sole bollente, s’arrestò lungo la riva del fiume, presso il villaggio di Parenti.

Gli uomini e gli ufficiali, radunate le armi in fascio, guazzavano nell’acqua a scrollare i cattivi umori. Il luogo era ombroso; dolcemente l’acqua trapassava, sfiorando l’erba delle sponde. I soldati cantavano.

Ed ecco apparire sullo stradone picchiato dal sole gran turba di popolo, col sindaco alla testa cinto della fascia municipale; allegramente inneggiando ai francesi.

I soldati guardavano.

Allorché quelli furono prossimi, il sindaco alzando le braccia nel saluto e con lieta cera gridò: «Buoni francesi salute! A voi il popolo di Parenti offre il suo cuore e le sue case; lieto se vorrete approfittarne, sfuggendo al sole nemico. Nessuno vi è più di noi riconoscente, sicché venendo non riscuoterete che in parte un premio che vi spetta. La patria vi è grata per il vostro zelo e il vostro valore; il popolo non può dimenticare i sacrifici da voi patiti per dargli libertà e pace; questa pace vuole offrire per un giorno, ai soldati francesi, il popolo di Parenti».

Dalla folla s’alzano grida ed evviva, sbandierio di nastri multicolori. I soldati, sorridendo, lieti dell’accoglienza non aspettata, guardarono gli ufficiali. Costoro, dopo breve consulto, rivolti al sindaco, per bocca d’uno di loro risposero: «Fino al tramonto sia accolta l’ospitalità del paese, gradita quanta inattesa; sicché ci pare, per poco, di ritornare fra amici nella nostra terra». E raccolte le armi, seguiti dal popolo acclamante, s’avviarono.

Giunti nella piazza, circondati da uomini, donne e bambini, i soldati – alleggeriti dell’armi e del carico, condotti, quasi trascinati qua e là nelle case, accolti con sereni occhi a tavole imbandite, costretti a bere e a mangiare – presto furono ebbri e satolli. Gli ufficiali furono portati al municipio, ove era allestita una cena con candide tovaglie. Si mangiò e si bevve, inneggiando al regno e alla Francia. Più volte il sindaco alzò il bicchiere, più volte gli ufficiali, come trascinati da quella festa, s’avventarono al vino. Crescevano le risa, le allegre parole; e già era scesa la sera.

Allora avvenne la strage.

Nelle case i soldati scannati nel sonno o vinti dal vino; gli ufficiali, in municipio, dopo breve zuffa travolti.

Sul paese di Parenti scese il silenzio e, col vento, l’odore acre del sangue. Pareva che Stefano Accame se lo trascinasse ancora addosso, inzuppato nei vestiti.

Era fuggito, come tanti, perché Manhès accorreva a vendicare la strage; e travalicando il monte temeva cattivi incontri, prima di congiungersi alla sua banda.

Raccontò questo non cessando, ogni tanto, di bere.

Presto il sonno lo colse.

 

Si dice che domani attaccheremo un battaglione di linea. Il luogo scelto è buono; anche il tempo.

Dopo forse scenderemo a Cosenza.

 

Tutto è fatto e vi ricorderò come.

Il battaglione era di Charron, un ufficiale orbo di un occhio e superbissimo, già altre volte incontrato dal Boccone in scaramucce improvvise. Dovendo da Cosenza portarsi a Rogliano, noi scendemmo dal monte e ci appostammo in località Lago.

Il Boccone fece sapere all’ufficiale che ivi l’aspettava. Costui rise, sprezzante.

Ma giunto il battaglione a certe strette, nel luogo sopraddetto, dalle cime dei monti cominciammo a buttare sassi che scendevano a precipizio. Un nembo di polvere coperse le gole; i soldati per essa accecarono. Noi li attaccammo senza indugio, all’impazzata; i colpi dei nemici andavano senza bersaglio.

Questo durò mezz’ora, poi fu silenzio.

Quando ci avvicinammo guardinghi, forse venti ne scorgemmo ancora in vita, forsennati dalla sorpresa. Invitati con urla, si arresero.

Trascinati davanti al Boccone che si ristorava sotto un albero, parevano inebetiti. Stracciati nelle vesti e le braccia rilassate: giovani tutti; gli ufficiali non si distinguevano dai soldati.

Negli occhi del Boccone andava un lampo che noi conoscevamo; sotto vi covava la malizia. Attendevamo, muti.

Così parlò il Boccone: «Della vostra sorte assai mi pesa, o soldati, e volentieri vi libererei se non avessi fatto voto a Sant’Antonio di non risparmiare nessuno. Pure, considerando che guerreggiate non per volontà vostra ma per la legge inesorabile della coscrizione, mi sentirei piegato a misericordia. Ma ad ottenerla, è necessario mi diate una prova di ravvedimento, ed è che mettiate a morte queste carogne di ufficiali. Se lo fate, giuro all’Immacolata – e si toccò il petto – di salvarvi; se no, morirete tutti di mala morte».

Ghiacci d’orrore, i soldati guardarono i due ufficiali e costoro con un cenno li radunarono attorno: parlarono a lungo, pareva che tentassero di convincerli e gli altri rifuggissero; infine i soldati si indussero, per scansare la morte, a fucilare i condannati.

Presero le armi con i colpi contati e, appostatili contro un masso, li uccisero. Ancora non s’erano voltati i soldati, che a un cenno del capo la banda si gettò sui rimasti e li ammazzarono turpemente dopo averli denudati.

Io m’astenni, fingendo altro lavoro. Vidi poi il Boccone dormire al rezzo di un masso.

 

Quasi alle porte di Cosenza ci incontrammo col principe di Canosa, venuto di Sicilia per conto del re Ferdinando. Disse poche parole e diede a ciascuno del denaro, altro promettendone per il futuro. Poi se ne andò: un legno lo aspettava nella notte.

Il futuro s’oscura.

 

L’autunno è piovoso.

Iersera – ma ancora non era buio – sorpresi una contadina che tornava dal campo con un figlioletto. Tenendo la donna per il braccio, con un verso feci continuare il ragazzo, il quale si volse più volte a guardarci. La donna, sapendo ciò che volevo, s’acconciò senza lagni. Non ci dicemmo parole. La lasciai andare ed essa si avviò di corsa; era già sera. Quando giunsi, i fuochi erano accesi e mangiammo fino a tardi.

Durante il giorno sapemmo che il villaggio di Parenti era stato arso dal generale, per l’imboscata ai volteggiatori francesi che dovevano recarsi a Scigliano e invece tutti perirono.

 

Antonelli fu preso e impiccato il mese scorso a Fossacieca, il suo paese, dopo aver traversato Chieti in ludibrio; e che gli siano state mozze le orecchie e le mani dicono.

Il generale ha sede a Monteleone.

Anche lì ha emesso proclami e intende che i preti li leggano in chiesa; a questo essi s’acconciano.

Gli ordini recano: che siano pubblicate le liste dei briganti; che i cittadini – conoscendoli – hanno l’obbligo di prenderli o ucciderli; che gli atti alle armi debbono correre al servizio dello Stato; che chiunque ha commercio con noi sia punito di morte; che le greggi siano radunate in luoghi stabiliti e sospesi i lavori di campagna.

Pare che il nostro tempo non sia ancora venuto e che il generale, prima di muoversi, aspetti che la campagna si spogli di frutta e di fronde e che la Sila si copra di neve.

Nel Cilento e nell’Abruzzo fu vittorioso e spietato.

Attendiamo legni dalla Sicilia ma le coste sono bene guardate.

 

Undici della città di Stilo, donne e bambini, recandosi a cogliere olive in un podere, sorpresi con pane addosso – e ciò contrasta con i proclami – per ristorarsi a mezzogiorno, persero la vita, fucilati.

 

Scendiamo di rado al piano. Mi torna spesso in mente la morbida vergine di Paternopoli.

La gente è impaurita. Riesce difficile raggiungere i paesi, a cagione delle spie e del gran numero di soldati.

Il generale si avvicina. Sono cominciate le piogge, la terra è nuda e sola.

Il Bizzarro è stato ucciso.

Taccone, catturato dopo furibonda battaglia, trascinato a Potenza su di un mulo, con un cartello in fronte, fu impiccato.

Quagliarello è morto, ucciso a Roncigliano; sul capo aveva una taglia di mille ducati.

 

Troppi sono morti, le bande non sussistono più. Molti si arresero e furono amnistiati; ora si volgono contro di noi.

Col Boccone a capo cerchiamo di raggiungere la costa. La gente s’è voltata al più forte e ci è ostile.

Il generale è tra i boschi della Sila; a volte sentiamo il suono delle trombe.

Dal cielo diluvia spietatamente; l’acqua scorre con una voce sinistra. Senza fuoco, noi pochi ascoltavamo ieri sera quella voce; pareva un rantolo.

E la donna del Boccone, smagrita fino all’osso, con gli occhi aperti, è prossima a partorire. Non vuole allontanarsi.

Nell’ira, il capo gridò che era meglio morisse; la donna singhiozzava.

Verso sera, nel bosco, senza aiuto, la donna ha partorito. Il Boccone imprecava.

Essa soffocò le grida; ma ascoltando quell’ansimare spietato noi fummo pieni di odio e di pietà. Partorì una femmina piccola, che appena si muoveva; non pianse, per sua fortuna.

Restammo un giorno al riparo dei macigni; il Boccone s’era allontanato per guardare.

Allora la donna poté sfogarsi con un pianto che fece male al cuore. «Morirà, morirà» diceva. Non si poteva ascoltare.

Napolitano, d’un tratto, disse che avrebbe portato la piccola creatura al paese. Il pericolo c’era ma poteva tentare; un giovane solo con una bambina in braccio!

Raccoltala in un mantello, partì!

All’alba riprendemmo il cammino.

 

Abbiamo fame; non ci resta che tentare verso la costa. Mangiamo i cavalli e abbandoniamo i cadaveri lungo la strada.

Svegliandoci, mentre scrosciava di nuovo fra i rami del bosco, altri sette mancavano. Non accendiamo più il fuoco. Il silenzio fa rabbrividire. Dove saranno i soldati?

Addio mare! Non ci resta che salire alle cime della Sila, coperta di neve. Abbiamo abbandonati i cavalli. Uno di noi geme, con un braccio spezzato.

La terra è fradicia. Sentiamo lontani i rumori.

Siamo in cinque; altri due sono morti. Saliamo per la strada di questa montagna verso l’inferno; fra la nebbia, a volte, scorgiamo il mare. È ormai troppo lontano.

Udiamo voci e spari che arrivano dalla valle.

Mi cresce l’odio addosso; vorrei uccidere e soffro; il sangue mi calmerebbe.

La compagna del Boccone s’è accasciata per terra ed egli voleva ucciderla, poi l’ha sollevata e costretta a proseguire.

Giunti a quel masso daremo termine al cammino; non ci sarebbe altra strada, se non scendere all’opposto versante per cui sale, invece, il generale.

Il tempo s’è schiarito ma l’aria è gelida e il vento soffia.

La compagna del Boccone… Con un balzo il capo la strappa dal sentiero e si gettano a precipizio per la discesa. Prima ancora di capire sentiamo un rimbombo e palle di moschetto fischiare sopra la nostra testa. Ci gettiamo a terra, al riparo di alcuni macigni e rispondiamo al fuoco. Lo Smarrito steso nel mezzo del viottolo sussulta gorgogliando. Il Boccone è ormai lontano.

Sacr…! Affiorano le divise dei soldati di re Gioacchino; altre salgono, altre appaiono sull’opposto cucuzzolo. Ci hanno preso in un’imboscata; così doveva finire. Il Boccone è lontano.

Non ci arrenderemo; ma il generale avrà vinto.

 

 

 

Venerdì, 25 Gennaio 2013 13:47

Postfazione

Subito: sono un intruso. Ma poiché ho letto con prolungata attenzione, posso intanto, e almeno, cogliere – chiudendo le pagine di questo libro che per me ha un fascino sottile prolungato e stimolante – uno spunto molto personale che mi rimanda sul mare della memoria; mentre il contesto è ben denso di più fondi suggerimenti e tante indicazioni, con cui confrontarsi in dettaglio.

E allora dirò che le mie conoscenze, le mie letture calviniane nello specifico risalgono a tanti anni fa quando, in una fine di dicembre, dopo aver letto il Grisar arrivai, quasi per una spinta direttamente collegata, a Carew Hunt, che mi suscitò grande interesse e mi addusse vari problemi, intruppato com’ero per mie dirette curiosità fra eretici ed eresie, muovendo dal tempestoso Medioevo. Uscito allora nell’autorevole collezione storica laterziana, oggi non so proprio come sia considerato. Se con un rispetto attivo ancora dovuto, oppure come un’opera rispettosamente datata.

Riprendendola in mano, vedo i miei segni (leggeri) di allora al margine delle pagine (segnetti non deturpanti, cautelosi, solo memorizzanti). E infatti, ecco, per me, subito si rimettono in moto. In calce a pagina 106, la brevissima nota che riferisce l’affermazione di Renan su Calvino: un uomo tutto di un pezzo. Questa mi produsse, giovanissimo, una piccola folgorazione e l’assunsi subito, per poi mantenerla, come un prezioso giudizio di valutazione generalizzato. E Calvino, per questo e con altro poco che segue, entrò nel mio piccolo sacrario privato, fra gli uomini esemplari da seguire, senza debordare ma con una rovente fiducia. Uomini “buoni” (come il sapore delle idee proposte che servono; “giusti” (per il disinteresse pratico delle e nelle azioni; “liberi” (per l’intransigenza nelle idee conquistate dopo lungo prolungato faticoso assedio.

Vorrei dire, con un filo rosso cavato fuori dal fondo dei pensieri, che una impressione altrettanto forte, e un po’ nella stessa direzione di una commossa rilevanza intellettuale, l’ebbi sempre in quegli anni, come un fiato provocatorio ed esaltante dal bronzo (che sembrerebbe quasi sempre costringere le figure in una immobilità perniciosa e tetra), incontrandomi in diretta con il monumento (il grande glorioso monumento) di Goethe e Schiller davanti al teatro di Weimar. Il Teatro nazionale. Schiller, con quel rotolo di carta scritta in mano, sembra sia sul punto di distribuire nel vento, perché le porti lontano, la tavola delle leggi. Una nuova tavola delle leggi. O di una verità che splende.

Ecco, voglio dire, cerco di dire, che da entrambe le direzioni, a me che ero in attesa di voci che parlassero corredando il detto con l’esempio, sentivo arrivare soffi di un vento di forte misura, che mi aiutava a soffiar via, implacabile, le prime nebbie dell’incertezza, dell’inquietudine, della solitudine, della solare ignoranza che aspettava le ombre divine. Quelle che stravolgono i giovani. Ecco perché, senza essere stimolato particolarmente da interessi di religiosità approfondita, dopo la lettura del volume del Grisar e quella dell’opera dello Hunt, mi rimase conficcato il chiodo calviniano.

Lutero mi induceva a confrontarmi con problematiche di spessa densità religiosa; mentre Calvino riusciva a trascinarmi, con una certa violenza che era misteriosamente profonda e leggera, e che a un certo momento diventa inevitabile, a confrontarmi con problematiche dell’uomo (e non dell’uomo sull’uomo), degli uomini (e non degli uomini sugli uomini) entro le quali, o confrontate con esse, quelle religiose mi sembravano per tanti versi di alto spessore ma non determinanti. Non determinanti per tutti, almeno. Né per me, intanto.

Da quelle prime letture giovanili, e dalle tante altre assemblate saltuariamente nel corso degli anni, ricavai e poi ho sempre ricavato quasi la fisica sensazione di aggirarmi fra un gran fermento di sette, allargate o ristrette, ferocemente o almeno violentemente disputanti, e un grande avvampare di roghi, e un gran girare, girovagare di lettere di denuncia. Non lettere anonime ma con nome e cognome, da singoli contendenti a principi, a potenti, a giudici, a ecclesiastici. Lutero scrive lettere e lettere ad Anversa contro la setta di Pruystinck, che finirà bruciato a fuoco lento; quasi in pari data Calvino denuncia Quintin il sarto e la sua setta, e anche costui finirà al rogo; così anche il monaco Martino di Magonza è bruciato come eretico impenitente. Si costituivano sette quasi come oggi si formano piccole o grandi società commerciali; nelle quali la sottomissione al capo era un impegno giurato; ma tale sottomissione disponeva l’“adepto in una situazione di privilegio di fronte al comune mortale al quale non si dava alcun peso, non più che a un cavallo”.

Certo, anche Calvino pone la sovranità, direi l’autorità di Dio sopra tutti (sopra tutto), e quindi dispone la cognizione dell’uomo come di un peccatore perennemente da restaurare; ma c’è, nella sua semplice rigorosa freddezza, che pare inesorabile, una umiltà totale, che tende ad abbracciare, o anche annullare, tutti noi. Ci induce a una pietà privata senza cavilli e in un mondo come il nostro, così poco parsimonioso, ci sollecita a rientrare nei limiti morali e pratici di una severità convinta; direi quasi, insonne.

L’utilità, direi anche la funzione di opere come questa, che Monda ci presenta, è anche quella di consentire ai camminatori solitari che leggono, di percepire frammenti sparsi di verità come continuo alimento di vita.