Una nota

Non è una meraviglia, alcuna meraviglia, per me, che una raccolta come questa sia pubblicata dopo quasi sessant’anni; e che biglietti, lettere, cartoline, documenti siano rimasti accatastati in uno scatolone, appuntati con graffette arrugginite, impolverati in qualche piccolo sgabuzzino d’archivio di un piccolo comune. Non fa meraviglia, perché questo nostro paese, di facile commozione e di rapidissimo oblio, ha sempre riservato una indifferenza quasi generale per tutto ciò che proveniente dal popolo lo richiamava, o avrebbe dovuto e potuto richiamarlo alle sue autentiche tragedie. Scancellare, rimuovere, presto dimenticare, questa è la pratica, la prassi, l’abitudine che inviluppa la nostra società come una liana malefica. Cosa si insegna di storia reale nelle nostre scuole? Nelle nostre università? E se esce a stampa qualche buona opera scivola via, appena accennata come un dovere annoiato, frettoloso. Perciò noi, che non possiamo dimenticare, ci teniamo ben stretti, come bibbie emozionanti e inesauribili, come riferimenti preclari, le poche opere che squarciano la cappa di silenzio e buttano sul tavolo della nostra vita, sotto i nostri occhi, non i frammenti ma la mostruosità integra, intatta delle tragedie che ci hanno colpito, che ci hanno travolto e che di certo non ci hanno ancora fatto migliori, avendo poi, di seguito, chiusi occhi e orecchi. E cuore.

La strada del Davai e L’ultimo fronte di Nuto Revelli sono, come una bibbia, un’odissea, una iliade delle nostre suaccennate tragedie, un riferimento assoluto. Quanti le rileggono come una necessità? La scuola, dov’è? Ebbene, nella prefazione, Revelli scrive: «La bibliografia della seconda guerra mondiale comprende centinaia di memorie, diari, racconti di ufficiali: i nostri generali hanno scritto dozzine di memoriali sovente ricchi di miserabili denunce postume, sovente aridi come gli specchi delle “manovre con i quadri”. Mancava la guerra del contadino, del montanaro, del manovale, la guerra del povero cristo tubercolotico, malarico, nefritico, la guerra che non finisce mai. La mia ambizione divenne una sola: che finalmente anche il soldato “scrivesse” la sua guerra».

La guerra che non finisce mai. Al di fuori di una retorica patriottarda opprimente nella sua genericità senza autentica passione (partecipazione) la guerra del soldato italiano è sempre stato un lungo momento di oppressione, di incomprensione mortificante solitudine e privato dolore. Durante la prima guerra mondiale, dove un capo «infame» come Cadorna disprezzava i suoi soldati come contadini senza fegato e quindi da riciclare attraverso una costante disciplina feroce, ai nostri prigionieri il governo impediva o contrastava che venissero inviati pacchi di qualsiasi genere, tanto che gli italiani furono gli unici – fra gli eserciti combattenti – a morire di stenti in quella situazione. E questo, perché ogni prigioniero veniva ritenuto o disertore o vile. Per la seconda guerra mondiale, dove un capo altrettanto infame come Mussolini riteneva, stravolto da un delirio di onnipotenza, che la razza italiana fosse sciapa e molle e dovesse essere restaurata e rinnovata attraverso il benefico esercizio della guerra – come se il campo di battaglia fosse una palestra con sauna – la stessa ignobile indifferenza accompagnò il nostro soldato nel suo peregrinare per l’Europa, a sparare contro avversari che lo attendevano in casa e perseguitato da una sorta di codificata indifferenza da parte della burocrazia istituzionale prima durante e dopo. «La burocrazia delle pensioni di guerra è un mostro; non pochi ingranaggi della macchina burocratica sono più nefasti del tifo petecchiale» (Revelli). E ancora: «Ho fatto la domanda per la pensione, ma non ho ottenuto nulla» (un alpino, dei tanti).

Questi milioni di uomini soldati mandati allo sbaraglio e alla morte, sono per il nostro mondo italiano, al di fuori delle singole famiglie addolorate, un mare di ombre. Un riferimento: i morti per malattia. Scriveva nel 1922 un medico: «Molti pensano che la morte dei feriti è più eroica; ma noi diciamo che la morte dei malati è più umana, più umana sempre, e non sempre meno eroica… In tempo di guerra il numero dei malati supera di molto quello dei feriti. Eppure si osserva questo contrasto, che cioè i primi generalmente non sono quasi contati, e vengono per così dire considerati come deboli e come imbelli che hanno piegato sotto l’urto della lotta, mentre i secondi sono tutti forti ed eroi…». Ma poi, con altro riferimento, non possiamo non annotare che nelle lettere o nei biglietti raccolti in questo volume, quasi tutti, o addirittura tutti, fanno riferimento con costante insistenza sulla propria buona salute, nello stesso tempo chiedendo notizie della salute dei familiari. La salute come autentico capitale di fondo a cui riferirsi, su cui contare, da poter esibire per rassicurare e rassicurarsi. Ed è allora il libro molto importante di Antonio Gibelli (L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale) che ci offre altra e tanta documentazione aggiuntiva come tavolo di riflessione.

La citazione da un diario di guerra a pagina 45: «Che cos’è il passato? Niente, cosa perduta che più non ci appartiene – il passato vuoi dire essere stati». Questi archivi della memoria con le correlate considerazioni legano le due grandi terrificanti guerre mondiali del secolo scorso (il più micidiale secolo di tutta la storia dell’Umanità) in una successione proliferante e integrante di complessità tecnologiche, psicologiche e umane. Eppure dentro o in mezzo a questo rovinoso deflagrare del mondo, il nostro paese ha partecipato al disastro sempre con una approssimazione allucinante, una inadeguatezza di vertice da ritenersi criminale. Da guerra di trincea (la Prima) a guerra di movimento (la Seconda), combattuta sulle nostre alpi la prima, combattuta in mezza Europa la seconda; e sempre tutta la violenza si è scaricata sulla pelle, sulle spalle di ogni singolo soldato italiano, alpino della Carnia o di Cuneo oppure fante di Calabria o di Sicilia; o emiliano, come queste lettere espongono. Morti, morti, feriti, vite stravolte famiglie decimate, spezzate. Può restare un momento solo celebrativo questo, con questo libro? Oppure una tragica rinnovata occasione di vergogna per tutti noi, che lasciamo al fondo di arrugginiti scatoloni le voci strazianti della nostra storia più vera? Credo sul serio che non solo per il sentimento commosso delle famiglie coinvolte direttamente per queste pagine, pur sincero e dovuto, ma per tutti noi, per rinfrancare la nostra scarsa o stanca memoria, questo libro sia indispensabile; per noi che barattiamo ogni giorno ciarle fuggenti tralasciando le emozioni più vere; per noi che non abbiamo più neanche rispetto dei nostri morti; di coloro che furono travolti e sacrificati per l’avidità malsana, l’ignoranza e la grettezza dei poteri che non si riesce mai a sconfiggere. E che tutt’ora spargono sangue, di giovani esistenze. In ogni parte della terra.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Arriverà quel giorno… Lettere dal fronte e dai campi di prigionia (1943-1945), di Claudio Visani
  • Editore: Pendragon
  • Anno di pubblicazione: 2000
Letto 3512 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:11
Altro in questa categoria: « Una nota La vita e le parole »