Dall’aggressività all’arroganza

Appunti sulla comunicazione e sulla gestione della comunicazione di Roberto Roversi

 

Da oggi Roberto Roversi inizia una collaborazione fissa con le nostre pagine regionali. Tra i fondatori e gli animatori di “Officina”, egli ha spiegato la sua vena poetica in diverse direzioni con esiti sempre felici. La capacità di passare dalla narrativa al teatro, dalla saggistica alla scrittura dei testi delle canzoni, è il frutto di una attenzione costante alle varie forme della comunicazione. Ringraziamo Roberto Roversi per aver accettato di fare in pubblico il suo lavoro di riflessione sullo sviluppo dei linguaggi contemporanei.

 

 

Il 25 maggio una notizia giornalistica ha informato di un fatto significativo, non soltanto divertente, all’interno dell’industria culturale. Il romanzo di Stefano D’Arrigo (Horcynus Orca) edito da Mondadori e il romanzo della Morante (La Storia) pubblicato da Einaudi erano esclusi dalla rosa del premio letterario Campiello (uno dei più ricchi) perché ormai troppo discussi letti recensiti; in altre parole, per troppa fama.

Non entriamo in merito alle due opere. Qua interessa, muovendo da quelle poche righe di cronaca, riferirci all’Horcynus Orca per una nota su come è stata gestita la promozione di questo volume; sulla metodologia del lancio pubblicitario. L’appunto sposta il discorso su problemi molto importanti per il dibattito culturale della sinistra e lo centrano sulla gestione della comunicazione e sulla gestione della distribuzione della comunicazione.

Alcuni dati preliminari in riepilogo. Durante gli anni sessanta si discusse con una continuità d’impegno a ogni livello, e con forte tensione teorica, il problema della comunicazione come gestione, cioè il problema della libera autonoma gestione (amministrativa, organizzativa) di tutti i mezzi di comunicazione: giornali, libri, tivù, pubblicità, spettacoli, canzoni, ecc. Il dibattito trovò il suo punto focale prima e dopo il ’68. La spinta a dibattere questo problema conseguiva all’esigenza di una autonomia politica sempre più accentuata nell’esercizio della comunicazione, in quanto proprio dietro la spinta degli avvenimenti si era fatta vivissima l’esigenza di allargare l’area dei rapporti col pubblico per proporre disporre e imporre le nuove idee che chiedono sempre di camminare; di conseguenza s’era resa indispensabile una verifica generale e una riverifica linguistica in particolare di tutti i mezzi di comunicazione.

Era un dato di fatto che la cultura di sinistra, per varie ragioni, si trovava in arretrato nell’elaborazione e in alcuni casi perfino nell’accettazione di questi problemi. Ottenere in concreto un risultato positivo era dunque essenziale per superare e colmare ritardi, incertezze; e proprio mentre il potere progrediva con la sua violenta indifferenza pubblica nell’appropriazione calcolata di questi “beni strumentali”, accentuando lo strapotere televisivo, conquistando o comperando testate di quotidiani e riviste, gestendo con l’aggressività spesso criminale del sottogoverno la più grossa fetta della programmazione cinematografica, teatrale, musicale.

Allora una lotta politica quasi unitaria e un impegno preciso portarono ad alcuni risultati interessanti; soprattutto fecero convinti non solo dell’importanza tattica di una gestione diretta di questi mezzi da parte della sinistra; e come fosse necessaria una approfondita programmazione in merito.

Quasi dieci anni dopo, a metà degli anni settanta, il problema della gestione è entrato nell’uso e noi ci troviamo di fronte un problema diverso, strettamente collegato al primo ma che sposta ancora avanti la fascia delle domande di interventi urgenti sempre in riferimento alla comunicazione. Intendo il problema di gestire la distribuzione della comunicazione, di conquistare la proprietà – che rende autonomi – dei canali centrali e periferici attraverso i quali si evade la comunicazione ma senza patire condizionamenti, senza le discriminazioni, senza i sotterfugi tattici che rallentano le conseguenze o senza i sabotaggi continuamente messi in atto dal potere. In conclusione, riuscire ad allestire finalmente in modo organico, tecnicamente funzionante ed economicamente produttivo, una rete di distribuzione alternativa. Ma basta questo accenno; oggi, per un impatto preliminare con questi problemi, può interessare il caso atipico dell’Horcynus Orca, per avere alcune indicazioni.

L’editore, per mettere in orbita il romanzo, ha programmato tempo e luogo con sottile e intelligente attenzione, predisponendo una attesa a tempi lunghi poiché poteva contare su un autore e su un libro che gli offrivano appigli di innegabile eleganza e, in dettaglio, dati di forte suggestione popolare. Il metodo scelto, secondo questo programma, si affidava a un linguaggio medio – aggressivo e a scansioni assillanti nel rimpallo di anticipazioni aneddotiche molto raccontate e “visive”.

Tutti sanno che il romanzo è stato in gestazione per oltre venti anni e che l’autore è passato attraverso prove crudeli nella vita privata; su questa realtà molto precisa l’editore ha alimentato con una tenerezza in principio calcolata la leggenda di un autore chiuso dentro quattro mura e notte e giorno intento a questo solo lavoro. I mucchi dei fogli pendenti dalle cordicelle tese alle pareti, una salute purtroppo sempre affannosa; tanti fatti di vita resi ancora più sorprendenti, incredibili.

Parallelamente alla leggenda del libro che si compiva adagio, ma la cui conclusione veniva di continuo rimandata per una incontentabilità addirittura nevrotica, cresceva la leggenda privata dell’autore raccontato come il portatore di una vicenda straordinaria. Quando il romanzo fu stampato l’editore, che nel corso degli anni aveva consumato le scorte propagandistiche con una sagacia scrupolosa, poteva contare su una attesa generalizzata e viva; su una curiosità sollecitata anche fra un pubblico non sempre attento a cogliere le novità culturali.

L’editore poteva compiere l’ultimo atto di questo fantastico carosello pubblicitario partendo da una situazione ottimale. Seguirono allora quattro annunci, su diciotto grandi quotidiani, così scaglionati: quindici e sette giorni prima dell’uscita del libro, il giorno stesso d’uscita e sette giorni dopo. Sei fra i principali periodici furono interessati per il lancio con articoli o pubblicità inserita; l’avviso apparve anche su ognuno dei principali quotidiani di Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, USA.

Tuttavia è proprio durante l’ultima tornata, nel corso dell’ultima aggressione pubblicitaria, che il linguaggio promozionale stravolge gli argini di un controllo articolato e suona come un linguaggio da schermo grande, da cinemascope, fortemente iconografico nel senso di una colorazione da rotocalco: opera di grandioso respiro epico e lirico; immenso potenziale mitico e simbolico; potente e ammaliante figura; straordinaria evidenza; immagini di potenza vitale e visionaria; dimensione eccezionale; serie sterminata di personaggi; l’immensa tematica; testo di smagliante bellezza; una sorta di monstrum della narrativa ecc.

È facile additare l’enfasi perentoria, che non riesce a tradursi in una sollecitazione convinta, mancando l’argine delle regole, lo scrupolo della ragione e un appiglio critico motivato e articolato con la malizia delle idee. L’enfasi e l’aggressività di queste sollecitazioni hanno dilatato l’attesa in un limbo infuocato dentro al quale si è consumato il primo atto abbastanza esemplare di questa operazione, che ha voluto proporre una diversa metodologia pubblicitaria – editoriale mostrandone novità ma anche pericoli, limiti, contraddizioni. Ingorgando tutti i canali con un messaggio pletorico, tradotto in un linguaggio esagitato e dannunziano, l’editore ha gestito ogni momento dell’operazione promozionale; ma ha terrorizzato il suo probabile e possibile pubblico piuttosto che convincerlo; l’ha frastornato invece di suggerirgli la scelta; l’ha definitivamente irritato proponendogli in forma di terrorismo autoritario, quasi con un ultimatum, un giudizio complessivo sull’opera, e un giudizio preventivo; togliendogli margine e spazio e non gli ha lasciato alternativa se non fra il rifiuto reciso o una sommessa e quasi pavida accettazione. Gli ha tolto il piacere del giuoco e della festa, due momenti irripetibili legati alla lettura e al gusto della lettura; e dall’aggressività, che può essere tollerata, è passato all’arroganza – che è solo e sempre del potere.

È anche possibile che questa arroganza dei gestori della comunicazione non lasci per il futuro alcun margine di libertà per il deluso consumatore, al quale viene strappato anche l’ultimo margine di gestione della propria autonomia critica. Occorrerà al lettore nascondersi, rifiutarsi completamente, per non farsi soffocare; mentre in passato bastava, forse, fingere di non ascoltare?

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 27 giugno 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 27 giugno 1975
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