Il catalogo delle navi
Lo scritto che segue è in riferimento alla stesura di un commento per un film documentario su Bologna; film già concluso, con la regia di Carlo Di Carlo, della durata di tre quarti d’ora, scomponibile in quattro parti singole e non dipendenti commissionato dal Comune per una specifica scadenza. Tale scadenza può riferirsi ai trent’anni di governo ininterrotto delle sinistre nella nostra città, può riferirsi alla prossima dura battaglia elettorale che vede tutti impegnati e chiama tutti a una precisa e responsabile unità, può riferirsi anche al bisogno (che ogni tanto viene e che è giusto) di contarsi ossa e legna sulle spalle mentre si tira avanti senza perdere il fiato in questa fatica di condurre le cose a essere fatte e di scioglierle dai nodi. In questo paese che è il nostro.
Come è naturale i problemi di organizzazione del discorso, via via propostisi durante il lavoro, sono stati molti e sono stati seri; tornare a identificarli, identificarne anche solo pochi, può consentire di cavare alcune deduzioni magari a conferma di risultati già acquisiti in diverse occasioni e altre a critica senz’altro utile per le scelte compiute all’interno di queste. Stendo però queste note in forma ellittica, come appunti approssimativi, perché ognuno, se vuole, possa integrarle precisando o dissentendo.
1. La proposta; meglio, la richiesta del committente è questa: «come Comune, e come Comune democratico, governiamo da trent’anni in un certo modo, cioè in questo modo; vorremmo che ci consentiste di mostrare agli altri (a quanti hanno interesse a saperlo, italiani e stranieri) che cosa è stato fatto fino a ora. Non la nostra faccia migliore, di creta o in rilievo o comechessia; ma la faccia più vera. Quella giusta: quella che conta».
Un’obiezione, per me, è subito questa: la richiesta, che non deve essere elusa, verrebbe modificata così – per avviarla a una completezza più proficua e più redditizia sul piano corretto delle conclusioni alle quali vogliamo pervenire: «mostrate non che cosa abbiamo fatto ma come abbiamo fatto. Noi chiediamo la descrizione di un metodo piuttosto che la descrizione della quantità; e la qualità di un metodo invece che, esclusivamente, il peso dei risultati che restano». Se la modificazione del proposito è confacente, ne consegue che la domanda può essere aggiornata e completata in questo modo: «noi vi chiediamo di mostrare in modo chiaro come abbiamo fatto le cose che abbiamo scelto di fare». Il fare come conseguenza dello scegliere. Disponendo la domanda in questi termini, le opere individuate dal documentario (quelle che devono essere individuate) sono almeno esorcizzate da ogni tentazione trionfalistica; vale a dire che non si allineano come le pietre più belle i muri più alti le porte più giuste le case più utili (non come gli oggetti di un uso soltanto e le opere semiperfette o abbastanza grandiose e lucrose di regime) ma stanno come i segni di una comunicazione, come il linguaggio non della retorica politica ma di una nuova e diversa organizzazione delle cose cercata trovata e mantenuta dalla città con la fatica dei giorni. E potremmo spiegare così la conclusione del documentario: proponiamo questo e quello, ma in un gruppo altrettanto organico e significante potremmo proporvi altre cose fatte da mettere sotto gli occhi per scandagliarle e valutarle, proponiamo queste soltanto perché anche queste rappresentano scelte della città e testimoniano in ogni modo il metodo con cui è gestito l’autogoverno.
2. Se il riferimento è corretto (anche solo in parte solo in parte, sia pure così sommariamente) consegue che identificare le opere e raccontare le scelte pubbliche significa sì connotare un’azione e identificare un metodo ma, soprattutto, catalogare. Catalogarle a voce e con penna, queste opere e queste scelte; cioè disporle in ordine e riconoscerle in questo ordine; dare a loro un numero e una collocazione. La catalogazione, che raduna senza scompensi né falsi indizi, diventa il mezzo più diretto della comunicazione. Essa può anche anticipare la conclusione predisponendo all’ascolto. Fa sfuggire alla retorica dei segni, al linguaggio ufficiale o ufficioso che è oscillante equivoco esornativo; porta a riconoscere ogni elemento all’interno di un discorso o di una operazione globale; a precisare i dettagli, ad allontanare il desiderio di aggiungere qualcosa per correggere, ad abbandonare l’approssimazione e ogni secchezza fredda che viene dalla routine. Catalogare è richiamare all’ordine interno del racconto è anche una pausa riflessiva ed è un recupero degli elementi di solito emarginati e che nel contesto della riflessione tornano a mostrarsi talvolta necessari o indispensabili. Questo grosso riepilogo serve anche da personale controllo, come un modo legittimo di tornare ad ascoltare le cose; di far tornare i numeri e i conti.
3. Sono convinto che potrà sembrare una troppo grossa occasione per una verifica specifica dei problemi indicati, ma a questo proposito voglio richiamarmi brevemente a un esempio.
La peste e l’ira; il sogno e il catalogo delle navi. Quelle nel primo libro questi nel secondo dell’Iliade. Dunque all’inizio dell’opera, predisposte scena ed azione con travolgente modernità di ritmo, la grande voce cieca sente, per rigore e nel rigore di dover sospendere il respiro concitato per disporsi a una catalogazione semplificata, soltanto indicativa di uomini e cose – per l’esattezza delle azioni future che saranno dette a stimolo abbastanza feroce della memoria. Perciò la voce quasi si ferma poi si avvia a stabilire in un discorso riassuntivo termini e dati di tutto ciò che è in scena. Indica che lì stanno le navi dei greci ormeggiate, lì gli uomini-guerrieri e lì gli uomini-eroi; e mentre gli uni sono dati come numeri e solo numeri (la folla non dirò, non chiamerò per nome, nemmeno se io dieci lingue e dieci bocche avessi) questi vengono descritti con una ferma obiettività che si staglia sia da dentro la tranquillità dei numeri sia da una lenta e necessaria prolissità.
All’interno del nostro contesto quali sono le navi da elencare, quali gli oggetti-eroi da mettere in primo piano, sul piano o da disporre ai margini? Possiamo scegliere dall’insieme o è meglio enunciare e descrivere tutto quanto è possibile, ripetere con quella monotonia ogni dettaglio, insinuarsi nelle crepe? E in calce: non sarebbe più immediatamente esaltante, meno difficile per l’insieme dei risultati e più consenziente alla norma e alle regole della nostra cultura abbastanza placata affidarsi a un’ironia (alla solita ironia) che personalizza e rende astuta ogni partecipazione, a una malizia (alla solita malizia, che ramazza i più disparati consensi) e al giuoco un poco torbido della intelligenza-intelligenza? Non potrà capitare che la scelta di dire questo e questo, scegliendo nella successione, preferendo a ragion veduta di commentare il catalogo delle nostre navi – anziché esaltarsi in una nuova invenzione che resti nell’aria – rischia di complicare un poco le cose, non solo, ma frastorni forse la sostanza del discorso, lasciando sfogo al bla-bla di molti colletti bianchi e delle solite facce? Inoltre, badiamo, ci sono alcuni confronti in atto; e subito uno con l’eccellente esemplare cartesiano del giornalista di Francia.
Può capitare e si corre il rischio. Ma ripeto che questo rischio bisogna correrlo.
4. Così si sceglie anche il destinatario, che è il gran pubblico delle piazze, a cominciare dalla Piazza Maggiore. Il pubblico composito e inquieto che si aspetta qualcosa e aspetta qualcosa anche da occasioni come queste; che entra nella sostanza del discorso, senza accontentarsi ma chiedendo; e respinge ogni infatuazione. Per questo pubblico, molto più attento e difficile del pubblico ufficiale (che vive nell’accademia) il commento deve cercare di spiegare non di celebrare; ma spiegare enumerando perché la richiesta è anche di un riepilogo delle forze in campo e dei modi tenuti nel compiere le azioni e nel prevederle. In altre parole: il commento deve indicarle col dito lasciando le conclusioni – che sono di uso diretto.
5. Non occorre temere la prevedibile ironia degli avversari o l’alzata di ciglio dei sopracciò. Si deve invece riproporre a quel pubblico l’esempio (l’immagine) di una città che è convinta ma non soddisfatta, lasciando che all’interno del discorso si colga la continuità e il metodo, come ho detto, di un lavoro che si svolge. Questo soltanto; mentre sarebbe troppo facile inserire il resoconto degli errori o delle contraddizioni che l’azione di ogni giorno rende possibili e qualche volta inevitabili.
Accontentarsi di essere chiari, cioè precisi; scegliendo un campo che esprima un consenso e procedendo con metodo. Cercare di suscitare qualche sorpresa e nuove aspettative; puntare ad allargare il giro e il giuoco dell’attenzione toccando quasi con mano alcuni risultati acquisiti – risultati nuovi e diversi nella sostanza aperti a quel futuro che ci formiamo con le nostre mani. A questo punto concludo riconoscendo d’avere calibrata di proposito una certa concitazione nel mio commento. È un rischio, anche questo, calcolato. D’altra parte: questa città merita l’affetto rabbioso e magari scontroso che le è dedicato.
Vivere a Bologna, oggi, è ancora e soprattutto una cosa diversa.
Rinascita, anno 32, n. 20, 16 maggio 1975.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Rinascita
- Anno di pubblicazione: 16 maggio 1975


