Non contiamo le anime

Proprio non vorrei che si aprisse la schermaglia dei numeri dopo il corteo che è arrivato alla stazione di Bologna, il due agosto, perché lì scadeva il secondo anno dalla strage. Non è il tempo non è il caso non è il momento per queste piccole esercitazioni e per le dispute di ragioneria contabile sulla pelle di un dolore autentico che ancora resiste.

Lì alla stazione c’ero anch’io, come l’anno scorso e come due anni fa, dato che abito non lontano, e domenica ho visto la gente piangere quando alle 10,20 – Zangheri aveva cominciato appena a parlare – si è sentito un locomotore dentro la stazione che, con un fischio intermittente, sembrava una tromba che suonava il silenzio.

Tutti portavano un sentimento vero, come un’ombra che li seguisse alle spalle. Perché allora dovremmo contarli? Siamo matti? Diciamo piuttosto che non erano una folla oceanica, neanche una gran folla ma nemmeno una mescolanza scarsa ibrida e anonima trascinata dentro a un rito. Lì c’era veramente chi voleva vedere, sentire, partecipare.

Niente altro. Quindi quella era una radunata di gente libera anche di piangere.

La giornata era caldissima; i discorsi “ufficiali” coglievano nel segno indicando la situazione reale delle indagini; eppure al di fuori del privato risentimento e di questa partecipazione che ciascuno portava dentro di sé (come volontà dei sentimenti), è mancato quel momento “alto” di coagulo che altre volte qua a Bologna è stato il risultato di straordinari incontri di piazza. Riconosciamo pure che quelli sono momenti irripetibili, perché la situazione è mutata e sono mutati anche l’attenzione e il cuore della gente. La quale non può più credere come una volta, anche se lo vorrebbe.

Ma in riferimento alla manifestazione di domenica scorsa bisogna aggiungere che, in generale, essa proponeva e coglieva le posizioni di due schieramenti contrapposti, nei riguardi della metodologia della celebrazione; e proprio con l’occhio all’anno scorso, che decise una scelta aperta ai giovani e chiusa alla ritualità celebrativa delle eccellenze sempre in cerca di allori. Scelta, comunque, che aveva suscitato un vespaio di polemiche ma che, anche a mio parere, era stata non solo opportuna ma necessaria, utile, innovativa e, insomma, adatta a ripristinare un clima di rinnovata tensione nei riguardi di problemi e di atrocità puntualmente ripetitivi.

Quest’anno tutto è stato accantonato e si è data soddisfazione alla brava gente che sosteneva il ritorno alla metodologia delle buone maniere: messe, sfilate, parole dette e scritte su tutti i giornali; i quali, citati anche nell’annotazione polemica dell’Unità di mercoledì 4 agosto, hanno ricambiato esibendo applausi e cifre entusiastiche per quanto si riferiva al corteo: quarantamila, trentamila, venticinquemila. Secondo me c’era la gente che doveva e voleva esserci: la migliore, la necessaria, la giusta.

Però spero che l’anno prossimo, se saremo ancora qui a taroccare, si riapra il libro della partecipazione giovanile, ricuperando la “festa” intesa come invenzione di propositi e come un dolore che è necessario ma che dura e si rinnova dentro alla libertà di fare. Direi di più: sarebbe bello che il due agosto diventasse il secondo giorno di festa della città, dopo quello di San Petronio; e che durasse negli anni degli anni.

Ma intanto contare con la calcolatrice il numero dei partecipanti è, a mio parere, fare il giuoco di chi vorrebbe mantenere tutto sui binari di una rispettosa adempienza alle norme di sempre. Anche per me, a occhio e croce, il numero trascritto dal manifesto non è molto lontano dal vero. Perciò coinvolgerlo con il Giornale, questo l’Unità non doveva farlo, neanche pensarlo. È suo lo sbaglio.

Un doppio sbaglio.

 

 

 

“La Palmaverde”, il manifesto, 6 agosto 1982.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 6 agosto 1982
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