Stella variabile, ma costante

Chiuso il libro dopo la prima lettura ho due sentimenti che contendono. Uno è di sospensione inquieta, come se mi mancassero ancora alcuni elementi di fondo per tirare veramente le somme. È, anzi, un sentimento di dispersione – piccola breve ma insistita. Perché sento che ho letto testi che mi pesano addosso; testi che dicono cose alte, assolute. Eppure ciascuno di questi testi sembra che si difenda dagli altri, restringendosi in un circolo che tende a serrarsi più che ad aprirsi; o ad opporsi (contrastando qualcosa) più che a sottomettersi con discrezione all’ordine di un’opera organizzata.

Il secondo sentimento invece è di stampo diametralmente opposto. Dato che lo sento acuto e mi sforza, anche con durezza. Si insinua. Graffia al modo di una ferita che si sta rimarginando in fretta e gratta la pelle. Così sento il peso screpolato delle parole che mi corrono sulla faccia radunandosi e componendosi e intanto cercano gli occhi, per farsi riconoscere e nello stesso tempo per farmi vedere. O per aiutarmi a farlo. Per questo ho affanno e un poco di paura nelle idee; ma nello stesso tempo mi cresce addosso anche una passione (più che una tensione) dei sentimenti. Mi solleva i pensieri, li conduce a riavvicinarsi e a confrontarsi; mi brucia “nelle caverne del sangue”. Cioè, con una partecipazione, una convinzione quasi totale. Questi sentimenti, questo fuoco, così disposti e collegati, così inquieti in una loro durezza che sembra quasi innocente e perciò è doppiamente spietata; e così forti dentro alla tragedia che persiste, non me li dà, non me li suggerisce nessun altro poeta odierno. Direi che è come dover morsicare il limone dopo il sorso di grappa infernale, per non lasciarsi bruciare nella cavernadella gola. Char lui sì propone (o dispone) qualcosa di simile, ma per una strada che è diversa.

Comunque: prima ho l’impressione che siano poesie radunate e da leggersi una per una con l’occhio al titolo, alle date. Poi man mano sento che scivolano, smottano, si strisciano addosso l’un l’altra, si cercano per collegarsi, per amalgamarsi in un’unica solida voce che non arretra. È tutto un movimento. Uno stridere sotterraneo come se ci convogliassero cento gabbie d’uccelli prigionieri. Un canto duro, senza grazia. Sembra lo sguardo della notte. Da un altro versante ci aggiungerei il senso di una fatica non “enorme” ma dura insistita necessaria; e la paragonerei a quella che è richiesta nella pratica. Si va avanti, si torna indietro; in un viaggio molto travagliato (nel senso di drammatico) nel mondo dei segni. Aggiungo ancora di ricavare l’impressione di un autore che tenta (tende) di darsi ma poi non si dà; che cede un poco e subito si riprende, resiste; che accetta di soffrire delusioni misurate e misurate passioni (che sono le più difficili e insistenti); nello stesso tempo aprendo (o preparando) il cuore a una pazienza conoscitiva che non rallenta un attimo ed è dura fatica e insieme è uno splendido insistente barlume di curiosità. E qui appare chiaro e certo che l’autore ha deciso di non lasciarsi ingannare – o frastornare dal mondo, attraverso le sue tante debolezze; come può fare uno che sta molto solo ma vede e continua a vedere, con un’attenzione che si rinnova e non è mai stanca.

Tutto attento ai testi per l’uso della mia lettura privata, io per me attingo a queste pagine come a uno dei pochissimi riferimenti esclusivi contemporanei. Cos’è dunque che me le rende così vitali, così indispensabili? E, in continuazione, così attuali? Per prima cosa risponderei che dentro a ciascuna opera di Sereni, dalla prima fino a quest’ultima, ci trovo – ci ritrovo – una compattezza esemplare. Tutto ciò che può apparire sdrucito si amalgama, con straordinaria vitalità e con esemplare senso di completezza. Unito a un’irrequietezza che si dispone su ritmi non stravolti ma di eccezionale misura; che non lasciano respiro ma che risultano sempre manovrati e controllati dentro alla loro violenza, che è quella dei classici. Qualcosa di pitagorico, nel senso del suono “composto” dentro alla meraviglia (il medievale incantamento); e che illumina con versi che prima di ferire si caricano di luce, progressivamente.

Non eccedono mai, infatti; non esplodono. Sembrano vivere (e di conseguenza raccontare) sotto il segno di un’infelicità che però non è mai completa, mai totale. Rinunciano a una parte, mai a tutto. Ricuperano sempre, con splendida cautela. Questo sentimento, ambiguo e affascinante, tempestosamente scoperto e apparentemente disarmato, si affianca all’altro che si propone, spesso anche intromettendosi; cioè al sentimento di inquietudine (un filamento quasi invisibile, che vibra appena sfiorato e contrappunta la pagina).

Tale inquietudine (che non è mai un’indecisione verso il reale, al quale non si rinuncia; ma è sempre in movimento o è trattenuta dentro a un riverbero della luce o a un trasalimento dei sentimenti) io l’ho sentita uguale, per esempio, leggendo i testi dei poeti arabi di Sicilia (“Dicono da ignoranti: è stata lunga la notte; mentre non è stata lunga; ma (solo) sono lunghi i miei desideri verso di te”). E ancora, un’emozione simile, in un contesto solo in apparenza molto diversificato, me la propone Rebora. Come se la pagina scritta si sollevasse, respirando. E dicesse qualcosa con un suono lentissimo, che si apre la strada fra intrichi di segni. Rebora mi comunica, senza furia, anzi dentro a una durezza un poco contratta, questa sua passione non tumultuosa ma palpitante che accende, è la parola, il cuore. Dico cuore, non sentimento. Dovendoci essere anche qualcosa di spontaneo, non controllato; di semplice. Dunque un cuore ferito da una ferita vera. Un cuore, scrive Rebora, sanguinante. Dentro a questo dolore (che può essere autentico o anche solo desiderato) si patisce il dono di una speranza per la vita che si era allontanata, parendo spegnersi; e che si sta adesso lentamente riavvicinandosi, offrendosi di nuovo a lasciarsi vivere.

Vivere, non godere. Questo elastico infuocato della speranza e dell’amore (che non si fa intenerire né ammorbidire ma è sempre vicino a spezzarsi ed è sempre nell’incubo lancinante di questa rottura; quindi deve essere teso con la tenerezza la decisione o il dolente furore con cui si palpa la corda di un violino o i capelli di una donna giovane che sta dormendo) è teso dentro e sotto i segni di Sereni, in un viluppo che palpita e incide. Con eccezionale coordinazione. E se quella disposizione tragica e struggente, rilanciata con un linguaggio di pietra dura (calda e inflessibile, sicura), fa di Rebora a mio parere il maggior poeta italiano dei primi cinquant’anni del nostro secolo, accompagna anche Sereni sulla cima, rendendo struggente – perciò necessario e “inevitabile” – il suo discorso; che tende a non spegnersi mai. Custode non di anni ma di attimi, il suo segno resiste e ci lega al progressivo sondaggio dentro al nostro mondo. Che è anche “questo” mondo.

Perché sono le cose del mondo che interessano la sua poesia; purché scelte per estro o per necessità, non per obbligo. Questo andare per “farfalle e per baratri”, su “acque in perpetuo turbate”. Lo interessa accettare l’inquietudine quasi come un desiderio e comunque senza rassegnazione, legando la propria poesia al moto (cioè allo svolgersi, in tutti i sensi) del mondo; perché, come riafferma, “dopotutto ho pozzi in me abbastanza profondi”. Cercando la realtà ma senza accettarne, senza subirne i contatti, le sopraffazioni; oppure gli incerti fragili deliri. Provocandola (non rassegnandosi), per essere inquietato da nuove ombre e per cercare di sciogliersi dalle ragnatele critiche che attraverso ascendenze o discendenze vorrebbero legarlo e dargli subito un posto (un buon posto) nel museo delle cere. Tutto, invece, dà forza di rottura al suo discorso in versi e lo rende sempre nuovo, in un modo che affascina.

E così anche di questo nuovo nuovissimo libro. Il quale continua a progredire, aggiungendo ai precedenti nuovo materiale già disteso organizzato e trascelto nel senso della selezione. Ne Gli strumenti umani ogni lotta – schematizzando – si svolgeva sul ponte (su quel ponte); trapasso obbligato, impedimento, luogo di contrasto. Era lì che si giocava, dovendo contendere, il diritto a passare oltre. Quindi la metafora della lotta dura, come impegno totale; ma senza bandiere. A mio parere, questo sentimento era un trapasso motivato e profondamente attivo di vita, di fronte alla fatica esistenziale infittita di dubbi, di regressioni/progressioni controllate, dei tre libri precedenti. Tre libri fondamentali. In Stella variabile la lotta esplicita si è inglobata ad altro ancora (al vento della morte, per esempio, come piccolo incubo costante che vibra); o è stata inglobata e continua come un graffiare insostituibile, persistente sia del cuore (quindi dei sentimenti) sia della testa (quindi delle idee che si pensano con fatica o con furore).

I pensieri sembrano spezzarsi spesso in cento frammenti “narrativi”; è in atto uno spezzettamento che di continuo si rapprende per poi riesplodere, tanto che il libro, dentro alla sua apparente esiguità, ha la resistenza del legno invecchiato. Il pianto del cuore non stabilisce un suono senza speranza, perché “il mare incanutito in un’ora / ritrova in un’ora la sua gioventù”. Questa fermezza nelle deduzioni; questa resistenza allo sgomento dell’esistenza formano i cardini di un discorso poetico che sembra non debba concludersi mai ma procedere (salendo) di gradino in gradino, come nei templi Incas. Intorno c’è poca natura; vento (generico); pioggia (quella che cade e copre); alberi (che hanno foglie); ombre (che predicano la sera). Prototipi che segnano dei piccoli confini, indicano solo preannunci di eventi. Il dramma scaturisce dall’attesa della vita (meglio: dall’attesa di potere continuare a vivere, riflettendo sulle occasioni) e poi da questo lungo tragitto esistenziale che è composto non di anni – ripeto – ma di momenti. La percezione frammentaria e poco vincolante del tempo, disancora il testo da situazioni sia paradossali che teoriche o totalizzanti; aprendolo, in contemporanea, verso una continua disponibilità di situazioni “esemplari” a cui ciascuno, leggendo, può o potrà riferirsi di volta in volta. Questo mi sembra il senso esatto del suo “fendere il poco di oro che rimane”.

In questo libro nuovo nuovo è quindi riproposto il senso di una speranza (non dico neanche di un progetto) totale; che lega, come ha scritto molto bene Caretti in altra occasione, la cosa fatta alla cosa da fare, il fare poesia al proprio futuro. Aggiungo: in una tempestiva continuità che riesce a travolgere di volta in volta le contraddizioni che emergono e che vengono faticosamente individuate e predisposte al taglio come il legno del bosco. Credo che sullo stesso piano si attesti Rebora, quando sembra riferirsi a un dio di legno – infuocato dal fulmine – che brucia piangendo e non a un dio dolorante per solo dolore che può essere rasserenato o compensato dalle lacrime. A un dio infuriato, piuttosto, che non dà tregua e non accetta mezze misure; perché vuole tutta intera la tua preghiera.

Solo allora, e dopo, sa essere buono. È così anche la poesia altissima di Sereni: quietamente infuriata, ma dura come il fuoco; un fuoco che non dà tregua. Ecco perché è destinata a resistere, così intrepida, compensando il lettore, nel tempo.

 

Vittorio Sereni, Stella variabile, Garzanti, pp. 97, lire 10.000.

 

 

 

il manifesto, 5 giugno 1982.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 5 giugno 1982
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