Mundial, no grazie, sognando Zamora

In questi giorni grava sull’Italia – lo scrivono i giornali, lo dicono gli specialisti delle nubi promettendo sole a non finire, e lo sentiamo noi stessi sulla pelle – una cappa di piombo fuso che cola sulla schiena del Bel Paese e lo fa sudare e stravolgere. È questa la ragione per cui anche nella mia città-borgo, buttata come una mela renetta dentro alla pianura padana, già al venerdì sera si svuotano strade e caffè e sono tutti al mare. O quasi tutti. O molti. O parecchi, O alcuni. Insomma, certamente ci vanno a codesto mare, filando per la via Emilia; tanto da lasciare senza voci i pertugi solitamente frequentati.

Sì, d’accordo, ho speso undici righe e mezzo a disposizione per confermare l’ovvietà dell’arrivo di una estate che è torrida; ma devo ricordare a chi legge con pazienza che la prolissità e la mancanza di memoria, quindi anche di una certa misura, con errori nei relativi riferimenti, sono caratteristiche spesso dolenti dello scrittore che invecchia o che è tutto invecchiato – sia pure vicino al fiume Po.

Ma siccome mi hanno chiesto di dire qualcosa, da un personale punto di vista, sui prossimi campionatimondiali di calcio – il così detto Mundial ’82 – per quel che si riferisce a nomi, dati, rimandi, statistiche e vecchie storie da rispolverarepotrei, volendo, essere agevolato dai numerosi prospetti, tavole, cartine colorate che ogni gazzetta, anche la più scalcinata, ha sfornato a beneficio dei propri lettori. E questo per la memoria. In quanto alla prolissità, mi farò aiutare da qualche persona amica o da un familiare, che sappia essere amabilmente intransigente nell’ammonirmi e nello spingermi a tagliare. Così credo d’essere a posto – almeno per il momento. Invece non posso nulla contro il gran caldo o la gran sete; nei riguardi della quale, se posso azzardare un consiglio, ci si può solo decidere a lasciar da parte tutte le sbobbe delle bibite squillanti, per riaffidarsi con giusta voracità alla semplice acqua, che non riempie la pancia di bolle come fossero tante biglie scatenate.

Ma rientrando nel mio tema vorrei riuscire a convincere che non ostento un discorsetto moralistico se dico che mi farò premura di non vederne neanche una di queste partite. Come se mi dovessi disintossicare da qualcosa di maligno e di perfido, che fa male. O come se fosse una ricetta sottoscritta da un medico di fiducia per guarire dall’asma. Alla larga; questa volta non mi voglio fare incastrare. Ma come, può obiettare qualcuno, c’hai rotto spesso con la tiritera che lo sport è comunicazione (e anche una comunicazione privilegiata); che è un linguaggio (e anche un linguaggio non dialettale); che è industria (e anche grande industria); ripetendoci, in aggiunta, che non dobbiamo né snobbarlo né abbracciarlo troppo stretto ma controllarlo lasciandolo libero di parlare; e che per controllarlo bisogna conoscerlo bene. Adesso invece ci sorprendi con questa filippica sciapa sciapa, anche se appena abbozzata, che neanche vogliamo ascoltare. Sei forse rincoglionito?

Rispondo che questa volta sono smagato e molto triste tanto triste per le cose del mondo e non mi sento di partecipare al guazzabuglio neanche se mi trascinasse per i capelli la più grande curiosità.

Perché, per me, (lo dico in poche parole) i tempi sono terribili e questi giuochi oggi, adesso, sono ignobili. Sono una misticanza di verdure composta da pedatori per lo più mediocri, addomesticati da loro, intorpiditi dal clamore di un successo abbastanza volgare. Come scrive, – per esempio – nel suo inserto Sorrisi e Canzoni Tv: “per un mese intero, dal 13 giugno all’11 luglio, la Spagna sarà al centro dell’attenzione mondiale. 24 squadre di tutti i continenti, dall’Europa all’Asia, dall’America, all’Africa, all’Oceania, si affronteranno per contendersi il titolo di campione. Mai come quest’anno l’edizione dei Mondiali vede al via della fase finale tante nazionali, coinvolgendo, soprattutto davanti alla Tv, centinaia di milioni di spettatori.

Questo inserto vuole aiutare i nostri lettori, a seguire meglio quello che è il più grande spettacolo sportivo del “mondo”. Invece dico che non lo è più e che cominciamo ad accorgercene un poco per volta; anche se stentiamo legati come siamo ai cupi tam-tam della memoria esistenziale.

Intanto, per entrare nel meritocon poche parole, è un gioco scomodo, costoso spesso noioso da vedere; dato che il livellamento dei valori in campo – nel senso della mediocrità senza estro – propone spettacoli in cui la mancanza di fantasia, di coraggio, di forza e di impegno è il dato preminente. Senza più campioni dal gioco carismatico, oggi i professionisti (non gli operai) del pallone sono ometti tutti lindi e pinti, capaci di recitare in Tv straordinarie bugie, con teatrale indifferenza. Nel 1964, in una collana che dirigevo, apparve la prima Storia del calcio: 1863-1963 pubblicata in Italia. L’aveva scritta con acume e con grande diligenza (nel senso della documentazione e del relativo riordino del materiale di prima mano) Luciano Serra, il quarto con Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti e il sottoscritto nei primi incontri e nelle prime dispute letterarie al tempo del liceo. Rileggendo oggi quelle pagine, seguendo le vicende di quegli atleti, si ha il resoconto di un gioco che non c’è più; non perché sia diventato diverso, sia diventato altro; semplicemente perché si è completamente trasformato in un cattivo, anzi in un pessimo spettacolo. Semplicemente è invecchiato. Spettacolo illustrato – e reso ancora poco curioso – esclusivamente dal sale narrativo dei resoconti di Brera.

Mentre nell’opera di Serra, pescata a caso a pagina 113, ecco per esempio una descrizione scritta da un francese 50 anni fa: “Zamora (Riccardo, il grande portiere della nazionale spagnola ndr) è sempre magnifico per prestanza e calma olimpica. Meglio ancora di dieci anni fa, il più elegante, il più disinvolto dei portieri del mondo. Sa far valere le sue belle proporzioni; e la sua inalterabile fiducia di sé assume, nell’agitazione generale, un prodigioso rilievo. Non possiamo trattenerci dal pensare, vedendolo all’opera, al torero che si fa giuoco, con uno spostamento di piede o una schivata di corpo, del toro che lo carica furiosamente”.

Ma intanto non baderanno a queste mie lagne i nostri uomini di governo, o gli onorevoli deputati, che sono già tutti in orgasmo e aggiorneranno magari le sedute permeglio guardare e imparare. O forse voleranno addirittura sul posto, dato che proprio ieri si sono autoconcessi i viaggi gratuiti in aereo per l’intero cielo del Mec. Inutile aggiungere (proprio alla fine, come si usa per le ragioni e le occasioni più amare e importanti) che soprattutto girerà al largo perché il mondo, oltre a offrire questo spettacolo di piedi e di palla, ci fa sedere tutti sull’orlo di un vulcano. Con una furia e un’indifferenza che sono atroci. È l’indifferenza della ragione, delle idee, dei propositi e delle giuste azioni; perché in quanto alle parole, queste si sprecano.

Non guardare ha il significato – sia pure per un momento – di autocritica e di preoccupazione reale. Il mondo non impara. E sembra che ci voglia tutti perduti. Argentina, Inghilterra, Israele, Libano,

Siria, Afghanistan, Russia, Polonia, San Salvador, Spagna con le sue stragi, Italia con le sue stragi. Non sono squadre di calcio ma luoghi della terra dove si combatte si uccide, si tortura, si massacra, si bombarda, si sopprime. Qua siamo noi stessi che andiamo a fondo.

 

 

 

il manifesto, 13 giugno 1982.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 13 giugno 1982
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