Il «lavoro» della canzone

Credo che ciascuno di noi cammini sempre dentro la storia; e che passo dietro passo si avvii verso la propria morte, termine già stabilito. E così proceda, sia che ci vada con facilità; sia con rassegnazione; oppure contrastando come se la morte non fosse sua e si potesse (solo volendo) allontanare.

Voglio dire che in questo moto ciascuno ha una sua speranza, che non è mai uguale alla speranza di un altro. Questa speranza è un sentimento delle idee e del cuore, che appartiene ugualmente al guerriero Orlando nel giorno di Roncisvalle o a Mauthausen, reduce della Cuneense, il povero folle di guerra di cui parla Nuto Revelli in uno di suoi quattro libri stupendi e tremendi. E allora la canzone d’autore? cosa c’entra con questa premessa-discorso? Io dico che c’entra, io dico così: la canzone è dentro fino al collo a questo mare grosso della storia e voglia o non voglia deve starci dentro.

È dentro, cioè, ai fatti che accadono, alle contraddizioni, alle miserie morali che si inseguono e fanno scintille. La canzone d’autore va, come l’autore uomo o donna, dove va la storia.

La canzone d’autore sarà dunque la canzone che noi vorremo o tollereremo che sia. Se avremo qualche idea al proposito e saremo decisi a sciogliere i primi o gli ultimi dubbi sopravvenienti; se saremo tanto bravi da reagire alle bizze, alle approssimazioni, alle bieche promesse e alle istigazioni di tutti i detentori di un qualche potere ufficiale (di tutti che sembrano colombe o falchi e sono topi); allora è sperabile che la canzone d’autore possa suonare alla porta giusta, riempiendosi di segni e anche di segnali nuovi per comunicare che è cominciato l’anno duemila.

Perché non credo che la canzone d’autore oggi debba essere una canzone «direttamente» politica – come noi la conosciamo; in quanto una canzone come «Contessa» ad esempio oggi a mio parere non potrebbe più essere scritta (strutturalmente, intendo) né trovare agganci o riferimenti immediati; mentre funzionava allora (dieci anni fa) in quel modo allargato e coinvolgente che conosciamo; e che continua nell’uso.

Oggi i termini del dibattito generale sono saltati non perché in una crisi ma perché addirittura bruciati e travolti nella trasmigrazione (direi nella trasgressione) dei problemi e di tutti i rapporti in atto. Quindi è urgente buttarsi a cercare i nuovi rapporti e le strutture diverse che con una lentezza quasi segreta si stanno formando. Ho detto formando; non ho detto ricostituendo. Perché tutto è stravolto rispetto al passato anche prossimo e le cose sapute da sempre non ci servono più. Nemmeno in piccola parte.

Tanto meno serve in questa occasione l’esperienza degli stupidi vecchi (fra i quali mi metto). E allora vorrei dire subito che è da curare come una piaga e da ribattere (potendo) la disperazione, la nostra disperazione, come metro di giudizio esistenziale sulle cose e sugli uomini. Credo di potere ripetere anche in questa occasione che la disperazione è l’arma segreta, il vero strumento di lotta politica nelle mani del padrone. Se ci disperiamo, serviamo il desiderio selvaggio del Potere che ci trova inermi e disuniti. E così lo aiutiamo a prosperare mentre noi ci consumiamo.

Riferendomi al presente Convegno è appena il caso che avverta che non essendo uno specialista né comunque un addetto ai lavori sto rispondendo come so e come posso; quindi con incertezza e approssimazione per i particolari e per la specificità della domanda ma almeno con una attenzione non improvvisata per i problemi generali.

Senza rifarmi per una ennesima citazione a Marx, vorrei togliere una breve citazione (che è anche una straordinaria esortazione) da un saggio di Benjamin Péret: «il poeta, e non parlo qui dei ciarlatani di ogni risma, non è più poeta se non si oppone con un non-conformismo totale al mondo in cui vive».

Ideologia a parte, l’autore di una canzone è sempre un partecipante diretto al blocco contro, o alla adesione con l’ufficialità del sistema. Mi fanno sorridere e mi fanno anche tenerezza (per modo di dire) i teorizzatori della canzone come canzone soltanto, come suono e canto che non hanno altro mandato se non di essere suono e canto; se non di intrattenere divertendo e rasserenando; come un gioco semplice (mentre sappiamo quanto sia complicato e carico di significati un gioco).

Invece la canzone – uno dei mezzi di comunicazione diretta più folgoranti oggi in atto – è in ogni modo e forma, quindi inevitabilmente, una comunicazione «politica», «ideologica». E tanto più lo è quando a più voci e da molte parti (interessate) questa sua carica dirompente, questa sua inesauribile potenzialità di impatto non soltanto vengono contestate ma noiosamente ricusate.

Sarebbe certo più tranquillo, in un momento storico segnato da cento saette, che ciascuno potesse essere lasciato a coltivare il privato orticello canoro, senza altri intrusi.

Invece i problemi continuano a sovrapporsi e tutti sono tremendi, e tutti sono nuovi mentre sembrano vecchi, e tutti sembrano vecchi mentre sono nuovissimi e non hanno un respiro conosciuto; e tutti sono problemi che non solo si possono ma si debbono anche cantare; piaccia o no alla grande corte itinerante della canzone.

Perciò la canzone d’autore, oggi, serve la propria timidezza, la propria esiguità, la propria paura; ma contemporaneamente ascolta (almeno così mi sembra) il soffio pieno di una rabbia attiva del nostro tempo e cerca di decifrarlo, decisa ad ascoltarlo e a proseguire. Lo ascolta come i marinai di Melville ascoltavano miglia e miglia lontano il soffio di Moby Dick che pascolava nel mare.

Certo, viviamo in un’età senza quiete; ma è certo che viviamo anche in una età che prepara un futuro tutto nuovo per il mondo. Quindi in un momento di rivoluzione profonda nelle idee comuni, nella vita dell’uomo, e nelle metodologie che fino a ieri mattina servivano per affrontare il gran gioco del tempo e del futuro.

Dentro a questi atti e dentro a questi fatti (tutti frantumati e poi di nuovo in moto) – anche la canzone non è più un piatto (o un pianto) privato, il respiro di un uomo solo – a meno che non si decida a chinare la schiena.

La canzone serve ancora (e tanto più) a battersi, a contraddirsi, a vestirsi-svestirsi per provocare, smuovere, risvegliare. Ma adesso ha anche la nuova necessità di affrontare l’incontro-scontro col tempo non più in una presa diretta, immediatamente politica e quindi rassicurante.

Adesso la sua voce deve essere più astuta, più intelligente e sottile, più mediata e ubiqua. Perché più ubiquo nella sostanza, più intelligente e sottile, più parcellizzato e astuto si è fatto il discorso di questi giorni, che ad ogni ora ha una nuova maschera sul viso. Molti argini sono saltati, città assediate hanno aperto le porte, si sono mescolati guerrieri, soldati, cavalli; tutta la terra tribolata e magnifica è in movimento.

No, non credo proprio che ci si possa pacificare né che si possa abbassare il tiro in nessun campo. È abbastanza se la canzone d’autore sfoglia giorno per giorno il libro del nostro mondo, badando a riscontrarlo.

Gli antichi erano più quieti e tranquilli? Sì, gli antichi erano forse più quieti e tranquilli. E noi non potremo essere che inquieti e vivere sempre nel disordine di chi cerca ed è costretto a cercare? Sì, nel disordine-ordinato di chi cerca ed è costretto a cercare. Magari poi concluderanno altri. Noi dobbiamo badare a comunicare in ogni maniera. Anche con la canzone; perché, ripeto, in questo momento è uno dei mezzi decisivi e corrosivi per comunicare. Porta a porta. Non mettendo un manoscritto nella bottiglia.

 

 

 

Il Cantautore, 1977.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Il Cantautore
  • Anno di pubblicazione: 1977
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