La storia noiosa e inconcludente di un uomo che deve morire

Lavoro ai fianchi di Marco Lombardo-Radice e Luigi Manconi. Un non-giallo letto da uno che i gialli li comincia dalla fine.

 

Anche come lettore di libri gialli riconosco d’essere una frana; dato che sono abbastanza assiduo, generalmente abbastanza insoddisfatto ma soprattutto abbastanza sregolato. Soprattutto sregolato, poiché comincio sempre dall’ultimo capitolo. Gli svantaggi di un tale modo di lettura, che fa rabbrividire gli addetti ai lavori, sono evidenti; si perde la gioia della conoscenza progressiva e non si cresce col brivido: in altre parole, si rinuncia per scelta banale o schizofrenica a un giuoco che si può definire sublime. E gli eventuali vantaggi? Sono del tutto personali e sono pochi; ma sicuri, convincenti; e stanno nel piacere magari gretto ma violento, possessivo di conoscere l’intera storia subito e di non lasciarsi incantare dai dettagli disposti come piccole trappole nelle pagine, quasi fossero un canticchiare di sirene.

Lo sappiamo bene che uno scrittore di gialli tanto più è abile (bravo) tanto più tira a fregare il lettore con poco o niente ma disposto con arte. Egli ammicca, fa cenni furbeschi poi fila via spedito senza voltarsi indietro, sicuro che lo stai seguendo come un cane; mentre io credo, ecco, che non si debba andargli dietro così alla carlona ma attenderlo a un angolo della strada, lì dove lui neanche se l’aspetta e magari spaventarlo facendogli «bù!». Così, starei per dire, che il vero vantaggio di leggere partendo dalla fine non è quello di rassegnarsi a trasferire tutto sull’azione brividosa (il peso del racconto, la sua probabile verità – o amenità – insomma la sua realtà); e neanche sull’investigatore pubblico o privato, che è sempre (in conclusione) un figlio di buona donna mitizzato per necessità e destinato a sopravvivere anche dentro le situazioni più feroci proprio perché non può morire e noi lo sappiamo.

Il vero vantaggio, almeno quello che mi serve e mi sta bene, consiste nel seguire in una posizione un poco defilata ma tale da consentire il massimo di attenzione e di ascolto (ad esempio, come una telecamera piazzata sul pulmino che gira nella pista interna durante un gran premio al trotto) in che modo, attraverso quali congegni già riconosciuti e identificati, acquistano un rilievo più preciso e doloroso, più accentuato nei contorni e secondo la necessità (accompagnato da cauti affondi psicologici, tenuti fuori da ogni schematismo, in un autentico sussurro di dettagli e grida) i personaggi della storia e soprattutto l’ucciso o l’uccisa; che altrimenti annegherebbero dentro alla convenzione dei segni o travolti dal flusso dei fatti e degli indizi.

Ma lasciamo le premesse per entrare nel libro di Marco Lombardo Radice e Luigi Manconi Lavoro ai fianchi (Mondadori). Che giallo non è (naturalmente a mio giudizio).

Del giallo gli manca il ritmo serrato suonato e cantato; e anche la grande occasione d’avvio, cioè la grande idea di partenza. Gli mancano anche quei legamenti (di cinismo psicologico e di tecnica narrativa) elargiti con minuzia scrupolosa e invidiabile dai professionisti di questo genere di libri. Tali legamenti consentono alla struttura del racconto di protendersi in una quantità di piccolissimi lacerti, quasi sempre indispensabili, e quindi di proporre una solidità di impianto ripresa e controllata ad ogni capitolo del racconto. In questo libro i vuoti d’aria con relativa scivolata in basso (però subito recuperata) non sono infrequenti e scuotono il lettore con distrazioni o soprassalti non sempre necessari; tanto più che spesso accadono cose di un «banale» molto feroce ma irritante e quasi mortificante ma mai terrorizzante o sorprendente. Così si può constatare ancora una volta che il vero romanzo giallo, confezionato con tutti i sapori e gli odori, è sempre o quasi sempre l’epopea di un grande sogno distrutto e di un grande dolore che sta arrivando come una tempesta – preannunciata da magici o tragici segnali; una epopea conclusa dentro alla solitudine. L’ucciso (o l’uccisa) è l’eroe subito dato alla morte, in un rito sacrificale a cui nessuno può sottrarsi; come accade nelle religioni misteriche. E il sangue del morto non è dedicato a divertire, a spaventare o ad ammonire gli uomini che vivono premono leggono inseguono e poi dormono, ma è come offerto a una qualche divinità feroce e oscura. Infatti il giallo è la sola lettura che si deve fare con gli occhi e consumarsi in un silenzio interiore, come in preghiera.

«Ho bisogno, sento il bisogno a questo punto; anzi, ho una grande nostalgia in questo momento per un bel caso di omicidio chiaro semplice, senza complicazioni, con tutte le cose al loro posto: avidità, gelosia, denaro, odio eccetera».

È la confessione, che convalida l’ufficialità del ruolo di un commissario di polizia in uno sceneggiato televisivo (certamente non italiano) visto ieri sera. Invece il commissario Luigi Longo, che si muove, vive un poco e poi si uccide nel libro di Manconi e Lombardo Radice non ha di questi rimpianti o di queste impennate del sentimento. Egli è subito volgare, di una volgarità mediana, scontornata, meschina. Alla fine del libro è tale e quale che al principio. La sua inconcludenza è assoluta; privo di sentimenti, contemporaneamente è privo di ogni professionalità. Boccheggia come un pesce fuor d’acqua. Ha solo pochi conati di sopravvivenza o per la sopravvivenza. Per l’intera vicenda si muove a vuoto, secondo un disordine d’atti e gesti senza logica, fino a confluire, a concludere nell’omicidio gratuito, inutile, inverecondo e irritante della prostituta fra i barattoli di marmellata (e più che un omicidio sembra un balletto fra i cristalli).

Allora, che cos’è o cosa vuol sembrare quest’uomo-commissario se non è un personaggio ufficiale o un personaggio esemplare? Risponderei che è, semplicemente, una piccola tragedia d’uomo stretta dentro a un fatto che è presto consumato. È come una notizia d’agenzia che butta un po’ di sangue prima d’essere archiviata. È la storia, come al solito noiosa e inconcludente, di un uomo che deve morire; una storia di pochi giorni, di alcune ore, collocata sotto il segno o sotto il fuoco della morte che viene. La verità (la novità e l’interesse) di questo libro, apparentemente di puro intrattenimento, per me sta nel senso subito recepito di una tragedia personale in agguato; e checi devono essere subito dei morti, ma morti sconclusionati, non catalogabili come tasselli dentro alla storia che si va a narrare. Infatti in tutti i libri gialli la morte, quella morte, è in funzione di un qualche corrispettivo che si inserisce nel congegno del racconto. Invece qua dentro c’è una piattezza o una evidenza che calca subito la mano addosso a chi legge e scuotendolo in modo uniforme lo rende partecipe di un certo affanno che nasce dall’irrequietezza e da qualche dubbio; e che non si calma e non si riesce a definire, a circoscrivere. «Che cosa sto leggendo?» – si chiede il lettore – «là Longo non ci doveva andare; lo so anch’io, prima che mi sia detto, che era inutile; e prima anche che lui stesso se ne accorga. E poi: ci imbattiamo in un’ombra di morto che morto non è eppure sembra un morto morto, un morto importante; subito dopo ecco un altro morto ancora che appare e scompare dentro all’acqua di una fontana.

È tutto un gioco? Appiccicoso e condensato?». Per me, chi ha scritto il libro (Manconi mettendo roba dentro, Lombardo Radice togliendo roba fuori) non ha predisposto alcun congegno, ma proprio per la casualità dell’operazione si è trovato via via a scaricarci dentro simboli cavati fuori dalla propria memoria storica, dalla testa o dal sentimento della realtà ancora surriscaldato; e così di un libro d’occasione hanno fatto l’occasione di libro. Un libro diverso anche disturbante. Legato a un filo come durante una ascensione in ghiacciaio il commissario Longo Luigi nel suo avanzare o procedere verso la conclusione della vita fa franare ad ogni passo frammenti appuntiti di roccia e alza polvere, lamento. E propone un ritratto d’uomo, drammatico nella sua verità; molto caratterizzato nella sua disarmante solitudine. Povero, mal ridotto anzi sbrindellato, pieno di cavillose ossessioni, subito ladro (lui, uomo di legge); indagatore malaccorto, approssimativo quindi assassino scimunito, infine suicida; e dentro a questo mare di ghiaccio un sonno o una sonnolenza continua, uno sbadiglio prolungato, una stanchezza feroce (tutta dentro le ossa): si addormenta perfino in chiesa, questo pastore della legge, mentre è all’agguato. Non sprigiona un solo palpito di simpatia. Sorride poche volte, come in una fotografia per la patente. Butta fuori, proprio come una seppia infastidita, una brodaglia nera che impiastriccia l’aria; impedendo a tutti di percepire i dettagli che lo coinvolgono. Ma dentro a quel buio si sente il battere grosso del suo fiato, il gemito del cuore appesantito per la fatica. In un libro d’occasione è un personaggio ferocemente nuovo, immerso in una poltiglia che bolle; un personaggio che scompare presto senza lasciare traccia. Semplicemente: all’ultima pagina non c’è più. Non è un grande personaggio ma è un personaggio vero. Un uomo probabile del nostro tempo. A cui è destinata una morte possibile del nostro tempo. Con una conclusione che ha molta verità, non c’è dubbio.

 

Marco Lombardo Radice e Luigi Manconi, Lavoro ai fianchi. Alcuni giorni nella vita del commissario Luigi Longo, pp. 210, Mondadori 1980, Milano, L. 7000.

 

 

 

il manifesto, 6 agosto 1980.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 6 agosto 1980
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