Doglianza numero tre

Io sono un cittadino, sia pure poco funzionale, che in questa gialappa di retoricume acido, mi sento, ancora una volta, rassegnato. Noi (italiani) che come società di Stato (agglomerato attivo di cittadini) non abbiamo mai fatto i conti (sul serio), mai fatto il riesame di niente (sulle nostre azioni e conclusioni di fondo), accontentandoci di gestire la nostra effimera rabbia nei ludi piazzaioli e dozzinali dalla durata di neanche un mattino, accontentandoci di progredire quel tanto per la sopravvivenza sociale, e smuovere alcuni passi in avanti fra pifferi e bandiere, avremmo potuto, anzi avremmo dovuto come rigoroso impegno civile, non solo approfittare ma afferrare una volta tanto questa data risorgimentale capitata come un fico maturo in un albero solitario sotto gli occhi di un viandante affamato, e affondare il coltello acuminato dell’autentica volontà di riscatto sull’indurito sasso della nostra non buona coscienza e come stimolo a farci a voce alta, in pubblico, qualche legittima domanda. Come siamo nati? Chi eravamo? Chi siamo? Cosa tuttora vogliamo, immedesimati in noi stessi?

L’Ottocento italiano comincia con la Cisalpina e Napoleone a Milano e finisce con i Savoia itineranti (quasi una fuga fra la nebbia delle trombe, da Torino a Firenze e a Roma). «Finalmente diobono siamo arrivati, ce l’abbiamo fatta!» dice (esclama) Vittorio Emanuele II e comincia a elargire tasse a tutta birra, spari nelle chiappe e nel petto a chi, non potendo pagare si rende renitente, a spingere fuori dalle balle milioni di contadini di ogni parte, e cercando di scopiazzare le grandi potenze europee già al lavoro nella masticazione e divorazione quotidiana di un continente ancora disarmato come l’Africa. Ricevendo con tragica sorpresa, delle lezioni esemplari. Altro che cantare: Tripoli bel suol d’amore / sarai italiana al rombo del cannon.

Quando mai, con governanti di vertice di serie B e C, diventeremo seri, noi italiani? Dobbiamo sempre aspettare le bombe per riconoscerci?

Dobbiamo sempre aspettare senza emozioni, se non quelle calcistiche, che ci arrivi addosso la peste per dimostrare quello che al fondo siamo, come popolo? Cioè pazienti, intelligenti e finalmente richiamati o ricondotti all’osso delle necessità reali, degli impegni urgenti, e delle scarne e necessarie parole? Sarebbe bastato stabilire repliche alla dizione sussurrata della canzone di Mameli, in televisione, da Benigni, per dare risalto epico a questa occasione storica, invece di immergerla nella sbrodaglia dei vuoti suoni, delle vuote parole, delle vuote trombe, e delle vuote bandiere (cavate frettolosamente fuori dai polverosi e mai frequentati Musei Risorgimentali, frettolosamente spolverate per alcune ore, poi frettolosamente riposte per altro riposo centenario).

Io me li sento quasi ogni giorno camminare, correre sul petto, gli intrepidi uomini, le intrepide donne, di quel secolo, di quei decenni, fantastici e dolorosi, pieni di sangue, di fantasie alate, di speranze meravigliose (e miracolose, talvolta). Ma tutto scomparirà domani, passata la retorica e dispendiosa festa. Come una tartaruga che ritira la testa dentro la sua ossea corporatura e la difende dagli anni.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 12-13, 30 marzo 2011

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Foglio degli Eremiti
  • Anno di pubblicazione: n. 12-13, 30 marzo 2011
Letto 2888 volte Ultima modifica il Sabato, 02 Febbraio 2013 09:44