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la storia
Fondata da Roberto Roversi ed Elena Marcone nel 1948 a Bologna, la libreria antiquaria Palmaverde pubblica il primo catalogo nel novembre 1949; il numero 2 esce in dicembre, il 3 nel gennaio 1950 mentre il numero 4 è datato “marzo-aprile” 1950.
Fin dall’apertura fu subito chiaro il progetto di affiancare all’attività commerciale anche quella editoriale, con un’attenzione particolare al settore della filologia1. Durante tutto il corso degli anni Cinquanta vengono date alle stampe un alto numero di pubblicazioni, che proseguiranno negli anni Sessanta attraverso la collaborazione con l’Università di Pisa e si andranno spegnendo negli anni Settanta, parallelamente con la scelta di Roversi di escludersi dal meccanismo del “mercato” e dalla “comunicazione” istituzionalizzata.
Assistiamo così alla nascita delle produzioni realizzate in ciclostile, molte delle quali in tirature limitatissime (venivano stampate in poche decine di copie, e poi su richiesta2).
Non è lo scopo del presente catalogo inoltrarsi nella descrizione o nell’analisi del lavoro culturale svolto da Roversi attraverso la sua libreria; altri lo hanno fatto nel corso degli ultimi anni3.
Si vuole invece presentare un catalogo che illustri tutte le edizioni realizzate dalla libreria antiquaria Palmaverde di cui abbiamo trovato traccia, sia negli scaffali privati di Roberto Roversi e dei suoi familiari, sia in quelli della libreria stessa4.
Le opere catalogate sono 75, a cui vanno aggiunte le riviste «Officina» (10 numeri in nove fascicoli editi da Roversi e gli ultimi due da Bompiani), «Rendiconti» (30 numeri in venti fascicoli), «Le porte» (due fascicoli), che fanno superare il traguardo delle cento pubblicazioni: una quantità davvero ragguardevole, soprattutto perché raggiunta in anni in cui si componeva (e stampava) ancora con linotype e piombo. E anche perché non esisteva alcuna struttura redazionale.
Nella tabella 1 ricapitoliamo, per anno di edizione, il numero di volumi pubblicati.
Nelle pagine che seguono, i libri editati dalla Libreria Antiquaria Palmaverde vengono presentati seguendo l’ordine scelto da Roversi nell’ultimo catalogo a stampa della sua attività editoriale, datato 1969, per quanto riguarda la divisione in collane o aree tematiche; al suo interno presentiamo però i titoli in ordine di pubblicazione anziché in ordine alfabetico per autore come nello stampato originale.
È da sottolineare come il citato catalogo non riporti né le riviste (l’elenco del pubblicato è stato realizzato solo in foglio ciclostilato, almeno un decennio dopo), né molti altri titoli degni di nota.
Scorrendo l’elenco dei titoli stampati, Roversi ricorda con precisione il percorso di ogni singolo volume; in linea generale, si può affermare che ha sempre accolto le proposte che lo hanno convinto ma non ha mai richiesto – ai numerosi intellettuali, scrittori e poeti con cui era in stretta relazione – materiale per libri monografici da pubblicare; limitandosi sempre a sollecitare solo interventi sulle “sue” riviste.
Inoltre, ha frequentemente riproposto in volume saggi già pubblicati sulla rivista “Studi Mediolatini e Volgari”, così come molto spesso ha realizzato estratti (che qui non sono riportati) dalle riviste «Officina» e «Rendiconti».
La linea grafica è sempre stata scelta dallo stesso Roversi, al pari della carta, di ottima qualità. I volumi – quasi tutti in tiratura non superiore alle 300 copie – sono stati commercializzati direttamente, venduti in contrassegno a privati e librerie. Molti di questi libri hanno oggi un’alta quotazione sul mercato antiquario e, anche quando il loro prezzo non è elevato, quasi tutti sono di difficile reperibilità.
Tutti insieme rappresentano il risultato di un’attività editoriale intensa che siamo lieti possa trovare, in queste pagine, una prima organizzazione ad uso dello studioso e del lettore interessato.
A.B.
1 Le informazioni qui riportate sono state rese da Roberto Roversi in un colloquio del 25 marzo 2010.
2 Scrive Maurizio Cucchi, sul quotidiano «La Stampa» del 15 gennaio 2009, “Ricordo che tra fine anni Sessanta e primi Settanta desideravo leggere le Descrizioni in atto di Roberto Roversi, ma non era facile. Infatti l’autore le aveva semplicemente ciclostilate, erano fuori commercio, ed ero riuscito a conoscerne qualche parte da un amico poeta, Giancarlo Majorino”.
3 Vedi in particolare la Nota di Fabio Moliterni in Roberto Roversi Tre poesie e alcune prose. Testi 1959-2004, a cura di Marco Giovenale, Luca Sossella Editore 2008.
4 L’intero fondo editoriale a marchio Edizioni Libreria Antiquaria Palmaverde è stato acquistato nel 2005 dalle Edizioni Pendragon, eccezion fatta per la collana Studi Mediolatini e Volgari rilevata, assieme alla giacenza totale dei volumi della libreria, dalla COOP Adriatica, che li ha successivamente catalogati e donati alle principali istituzioni culturali di Bologna. La Pendragon aveva inoltre pubblicato l’edizione anastatica completa della rivista «Officina» nel 1993 (ristampa 2004), e ha proseguito la pubblicazione della rivista «Rendiconti» dal numero 31 (1992) al numero 45 (ultimo uscito, 1999).
Tabella 1. Anno di edizione e numero di volumi pubblicati
1951 3
1952 7
1953 8
1954 4
1955 4
1956 2
1957 3
1958 1
1959 8
1960 4
1961 3
1962 5
1963 3
1964 2
1965 2
1966 2
1967 2
1968 1
1975 1
1976 2
1977 1
1978 2
1979 2
1983 1
1985 1
2004 1
Car(r)o armato, lucido come un fiore
Come essere e cosa essere. L’impegno davvero oneroso è duplice. Per il momento è duplice. Oneroso, perché sta al centro della ricerca sulle cose che adesso urgono nel mondo; per quanto si riferisce al nostro vivere, al nostro scegliere, al nostro recriminare, al nostro riflettere, al nostro collaborare, al nostro rifiutare, al nostro sperare. Come e cosa tuttavia non propongono all’incirca, come potrebbe presumersi genericamente, un impegno ravvicinato, quasi sovrapposto. Quindi, uno sforzo collegato.
Come è un atteggiamento che completa una lunga ricerca; è il corpo intero (che si vede) della pratica, quindi una figura rifinita; insomma, è ciò che si vede dopo una nascita conclusa. Cosa lascia il campo del cercare, e l’impegno relativo, più drammaticamente aperti (direi, scoperti); sconvolge l’impeto della ricerca, l’inquina con cento nuovi dubbi, lo tormenta, lo perseguita; tanto da fare vibrare notte e giorno idee e sentimenti smossi alla ricerca del vero. La verità inseguita da secoli dall’uomo e che non è l’impossibile risultato finale, l’approdo quasi sacrale susseguente alla ricerca inesausta; ma la coda dell’inquietudine inesorabile, alla quale la mano di ognuno che vive si tende, per afferrarsi e trovare un approdo anche di breve momento, prima di cedere a un dubbio rinnovato, a una risorgente inquietudine.
Perciò muoverei (mi muoverei) da come, preferendo per scrupolo una partenza più misurata, di impegno più limitato nei dubbi e negli errori; e anche perché, in questo tempo, non si può ritornare di nuovo, io credo, a essere precipitosi. Mentre, invece, la fretta malsana connota ogni atto del presente, toglie pregio e pause a ogni riflessione motivata e impedisce ogni successiva correzione; sicché l’errore compiuto, invece di essere cancellato o attutito dentro la pazienza (questo straordinario metodo di vita), si assomma nel cumulo irrisolto che viene trascinato avanti e impedisce ogni sostanziale progresso.
Possiamo dunque essere una cosa, anche se non completamente rifinita, per intanto più rassegnata; già determinata senza gravi dubbi a discutere per esempio sulle armi; cominciando negandone ogni utilità in ogni senso e impegnandosi a sottrarre quanto è più possibile di dotazioni dagli importi enormi che ogni Stato eroga implacabilmente ogni anno; sottraendoli a più giusti e urgenti impegni sociali.
Sappiamo che nel mondo, ogni minuto, vengono spesi un milione di dollari per le armi. D’altra parte sappiamo pure che, rispetto ad anni non molto lontani, Stati Uniti ed Europa hanno ridotto la spesa del 25%. Però ricerche recentissime di una rivista specializzata inglese ammoniscono che il commercio delle armi è ancora fiorentissimo, e che molti paesi europei, convinti dal ripugnante pragmatismo economicistico in atto che il denaro non puzza, continuano a produrre armi, a commerciare in armi, ad esportare armi. Così contribuendo in modo determinante, fra l’altro, ad alimentare senza soste tutte le innumerevoli e spesso quasi clandestine o ignorate guerre locali. La Germania esporta per 6 milioni di dollari; 5 la Cecoslovacchia; 2 l’Italia, la Svezia, l’Olanda. E come è stato sottolineato con rinnovato sgomento, i maggiori esportatori mondiali di armi si possono indicare fra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Tanto da rendere probabile, proprio in questi giorni, che i Paesi occidentali impegnati pubblicamente, con buoni atti e buone parole, a ricercare e a seminare pace fra i contendenti della ex-Jugoslavia, forniscano alle parti spietatamente e tribalmente in lotta le armi per il reciproco massacro.
In Italia siamo, a proposito delle spese per gli armamenti e dei nuovi stanziamenti, in una situazione che è stata definita “aberrante”: per il 1992 lo stanziamento richiesto è superiore del 3,7% al 1991, con un importo globale, dunque, di 26.500 miliardi. E questo, proprio mentre i due colossi mondiali un tempo antagonisti hanno già promosso una riduzione notevole degli armamenti e, in contemporanea, stanno rivedendo in modo approfondito e globale le strategie di difesa. Anche se più per necessità, determinata dal dissesto economico e dallo sconvolgimento politico, che per intima e maturata convinzione.
In Italia, una politica ufficiale ancora dissennata obbliga i cittadini responsabili (cioè quelli che non intendono lasciarsi infinocchiare) a una attenzione implacabile nei riguardi delle singole scelte politiche; e a una partecipazione senza soste a tutti gli atti e a tutte le ripulse che possono essere organizzati e avviati per contrastare intanto, e anche per rovesciare, questa logica implacabilmente collegata e legata a una chiave di lettura della politica mondiale da ritenersi del tutto tramontata.
Essere una cosa, dunque, che non dà tregua contro questo muro di conservazione di interessi costituiti e di omertà, è già una prima piccola ricostituzione del proprio privato edificio di lotta politica che non si lascia addormentare; o sgomentare. E che si sforza, con un moto riflessivo modesto ma convinto, di individuare alcuni nuovi approdi; da cui proseguire.
Nunatak, dicembre 1991.
Il vino per i ferraresi
La nostra terra che non produce il vino che le occorre deve importarlo dalle province che ne producono in eccesso.
La fertile, ubertosa terra della provincia di Ferrara, così procace nel produrre grano, granoturco, bietole, patate, frutta, canapa, foraggi, ecc. non è affatto attrezzata ad offrirci il vino che annualmente beviamo.
Nel nostro territorio, della superficie seminativa di circa 200 mila ettari, con 330 mila abitati intelligenti e tenaci lavoratori di tutti rami dell’attività umana, la vite affaccia i verdi e radiosi pampini ora qua, ora là a guisa di limitate oasi incastonate in una vasta area opulenta di molteplici prodotti ma non di tanti grappoli quanti occorrerebbero per saziare sia pure in regime razionato, la nostra sete di vino.
In questi pochi mesi del mio Commissariato alla Sezione della Viticoltura, ho voluto rendermi conto della quantità di vino che qui si beve. Non posso garantire esatte le cifre, ma penso ch’esse siano molto vicine al vero.
L’ispettorato Agrario Provinciale ha accertato una produzione di uva da vinificazione e da tavola aggirantesi, negli ultimi ani precedenti a questa guerra, in circa Q.li 300.000. La cifra mi sembra ora esagerata perché sono state, recentemente, abbattute numerosissime alberate ed è pacifico che le viti maritate alle medesime, abbiano subito la sorte di tutori.
Ritengo, perciò, che la quantità di uva raccolta per la vinificazione nel 1941 non superi di molto i Q.li 200.000. Sicché il vino da questa derivato avrà raggiunto gli ettolitri 125.000. Di questi forse ettolitri 30.000 appartengono a vino col 10 per cento di alcool (Comacchio, Codigoro e vari Comuni dell’alto e medio ferrarese produttori di clinton), mentre la rimanente quantità è rappresentata da vini bianchi e rossi con gradazione alcoolica che va dal 4 al 7 per cento e raggiunge con fatica l’8 per cento. Sono appunto questi tipi di vino a basso contenuto alcoolico che interessano i campagnoli perché con essi preparano, sposandoli all’acqua, quelle bevande acidule, dissetanti che, se pure abbondantemente ingurgitate (da cinque ad otto litri al giorno) non procurano problemi al sistema nervoso, ma riparano le perdite liquide dell’organismo, proteso nella fatica ed eccitano moderatamente i tessuti a resistere al lavoro continuato sotto la sferza del calore solare.
I vigneti del ferrarese producono quindi, in prevalenza, vino da lavoratori, mentre il vino cosiddetto «Buono», è quasi totalmente importato.
Difatti nell’annata che va dal 15 novembre 1940 al 14 novembre 1941, fra uva vinificata e vino, si importarono io provincia da: Modena, Reggio Emilia, Bologna, Forlì, Ravenna, Mantova, Padova, Verona, Toscana, Puglie, ecc. circa 150.000 ettolitri di vino. Questa cifra l’ho desunta dai bollettari degli uffici comunali di imposta e consumo ed è al netto dei passaggi di uva e vino effettuati Fra Comune e Comune della provincia.
Pr ragioni che è superfluo elencare, ritengo che nella pratica la cifra citata risulti superiore di varie migliaia di ettolitri e penso che essa salga effettivamente ad ettolitri 175.000.
Cosicché noi ferraresi, oltre alla produzione locale, abbiamo bevuto 175.000 ettolitri di vino importati ed, in totale, nell’annata 1940-41, circa ettolitri 300.000.
A conti fatti il vino di importazione, sulla base del prezzo medio per ettolitro di L. 275, rappresenterebbe, per Ferrara, la spesa di 50.000.000 di lire all’anno!
Ma le vicende del momento hanno determinato questa situazione:
1) La necessità di convogliare alla distillazione, in un primo tempo, ettolitri 11.000 di vino poscia ridotti a 2 mila.
2) La enorme difficoltà di importare il vino occorrente a Ferrara dalle provincie usuali fornitrici.
Infatti dal 1 ottobre 1941 a tutt’oggi, fra uva trasformata in vino e vino, sono qui affluiti da fuori provincia, circa 60.000 ettolitri di vino. Ben poca cosa in confronto del fabbisogno di ettolitri 175.000.
Sul piano di necessità normale mancherebbero quindi alla nostra provincia 115.000 ettolitri del gradito «licore» che la leggenda attribuisce al grade patriarca Noè.
E dove potrà, Ferrara, trovare tanta grazia della Provvidenza?
Ammettiamo anche di ridurre la cifra dello strettissimo fabbisogno per superare i prossimi sei mesi, posto che il vino nuovo è bevibile quando sarà maturo e non prima del giorno di S. Martino (11 novembre) a metà della quantità citata. Chi potrà consegnare nei prossimi mesi a Ferrara almeno 60 mila ettolitri di vino? Si commoveranno forse Modena, Ravenna, Mantova, ecc. che in questa annata ci propinano il vino col contagocce, quando non lo consegnano affatto?
Per Ferrara occorre un «vinidotto», non il contagocce, altrimenti il maggior numero dei ferraresi dovrà rinunciare al vino, non soltanto come delizia del palato e dei sensi: ma come vero e proprio alimento, così opportuno, ora che gli alimenti scarseggiano e sono necessariamente calcolati a base di razionamento.
Come vedete non ho fatto in questa rassegna questione di prezzo perché al produttore il vino comune è pagato a ventuno lire per ogni grado alcoolico e precisamente il vino comune da dieci gradi di alcool, procura al produttore, posto nella cantina, L. 210 l’ettolitro.
La questione ch’io prospetto è, al contrario, quella quantitativa perché è logico che chi stenta a trovare vino, o lo trova a prezzi elevatissimi, si chieda: «Ma dove è andato a finire il vino che l’Italia ha fino qui prodotto in misura molto superiore al proprio fabbisogno e, fra Forze Armate e distillazione, nell’annata 1941-1942, la quantità da serbare, sui circa 40 milioni di ettolitri prodotti, è di 6-7 milioni, vale adire il 15 per cento della produzione complessiva?».
Di fronte a queste risultanze cosa può fare la sezione della viticoltura di Ferrara in materia di approvvigionamento del vino?
Si diceva un tempo che il vino si fa anche coll’uva. Ma io dico ancora oggi (mi auguro di non essere tacciato di eccessiva ingenuità) che il vino si deve fare coll’uva e, più precisamente, col prodotto della vite. Ebbene di viti in provincia di Ferrara, ve ne sono proprio poche e gli impianti viticoli non si improvvisano.
Ecco perché Ferrara, che non produce il vino che le occorre, avrebbe il diritto di averlo dalle provincie che ne producono in eccesso.
Non è forse vero che Ferrara fornisce a tante provincie del Regno: grano, zucchero, patate, frutta, canapa, carne e tanti altri prodotti agricoli minori? Ed allora perché Ferrara non mercanteggia, colle provincie vinicole che abbisognano dei nostri prodotti, il vino che le occorre?
In clima fascista le barriere tra provincia e provincia non dovrebbero sussistere, ma poiché il vino che ci occorre non giunge, mi pare che se alla fascistissima Ferrara venisse concesso di dare quanto produce di più, in cambio di quanto produce in meno di quello che le occorre, come il vino; Ferrara potrebbe ottenere il giusto riconoscimento del suo diritto di provincia che lavora strenuamente per aumentare, con ritmo crescente, la produzione a profitto del Paese il cui fronte, compatto all’interno, deve ad ogni costo vincere per la maggiore grandezza della Patria.
Ma se il cambio dei prodotti non dovesse effettuarsi, bisognerà che, per qualche anno, ci dimentichiamo il vino per accostare, di nuovo, le labbra alla ciotola dell’acqua drenata, in provincia, dagli acquedotti alimentati e dai fontanili di Castelfranco e dal paterno Eridano.
Valga dunque questa minaccia a stimolare i camerati agricoltori ferraresi di piantare viti senza perdita di tempo, nella più larga misura, soprattutto laddove è possibile.
E se pianteremo viti, Ferrara agricola potrà, in pochi anni, completare la propria gamma produttiva e mettersi nella condizione di porgere ai propri figli, il vino che occorre per ristorare i muscoli e rallegrare gli spiriti, perché la umanità che lavora deve anche godere.
Corriere Padano, 11 luglio 1942.
La mitragliatrice non dà tregua al nemico
Dico, anzi scrivo, per quanto posso e so.
PRIMO. Il mondo è tondo, come ci dicono i sapienti e alla scienza bisogna credere, noi ignoranti, fino in fondo (o magari riservandoci qualche modesta riserva). Tuttavia, fin da giovane ho sempre temuto e in verità un poco temo tuttora, nel mio intimo esclusivo, che se con i piedi sto qua ritto e intrepido con la testa sottoposta a un cielo o a un sole da sperare sempre benigni, ecco, gli sfortunati umani e gli altri animali, relegati nella parte sottostante di questo mondaccio che ruota e divaga, dovrebbero vivere nauseati e frastornati dalla fatica ossessiva di non sganciarsi dal terreno per non precipitare nel baratro dell’infinito, cupo antro che non ha fine e misura.
SECONDO. La digressione, e mi scuso, l’ho enunciata in questa occasione non per un residuo di stravaganza ma per poter ingenuamente chiarire che, per esempio, le straordinarie ed epiche tavole di Sturmtruppen dell’implacabile Bonvi le ho sempre guardate lette temute e inseguite (anche con qualche precipite affanno partecipativo) come fossero le pagine de Il sergente nella neve di Rigoni Stern raccontate disegnate descritte appunto dall’altra parte del mondo, a testa in giù. Pronte sì per una azione di guerra ma lasciandosi dietro una scia di zolfo insieme a sghignazzi bestemmie canzoni stravolte e singhiozzi. In mezzo alla confusione degli spari.
TERZO. Sia come sia, è sempre stato per me fermo il convincimento che il fumetto è una cosa seria, spesso tremendamente seria e che, se con lui puoi scherzare, di lui non puoi. Neanche, ripeto, quando finge di presentarsi travestito da arlecchino. Il lettore/visore deve essere con lui e per lui come il cane da tartufi: odorare, annusare, ascoltare con quello stringimento di nervi che attorciglia coloro che si imbattono in pagine che sembrano impudiche o destinate agli zolfanelli già accesi, e invece risultano stivate di umori d’ogni genere, come casse nella pancia di una nave pirata.
QUARTO. Ma su tutto, e quasi scancellando il già detto, per me il fumetto che conosco, che ho seguito e ammirato e che mi riverbera dentro è come una mitragliatrice bene appostata e bene oliata che non dà tregua al nemico perché intende combattere con ironia, con subdola malizia e sfrontata violenza o astuta volgarità per una causa a cui crede fino in fondo. (Io mi getto sul tappeto: soprattutto, in anni di grande speranza. Di grandi speranze. Mai spente).
QUINTO. In realtà, e per fortuna, non so come definirlo. Ironico eroismo, intrepida incoscienza, lucida intelligenza che prevede, intemperanza insonne? Bisogno vitale di viaggio, d’avventura, di amore? Scappare, fuggire, ritornare? Forse tutto questo, in aggiunta a quanto già detto. E proprio soprattutto qua a Bologna, che tanti dicono sia una città ciacarona, da palpare nuda, facile alla lascivia del riso ma impermeabile all’acuto guizzo della poesia. Il fumetto è stato ed è il coltello, in questa benedetta città unta e bisunta da cento sanpetroni mondani, che la ferisce e le fa sgorgare dalle braccia molli un po’ di sangue, almeno. Ma qui mi fermo, e saluto.
Cos’altro ricorda?
6. Cos’altro ricorda?
Ricordo la vita quotidiana
di un ragazzo di cento anni.
E cos’altro ricorda?
Ricordo che ha dormito dalla parte sbagliata
e si è svegliato appena ieri.
7. Con disperazione
l’uomo di un rinascimento lontano
cercava le ali.
Con disperazione.
L’uomo di un rinascimento vicino
ha perso le ali.
Vola sulla schiena di uccelli di pietra.
8. Chi muore è dimenticato.
Lo stesso giorno.
L’ora stessa o dopo poco.
Quando morirò sarò polvere da sparo o da naso
nella mano di cinque amici.
Chi mi potrà ricordare?
Forse Celso che siede con
la pipa in bocca e guarda gonfiarsi i cocomeri; Rachele del Pianto
che cammina lungo il mare con
i suoi otto figli; Vincenzo e Celeste
che ascoltano alla finestra lo schianto delle castagne;
mio figlio che ritorna da una battaglia; e
la regina dei mirtilli, fascio di luce del faro sul costone,
trionfo dei cicli di settembre aperti dalla pioggia,
lei Th. apre e chiude la schiera bagnando di miele la strada
che porta agli asfodeli.
9. Credo ai riferimenti.
Se un uomo giusto c’è
lì c’è un poco di giustizia.
Questo uomo chiama la giustizia.
Ma un uomo giusto oggi mai dov’è?
10. Bologna dalle cento torri.
Bologna con le mura rotte.
Le torri rosse di Bologna.
Sono un bosco di legno che va a fuoco.
La prima domanda è la seguente:
ci può essere una casa per me?
La seconda domanda è la seguente:
ci sarà mai una casa per me?
11. Cerco solo un mucchio di mattoni.
Un poco d’intonaco.
Il sole, la calce sporcano i calzoni.
Prima di sera devo arrivare al tetto.
Mama, mammà, vater, bruder, mutter,
schwester sorella cara, un sogno calcolato,
un sogno di foreste, un sogno decafeinato,
decolorato, con voce di serpente.
La notte si perde in fretta e non importa niente.
12. Gli uomini sono sempre più vecchi.
I giovani non nascono più.
L’alba verde si uccide buttandosi in un fosso.
13. Era il tempo dell’uva, diventava nebbia nel titolo.
Era il tempo dell’acqua e diventava nebbia nel titolo.
La neve dello scoglio diventava sabbia nel titolo.
Mentre uva acqua neve erano sabbia e nebbia
l’uomo sullo scoglio diventava lupo.
Poi l’uomo sullo scoglio ha rotto le catene.
Pecore nere folgorate sul prato.
Col sangue sulle mani lo scoglio e abbandonato.
14. La luce corre improvvisamente fra le foglie fredde.
Anche questo inverno è passato.
Uccelli predatori
corrono bassi per attraversare il mare.
15. Dovevi renderti conto
della situazione.
Dato che non era possibile in
quei giorni raccogliere un fiore
senza farsi sparare dalle sentinelle del cielo.
Icaro cavalcava con rabbia nel sole.
16. In quei giorni quattro cavalli bianchi
piangevano sulle rive dello Scamandro
perché il guerriero era morto.
Il vento sanguinava.
Bruciavano gli aquiloni alzati da ragazzi di paglia.
Gli alianti cadevano dalle montagne.
Gridavano le conchiglie.
Il riso tremendo delle ragazze.
Dovevi entrare in una nuova dimensione.
17. Tu dovevi entrare in un’altra
dimensione. Le poesie in quel tempo
non si mandavano a memoria.
Ciascuno bruciava i suoi fogli prima di sera.
Eppure…
18. Il rapporto con la realtà
era un rapporto molto faticoso e molto bello
così com’è bello il rapporto dell’uccello
che vola
con il vento che lo porta,
com’è il rapporto dell’ultima ape
con le ultime rose.
Nonostante tutto è bello
il rapporto con le cose
del mondo. Dato che il mondo è così giovane.
19. Per la strada non c’è un cane
neanche uno
neanche un cane.
Siamo soli davanti alla morte.
Osserviamo il mondo attraverso persiane abbassate.
L’orecchio appoggiato alla ghiaia del fiume.
Picchiano sui tamburi.
Attenzione ai dettagli.
Il messaggio segnala un’emergenza.
20. Un soldato passa camminando
sul filo teso sopra la piazza.
Un centauro canta facendo l’autostop.
Il bambino che ha sognato di uccidere la madre col pugnale
a scuola disegna con la matita rossa un maiale
il porco e lì sull’aiuola macellato male.
Il treno sigillato in un binario morto.
Le autostrade in autunno coperte di foglie.
Nel mare come una piuma
guardiamo una nave affondare.
21. Che tempi erano quelli.
Gli uomini erano uomini
e non teneri agnelli senza fortuna
da sacrificare.
Quando il dolore era accettato
e l’uomo non si nascondeva
per la paura d’essere nato.
Ma quel tempo c’è mai stato?
22. Da noi si parla sempre
dei problemi dell’anima
che sono grandi problemi.
Non si parla di come fare per mangiare
questa mela sul tavolo e come arrivare a sera
senza morire o (se è possibile) senza troppo soffrire.
Un problema molto serio ma limitato
sembra una storia non vera.
Sembra un problema non nato.
23. Per la sinistra ufficiale
politica o sindacale
la soluzione di ogni male
è una fabbrica al sud.
Basta un’Alfa Romeo
e ogni problema è risolto.
Ogni ostacolo è tolto.
Che poi la lunga catena
di miseria e di lotta
non sia affatto interrotta
ma duri all’infinito non importa ad alcuno.
Per la guarigione dei mali
politici e industriali
ammoniscono col dito:
questo popolo cialtrone
deve restare un poco a digiuno
se vogliamo debellare l’inflazione.
Oppure male che vada
apriremo un’autostrada
e per non avere pensieri
di uomini-leopardo e di uomini-guerrieri
faremo baristi, guardamacchine, camerieri.
24. È la prima vacanza da dieci anni.
Il mare è ancora lì.
Avevo scordato anche il colore del sasso.
E il colore dei tuoi occhi.
Ho visto che i miei capelli sono bianchi.
25. Non mi ricordavo più
che l’amore fosse così leggero.
Che bastava un bacio per farmi tremare.
È l’indifferenza che ci fa invecchiare.
Vivere una giornata senza senso,
senza parole.
Una giornata senza chiedere o cercare.
Soprattutto vuota di dare.
26. Oggi è la domenica del giorno sette
mese di giugno
anno mille nove sette otto.
Vento di tramontana nonostante la stagione.
Piove sulla montagna dei fiori.
Vorrei avere più voce.
Che io scriva o taccia è la stessa cosa.
Non so cantare ma riesco a parlare perché il silenzio è terribile.
27. Ci sarà pure un uomo accovacciato
in un lontano canile insieme al suo cane.
O un uomo che cammina adagio per una strada della pianura.
O una donna che getta sassi nell’acqua di un fiume
e conta i cerchi.
Ci saranno un uomo o una donna qua e là
che avranno la pazienza di ascoltare.
Per desiderio e non per la pietà.
28. C’era
un uomo con tre agnelli.
C’era una donna con tre ciambelle.
C’era un uomo con tre coltelli.
C’era una vecchia con tre pani.
C’era una ragazza in compagnia dei nani.
C’era un sogno da poco sognato
con dentro l’ombra di un impiccato
raccolto in un ombrello rovesciato.
C’è anche lassù nella luna
dentro lo scafandro
qualcuno che balla volando.
È affranto ma non può ritornare.
29. Il polipo dalle sette teste
si piega in avanti per entrare
e perché le pieghe del vestito
non facciano ombra alla luna.
Ciascuna scatola cinese
contiene la cruna di un ago
e l’ultima si apre sull’oceano.
Questa è la porta magica
che ogni sera consente l’evasione
al polipo per ascoltare e seguire
le sirene che passeggiano sul mare.
Gli basta sognare
che per averne una
non si dovrà pagare.
30. In valle Folgaria
fino a vent’anni fa
una segheria specializzata
trinciava i pani d’oro.
Si faceva pagare molto poco.
Le bastava lucrare
sulla polvere
che caduta per terra lì restava.
Era una gialla fiamma di fuoco.
Gli uomini di valle Folgaria
camminando sui prati di neve
lasciavano tracce d’oro;
quando facevano la guerra
invece di sparare buttavano questa polvere
negli occhi del nemico.
Il quale accecato cadeva per terra
e gridava al miracolo.
Per questa ragione in valle Folgaria
da dieci secoli c’è sempre la guerra.
Nessuno lo sa
ma anche adesso una ci sta.
31. Lei si affacciò al balcone
Oh che alba.
Scese per strada
la città l’inghiotte.
Si affacciò al balcone
Oh che notte.
È di nuovo in strada
con le scarpe lucenti.
Poi si buttò nel fiume
l’acqua era calda.
Fu trascinata nel mare
col sangue di un gabbiano.
L’uomo sulla riva
accese un toscano
e non gridò aiuto.
Il vento d’Africa, rosso, cominciò una canzone.
La città respirava.
Col suo sigaro in bocca lui si avviò a colazione.
32. È il tempo delle bombe.
Scoppiano qua e là.
Le strade sono ingombre
di taxi senza ruote.
Un piccione beve petrolio da un lampione.
Il soglio pontificio è vacante.
Molte persone dicono che sarà fatto
un papa africano.
33. Io mi raccomando a S. Clemente
nella chiesa di Guardia Vomano
straordinario vecchio di legno che ha la mano
divorata dalle tarme
perché faccia maturare le pesche
nel giardino delle monache clarisse.
Le monache cantano a voce bassa il mattutino.
La luna è piena.
Io sono un bambino e tutto mi è permesso.
Anche quello d’essere ucciso dal guardiano.
Ci vuole molto giudizio a fare la lepre.
34. Disteso sul sagrato
della basilica di San Petronio
piazza Maggiore città di Bologna.
La piazza sembra un campo di sassi.
Sono disteso sul sagrato.
Conto una per una le stelle che non hanno cuore.
Sono lì incazzate.
Sono quattro candele ormai spente.
La piazza è piena di gente che ha i nervi a pezzi
e non può dormire
mentre le notti d’estate
sono lunghe e terribili da finire.
Poi arriva il giorno
con un brivido di vento gelato.
35. Giocolieri, giullari, trovatori
con gli occhi bene aperti e con la bocca feroce
rimestavano i peccati dei potenti
che li inchiodavano in croce.
Lutterius istrio de Florentia
Scatuzio marchigiano
Matulino ferrarese
Guidaloste ioculatore di Pistoia
Passavano per le piazze d’Italia
cantando come dannati
prima di essere decapitati.
36. Riesco a dormire solo quando piove.
La pioggia mi addormenta.
E le altre notti?
Devo far scorrere l’acqua del bagno.
Altrimenti non chiudo gli occhi.
37. Se non vesti da poeta
chi capisce che sei un poeta?
Ah la poesia.
L’uomo dice: il giuoco dei tarocchi
e un giuoco con la morte.
La porta non conduce all’inferno ma molto vicino.
Ogni carta sul tavolo è una mazzata
è un pezzo del farraginoso futuro che si compone davanti agli occhi.
Pochi sono felici con i tarocchi in mano.
L’uomo dice: ma li giocavano anche i re, un tempo.
L’uomo dice: i re potevano barare, sovvertire, travolgere, scompaginare.
Si divertivano soltanto.
Io invece. Con i tarocchi in mano
mi guardo morto di fronte allo specchio. Pallido di girasoli.
L’uomo dice: questa canzone è mia.
La mia voce canta questa canzone per la prima volta.
Il ’68 non è un mito è una data soltanto.
Questo secolo in parte è meraviglioso.
La morale è l’ordine della verità
la sua necessità
la sua ricerca vera.
SILENCE.
I troiani trascinano il cavallo dentro le mura.
Ombre rosse 26, dicembre 1978.
(Pubblicato successivamente in Trentuno poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno, Alberto Ribichini Editore, 1981)
Notizia (in Agosto è un pesce sventrato)
1. Raccontarsi ciò che è stato?
Un uomo può dimenticare tutta la vita o ricordarla.
Pochi segni si cavano da un deserto di canne.
Ombre salvano ombre. Ombre seppelliscono ombre.
Le grandi ombre sono un velo di nebbia e dicono
Bologna 6 agosto ore 15,30
“sei solo, puoi conoscere quel che loro vogliono
ma non sanno.
Questa è l’ultima occasione
non mancarla”.
2. Così un racconto ho cominciato qua
con tre orsi (che ballano) di pelle nera.
Ballano vicino a un fuoco circonflesso
da una luce rotta e
Bologna 6 agosto ore 16,04
lasciano orme lasciano orme la-
sciano
sulla
neve
orme
di sangue.
I bevitori d’acqua.
I bevitori di lacrime.
I bevitori di parole.
E quelli che bevono sangue.
Agosto è un pesce sventrato che galleggia sul mare.
3. Agosto non si è fatto aspettare
porta il fuoco anche nelle foreste appena nate.
È un mese atroce.
Disperso ai quattro angoli del mondo
è in attesa con una freccia arrugginita in mano.
Agosto è un mese feroce.
File di passeri incidono col coltello
il grano
per spartirsi l’ultima estate della pianura padana.
Bologna 6 agosto ore 16,55.
4. Io lì ci sono.
Uomini fermi sulla riva
guardano riflesso nell’acqua
l’occhio ferito
di Polifemo.
Dobbiamo cercare fra le pietre.
Cercare l’ombra di un ragazza.
Cercare il cuore di un bambino.
Emergono palafitte di foglie.
Bologna è sparita?
È sera è sera è una notte vuota profonda infi-
nita e io vivo
su un’onda dell’Atlantico. Immobile grattacielo.
Bologna 6 agosto ore 22,45.
5. Il suo essere vivo. Il suo essere vero. Il suo destino incerto
con spasimo.
Nessuno poteva ancora sapere
quanto tremenda fosse l’opera del vivere negli anni che corrono. Ma
non è detto che tacendo riconosca la realtà più a fondo.
Più a fondo sfioro la verità se riesco a soffrire senza morire.
Bologna 6 agosto ore 23,30.
Niente di ciò che ci spetta otteniamo.
Vediamo solo scomparire le cose.
Tu che non hai occhi se non per guardare il passato con ironia
aspetta a giudicare. Il presente è uno scoglio
su cui è incatenata la luce.
La città senza datteri e zenzero
La città ideale non esiste.
Immobile e preziosa
l’ammiro esaltata nei quadri dei grandi pittori.
La mia città è per altre strade. E la stringo nel pugno anche se fa sanguinare.
Piena di cicatrici la città estate inverno
primavera e futuro
è da amare.
La città che nello svolgersi livido dei giorni
resta in piedi paziente.
La città che con voce ostinata
vicino al tuo orecchio sussurra
“non disperare”.
La città che non si fa forestiera.
La città che non ha paura di morire
perché rinasce ad ogni primavera.
La città che non si marmorizza, presuntuosa.
La città che produce emozioni di pensiero.
La città vitale
che si aderge sovrana
contro la violenza e la povertà.
La città che è senza polvere addosso.
La città dove è giusto vivere.
Vedo il mondo dall’alto e mi esalto
adesso è la prima mattina del mondo il sole adagio
si inalbera scompare
fra i pioppi
precipita.
incominciò la battaglia con
disastri di neve fiumi infuriati violenze di uomini in guerra
conficcate nelle mani del cielo le stelle esplodevano
rosse di vampe le notti sovrane
sciami di api sopra i fiori del melo impietrito
la luna vertiginosa parla alla terra l’induce a dormire
un sonno profondo e
Isabella ultima stella pescata stamani fra il caos
del cosmo che delira
il suo ondulare mi induce a sperare. non a morire.
dunque il mondo non è mai stanco di guardare – e di stupire.
sei agosto del quarantacinque
ventun luglio del sessantanove
quattro maggio del sessantasette
le fotografie delle orme dei piedi sulla luna
mentre A va e viene intorno al modulo da sbarco
il suolo lunare è come nevischio di piccole sfere vetrose
dietro c’è la storia infinita del cosmo.
le plus grand western de tous le temps.
liberatevi ovunque nello spazio immenso
come fu il sogno antico degli dei
gagarin glenn titov
vladimir komarov precipitato in fiamme
dalla sua orbita
è stato fino all’ultimo cosciente della sua fine e
fino all’ultimo ha comunicato per radio col cosmodròmo
“rotonda la terra si tende distende
dentro all’oscuro cuore del cielo e io
ho sotto i mari che non sono mari
e la rugosa bianca pelle della terra
invecchiata invecchiata eppure ancora bambina
così solitaria nella sua inquieta grandezza e
per me immobile
da contemplare”.
poi i mari sono mari e sono profondi
la terra è acqua.
ci abitueremo alla luna come ci
siamo abituati agli aerei
l’uomo ormai può vivere dovunque.
il mare è nero nero
la terra è rosata adagio
è verde come una sfiorata carezza di verde
la mano della natura cercando divaga nell’etere.
il modulo lunare galleggia nello spazio
venerdì quattordici aprile sessantuno ho visto
la divisione tra notte e giorno
ho osservato la terra diventare rotonda
e il cielo nero
mentre scendevo ho cantato
Le parole incrociate
Chi era Bava il beccaio? Bombardava Milano;
correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.
I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.
Attenzione:
cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.
Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;
folgore della guerra, con al vento la chioma.
La fanteria stava a Mantova, i bersaglieri sul Po.
Attenzione:
fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.
E chi era Nicotera, ministro dell’interno?
Sole di sette croci e fuoco dell’inferno.
All’Opera il Barbiere, cannoni a Mergellina.
Attenzione:
spari capestri e mazze dalla sera alla mattina.
Di pietra non è l’uomo
l’uomo non è un limone
e se non è di pietra
non è carne da cannone.
Cavallo di re
la figlia di un re
l’ombra di un re
e la voglia di un re.
Soltanto chi è re
può contrastare un re.
Il gioco dei potenti
è di cambiare se vogliono
anche la corsa dei venti.
E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,
coprendo d’ombra il sangue di poveri cristiani.
Chi era Pinna? Un questore, a Garibaldi amico.
Attenzione:
fucilazioni in massa, dentro al castello antico.
E la tassa sul grano? Tutta l’Emilia rossa
s’incendia di furore e brucia nella sommossa.
Stato d’assedio, spari, la truppa bivacca.
Attenzione:
lento scorreva il fiume da Cremona a Ferrara.
Che nome aveva l’acqua trasformata in pantano?
Macello a sangue caldo di popolo italiano.
Un’intera brigata decimata sul posto.
Attenzione:
i soldati legati agli alberi, agli alberi del bosco.
L’uomo non è di pietra
l’uomo non è un limone
poiché non è di pietra
neppure è carne da cannone.
Quando la vecchia
carne voleva
il macellaio
fu presto impiccato;
e un re da cavallo
è anche sbalzato
e in mezzo al salnitro
precipitato,
come al tempo
del grande furore
quando il vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva l’amore.
Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d’Italia c’è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.
Chiedi chi erano i Beatles
Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco e come il vecchio
di oggi sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri
tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles…
Se vuoi sentire sul braccio il giorno che corre lontano
e come una corda di canapa è stata tirata, come la nebbia inchiodata fra giorni sempre più brevi
Se vuoi toccare col dito il cuore delle ultime nevi tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles…
Chiedilo ad una ragazza di 15 anni di età
tu chiedi chi erano i Beatles e lei ti risponderà…
la ragazzina bellina col suo sguardo garbato, gli occhiali e con la vocina
ma chi erano mai questi Beatles?
Lei ti risponderà:
I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco
sì, sì conosco Hiroshima ma del resto ne so poco, ne so proprio poco
ha detto mio padre l’Europa bruciava nel fuoco
dobbiamo ancora imparare, noi siamo nati ieri, siamo nati ieri.
Dopo le ferie d’agosto non mi ricordo più il mare
non mi ricordo la musica, fatico a spiegarmi le cose per restare tranquilla
scatto a mia nonna le ultime pose
ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?
Voi che li avete girati nei giradischi e gridati
voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati
voi dovete insegnarci con tutte le cose non solo a parole
ma chi erano mai questi Beatles, ma chi erano mai questi Beatles?
Perché la pioggia che cade è presto asciugata dal sole
un fiume corre su un divano di pelle, ma chi erano mai questi Beatles?
di notte sogno città che non hanno mai fine
e sento tante voci cantare e laggiù gente rispondere
nuoto tra onde di sole e cammino nel cielo del mare
Ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?


