Super User
Un passo avanti e uno indietro
Credo che il racconto di Sciascia segni un momento specifico, tipico, nella vicenda dello scrittore – e su questo converrà fermarsi; credo anche che raccolga in una sventagliata piuttosto rapida e abbastanza secca, ma variamente colorata e codificata, un gruppetto di problemi, alcuni dei quali di fondo, che suggeriscono o possono suggerire tutta una serie di utili riflessioni. Il momento specifico (e tipico, come ho detto) nella vicenda dello scrittore è biforcabile in due elementi, in due direzioni: a) rinuncia alla sicilianità esplicita come back-ground folkloristico-decorativo del racconto, a parte alcuni particolari che sono tuttavia riducibili a tocchi e ritocchi marginali; b) impatto dell’esprit de finesse con un pessimismo sostanziale sempre presente anche nelle opere precedenti ma in una prospettiva un po’ defilata seppure già abbastanza definita; pessimismo tuttavia mai prima d’ora reso così esplicito, quasi con violenza, e mai prima d’ora dichiarato in modo così fermo e argomentato, perfino in versi. Tenendo conto, o meglio, tenendo fermi i due punti indicati, si può anticipare intanto che il libro di Sciascia può essere inteso come una novità nella storia personale dell’autore e certamente come un progresso e un atto di meditato autoriscontro culturale rispetto alla situazione di stallo, sia pure fortunatissimo, rappresentata dai libri precedenti, circoscritti dentro una geografia definita e caratterizzante. Alle volte fin troppo definita e fin troppo caratterizzante. Sicilia e mafia come Spagna e toreri, tanto per dare una rapida indicazione e fare una insinuazione altrettanto rapida; Sicilia e mafia, o quel tanto di Sicilia e quel tanto di mafia voluti, essendo le travi portanti di racconti in cui i personaggi si disponevano dentro circoli precisi (i vivi e i morti), al modo che si collocano entro i cerchietti prestabiliti sul terreno gli intervistati negli studi tivù. Coppole e scoppole, finestre socchiuse, un mondo epico e tragico antichissimo e nello stesso tempo aggiornato anche se stazzonato dal gran fuoco delle trazzere; spiare; fichidindia; insomma i supporti del giuoco dialettale che raccoglieva e conteneva i personaggi canonici di una commedia dell’arte di presa rapida, traducibilissima e anche pronta per essere subito filmata. Di conseguenza la scelta odierna mi sembra una scelta meditata, all’interno del mondo registrato dall’autore, quindi responsabile e in un certo modo criticamente provocante. Anche il paesaggio si è sgranato e le definizioni degli oggetti risultano più sfuggenti o struggenti, intorno ai protagonisti si agita una ventosità da cavalli da corsa seguiti col teleobiettivo, la quale fa muovere i vestiti come fossero bandiere o quasi che l’aria che si solleva dal corpo li sollecitasse, sicché le persone sembrano trascinate o, alle volte, sospese; le distanze si sovrappongono non si accomunano; gli spazi appaiono dilatati ma non deprimenti, in quanto non sono che distanze da punto a punto (da città a città) e non natura percorsa goduta e ferita; oppure, se appare una natura circoscritta e “raccontata” essa non sovrasta, cioè non incombe, si compone di alcuni elementi e basta ed è illustrata da una aggettivazione di trasandata ovvietà: “spiaggia stupenda”, “dolcissima sera di maggio”, “alti alberi” ecc.; il rapporto fra i luoghi abitati non è più mediato dalla campagna e dalla sua solitudine ma dal segno bianco e asciutto di una strada da scorrimento veloce (tramite più o meno alienante, secondo i casi, ma che non promette più né consente deambulazioni); i luoghi si slavano, defoliandosi dalle connotazioni iconografiche e uniformandosi, nello sviluppo dentro al sistema, al cliché del consumismo speculativo (grandi magazzini, ingorghi stradali ecc.; “era l’ora che il traffico stringeva la città in un feroce groviglio”). Così la Sicilia di questo Sciascia, cioè di questo racconto di Sciascia, a me sembra una Sicilia “altra” e non direi, come invece l’autore avverte in nota forse per uno scrupolo residuo, che potrebbe essere anche la Sicilia; semmai una Sicilia è (o può essere) è una Sicilia come dicevo contrastante la norma del codice abitudinario (che ha finito per trasformare in apologhi “neri” e in aneddoti tutte le sue tragedie); una Sicilia trovata,vale a dire ri-scoperta, con l’aggiunta di nuove tensioni della memoria; in un certo senso una Sicilia inventata; non più la Sicilia peccato, la Sicilia leggenda, la Sicilia tributo. Basterebbe questa intuizione, o questa nuova disposizione, a stabilire il peso dell’operazione tentata con questo racconto da Sciascia anche contro se stesso e il conseguente habitat. Ma se non c’è più, almeno con quel tale rilievo pregiudiziale, quella Sicilia, non voglio poi sostenere che il paese abbia perso ogni rilievo e che l’uniformità greve a livello consumistico e di sviluppo capitalistico proponga (e dipinga) un luogo asettico, tecnologizzato in superficie, dove tutto può accadere: un paese stadio, una cinecittà, un paese-Melano, un paese-dormitorio, un paese-petrolio; luogo di comodo comunque deputato alla scenografia capitalistico-migratoria. Non si passa a una astrattezza simbolica sostitutiva ma a una schematicità che salva e conserva l’essenziale; una essenzialità entro cui si organizza prima, poi si svolge il disegno argomentativo. Perché questo è il punto, che deve essere raggiunto: Sciascia ha una sua tesi da proporre, una confessione mediata da registrare, mescolando il thrilling al Cahier de doléances;o più esattamente, utilizzando il thrilling per sottoporre l’elenco dei propri possibili reclami – al modo di un Courier mai soldato, dunque con meno memorie addosso e con meno rancori ma certo con molti più sgomenti essendo meno vecchio (poiché dentro a questo suo racconto, inzeppata, suona continuamente al vertice una irrequietezza della ragione che produce dissonanze violente, stridori, barlumi di discorsi, intuizioni ecc.).
Dunque il passaggio dalla lupara al revolver (rivoltella, pistola beretta calibro x o altro) si accompagna a un contemporaneo passaggio dalla campagna alla città – un passaggio, conseguente, dalla oppressione alla pressione programmata e più subdola; l’obiettivo si sposta a seguire il o un bersaglio in continuo movimento e mescolato fra la gente, come un uccello in branco e non isolato su un ramo: “in un grande magazzino… o dove le tante porte, gli ascensori, le scale mobili e soprattutto la folla consentiva di confondere ecc.”; un certo affanno nei movimenti dei personaggi presuppone la precisa angustia dell’autore che si accorge di non essere più in sintonia col solito paesaggio, non più servito dall’iconografia tradizionale all’interno della quale si sentiva protetto o magari sicuro. Ci accorgiamo di una inquietudine ambigua e un po’ incerta che connota il discorso (l’ho appena sopra accennato); ci accorgiamo di sbalzi d’umore – un borbottio da cane sdraiato accanto al fuoco, quando sente rumori lontani o un passo lontano.
Tale atteggiamento, o questa disposizione, connota il pessimismo in senso classico: abbastanza feroce con il nuovo da sperimentare, sulla base di precedenti delusioni. Tuttavia questi sbalzi d’umore, frequenti, abbastanza rilevanti e alle volte veramente irritanti (ricordo come è trattato, con trasandatezza isterica, un personaggio qual è il Pontormo, di una stravolgente drammaticità oltre che di travolgente grandezza, chiuso nelle sue ire e nei suoi silenzi, stilita di grande ingegno dentro al verde profondo degli orti fiorentini; ancora: come è liquidato il romanzo manzoniano, con l’abulia uterina di un ricordo liceale, fra il lusco e il brusco, in modo definitivo; senza neppure far presumere o presumere sia pure stridendo che quella “noiosità” è una delle poche isolate, nel gran mare dei fogli a stampa, che aiuti in tutti i modi, profondamente bruciando, gli uomini a invecchiare e a morire); questi sbalzi d’umore, dicevo, non li prenderei troppo per buoni; o per sostanza vera del discorso. Un umore, così come una rabbia, può essere destinato a scomparire o a essere riassorbito. Riferendomi al punto b indicato all’inizio, voglio dire che l’esprit de finesse è anch’esso un moralismo condizionato o contrabbandato dalla verve; e che il pessimismo, si può magari affermarlo con la pezza d’appoggio di riferimenti celebri, chiede la volontà o semmai la possibilità di sorridere “duro” piuttosto che quella di indignarsi “teneramente”. In altre parole esprit de finesse e pessimismo sono due mimesi di uno stato d’animo che presuppone l’ironia, non già la rabbia, come componente sostanziale. Sono anche disposto a riconoscere che il pessimismo, più della tranquillità che si affida al luogo comune dell’idea, o più dell’ottimismo generico o generalizzante che si accende e si spegne come un’insegna luminosa, ha un occhio nel futuro e una memoria infallibile e può alle volte prevenire certe domande del tempo; può anticiparle, se accompagnato dal giusto comportamento dell’esprit che è dopotutto, forse, una concessione voluta alle ragioni dell’avversario; una disponibilità. Circoscritto così il quadro, sia pure per semplici accenni, vorrei dire che Il contesto affronta un grosso problema disponendosi in un modo nuovo – o affatto provinciale; e che in questo impegno le connotazioni d’umore marginali, i semplici clic sentimentali ovvi, scadono a puri referti e vengono riassorbiti alla fine. Il problema di fondo è il potere;direi meglio: non più soltanto il potere ma l’autoritarismo del potere e non l’astratto autoritarismo identificato e raccontato anche dalla pubblicistica ufficiale, ma l’autoritarismo bieco e quindi più tragico, angoscioso a livello patologico, continuamente premente in quanto, appunto, alla superficie accattivante sorridente mellifluo ubiquo anche se onnipotente e onnivoro. Non più il potere, e l’autoritarismo che ne promana, identificato,contrassegnato da tutti i suoi marchi d’infamia, ma il potere fantasma, il potere mimetico, sdoppiato, sul sorriso durbans, capace perfino di colpire se stesso e se stesso processare nella sua frenesia e nella sua fregola esibizionistica o nella continuità e razionalità delle sue regole; il potere dinamico; il potere spray, il potere sentimento, il potere amore, il potere finale della coppa del mondo, il potere calcio della domenica o gazzetta dello sport, il potere carosello e il potere Anastasi, il potere diaframma; dracula che solo a volte esibisce i suoi uncini di morte ma per lo più indossa e veste l’aspetto più quieto, più ufficiale, più burocraticamente innocuo; il potere patria, il potere mamma, il potere scuola, il potere bandiera, il potere altare della patria, il potere ah come respiro! Un potere che ha prolificato incestuosamente o ormai ha raggiunto con tutti i componenti della mirifica schiera o della laida tribù ogni pertugio, senza lasciare e senza concedere alcun vuoto, alcuno spazio libero o angolo occulto, goccia d’acqua o sorso d’aria che non siano preventivamente programmati e autorizzati.
È merito di Sciascia d’avere rappresentato questo con rigore e con una discrezione d’alta classe. Certo il problema, che è poi il problema di fondo di questo momento (di questi anni) coinvolge in modo critico anche l’autoritarismo burocratico dei partiti, l’autoritarismo filologicamente arretrato della dissidenza, l’autoritarismo dell’antiautoritarismo, più specioso e farneticante, in quanto più sfaccettato, dell’autoritarismo in atto. Il dettaglio, in fondo, finisce per contare poco. Naturalmente non posso omettere di registrare alcune stecche nel racconto, come in ogni repertorio di tenore per quanto celebre e applaudito: giovani dissidenti schematizzati superficialmente e con una certa volgarità ideologica; le insofferenze nei riguardi della o delle sinistre poco o male argomentate; e altre che ho già indicate. In margine è tuttavia giusto sgomberare il campo da un equivoco (forse): sperare nella rivoluzione (in altre parole, sperare che le cose mutino e debbano mutare, nella sostanza) non è proprio come sperare nella vita eterna (leggendo Pascal). Se un paradiso c’è ci vai, se non c’è ci resti semplicemente trombato; ma se la rivoluzione la speri e la vuoi e non puoi più sperarla e farla, non si resta in pace sull’inginocchiatoio a speculare le stelle ma si finisce in galera o su una sedia cogli elettrodi ai coglioni; bastonato, picchiato, inseguito, finito, defenestrato. Dico ciò alla fine di un breve discorso argomentato, come credo; ma sono convinto che Sciascia nonostante alcuni estri contrari non l’ha dimenticato; anche lui nelle conclusioni di questo bel racconto.
Giovane Critica, n. 29, 1971.
Dentro la storia. La scrittura tenace e paziente di Roversi
Non c’è pace nella storia, e nella poesia
che è dentro la storia.
Roberto Roversi, Dall’Arcadia a Parini
“Aveva qualcosa del camoscio, un animale che ispira tanta simpatia, ma che si lascia avvicinare poco”. Fu il musicologo Massimo Mila a parlare di Primo Levi come di un umorista, in occasione della sua morte, ribaltando attese, luoghi comuni e stereotipi ereditati dalla critica. Nel suo articolo (non un semplice necrologio)1, Mila avanzava l’ipotesi che fossero proprio la mercurialità delle radici ebraiche, il wit della sua intelligenza pratica a costituire il ponte tra l’inferno e l’assurdo di Auschwitz e la ragione illuministica, l’etica trasfuse nella scrittura di Levi. Non solo il reduce schivo e il pacato testimone della Shoah, dunque, ma anche lo scrittore esperto di invenzioni linguistiche, l’osservatore acuto della natura, una voce che se mai giocava (un gioco serio e a tratti lacerante) con gli incubi a occhi aperti trascritti dal vivo fino all’ultima riga dei suoi libri. Un esempio geniale di lettura a contropelo, un modello per affrontare controcorrente le scritture inafferrabili, apparentemente monolitiche e unidimensionali di altri autori del Novecento letterario.
Partendo da Levi, è facile pensare alle formule sbrigative e liquidatorie, claustrofobiche e monocordi, offerte da buona parte delle istituzioni letterarie alla figura e all’opera di Roversi. Sono immagini sostanzialmente gravitanti intorno ai campi semantici del monachesimo (della auto-reclusione sdegnata e coerente) o dell’opposizione moralistica risentita e solitaria. (Il moralismo è in effetti topos tra i più osteggiati dall’autore). Quando, se si volesse recuperare un ragionamento fortiniano, la consapevolezza rigorosa della propria funzione intellettuale non ha impedito a Roversi di prendere le distanze da ogni sterile discorso sulla collocazione del letterato (e del letterario); e nello stesso tempo lo ha spinto a interrogarsi sui “doveri ancora illuminati” che rimangono in sorte a ogni attività di scrittura: “Ognuno scelga il suo posto, la realtà farà la sua giustizia, la grotta del monaco non sarà, alla fine, più protetta né più pericolosa di quanto sia la barricata del combattente, non sappiamo quali parole moriranno e quali vivranno, non resta che tenersi alla breve zona certa di doveri ancora illuminati”2.
Prendiamo il dato della natura (della ricchezza) formale della sua opera. Come dimostrano le lasse dell’interminabile L’Italia sepolta sotto la neve, la scrittura di Roversi assume con l’andare del tempo i caratteri di un palinsesto polimorfo e sconfinato. Le paratie che ne testimoniano fasi e momenti storici di gestazione, ne segnalano acquisti e sperimentazioni stilistiche, si sovrappongono in un gioco mobile e sorprendente di rimandi che di per sé scoraggiano letture univoche, pacificate. E compongono il segreto di una lingua piana, concreta e insieme energica e visionaria: uno stile variato, controllato e libero, magmatico e lucido, trasparente. Si pensi al severo esercizio classicistico che il poeta matura lungo un accidentato apprendistato letterario ed esistenziale, sotto le bombe che martoriano Bologna o nella breve esperienza di partigiano e poi di reduce, e che accompagna come un sottofondo segreto l’evolversi della sua lirica, fino al poema ancora in corso.
Era una tensione al vigore antisentimentale, tragico e risoluto, che, tra Michelangelo e l’amato Campanella, epica greca e lirici tedeschi (il “finissimo” Hans Carossa), si saldava con le ricerche di “Officina” intorno alla linea antinovecentesca della tradizione poetica italiana, dal secondo Ottocento ai vociani. La durezza dell’originario classicismo si intrecciava alla natura letteraria di quello sperimentalismo civile e tendenzialmente prosastico, narrativo (i poemetti di Dopo Campoformio). Il pessimismo morale coltivato nelle letture e nelle prove giovanili si trasfondeva nelle campate dei versi lunghi ispirati a una inquietudine di stampo tragico-romantico non aliena da punte religiose (calviniste, luterane e tormentate), sempre più sospinta sulle onde travolgenti del presente, cronaca o storia.
La densità figurale, la tenuta letteraria della parola poetica, insomma, erano soltanto celate dietro il ribollente magma di una scrittura che si faceva via via registrazione, trascrizione e montaggio di materiali linguistici spuri, nell’accavallarsi di piani temporali e di strati discorsivi che spaziavano dalla denuncia più “impoetica” alla dimensione sapienziale, gnomica e didascalica, allegorica e straniante, anche sferzante (le Descrizioni in atto fino alle prove sparse degli anni Settanta e Ottanta, e oltre).
L’ironia, appunto. Amatore e collezionista erudito di stampe, bibliofilo e antiquario di mestiere, Roversi è tra l’altro cultore di una linea eterodossa che attraversa in clandestinità le storie letterarie: dall’inquieto Rinascimento in controcanto di Pietro Aretino all’antagonismo di Diderot e dei philosophes, gli “eretici” Tommaso Campanella e Giordano Bruno, la “tagliente ombrosità” di Parini e le liriche tonanti di Agrippa d’Aubigné (magari accanto ai lazzi dei Gliommeri, omaggio al napoletano Sannazaro). Siamo di fronte a una galleria di “condottieri” e di avventurieri delle lettere che culmina con la passione per la biografia e gli scritti di battaglia di Paul-Louis Courier. È un tratto, quello del pamphlétaire, che con acume Roversi trovava assente nei testi corsari di Pasolini: “Gli mancava un elemento determinante, l’ironia. La particolare stravolgente malizia che riesce a fare diventare foglia anche l’affusto di un cannone. O viceversa, naturalmente. E che ha benedetto tante pagine di Gadda”3. È seguendo questa strada che si può avvicinare con maggiore precisione il fondo oppositivo, strenuo ed eroico della sua scrittura (tra poesia saggistica e pubblicistica, teatro e narrativa), la natura scattante del suo linguaggio.
Caleidoscopica e antilirica (non antiletteraria), impetuosa e paziente, colta ed estranea per principio a ogni facile ripiegamento sentimentale, la scrittura di Roversi si dispone ad accogliere lo spettro ampio dei nostri giorni “maledetti” e “stupendi”, la totalità di un tempo oggettivo e “informe”: “la forma in tanto esiste in quanto si pone entro un altro da sé, un informe”4. Mentre solo all’ombra della negatività, dentro la storia può nascere la poesia.
Note
1 Massimo Mila, in “La Stampa”, 14 aprile 1987; poi in Scritti civili, Einaudi, Torino 1995, pp. 348-350.
2 Franco Fortini, Intellettuali, ruolo e funzione, in Questioni di frontiera. Scritti di politica e di letteratura 1965-1977, Einaudi, Torino 19772, p. 73.
3 Roberto Roversi, Rilettura degli “Scritti corsari” otto anni dopo, in “Galleria”, 1983, nn. 1-4, pp. 177-178.
4 Franco Fortini, Poesia e antagonismo, in Questioni di frontiera cit., p. 149.
Alcuni appunti sulle povere riviste (ma con qualche nota aggiuntiva)
1. Svolgerò l’intervento da una angolazione esclusivamente pragmatica (perché la ritengo più confacente). Vale a dire: con qualche dato dell’esperienza, con qualche dato della statistica e con qualche dato (presunto) della speranza. Ma sulla base concreta dell’esperienza e della statistica.
Poiché anch’io ho una bottega di libri da trentacinque anni; e da almeno trenta, senza interruzione, curo con impegno diretto la pubblicazione di riviste; credo di potere raccogliere (dalla base, non dalla cima, quindi con realismo) due o tre spunti nel campo della carta stampata (come molti dicono con malizia), che spesso è attraversato o percorso dalle argomentazioni teoriche (qualche volta sottili) e dagli affondi polemici (spesso curiosi) di molti personaggi della cultura; la gran parte però abituati, oltre che a scrivere i libri, a riceverli in omaggio più che a comperarli. Mentre sui vari problemi, che sono specifici e assillanti, a mia memoria neanche una volta abbiamo ascoltato le voci dei rappresentanti e distributori di libri, dei rappresentanti, degli stampatori di libri, degli illustratori di libri, dei traduttori, dei cartolibrai, degli edicolanti (molti dei quali, da tempo, sono librai a tutti gli effetti). E anche fra i librai si ascoltano per lo più le voci non dei piccoli/piccolissimi ma dei grandi/grandissimi con fatturati da fabbrica, portatori di macroinformazioni molto perentorie.
Accade così che i problemi di fondo relativi al libro (o ai libri) continuano a navigare a mezz’aria come fogli di carta in una navicella in orbita. Ciascuno li annota e li striscia secondo una esperienza indiretta o una totale approssimazione o una presunzione di verità; ma senza patirne la fatica (direi la premura) quotidiana, che si rivela in una quantità di particolari costanti, anche fastidiosi e mai risolti; semmai sempre più avviluppati.
È anche per questo che sono contento di vedermi avvicinato, nella successione degli interventi, a un collega; col quale presumo di essere in sintonia, intanto, nella identificazione del quadro generale.
2. Perché voglio dire che, sì, ci sentiamo ripetere da ogni direzione, e quasi ogni giorno, che l’editoria è in una crisi profonda perché l’italiano legge poco, quasi niente o niente addirittura. Ma credo di dovere aggiungere che la crisi va collegata anche a una situazione di grande confusione e di grande contraddizione sia strutturale che culturale all’interno delle stesse aziende editoriali (e questa è una concausa che accentua e complica la crisi economica, tanto da farla apparire insormontabile).
Se è vero che l’editoria deve rappresentare documentare interpretare servire la società; quando faccia spalle occhi parole di questo corpo complesso riescono indecifrabili, o sembrano come mescolati dentro a un mare profondo di suoni e di segni, essa dovrebbe procedere con una cautela piena di lucide preoccupazioni e attenzioni, raffinata, adattandosi al terreno pieno di difficoltà. Invece vuole continuare a volare, sbattendo le ali come un parpaglione contro il lume. Rizzoli è così, ma è stato solo editore di libri? Einaudi è cosi (e siamo sicuri ne esce), forse perché ha scelto Diderot non solo in un momento di banche impazzite, ma quando le giovani coppie (e poi non tutte, e a stento) si annidano in miniappartamenti, con gli spazi esigui, piccole arnie dove possono entrare solo volumetti tascabili, al modo di pochi granelli di cera.
Così sentiamo che non sono in crisi piccoli editori a stretta conduzione familiare, i quali attingono a novità scelte con lucida parsimonia (perché il mondo non è già stato tutto vissuto ma, al contrario, è quasi tutto ancora da scoprire). Che si tratti in molti casi non tanto di soldi ma di ruggine, lo verifichiamo constatando che parecchi editori escono da una sospettosa immobilità solo affidandosi alle ristampe di opere da loro pubblicate dieci venti trenta e perfino quarant’anni fa. Dando conferma d’avere accantonata, sul momento, ogni voglia di ricerca.
3. Per valutare quanto l’editoria italiana sia ancora disorganica dentro a una pretesa organicità; come piccolo ma preciso segnale in controluce basterebbe collazionare (e collezionare) le lettere di promozione che vengono inviate in busta chiusa, ancorché ciclostilate, dai direttori commerciali alle librerie, nel corso dell’anno, in occasione dell’uscita dei gruppi di novità e nel periodo pre-natalizio, per promuovere il gelido satyricon delle strenne. Si peserebbe il distacco dalla realtà quotidiana del libro, attraverso l’astrattezza o il generico attivismo (e trionfalismo) delle formule, che non è solo strumentale.
Il fatto è che l’editoria italiana è spesso genericamente speculativa e poi municipale, casalinga, polverosa; più di traduzioni che di intuizioni; e dalle nuove tecnologie è stata non coinvolta ma travolta, così da assumere in fretta strutture che l’hanno burocratizzata a livello amministrativo (le fatture sono quasi illeggibili), mentre non ha ancora voluto centralizzare i dati di programmazione a medio e lungo termine; per impedire la contemporanea pubblicazione di doppioni che il mercato, in linea di massima, non è in grado di assorbire. Ricordo alcuni titoli recentissimi: due vite di Rossini scritte da Stendhal, due viaggi elettorali del De Sanctis, due racconti praghesi di Rilke ecc. ecc. Questa puntigliosa difesa del privato si può verificarla anche guardando uno strumento di lavoro che non è sussidiario ma determinante: il catalogo editoriale. Quasi nessuna omologazione di formato; il primo è alto e stretto (alle volte perfino in 8° grande), il secondo è basso e gonfio (un 16° straripante), il terzo non porta l’indice finale e alfabetico dei nomi, il quarto gira ancora con la data del 1981, il quinto non ha l’indicazione dei prezzi; infine molti non sono contrassegnati sul dorso. Come un convoglio ferroviario composto di vetture di ogni risma e formato, e alcune tanto alte da non passare sotto le gallerie. Infatti girano cataloghi che non stanno negli scaffali se non sdraiati. D’altra parte non esiste un catalogo periodico generale, né una sede d’acquisto unificata, per la massa delle pubblicazioni comunali, provinciali, regionali – che sono in crescita continua e che si sottraggono a ogni ricerca, perché sparpagliate e poi subito imbucate, dimenticate. Spesso neanche si possono acquistare, perché l’ente editore non sa o non è autorizzato a vendere. Gli stranieri, di fronte a queste situazioni, passano di meraviglia in meraviglia. Lo stesso discorso potrei farlo per le pubblicazioni dei vari ministeri, quando non siano confluite nel calderone della libreria dello Stato, neppure questa accessibile con rapidità.
C’è poi la fetta consistente dell’editoria d’arte promossa dalle Casse di risparmio, dalle banche artigianali o da quelle locali e nazionali; volumi spesso sfarzosi riservati a una clientela d’élite e solo in seguito distribuiti a singhiozzo per rivoli impensabili e periferici; alle volte anche tortuosi.
Un cenno infine all’editoria dei cataloghi delle mostre d’arte, calcolato guazzabuglio fra speculazione editoriale e approssimazione distributiva. La distribuzione! Volevo arrivarci per indicarla, sia pure in termini sommari, come il punto, il momento di maggiore ingorgo nella vita abbastanza travagliata del libro. Essa è lenta, burocratica, soprattutto parcellizzata, dentro a una società che invece è in vertiginoso anche se caotico movimento. Ha cioè la presunzione o la pesantezza del nobile che si ostinava ad andare in carrozza contro il primo Ford o il primo Agnelli. E così a me sembra che il libro, in Italia, viaggi ancora in carrozza, magari in una carrozza a due cavalli. Mentre al fianco c’è il treno o un jet sopra la testa. E sulla carrozza, certamente nel bagagliaio, ci viaggia anche la rivista.
Ma qui in calce, prima di entrare nel merito, vorrei esternare un ultimo lamento del cuore. Una fabbrica di sofisticati strumenti elettronici, collocata in un paese di pastori, poeti, impiegati, potrebbe vivere (sopravvivere) solo esportando, non certo vendendo nei dintorni. Il libro italiano, proprio al contrario, condizionato non dalla struggente minuzia degli ingranaggi miniaturizzati ma dai sassolini puntuti della lingua, bella quanto si vuole e di straordinario respiro, non si esporta, non può essere esportato; e come un gelato al sole, va consumato subito e soltanto sul suolo nativo – altrimenti si squaglia. Lo confermano, spesso, i nostri ambasciatori delle umane lettere e delle effimere scritture, che vanno a Yale o a Stanford, a Kyoto o a Osaka, a parlare (quasi sempre) davanti a una manciata di studenti.
Allora sarebbe il caso di prendere atto che diciotto o ventimila fra novità e ristampe annuali sono non un risultato ma un disastro. Non luce di cultura ma autentica inondazione. Tracimazione di acque.
Tanto più che poco o niente si fa per una organica promozione della nostra lingua all’estero. E d’altra parte, come può questa poco beata Italia degli anni ottanta amare, promuovere, difendere la nostra lingua e i libri nuovi se non sa neanche proteggere (né si interessa di farlo) i suoi libri vecchi e antichi, autentici monumenti del passato, soli di vitalità culturale e gioia autentica della mente e degli occhi? Ricordiamoci (per un momento) che nelle biblioteche pubbliche italiane, grandi e piccole, nelle civiche raccolte è in corso una sistematica sottrazione di rarità, quasi giornaliera, e in una misura tale da rendere tali furti veri genocidi bibliografici: incunaboli, cinquecentine, i grandi illustrati del Settecento, le mappe, gli atlanti, le stampe, edizioni «princeps». Finiremo per lasciare alle generazioni future, come documentazione, solo la collezione degli Oscar Mondadori – e forse anche questa scompleta. Ma, dicono, il libro non mangia e quando è rubato non grida. Perciò fa più notizia un cavallo: «In data 7 settembre c.a. ignoti trafugavano all’interno del museo Albani, ubicato presso il Duomo di Urbino, un messale romano manoscritto, miniato su carta pergamena e rilegato in legno»; «In data 1° ottobre il direttore della biblioteca comunale Saffi degli Istituti artistici e culturali di Forlì ha denunciato il furto dell’opera Viaggi in Italia di Francesco Scotto (volume in 8°, con rami), stampato a Roma nell’anno 1747»; «In data 2 settembre ignoti malviventi, dopo avere forzato una finestra sul retro del palazzo ove hanno sede le biblioteche e accademie riunite, gestite da questa Accademia, hanno asportato circa 4000 (quattromila) stampe antiche i cui soggetti…»; l’Unità di giovedì 15 dicembre 1983: «Un anno e mezzo fa uno studioso mise piede in una stanzetta all’ultimo piano dell’Osservatorio di Brera. Abbandonato, in sacchi della spazzatura, c’era un patrimonio inestimabile: mappe astronomiche e lettere di scienziati del ’700…»; «Nel mese di luglio 1983, dall’Archivio della Basilica di S. Pietro Apostolo-Collegiata di Broni (Pavia) sono state sottratte le seguenti opere: Aesopus, Aldobrandinus, Augustinus Ticinensis, Bembo, Bernardino da Feltre, Bernardinus Senensis, Bladus, Blondus, Boetius, Borromeo, Canobio, Caracciolus… Picus Mirandula… Salis s. Trovamala, Zileto… 68 fra incunaboli, cinquecentine e seicentine»; ecc. ecc.
Fatta questa annotazione accorata, su riferimenti rigorosi scelti fra tanti, rientro nel merito delle mie riviste.
4. Riscontriamole, dunque, per un rapido orientamento. Quante sono le riviste di cultura che si stampano oggi in Italia? Una risposta esatta non è possibile; perché, insieme alle riviste importanti o anche solo note, che si trovano almeno nelle grandi librerie e in certe edicole centrali delle grandi città, girano – come pesci fuor d’acqua – tante riviste minori, le cosiddette «rivistine», che arrivano a intermittenza attraverso percorsi particolari, spesse volte diretti.
Per avere almeno una pezza d’appoggio si può prendere come riferimento La rivisteria, catalogo di periodici di cultura italiana, curato da Bea Marin e finito di stampare il 1° giugno 1983 per conto del Centro riviste di Milano. In contemporanea, come controllo e momentanea integrazione, si potrebbe far capo al volume Catalogo dei periodici italiani 1981 a cura di Roberto Maini, pubblicato nel gennaio 1981 dalla Editrice bibliografica di Milano. In questo, nelle prime 176 pagine sono elencate in ordine alfabetico almeno ottomila riviste (non solo di cultura generale, è ovvio), con una media di 46 testate per facciata. La precedente edizione di questo repertorio era stata pubblicata nel 1967. La rivisteria, di 166 pagine, registra 437 testate culturali; e 38 case editrici di almeno due riviste. Gli editori con il maggior numero di testate in catalogo sono 5: Franco Angeli ne ha 30; il Mulino 24; Vita e Pensiero di Milano, Olschki e Licosa di Firenze 13 ognuno (quest’ultima, fra riviste edite in proprio o distribuite). Olschki, in una pubblicità editoriale che invia direttamente, elenca invece 32 riviste.
Per gli argomenti specifici si riscontra che la cultura generale è in testa con un largo margine, interessando 84 testate; segue la politica con 64; la storia con 60; la letteratura con 36; la filosofia con 34; l’arte con 28; l’architettura con 26; la poesia con 23; la critica letteraria con 20; il cinema con 13. Ultima è la semantica con una sola testata.
Riassunto così il quadro, sia pure con approssimazione, possiamo concludere che se le riviste elencate sono 437, almeno altrettante o forse più saranno quelle non catalogate per varie ragioni; dato che il lavoro di raggruppamento dei dati richiede premura e diligenza non solo da chi chiede, ma anche da chi deve o dovrebbe rispondere.
Comunque, se l’ipotesi non è lontana dal vero, si può concludere che circa mille riviste grandi e piccole di cultura (abbastanza ricche o annegate in una splendida ma inquieta miseria) girano per le strade editoriali italiane. Con quale e con quanta utilità? Assolvono tutte a un servizio richiesto? a una necessità? o si attribuiscono meriti non riconosciuti poi dai lettori, i quali le abbandonano subito al loro destino stentato, sotterraneo, sempre alla ricerca di piccole estenuanti rivalse? Per rispondere, almeno nel senso limitato da me voluto, credo sia necessario ricapitolare per uso comune quali sono da noi i canali di distribuzione delle riviste; tenendo presente che edicole e librerie hanno canali diversificati – e che il loro lavoro non è antagonista ma complementare.
Intanto suddividerei le librerie in quattro gruppi: grandi librerie centralizzate nelle metropoli (Milano, Roma, Napoli) o in alcuni centri universitari (Torino, Bologna, Firenze, Genova, Palermo), e direi che non sono più di trenta/trentacinque; medie librerie di varia, di scolastico e di cultura, ben dirette, attente ai dibattiti e ai venti, sparse qua e là, e ne conterei un centinaio; piccole librerie di provincia e piccole librerie ad accentuata specializzazione (una libreria alpina, una libreria naturista, una libreria delle donne, una libreria medica, una giuridica), e saranno fra tutte circa trecento; nel quarto gruppo stanno le cartolibrerie, e sono migliaia.
5. Un primo dato da rilevare è il seguente: là dove c’è molto movimento, nelle librerie cioè a più alta fatturazione complessiva, i fascicoli delle riviste si vendono ancora bene, spesse volte benissimo. Basti rifarsi, per avere il supporto di alcuni dati, alle librerie Feltrinelli, che godono di direzioni molto attive e attente e di una situazione di privilegio sia per l’ubicazione che per la possibilità ampia nei rifornimenti. La percentuale di vendita delle riviste, sulla base dell’intero fatturato mensile, è del 4% a Milano, del 3,60% a Bologna, del 4% a Padova, del 3% a Firenze; e nell’altro punto di vendita a Milano, comprensivo di una edicola, la percentuale sale al 25%. E allora occorre ricordare come sia la ristrettezza o addirittura la mancanza di spazio la prima ragione che avversa oggi la introduzione e la diffusione delle riviste in libreria. Infatti il rapporto spazio/vetrina per l’esterno e il rapporto spazio/bancone per l’interno si è molto ristretto a seguito dell’aumento delle novità annuali, semestrali, trimestrali, mensili; soprattutto per l’aggressività dei grossi editori, i quali si disputano questi spazi quasi fossero lotti di terreno, dietro l’incentivo ossessionante della pubblicità televisiva e giornalistica. E tuttavia, se riescono ad arrivare in libreria, le riviste sono esaminate e anche acquistate; con particolare attenzione ai fascicoli monografici.
Ma sia per la grande libreria che mantiene con la stampa periodica questo rapporto mai interrotto; sia per quelle, fra le medie e piccole librerie, che tengono vivo un interesse molto selettivo; un dato è ancora in discussione: lo sconto. Fino a non molti anni fa, lo sconto riservato al libraio per o dalla stampa periodica era mediamente il 10%. Per ripagare almeno in parte le beghe e il lavoro relativo era perciò indispensabile una vendita minima di venti fascicoli per testata. Oggi gli sconti sono quasi tutti uniformati al 20%; molti, al 25%. Eppure non è ancora uno sconto remunerativo. Sono convinto che occorrerà presto uniformare gli sconti della stampa periodica agli sconti dei libri, cioè sullo standard del 30%; ma ritengo che in seguito, uno sconto competitivo e che solleciti o giustifichi la voglia di fare dovrà salire al 35% – se si considera il lavoro minuto, molto brigoso, che inerisce alle riviste, con l’obbligo inoltre periodico di rimandare le giacenze con le spese di porto a carico del mittente.
Ma per ritornare al primo problema di fondo, mi pare dunque che il problema realistico e urgente, per le riviste, sia quello di riverificare e ricontrollare tutti i buoni centri di vendita ancora in atto (e per fortuna resistono, sparse qua e là, splendide librerie che funzionano); mentre, per coprire i vuoti, bisognerebbe ridisegnare una mappa delle necessità e dei desideri che ancora non c’è – né mi sembra in programma.
Oggi, un fascicolo di poesia, di millecinquecento copie, di centocinquanta/centosessanta pagine, con copertina cartonata e senza eccessive sottigliezze ma in una confezione non sciatta, costa sui due milioni e mezzo-tre milioni. Tre numeri all’anno costano perciò fra i sette milioni e mezzo e i nove milioni. A questi prezzi anche le piccole riviste giovanili, o di gruppi ridotti, autogestite, credo che debbano inevitabilmente fare i conti con una necessità, con la necessità di mercato. Cioè, che bisogna vendere almeno un poco; tanto quanto è possibile; spingendo per rendere le spese generali almeno sopportabili. E per non ridursi al silenzio.
Ma senza una distribuzione che sia aggiornata, o – meglio – nuovamente gestita, questo obiettivo non è perseguibile. Ed è qui il nocciolo della questione. Basti ricordare che un fascicolo di 180 grammi, spedito con tariffa ridotta e per stampa raccomandata, costa di francobollo 700 lire. Più generalmente, perché i problemi non sono mai rigidamente settoriali, sono convinto (con altri) che la difesa del libro dalla crisi di astinenza, e la possibilità di una prossima ripresa, siano soprattutto (o in gran pane) affidate alla nostra capacità culturale di ridefinire il ruolo e la capacità (nonché la volontà) operativa della distribuzione della stampa. Soprattutto dell’editoria minore e delle riviste in specie.
E poi la libreria è vista ancora da varie parti come l’angolo ombroso dei romantici; luogo di quiete insigne; o sogno realizzato delle giovani signore che vorrebbero fare qualcosa di personale, di creativo; o dei giovani dimezzati fra la voglia di fare e quella di sognare. Mentre in realtà, essa è luogo di scontro quotidiano, una piazza d’armi, in cui le idee si scontrano coi numeri, la cultura con l’Iva, Leopardi direttamente con l’equo canone, Peano con la denuncia dei redditi, in un susseguirsi di rapporti stretti, perché tutto va registrato, numerato, trascritto, rapportato, bollato, rubricato. D’altra parte, proprio dagli agglomerati editoriali, enfatici come elefanti pasciuti, la libreria viene considerata – al di fuori delle elegie ciclostilate – come quella parte di mare in cui le petroliere, dopo avere scaricato il greggio, sciacquano e lavano le cisterne.
Per tante ragioni, dunque, alcune rapidamente enunciate, libri e riviste, riviste e libri, da noi, non sono ancora allineati per la sfida con il Duemila. Intendo, come oggetti necessari di cui non si può fare a meno.
Interventi
C’è tanto da imparare, sempre (ma specialmente adesso), che converrebbe starsene zitti a studiare, e a lavorare se riesce. Il sottoscritto è fino in fondo convinto di questo; ma dovendo, per questa occasione particolare, preferisce indicare che i testi qui presentati lo coinvolgono in un ordine di problemi e di ricerca più organico e severo, almeno nel senso culturale, di quello fin qui seguito.
È evidente che c’è stata una frattura, negli anni sessanta, e fatti o problemi o uomini “rappresentativi” che prima incombevano (e, pareva, con una certa dose d’urgenza) adesso sembrano storicizzati o arcaici o terribilmente stanchi; altri decaduti in una loro longeva senescenza. Si veda ad esempio Pavese. Era il marmo del nostro cuore e ci feriva gli occhi; oggi lo amiamo remoto da noi, strappato, e senza più quella tensione tutta “particolare” che lo rendeva sconvolgente – e unico. Non è una ingiustizia. Anche Gramsci, il Gramsci tradizionale, iconografico (che ci bastava), ci sfugge; la sua formidabile retorica, l’ossessione della sua vita costretta e incatenata. Ci sfugge un poco della sua grandezza (il senso, dico, il significato che si fa dramma dentro di noi). Ci occorre un Gramsci autre, che stiamo scoprendo. Il mondo stride, non come l’upupa della leggenda ma come un organismo che si muove, si svolge e rivolge, non dà tregua spietato. Pertanto, e proprio per questo, esige da tutti una tensione nuova, cioè diversa; una diversa prospettiva di programmi e di impegni (e anche di rimembranze); una disposizione culturale che sottenga il proposito, e molta necessità, di liberarsi da ogni scadenza e da ogni precedente accordo. Ci si accorge, mutando le prospettive del mondo e distaccandosi dai tramiti tradizionali o acquisiti che lo pacificavano oscuramente, che anche i nostri strumenti, che addirittura si rifanno a Dante, è nella realtà dell’operare che non servono più, o non servono affatto. Che cosa ci manca? di che cosa abbisognamo? Di tutto, direi; e non è una constatazione di comodo, una constatazione di oggi (per un esempio: ne parliamo fra noi da anni e “Rendiconti” fu avviata per questo). Ad ogni modo; si è in parecchi a cercare, da più parti e con progetti diversi, o alterni – ma con un rigore (che è soprattutto severità verso di sé e cautela e attenzione nell’accepire) e con una tensione dei problemi (che non coinvolge più, affatto, la speranza “metafisica” di risolverli) che danno adito a qualche speranza. Anche se, a ribadire l’incertezza che sopravviene, quando gli strumenti sembrano e sono in realtà ancora deboli e falsificati (falsificanti) di fronte alla violenza della novità, c’è ancora chi oppone, per diverse vie e sotto abiti austeri, il bel giuoco del cuore o l’ossessione degli sgomenti, riproponendo da una parte i pratidiarcadia (l’ideologia del vago e dell’effeminato), dall’altra il misticismo cauto e canuto che demanda alla speranza della sopravvivenza – e al narcisismo del peccato – l’impegno di surrogare la brevità della vita e la difficoltà, che nei nostri anni si è fatta suprema, di dovere imparare in così breve tempo tante pagine diverse, e di farsi ancora maturi con fatica.
È certo che la situazione, e lo svolgersi dei fatti, va “contesa” in questi anni ed è da ritenersi una fortuna delle circostanze di potere operare, ciascuno dal proprio angolo, con questa prospettiva. Ci sono parecchi per fortuna, disseminati nei campi operativi delle scienze nuove o delle nuove ricerche, che hanno il rigore, che hanno subito quel rigore che in parte a noi mancava in passato (sbattuti un po’ dagli avvenimenti e molto dalle delusioni “perpetue” di una educazione che si svolgeva quasi davanti allo specchio), e hanno la giusta temperanza, anche nelle ambizioni; interamente coinvolti nella novità dei tempi, che non consente entusiasmi ma soltanto la difficoltà e l’impegno di capire (che cosa conta più l’esperienza?). Così anche la poesia, lasciate le propaggini di parnaso (magari adattate con un ritocco scenografico) siede a un tavolo e ascolta; impara e scorda di cantare. Si è fatta conoscenza e intelligenza, retorica delle idee, conguaglio dei problemi, scienza del linguaggio. L’estensore di versi otterrà finalmente una qualifica specifica che non lo immiserisca e che, nella sostanza, divergerà da quella tenue odiosa oratoria ontologica e provocatoria tradizionale. Nella disposizione e predisposizione del nuovo, cioè nel suo inserimento qualificato e qualificante nel contesto delle operazioni culturali (non più abbandono disarmante, inutilità nella sostanza e sogni nel cassetto), la poesia si assume l’impegno di partecipare, con gli strumenti linguistici strutturalmente integrati, alle contestazioni continue dell’equivocità delle operazioni di ammorbidimento e cooptazione che i sistemi “ordinati” compiono contro lo svolgersi delle ricerche, la libertà delle strumentalizzazioni e dei specifici interventi. Conoscenza del mondo (possibile) nella sua organicità; contestazione dei sistemi e degli istituti integrativi da qualsiasi parte si svolgano; ribadimento delle responsabilità pubbliche, cioè sociali, che tale strumento di comunicazione comporta – e non secondo il rigore prevalente della “morale” ma con quello, più operativo e più “utile”, della ricognizione strutturale del proprio lavoro. Questa plurivalenza di operazioni, che si risolve in una uniformità tuttavia autonoma e conclusiva, offre margini eccitanti per chi usi o intenda usare questo strumento comunicativo secondo i termini descritti. Senza lasciare margini all’equivoco di situazioni singole o escatologiche. Si carica il lavoro poetico di un impegno formidabile (ma sono formidabili gli impegni che stanno davanti a ciascuno). L’intransigenza deve conseguire ad ogni presa di conoscenza razionale del reale. Noi non crediamo più di dover sopravvivere. Abbiamo (il sottoscritto parla a mezza voce per sé) dormito sui miti – e un po’ involgariti nell’affanno di una resistenza passiva; è giusto pensare, è giusto sperare, senza alcuna euforia (del tutto fuor di luogo e francamente superficiale) che si apra anche per l’operare in poesia, dopo un discreto interregno di sonno smosso da singhiozzi, di remore e di sbalzi da canguro, il tempo di una organicità pragmatica, cioè centrato sui problemi non sulle poetiche. Una poesia semantica contro, o sostitutiva, della poesia sentimentale. Si richiede una tensione faticante, che non è curiosità ma determinazione, per capire il mondo che viene, non il mondo che va – che pare abbandonato per sempre.
Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 182/2, aprile 1965.
Nuvolari
Nuvolari è basso di statura,
Nuvolari è al di sotto del normale
Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa
Nuvolari ha un corpo eccezionale
Nuvolari ha le mani come artigli,
Nuvolari ha un talismano contro i mali
Il suo sguardo è di un falco per i figli,
i suoi muscoli sono muscoli eccezionali!
Gli uccelli nell’aria perdono l’ali
quando passa Nuvolari!
Quando corre Nuvolari
mette paura
perché il motore è feroce
mentre taglia ruggendo la pianura;
Gli alberi della strada
strisciano sulla biada,
sui muri cocci di bottiglia
si sciolgono come poltiglia,
tutta la polvere è spazzata via
Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari,
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati,
quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari,
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore,
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo,
a cavallo nel cielo di aprile
Nuvolari è bruno di colore
Nuvolari ha la maschera tagliente
Nuvolari ha la bocca sempre chiusa,
di morire non gli importa niente
Corre se piove, corre dentro al sole
Tre più tre per lui fa sempre sette
Con l’Alfa rossa fa quello che vuole
dentro al fuoco di cento saette
C’è sempre un numero in più nel destino
quando corre Nuvolari
Quando passa Nuvolari
ognuno sente il suo cuore è vicino
In gara Verona è davanti a Bordino
con un tempo d’inferno,
acqua, grandine e vento
pericolo di uscire di strada,
ad ogni giro un inferno
ma sbanda striscia è schiacciato
lo raccolgono quasi spacciato
Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro
batte Varzi e Campari,
Borzacchini e Fagioli
Brilli-Peri e Ascari
Intervista con l’Avvocato
Buon giorno, grazie avvocato,
sono del Manchester Guardian,
non le farò perdere tempo.
Questa è la prima domanda:
Come concilia il proposito
del taylorismo superato
poi vuotare Mirafiori
e riempire di nuovo
il treno dell’immigrato
(non il treno della Rondine
invece quello del Sole)
e prendere l’occasione
di decentrare la produzione?
(30 secondi di risposta
È l’inizio dell’intervista
Entrambi sono seduti, o si siedono
Molta cortesia e alcuni saluti
Sorrisi da quartieri alti)
Grazie, ho capito avvocato;
lei non mi fa perdere tempo,
è sempre molto educato
Questa è la seconda domanda:
La Fiat nella sola Torino
ha centoventimila operai
e quindicimila le industrie
legate a questo destino
L’area dell’intera città
è tanto densa da fare pietà
E lei adesso sbaracca a Volvèra
la fabbrica per i ricambi
e la fonderia a Crescentino?
(30 secondi di risposta
L’avvocato sorride e risponde preciso
ma comincia, sia pure amabilmente,
ad agitarsi sulla poltrona)
Ancora un momento, avvocato;
l’argomento è complesso
e tocca svariati argomenti
La stringo ancora fra i denti
se non è troppo occupato
Da tutti è ormai confermato
che l’auto è in una crisi profonda,
che l’auto non ha futuro
come uno stecco di legno su un’onda
e che dopo l’assestamento
le auto saranno più rare
e finiranno per scomparire
come lampare sul mare
Lei cosa dice di fare?
(30 secondi di risposta. L’avvocato si
alza in piedi. Intanto arriva un cameriere
con succhi di frutta ghiacciati, cognac,
pompelmo strizzato. L’avvocato risponde
freddo, preciso, razionale. Ogni tanto
si ferma, si avvicina alla finestra
e guarda fuori la sottostante Torino)
Concordo con lei avvocato:
il futuro è uno strazio;
mi sembra poi che l’incertezza
a lei non dia molto spazio
Le faccio la quarta domanda:
Ha scritto un bambino
in una inchiesta recente
«Lager in una scuola italiana»:
«Mio padre è povero e magro,
povero magro e basso»
Ma l’auto non avrebbe un futuro
se potesse portare a spasso
anche quel padre con quel bambino
cavandoli al loro destino?
(30 secondi di risposta
L’avvocato, sempre in piedi, segna
l’orizzonte fuori. Sembra immedesimarsi e
il gesto è ampio e lento)
Eh, lo so bene avvocato
che niente è mai per l’eterno,
che ogni giorno è rovesciato
e che ogni anno finisce in inverno
Dal giacimento di Ekofisk
che butta greggio a mitraglia,
lassù nel mare del Nord,
c’è petrolio per l’Italia
Un’isola lunga un chilometro
con serbatoi di cemento e d’acciaio
Ma il fuoco anche di questo futuro
non brucia soltanto chi è in basso?
(L’intervista è finita. Momento di sospensione e
riflessione per entrambi, quasi un momento di gelo;
poi tutto si scioglie. Sorrisi; conversano ancora in
piedi mentre entrano il segretario dell’avvocato,
teste d’uovo, e il fotografo del giornale scatta e
riscatta fotografie. Insomma il solito rituale)
La canzone di Orlando
Se tutti i monti fossero seminati a grano
se i cavalli in branco ritornassero al piano
volando fra erbe e fiori,
raccontando i miei amori
avrei ancora vent’anni
Anser anser che va
Ma nevica sulla mia mano,
il mio cavallo è ormai lontano,
notte nebbia negli occhi,
il ferro sul mio ginocchio,
l’arco e freccia non scocco
Anser anser che va
Tu, luce che vai alla foce
con una corsa veloce,
bagnami con un riso solo;
se i monti sono foreste
e le strade nelle tempeste
io mi fermo nel volo;
e potrò raccontare
la mia vita passata
e ti saprò aspettare
Anser anser che va
La bambina (L’inverno è neve, l’estate è sole)
Una colomba segnata di sangue
vola dal cuore, cade per terra;
e la ragazza con i capelli
scuote la polvere della pietra
Poi trascinata dalla memoria
corre nei campi di Volterra,
rossi i covoni e bianco il mare
mentre il giorno divampa in fuoco
Cala la sera, guerrieri combattono,
navi ferme fra grida di guerra,
ma la sua gola ride a un gabbiano
steso sull’acqua per riposare
La gente uccisa, città incendiate:
ricordi spenti, dimenticati;
splendono solo i giorni beati
della vita che dura un mattino
L’inverno è neve, l’estate è sole
L’inverno è neve, l’estate è sole
L’inverno è neve, l’estate è sole
L’inverno è neve, l’estate è sole
Grippaggio
Il giorno di domani
sarà tutto per te
Un goccio di caffè
una zaffata di vento
Prima di voltare la testa
conterò fino a cento
Ma oggi, oggi non è un giorno di festa
Domani, domani, domani
Già oggi è domani
Sabbia sole, per te
acqua verde, per me
miele su antichi dolori
Dentro l’abbaiare dei cani
con violenti colori
scoppiano cieli e lampi lontani
Caldo da terra bruciata
La macchina è ingrippata
Io e te camminiamo
tenendoci per mano
a cercare un meccanico
là verso il paese nascosto
da un grande verde di bosco
Sciabola fitta l’aria d’agosto
su questa strada abbandonata
Ma non è abbandonata
Sull’argine in fila
diecimila baracche
e caverne di fuggitivi
Occhi di ragazze e mani
di uomini vivi
escono dalla terra, con crani,
fucili. Una dura giornata
Qua fa notte presto
Giovani orsi annusano
i tubi di petrolio
scuotono un ramo di pesco
secco. Nel cielo buchi neri
riempiti da niente
o dal fuoco di questi pensieri
nell’improvvisa aria di guerra
Il coyote
La gara è fra il coyote e una stella,
a chi sa e vuol raccontare
il gruppo più fantastico di storie
che si possono ricordare
Ma mentre il coyote è un mancatore
di parola e un mentitore
la stella, che è cadente, è la più bella, con la coda
che si muove con splendore
E su una pietra i due stanno nel fuoco della notte
a raccontarsi, a turno, con le voci calde o rotte;
la stella parla adagio e il coyote grida forte,
buttati in questo giuoco per chi perde c’è la morte
Ma col passare del tempo la stella
fa fatica a raccontare
invece le parole del coyote
corrono come acqua di un fiume verde al mare;
e mentre corre il vento in alto o un’aquila si desta
(e carica di voci luci è tutta la foresta
la notte passa e il cielo è verde di mattino)
finisce questa gara incominciata dal destino
La stella allora si dichiara spenta e muore
ed è un pugno di cenere il suo fulgore
Perché vince il coyote il racconto
non lo dice ma lo lascia immaginare:
la vita è fantasia, è coraggio, lotta dura
o la voglia di inventare;
se la stella con la coda storie vere raccontava
la fantasia del coyote col suo fuoco la bruciava
e faceva ascoltare l’erba crescere sulla mano
o il grido della risacca di un prossimo uragano


