Venduta chiavi in mano

Parole se ne sentono tante; girano anche intorno alle parole, tenendosi per mano, che è un bel segno d’amicizia e di sani proponimenti. Ma detto questo, ed eletto un bravo autore di cinema ad esplicitatore delle carenze e delle necessità di questa parte, cerco di vedere le cose in dettaglio, nella pratica; per essere propositivo e fuori da ogni malessere dei sentimenti.

Ci rappresentano un mondo globalizzato, il che vorrebbe dire che dagli iceberg alle sabbie ardenti tutti devono ormai bere la stessa bevanda, sollecitati tutti dagli stessi identici bisogni. Invece no, un miliardo di prepotenti premono per portare al loro servizio come consumatori abituali sei miliardi di dannati della terra. Ora, essere ben mescolati fra costoro e schierati con loro, è il primo impegno di necessità, di rigore e di verità. Possono dunque frastornarci giorno e notte, ma noi siamo già organizzati per non ascoltarli, o almeno per non essere asserviti e costretti a bere per scelta irreparabile l’infernale intruglio. Guardateli infatti costoro, e i politici loro sodali, impegnati esclusivamente in una girandola quotidiana e infernale di viaggi banchetti pranzi convegni conferenze, in un interminabile parlottio senza peso e misura, senza un briciolo di verità e di partecipata passione e attenzione.

In una società che da anni parla di finanza e soltanto di finanza, di tasse e soltanto di tasse, di aggravi fiscali e di sgravi fiscali, in cui si è passati da un partigiano per presidente a un banchiere per presidente; in questa società, da tempo, non si sente proporre una diminuzione nelle spese militari. Tagli alle pensioni, sì; tagli all’assistenza medica, sì; tagli laceranti allo stato sociale, sì; mai all’acquisto di un carro armato, di un solo schioppo, di una pallottola. Ebbene, questo mondo si può concretamente combattere, cominciando a disprezzarlo: indecoroso, offensivo, irrespirabile; poi affermando di volerlo altro, diverso e precisando da che parte volerlo vivere.

Accanirsi contro Berlusconi serve a poco; poiché sappiamo e vediamo che procede come un elefante, trasportando ogni peso e offrendo, di volta in volta, qualche sorpresa. Blair a Roma, ad esempio, che gli stringe forte la mano. Chi l’avrebbe detto? Mentre la sinistra per scuotersi ha bisogno delle urla di Nanni Moretti. E di votare compatta (quasi) per il ritorno del rimasuglio dei Savoia.

La sinistra al potere, in verità, poco aveva fatto, pomiciando con l’avversario, per assestare un colpo definitivo al castello bene armato del potere comunicativo berlusconiano; mentre vilipendeva con micidiale incoscienza (o leggerezza) il proprio di strutture comunicative sui singoli territori.

Perciò batto e ribatto, da anni, su un punto: che Bologna è stata persa (direi regalata) non qua a Bologna ma là a Roma. Dove non hanno più neanche una matita o un giornale o una rivista su cui scrivere anche solo la nota della spesa.

La vicenda di Bologna è ancora fertile di insegnamenti se non stiamo qui a rimpiangere qualcosa, ma a interrogarci su qualcosa, in ogni senso, con una certa urgenza, molte acute perplessità, alcune radicate convinzioni.

Se ripenso a quei giorni del giugno 99, ripenso alle telefonate degli amici lontani che dicevano ho pianto. A che serve sopportare troppo a lungo il sentimento amaro di perdita per qualcosa che era del singolo e di tutti? Di ognuno, secondo la propria storia, la propria avventura, la propria generazione?

Dopo la sconfitta, i responsabili ci hanno detto: dobbiamo tornare a parlare. Ma di cosa? E come ci si può sentire compagni di viaggio di persone che il recente potere ha limato distratto omologato. E che senza linguaggio, hanno affidato ogni comunicazione al comodo rapido e gratificante canale televisivo – che, fra l’altro, neanche gli appartiene. Credo fermamente che per cominciare a scuoterci dalle fondamenta dopo il collasso epocale che ci ha travolti, occorra rifondare per intero il nostro sistema di comunicazione, deflagrato. Ad esempio (e non è una battuta): una colletta nazionale – come un prestito di guerra negli anni 15-18, perché questa è una guerra – per avviare o acquistare una televisione (quante occasioni perdute finora) e poi un nuovo giornale. Sarebbe già un modo pratico concreto per riconoscersi, per contarsi, per essere sul serio partecipi e presenti. Riprendere fra le mani, per pubblica utilità, un capitale di strumenti di comunicazione che un tempo c’erano e che gli eredi sciagurati hanno dilapidato al casinò della storia, precipitandoci in tristi eventi.

D’Alema, sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci, il 5 luglio 1999, affermava categorico: Non abbiamo smarrito le nostre radici. No! Radici e intero tronco sono stati buttati alle ortiche, accatastando sul carro del robivecchi tutto il mobilio dei piani nobili e della cantina. Le elezioni di Bologna si sono trovate nel bel mezzo di quella rottura dei vincoli tradizionali, storici, di riferimento sociale. Tanti si sono sentiti sperduti. E tante domande, sulle tappe che hanno portato a perdere questa città, non hanno mai trovato una risposta chiara: 1) perché l’unico, autorevole candidato a sostituire il sindaco uscente, aprì all’improvviso la porta trasferendosi altrove? Come se il cardinale di Milano, senza preavviso, poco prima di un conclave fosse passato ai Valdesi; 2) perché la successiva caotica ricerca di un candidato ha affastellato nomi sfuggenti, come se la più grande federazione rossa d’Europa stentasse a rintracciare uno straccio di nome presentabile?; 3) perché il sindaco uscente, mentre ancora i numeri saltavano a notte fonda, e noi incollati al televisore, teorizzava con tranquillità l’utile evento dell’alternanza, senza manifestare il minimo tremore? Eppure si stava non solo chiudendo un lungo ciclo, ma trasferendo su piatti d’argento (appena un poco appannati) la città capitale europea della cultura per l’anno Duemila, in attesa di ricevere ospiti, giornalisti, televisioni di mezzo mondo. Era già così profondamente congelata la rassegnazione?

Di domande ce ne sarebbero altre, molte altre, ma una prima verità è che la parte rossa o rosea di Bologna era già rimasta senza bocche e senza mani. Muta e cieca. E che a quell’appuntamento elettorale ci si era presentati disarmati, con un programma in cui brillavano le solite promesse generiche.

Tale marasma frastornante proviene in primissima istanza dalla perdita di un linguaggio che non è più stato restaurato da decenni, e che come una vecchia pergamena raggrinzita si è coperto di polvere. È ridicolo pensare che basti soffiarci sopra. Le parole della nostra parte non sono più pietre, su cui scrivere frammenti di storia che le stagioni non levigano, ma smozzicati frammenti di vetro affumicato; neppure tagliente.

Parleremo ai giovani, ho sentito promettere; parleremo con i giovani. Ma come? Allestendo l’ennesimo concerto rock? Senza veri strumenti di comunicazione allargata e costante, come riuscire a coordinare e ad avvincere la terribile solitudine e la drammatica indifferenza dei giovani?

Se i giovani ci smentiscono, se non sanno le cose, è sempre colpa dei giovani, che sono svogliati cinici ignoranti possibili delinquenti. Così affermano spesso gli anziani, i vecchi, che sono invece ben invogliati, pieni di premure, mariti fedeli, padri esemplari, lettori di giornali e di libri, tutelatori della privata e pubblica morale, cittadini attenti, politici incorruttibili, amministratori che non intascano una lira… Noi vecchi siamo ignobili e disperanti, nella nostra impietosa arroganza; e ogni colpa, anche la più minuta, dovremmo addossarcela sulle spalle. Sarebbe un primo attimo di respiro e di autentica pulizia.

Abbiamo commesso degli errori ma votateci lo stesso. Ecco la proposta boomerang, ai tempi delle elezioni bolognesi. E non sono io a dirlo, ma i torquemada scesi da Roma dopo il voto, a seppellire e sancire il suicidio diessino sotto le Torri. Si sono accomodati a spiegare che era stato un errore aver avuto la puzza sotto il naso, per quello che pensavano gli altri. Ma quali altri, dico io? Vorrebbe dire che si era avuto qualche pensiero proprio, mentre era già tutto un rincorrere, un ricalcare, un proporre, un offrire, un chiedere. Come chi, per non lasciarsi inzuppare fino al collo, ha bisogno di un ombrello altrui, e di buone parole.

Sentendosi le gambe di gesso, qui a Bologna, era tutto un tremolare di pelle aspettandosi il peggio. La debolezza e l’equivoco bolognese sembra a me il calco di una terrificante debolezza generale, non si dimentichi che quella sconfitta è venuta con la sinistra al governo, a Roma. Dove la sconfitta (ripeto) è nata.

A che serve il governo se non si sa indicare una rotta, che mondo voglio avere, in che mondo desidero vivere adesso, quale mondo per i miei figli domani? Il semplice cittadino, dopo avere ascoltato (se l’ha ascoltato) il dalema-pensiero, appoggiato per intero a un ottimismo inconcludente, il semplice cittadino finiva per incontrare una realtà cruda e violenta, il libero mercato forsennato, la foresta sociale libera arena per scontri dopo i quali sopravvivono solo i più forti o i più furbi; una realtà angosciosa, cinica e avara. È a Roma il cuore del problema. Di questo problema. Che, temo, con quegli uomini, irrisolvibile. Non c’è fra questi un Di Vittorio, un personaggio di riferimento immediato, di affidabilità senza ombre

Abbiamo assistito sgomenti a una pratica autodistruttiva esercitata con ossessiva voluttà, molto simile a scene di opere wagneriane: una fame di scancellazione, di annichilimento, di rigetto infuocato di ogni memoria e di ogni correlato legame con il futuro. Il più grande partito della sinistra, dopo la sconfitta di Bologna ha celebrato un congresso vuoto di passato e di futuro, con un gran ciancicare di libertà. A costoro manca il nerbo, la forza morale e intellettuale di un Di Vittorio, la convinzione profonda e drammatica insita nelle idee e nel sangue, che il comunismo è libertà. Che la sola libertà è non in questa decrepita democrazia sopravvissuta per il giuoco della sorte alle sue stesse vergogne, ma nel lavoro politico per liberare il mondo dalle catene della povertà più nera e ridare a ogni individuo la dignità del proprio destino – e questo, questo solo, corrisponde alla vera unica reale libertà. Bene struggente e infinito. Così che agli eredi di quello che era il più grande partito popolare d’Europa, si deve obiettare che il comunismo è vera libertà, se comunismo è inteso, come va inteso, sentimento e opera di vicinanza partecipata con chi ha bisogno, con chi ci chiede aiuto, con chi non vuol restare solo e sperduto, con chi vuole uscire dal fango della miseria.

Il vecchio PCI è scomparso nei gorghi di un ciclone patito con ossessionato timore, con viscerale paura tanto da esserne travolto. Oggi sembra di essere surfisti sciabordanti sulle onde di un oceano infuriato; anche il più abile campione ha bisogno di avere sotto i piedi una tavola che lo possa trascinare adattandosi all’ordine perentorio dei piedi. Ai surfisti della politica italiana mancano appunto le tavole sotto i piedi, così devono cercare di scivolare a pelle viva, affannando prima di essere risucchiati dall’onda. La tavola, in questo caso, dovrebbe essere dentro la testa, a sostenere una visione personale del mondo, una scelta di vita, il modo di poter entrare con convinzione nel prossimo futuro dicendo: le strade sono molteplici e caotiche, io perseguo questa e a questa mi attengo. Con determinazione. Tutto il contrario della smania di adeguamento, dell’impegno inesausto a rincorrere l’avversario.

Io non credo, non lo credo davvero, che altri Paesi siano migliori del nostro; ma hanno maggiore compostezza nel capire l’ordine delle normali magagne, più rispettosa convinzione nelle strutture sociali di base, e una memoria storica non ancora completamente usurata, livellata dallo sfascio dell’indifferenza, della trasandatezza, della strafottente ignoranza generale.

La democrazia è un gran brutto affare e per esercitarla, tutta intera sul campo, essa è costretta a sopportare e costringe noi a sopportare una fatica del diavolo; essa richiede partecipazione e sofferenza; dedizione e convinzione. Quella che vediamo girarci fra le gambe è invece una vecchia cavalla azzoppata, carica di zecche, febbricitante scatarrante e avvilente. Solo i politici senza estro ma dai mille interessi possono sguazzarci dentro, ammonendo profetando inquisendo promettendo, in una sorta di frastornante vaneggiamento. Invero, il sistema oggi in atto è scopiazzatura quasi scolastica (da sbirciatina furtiva oltre la spalla del compagno) del gran rombo americano, in cui c’è dentro tutto e il contrario di tutto. Bologna era una cosa diversa. L’Europa era una cosa diversa. Ma oggi l’Europa segue a ruota ciò che l’America comanda. Come stupirsi che le sinistre, in tutta Europa, perdano colpi, perdano voti?

La sinistra, oggi, è nuda e cruda, non per il rigore di scelte difficili compiute per la giustizia, ma per avere dilapidato tutto un patrimonio radunato sudore con sudore, da generazioni di donne e uomini che credevano di ottenere con la lotta e la partecipazione e il sacrificio una vita di libertà dignitosa. Lottavano per la dignità delle persone. E non per essere intruppate in una società globale che lascia aperto, per la speranza, solo il listino di Borsa proiettato sul video.

Per alcuni decenni, la buona società umana ha agito e sperato di riuscire a ripianare i dislivelli vergognosi fra ricchi e poveri, e a rilasciare il beneficio della dignità e della buona speranza anche ai miliardi di essere umani abbandonati da sempre all’inferno. Ma oggi, ieri, domani, con un fiato luciferino sopra le spalle, abbiamo capito che tutto quel fermento è stata una particolare struggente utopia; e che solo il regno della turpe avidità ha trionfato. Rubano i bambini per venderne gli organi, lucrano migliaia di miliardi con il traffico dei rifiuti, mari e fiumi ridotti a cloache, le città lustrate come meretrici in certe zone affondano nella melma appena svoltato l’angolo. E tutto il mondo è sulla strada di diventare un solo collegato tappeto mobile su cui doversi attestare e correre per tentare di allontanarsi, senza speranza, dalle sconfitte brucianti.

Migliaia di bolognesi, milioni di italiani stentano e non hanno più alcuna copertura politica, perché sono stati dimenticati rifiutati mal sopportati. Nel mare senza scialuppe dell’emarginazione, si affanna una umanità sempre più numerosa che è senza lavoro, senza presente, senza futuro, e addenta il mondo come si addenta un osso.

È proprio tutto nero e perduto? Tutto negativo, da scancellare, con fastidio, nella parte convulsa e iraconda contrapposta (che vorrebbe contrapporsi, mescolandosi e sbriciolandosi) al macigno di destra, che meriterebbe ben più durezza e profondità e novità riflessiva e argomentativa, superando le pagliacciate dei comici dozzinali e dei conduttori tv buoni per tutte le stagioni? Tutto è dunque nero, sporco di acredine e secchezza, rannuvolato e accidioso? E se sì, allora che fare? Dove stare?

Ancora una volta dobbiamo guardare i cassetti completamente vuoti, pensare e decidere che quel che conta, specialmente in questo momento, è il rispetto mantenuto e difeso per noi stessi e per la memoria di quanti (oggi dimenticati o solo rimemorati nella retorica di qualche interessata celebrazione), giovani e anziani, uomini e donne, con uno straordinario atto d’amore consegnarono la propria vita e il proprio sangue al vento della libertà e della vera giustizia e del vero futuro. Continuiamo ad arrovellarci non in semplice attesa, anche se pochi abbandonati e disperati. Disperazione della ragione adirata, si intende. Perché la rabbia della vita e delle idee ancora ci assiste e non la smetteremo fino all’ultimo giorno.

Bologna, oggi, chi è? Dov’è? Nel carnevale solo squallido e neppure irritante da quarta quinta repubblica, annegata in una prosopopea e in uno sfarzo da decadenza bizantina, la insigne città di Bologna è mescolata, con una maschera in viso, a cento altre a lei simili e si è spersa; senza un numero sulla schiena non la sapremmo riconoscere. È questa? È quella? Piroetta o si è assisa?

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Bye Bye Bologna. Cronaca irriguardosa della fine di un simbolo, di Rudi Ghedini
  • Editore: Punto Rosso
  • Anno di pubblicazione: 2002
Letto 2965 volte