I poveri restavano poveri

Secondo me il neorealismo è segnato da questa contraddizione e da questo limite: assunse le masse popolari non come protagoniste di storia o della storia (quella che raccoglieva il carico grande degli anni di guerra e di resistenza) ma come ancora legate, nella realtà dura, alla trafila delle rivendicazioni tradizionali, cioè a una sorta di orgasmo sociale molto caratterizzato ma sempre all’interno delle determinate strutture. In altre parole: il neorealismo vide i poveri come categoria non come classe (o la classe) e intese rappresentare la povertà come istituzione non come cultura – non con la sua forza nuova ma con la sua disperazione vecchia. Da ciò lo sforzo e la fatica (che magari erano di un impegno fervido e sincero, come si diceva) nel ricuperare a questa descrizione ornata la gente minuta e la necessità della fame. E tuttavia il neorealismo, sempre a mio parere, proponeva un discorso non per spiegare i poveri (o la povertà) ai poveri ma per rappresentarla e raccontarla a noi, agli altri, alla borghesia che stava ricomponendo o sciupando le nuove occasioni. Era dunque una ennesima estrapolazione di determinati elementi narrativi da un contesto sociale invece che il tentativo di una partecipazione e di una interpretazione globali con tutti i rischi relativi e le relative conseguenti tensioni. Spiegando i poveri a noi, cioè a questa borghesia, ci si rassegnava a lasciare intanto che i poveri restassero poveri e si conferiva soltanto il discorso illustrativo, o il soccorso, di una parziale e sia pure meditata commiserazione. Esportando questa iconografia dei nostri mali si riuscì a strabiliare il mondo con la novità di un linguaggio, certamente (ed era quel mondo che stava riorganizzando, con cura, nuove e più lucide aggressioni), mentre da noi, ascoltando sia pure in forma concitata questi fiati simili a prolungati sospiri, la classe di potere si avviava con premeditazione e con una solerzia organizzativa (da lasciare di stucco, a distanza di anni, chi ne esamini gli schemi) a eseguire il genocidio della cultura contadina, la soppressione a ferro e fuoco, sì a ferro e fuoco, della sola cultura alternativa realmente in movimento e carica di un potenziale di lotta che si esprimeva ogni giorno in scelte e azioni. Genocidio perpetrato sotto gli occhi di tutti in una indifferenza – tranne pochi casi – pianificata (la chiamerei: gelida e astrale). I massacri dei sindacalisti siciliani a colpi di lupara, i massacri dei braccianti occupatori di terre venivano recepiti come echi sbiaditi, echi di una vicenda marginale; era ancora una volta il nord delle grandi sacche e delle grandi città che privilegiava lo sdegno pubblico. L’equivoco del centro-sinistra è stato la conclusione di tutta l’operazione e di questo lungo periodo; la chiusura di un cardine, mentre ci si preparava a riaprirne un altro, contemporaneamente al momento della seconda ristrutturazione del capitalismo, o del neocapitalismo, in questo dopoguerra. Questo momento coincide col passaggio del testimonio, come in una corsa di velocità, dal neorealismo alla neoavanguardia; mentre nel periodo che è oggetto del discorso la nostra cultura si dedicava a indagare sul proletariato o sottoproletariato urbano, sui circondari ancora abbastanza spogli e magari ancora abbastanza verdi ma in via di consunzione, delle grandi città del nord; ed era sorda, e sorda rimaneva, al galoppo cupo dei bisonti che cominciavano a scatenarsi nelle praterie del sud risalendo il paese. Questo esodo biblico (e centrale nella storia d’Italia) non è stato neppure registrato; è stato (con un’arida parola) disatteso.

Certamente il neorealismo che è nei libri o nelle cineteche è un cesto dorato (e molto onesto) di buonissimi sentimenti, di tenerissime lacrime e di qualche legittima e acuta durezza. Non lo discuto. Eppure a me sembra che l’errore di quegli autori di opere sia stato di non aver mai messo in discussione le strutture e di aver cercato soltanto di scuotere le sovrastrutture così come si scuote un albero. Non un’operazione di scavo profondo, quindi, ma di disturbo, o di sorpresa. Era utile certamente anche questo, e poi in quel modo sorprendente (qualche volta); ma il popolo non era protagonista e autore, era solo il personaggio, era documento, era magari «cuore». Le sue pene erano «quelle» pene, il suo soffrire era quel suo magro soffrire. La società che raccoglieva questi mali esemplari ricominciava a covare la sua nuova e tetra reazione. Io non rivedo volentieri i film di quegli anni e ricordo soltanto, per me, il gran vento gramsciano (autentico, nazional-popolare) di Paisà. Mi pare questo il solo momento in cui il popolo è autore. Tutto il resto è dramma serio, non è tragedia nuova.

 

 

 

Bianco e Nero. Quadrimestrale del Centro Sperimentale di Cinematografia, n. 9-12, sett.-dic. 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Bianco e Nero. Quadrimestrale del Centro Sperimentale di Cinematografia
  • Anno di pubblicazione: n. 9-12, sett.-dic. 1975
Letto 3016 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:11