10 domande su neocapitalismo e letteratura
1. Il rapporto tra certa letteratura moderna (nouveau roman, romanzo surrealista, romanzo magnetofonico “Alla Salinger”) e il neocapitalismo è simile al rapporto tra l’ermetismo e il fascismo? Oppure è diverso?
2. Il neocapitalismo è la riscossa anticomunista del capitalismo sul terreno stesso che il comunismo ha sinora preferito: la rivoluzione industriale. A suo tempo la controriforma non agì diversamente nella sua lotta contro la riforma: dopo un momento di smarrimento e di dubbio, adottò e fece suoi i metodi dei protestanti. Secondo voi ci sono dei punti di rassomiglianza sul piano culturale tra riforma e comunismo da un lato, e neocapitalismo e controriforma dall’altro? E comunque nei modi della lotta? E in che modo ne è stata influenzata la letteratura?
3. Il marxismo è umanistico, il neocapitalismo è produttivistico; cioè per il marxismo il fine dell’uomo è l’uomo, per il neocapitalismo il fine dell’uomo è la produzione (e il consumo). Credete che questa diversità sia all’origine dell’antiumanesimo del nouveau roman e in genere della letteratura moderna?
4. Pensate che a ogni situazione di prosperità e comunque di ideologia della prosperità debba inevitabilmente corrispondere una letteratura formale e conservatrice? Oppure credete che si tratta di semplici coincidenze? In altre parole il nouveau roman si affaccia sulla scena francese insieme con il gollismo come a suo tempo la Ronda coincise con il fascismo? Credete che sia un mero caso oppure che vi sia una relazione?
5. Il nouveau roman ci descrive città senza nome nelle quali persone senza nome si aggirano per strade senza nome facendo cose che non hanno nome in situazioni innominate. Queste città, queste strade, questi personaggi sono molto simili a quelli di Kafka: sola differenza è che Kafka era consapevole della alienazione che era all’origine di una simile astrazione, e Robbe-Grillet no. Credete che il processo di astrazione letteraria di cui il nouveau roman è un esempio risalga a Kafka, o più addietro, addirittura a Dostoevskij? Quand’è insomma che l’uomo ha incominciato a scomparire dal romanzo e in che modo?
6. Pensate che vi sia un rapporto fra il favore di cui godono le ricerche linguistiche dialettali e magnetofoniche (ossia materiche) nel romanzo, e la simpatia che i conservatori hanno sempre dimostrato per qualsiasi problematica che riguardi piuttosto i mezzi che i fini della letteratura? In altri termini non pensate che al neocapitalismo convenga che la letteratura si occupi di se stessa, piuttosto che si occupi del neocapitalismo?
7. Le tecniche del nouveau roman e in genere della letteratura più aggiornata rassomigliano molto alle tecniche della produzione industriale moderna. Nella letteratura moderna l’uomo fa parte di un mondo che egli ignora e che lo ignora, allo stesso modo che l’operaio nella fabbrica moderna ignora la fabbrica e ne è ignorato. L’operaio produce parti di macchine ed è lui stesso una parte di macchina; nella letteratura moderna l’uomo è un oggetto tra i tanti oggetti. L’abolizione della psicologia, del resto, sta a testimoniare che il personaggio della letteratura moderna non soltanto è oggettivamente un oggetto, il che permetterebbe ancora la psicologia, ma anche sa di esserlo, il che uccide ogni psicologia. Ora non è questa anche la condizione dell’operaio dell’industria in serie moderna?
8. Il problema sociale nel neocapitalismo trova la sua soluzione in una espansione dei consumi e dunque della produzione. L’uomo diventa così sempre più un semplice anello di congiunzione tra produzione e consumo; cioè, in sostanza scompare in quanto uomo, e non è più che un passaggio obbligato affinché la merce dopo essere stata prodotta venga consumata. Non vi pare che i personaggi del nouveau roman siano in fondo soprattutto dei consumatori? Così forse si spiegherebbe la loro qualità fantomatica: il consumatore infatti non esiste che nel momento in cui consuma. Il resto del tempo egli è socialmente dunque umanamente inutile e superfluo.
9. Non credete che le discussioni letterarie all’interno della letteratura moderna equivalgano alle discussioni economiche e sociali all’interno del neocapitalismo? Ossia sono possibili soltanto in quanto è soppresso “l’altro”, il contrario. E che in ultima analisi equivalgano alle accademie di un tempo le quali anch’esse si occupavano soltanto di questioni formali, cioè interne? In altre parole non staremo assistendo alla resurrezione di vecchissimi mali sotto nuovi nomi seducenti?
10. Non vi pare che il rapporto tra il neocapitalismo e la letteratura sia in ultima analisi rapporto tra il neocapitalismo e i letterati presi uno per uno nelle loro situazioni personali? In altre parole non credete che il neocapitalismo eserciti un’influenza sulla letteratura non soltanto indirettamente attraverso la modificazione dei rapporti umani ma anche direttamente attraverso stipendi, salari, posti, consulenze, sinecure, e altre simili incombenze?
L’uomo ha cominciato a scomparire dal romanzo quando ha cominciato a scomparire dal mondo. È stato l’avvento della borghesia a neutralizzare la curiosità sociale, a defraudare l’individuo del solo bene tradizionale di cui potesse ancora godere, cioè del tempo; ad assorbirlo e infine a deteriorarlo. Componendolo insieme (vicino) ad altri, la borghesia potente prima ha livellato l’uomo poi l’ha massificato; prima l’ha distorto con la violenza collettiva delle guerre micidiali poi l’ha ricomposto secondo uno schema di preordinata utilizzazione. Oggi è in atto la conclusione di questa estraniazione dell’uomo dalla realtà, e il suo ricupero in un paesaggio alienato, irto di spigolose resistenze, sovrabbondante sì di novità ma paurosamente uniforme. È in atto l’astrazione dell’uomo dalla realtà da quando, con l’ipocrisia degli idola metafisici, è stato costretto o indotto a distruggere se stesso guerreggiando nelle proprie città, dentro alle proprie case, violentandole con una indifferente furia, rivoluzionandole, annichilito in una rassegnazione senza dramma. Ha ricostruito, certo, pietra su pietra (secondo la retorica ufficiale), ma già condizionato sostanzialmente a essere e a esistere; senza memoria storica; secondo una volontà di altri, non più di un padrone ma di un sistema, di cui egli stesso era partecipe e complice, detrattore e in egual misura consapevole. È nella valutazione della capacità (volontà) di distruzione dell’uomo che è identificabile il segno della potenza degli “instituta” che lo implicano: e, insieme, della inesauribile possibilità di durata del sistema entro cui l’uomo si ritrova determinato. Soltanto distruggendo per rifare, con minuta ossessione (non dico per ricreare), il sistema sopravvive e prospera; né può ovviamente stabilizzarsi nella tranquillità sociale (ipotizzata per tattica), cioè nell’ordine, poiché l’assimilazione del fatturato, per quanto frenetica e di continuo sollecitata, non può né potrebbe accadere e risolversi con la necessaria rapidità. (L’accumulo delle scorte ecc.; l’invenduto che si scarica o si distrugge ecc.; o tutto ciò che viene accantonato e utilizzato soltanto per la previdenza di terremoti, epidemie, probabili guerre). Sicché a un certo momento di questa economia deflagrata, conseguente alla periodizzazione delle vacche grasse, non è più il singolo consumatore l’oggetto della ricerca e della ripulsa, dell’invito o dell’invocazione, ma in toto la collettività; non più il singolo nella sua debolezza e fragilità economica, evanescenza sostanziale, effimerità, ma lo Stato, astrazione che si identifica nel bilancio e nella disponibilità finanziaria, nelle sue urgenze e nella sua corruttibilità, nella sua parziale indifferenza e nella sua scarsa “informazione”. A esso si possono e si debbono affidare gli acquisti globali, l’assorbimento una tantum. È evidente che siffatto mercato, in ultima analisi, non può sussistere che nei momenti di esasperazione delle cose e degli affetti; non può che ricomporsi nella morte delle cose. È un processo, e un progresso (nell’ordine delle date) verso la distruzione per “poter rifare”; indecorosa contaminazione di delitti e di dubbi, di scalate all’Olimpo e di mitomanie, di falsificazioni storicistiche e di richiami istituzionali. La produzione infatti, oggi, supera il consumo (è risaputo); il rapporto, drammatico, non è più, secondo la fenomenologia tradizionale, fra capitale e lavoro; ma fra capitale e capitale, fra produttore e consumatore; in conclusione: fra produttore e produttore, in una complementarietà di interessi e di problemi alle volte insormontabile. Al limite del dramma diventa una collusione e una complicità. Sicché pare sempre più evidente, dentro a questo contesto, che il sistema del capitalismo (la sua ideologia, più ordinata agli effetti e più aggiornata di quanto non fosse, e necessariamente apparisse, in passato) ha come fine ultimo l’interruzione dell’ordine ordinato (entro cui l’uomo può ancora esibire e arrischiare qualche scelta economica), il proponimento ciclico di una distruzione delle cose, la distruzione globale della merce per ricomporla; non più un assorbimento graduato ma un annientamento rapido; la dissipazione. E subito, la ricostituzione, la ricomposizione nel (e del) dolore. Non un “fuoco” secondo la casistica mistica così cara e accetta, domenicalmente, alla profumata borghesia italiana; e neppure l’ossessivo medievale liberatore di streghe e di incubi (sia pure); ma un fuoco che brucia (soltanto), pragmaticamente e banalmente inteso come “avventore”, insieme il più discreto e il più rapido fra i possibili acquirenti; certo più insaziato, quindi più accattivante di un gruppo di pellegrini pacificati dall’abitudine del consumo, disincantati dalla routine. Questo è un punto. Il benessere in effetti è soltanto per un momento “storia”; il periodo di adattamento, e di necessario trapasso, che il neocapitalismo concede al consumatore per abituarlo al consumo; un periodo di adattamento al consumo razionalizzato: tenendo conto che il consumatore, o ogni nuovo consumatore, par sempre un individuo liberato da poco dalla urgenza della miseria e della fame, e bisognoso di tutto. Lo svezzamento di costui, nella fattispecie, è per lo più affidato al tramite televisivo, che determina i primi choc; consegue poi l’aggressione programmata secondo i canali abituali: richiamo al nord, sottoimpiego, piccola officina, l’impiego in fabbrica, una qualificazione di mestiere e il via alle spese: frigo, tele, forno, aspirapolvere, motoretta, cinquecento, ecc. La politica delle strade e delle autostrade. Dentro a questo contesto la cultura si esprime in una consapevole acquiescenza. No, neppure è complice; essa stessa è partecipe (una partecipazione agli utili). Il rapporto è diverso da ieri; più preciso e pubblico, semmai con qualche ostentazione di civetteria. Fra capitalismo e nouveau roman non c’è la dinamica dei contrasti (o dei contrari) ma una consapevole integrazione; così come allora, fra fascismo ed ermetismo, sussisteva un’ambiguità calibrata, il languore dell’assenza (e la complicità consisteva proprio in quell’apparente evasione; come il non voler vedere ma già con l’ebbrezza di quel non voler vedere), oppure ci si adattava a una partecipazione sospettosa, un po’ lacrimosa magari, con qualche svenimento (femminile). Esiste oggi una suddivisione di impegni, una razionalizzazione degli incarichi “pubblici”; una partecipazione che in effetti è anche d’affari. Prima semmai era, egualmente colpevole, una sottomissione al braccio secolare, alle volte rallegrata da una tolleranza paternalistica. La nuova situazione in atto ha forse i suoi vantaggi ma comporta delle precise responsabilità pubbliche (non private – o soprattutto pubbliche) alle quali gaiamente tutti si sottraggono o che di proposito eludono. Questo tipo di rapporto, quale si è configurato negli ultimi anni, si può esaminare da due opposte posizioni, diacroniche: utilizzando strumenti marxiani, che sottintendono ab abundantia un dissenso “organico”; oppure esibendosi da una parte che s’invera in atteggiamenti dialettici ambivalenti: da una indifferenza provocante, per finire alla partecipazione o alla accettazione. Non credo, lo ripeto, che si possa concludere qualcosa, nell’ordine dell’opposizione a un siffatto sistema, presumendo di operare dal di dentro (così come non credo a tutte le sofisticate operazioni letterarie di mediazione, meglio dire atteggiamenti, che invece di esprimere idee coprono e sostengono una politichetta personale, sulla soglia della sagrestia). La particolare condizione italiana corrode(rebbe), è troppo noto, qualsiasi forza ideologica che cercasse di incunearsi nel vivo delle giunture, o soltanto di saggiarne le resistenze. La condizione nostrana è tale da potersi diagnosticare in tutta tranquillità come pericolosamente uniforme e caotica, sprofondata (nonostante le apparenze) in una intolleranza ipocondriaca, scettica al modo torbido e vacuo, sornione ma in fondo svirilizzato del sottoproletariato conculcato dagli eventi, che procede nel suo ciclo vitale condizionato soltanto dall’umore;oggetto, in un contesto storico, patetico e tuttavia alla fine commovente (il nostro mammismo) nella sua debolezza cronica e senza avvenire. La classe dirigente, non intercambiabile, è cavillosa, non specializzata; informata ma non profonda nelle sue cognizioni specifiche; è ampollosa, riservata in una cerimoniosità di affetti mistici; generica non programmante; in definitiva è inintelligente e indifferente. Oggi assistiamo all’ulteriore spappolamento del tessuto sociale, non alla costituzione o alla ricostituzione di una novità operativa; all’inalveamento dentro allo sperimentalismo linguistico delle istanze “politiche” di una letteratura che dovrebbe contrarsi altrimenti impegnata; all’assorbimento conclusivo delle residue speranze e delle velleità (non dico neppure dei propositi) anziché all’estrinsecazione non formale di un programma politico, sia pure a lunga scadenza, evidente e circostanziato; all’ossequio delle tradizioni (folkloristiche) e non al progresso verso le “novità” – cioè verso un nuovo modo d’essere, un cambiare totalmente la pelle. Intendo novità sostanziali, mein Gott, non le solite sbrindellate formulette da cronicario politico, da lazzaretto delle circostanze – di cui traboccano gli atti parlamentari dai tempi di Depretis e di Sella. Si vorrebbe insomma vedere incanalato lo stupendo raptus progressivo del tempo nostro – in sé grande – verso opere, e conclusione di opere, di pubblica utilità (e felicità): a) gli ospedali; b) le scuole; c) la riforma fiscale; d) la pianificazione urbanistica. Letteratura (cultura) e politica invece, in una crasi esistenziale, collaborano al ribadimento dell’élite neocapitalista. Da essa hanno ricevuto un compito, nel momento della divisione degli impegni, che si persegue soltanto con una apparente problematicità: il ricupero e la riqualificazione “archivista” di tutte le pratiche ideologiche e di tutte le forze d’urto: indagate, schedate, inanellate secondo un calcolo preciso. La letteratura, depauperandosi di sostanza ideologica, s’arrotola in se stessa per risentirsi “cantare”; una maretta dentro a una conchiglia. Illusa nel contempo, con faccia tosta, di disperdere le tracce della sua torpida ascendenza tradizionale, che si riferiscono al maestro “tardo” di tutti i possibili pateracchi, al gran reprobo, al mistico viaggiante, al signor di Gardone. Come lui, anche questi nipoti sognano i levrieri e si dissipano sugli scogli delle città, sia pure di provincia, per le loro canzoni d’oltremare. Divertono i borghesi (con sberleffi fingendosi delusi e picchiati, dimenticati e boicottati), soddisfano il committente, hanno qualche successo personale e la fotografia sul rotocalco – tutto eguale a sempre, nei progetti, nei propositi, negli equivoci. Perfino nella difesa, al fine, dell’etica tradizionale; nell’immobilismo organico. Nei riferimenti di quella che s’usa chiamare oggi, in modo più corretto secondo la storiografia amica, non già controriforma ma semplicemente riforma cattolica, si può inferire che il neocapitalismo è, in effetti, la riforma capitalista (in opposizione a un primo riformismo economico); cioè è il sistema che eguaglia e congloba, in selezioni dinamiche e in verifiche, tutte le forze, e soprattutto le forze economiche, ma non solo quelle, che difendono comptu sui l’etica tradizionale (non mica per convinzione!). È qui uno dei punti fondamentali a mio parere, e la ragione vera di ogni disputa; altrimenti che importerebbe disquisire sul sesso degli angeli stilistici? È ancora lo scontro di due ideologie globali; la “messa in chiaro fenomenologica” della realtà contro ogni mistificazione irrazionale o contro ogni razionale mistificazione; sì, ancora una scelta che implica, come sempre in verità, il destino dell’uomo. Mescolare le carte della ragione, sostenere la “necessità” o l’utilità della contaminazione (prego, in un paese come il nostro!); divagare per sorprendere o per stancare – utilizzando a questo fine anche alcune stanche ombre; procedere all’avvelenamento dei pozzi, mescolando avanguardia e socialismo in un côté di autentica conservazione; indifferenti alle richieste di fondo, e alle necessità, di una società che non cerca il compianto, o gli isterismi di giovinetti declamanti, ma soluzioni tecniche che risolvano affanni antichi, e appaghino antiche morti. A tutto si oppongono, con la connivenza di alcune operazioni di freno sociale e di invalidamento di ogni attesa. In occidente poco è mutato, nella sostanza, da duecent’anni a oggi, se non nell’elenco allungato delle distruzioni di guerra, degli inganni patiti dalle collettività nazionali dai retori di ogni tipo, e dei cavilli giuridici sul corso dei fiumi. Pretendere che sia possibile “revisionare i motori” nella calma domenicale del sistema neocapitalista è un’illusione che trascina essa sì alla staticità, nel sogno di un moto che non c’è, e dunque a quell’autentico immobilismo mascherato dalle circostanze che è proprio voluto e ipotizzato dagli altri e a cui concludono tutte le cose nostre. In questo giuoco al livello più basso (e tragico), la letteratura – che interpretata gramscianamente doveva assumersi un pubblico impegno di rottura e di frazionamento e smascheramento delle circostanze e delle persone – decisivo, intendo, ai fini di un’operazione globale – ha ceduto e procede cauta e nevrotica, immedesimata nei propri errori, teorizzando di voler rappresentare anziché discutere, di limitarsi all’osservazione critica anziché all’affronto, esibendosi intelligente e mondanuccia all’uso più smaccato di fuorivia. In questo momento neocapitalismo e letteratura nuova, in situazione di piena analogicità direzionale e di asserita comunicabilità economico-politica, sono assestati su posizioni di preminenza specifica e di riconoscibile individuazione; apparentemente, e per il momento, senza “avversari” plausibili. In questa operazione di assunzione culturale del potere, o di assunzione del potere culturale, l’aspetto più irritante, e a un tempo disarmante, è che procacciatori dell’ideologia marxista, delusi dall’immobilità imbarazzante o tattica, si sono prestati a lasciarsi sussumere senza troppa discussione; sicché è in atto un’operazione conclusiva con cui i nuovi rettori e le teste d’uovo si prestano vicendevolmente i programmi e le credenziali ideologico-stilistiche e discutono i termini di una comune operazione verso il potere (o di potere), verificando nel contempo i possibili ricuperi, in una comune utilità, dei trombetta di un tempo. E si intessono i primi legami con i gollisti e i timidi marxisants di Francia e con gli insipidi socialdemocratici d’altre zone e paesi. Stringendosi nelle file, in un momento decisivo dell’operazione, il neocapitalismo occidentale non può trascurare di organizzare il proprio settore culturale adattandolo a queste circostanze, in cui il liberalismo amministrato eccita (e provoca) gli sperimentalismi ontologici. È vero fino in fondo che in tal modo si propone (si è già proposto) e si vuole ottenere (si è già ottenuto) che la letteratura si svii dal pensare alle idee “grosse” e badi a se stessa, illusa di cantare riguardandosi a uno specchio depurato; e goda di questa apparente libertà nel successo. Ma la poesia non ha tempo per la libertà.
Nuovi Argomenti, n. 67-68, marzo-giugno 1964.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Nuovi Argomenti
- Anno di pubblicazione: n. 67-68, marzo-giugno 1964


