Il linguaggio della destra
Voglio notare come il linguaggio della reazione e della convenzione si ripeta, nel tempo, congelato in una fissità monotona e disarmante.
Anche oggi, leggendo i fogli quotidiani ed ebdomadari o le opere di molti autori ottocenteschi, sicuramente cattolici e senz’altro minori, accade di fermarsi su un tipo di fraseggio controriformista (a cui manca, però, quella forza e quella grandezza), dalla virulenza a stento contenuta e perciò ammonitore e irriducibile nello sforzo di paragoni demoniaci (parlando di ballerine: “la deificazione del piede e degli stinchi è ormai divenuta religione più crudele e sanguinosa che i culti più atroci di Saturno, di Moloc, di Siva e di Mitra, che richiedevan vittime umane svenate sopra i nefandi altari”, padre Bresciani); con un’aggettivazione tracotante e morbosa; spreco di maiuscole per misticizzare gli istituti e le persone e accrescerne autorità e prestigio; falsamente umile, spesso reverente ma in effetti spregevole, spregiante; non sostenuto da una trama ideologica sicura, tutto ragnato nel coprire con le sinuosità sintattiche la freddezza del sentimento, il “silenzio interiore” di cui parla Carlo Bo, l’indifferenza mentale; piuttosto rappresentativo che logico. Incapaci di amore, o di un qualunque entusiasmo, senza attiva curiosità benché informati, chiusi in un’aprioristica negazione delle altrui verità o delle obiezioni contrapposte, questi uomini, sotto la specie di un’indifferenza segnata dal sorriso, di una indulgenza conquistata con fatica, nascondevano l’ansia di potenza, di predominio, di privilegi per secoli goduti e delibati e non ancora pericolanti ma già additati, discussi e contestati. Un piccolo florilegio del brescianesimo ottocentesco basterebbe a confermarci.
Abbondavano di iperboli, di metafore “non misurate”, nel tentativo di dare fuoco di convinzione a una lingua mutuata piuttosto dai praticanti del diritto, dai legulei che dalla scienza o dalla politica; quindi cavillosa, accademica, aggrappata agli istituti più reazionari, con richiami aperti, o appena coperti, ma non per questo meno grevi e pressanti, a possibili pene, ad affanni a venire, quando esplicitamente non sollecitavano interventi diretti del braccio temporale: “La politica non deve mai scompagnarsi dalla giustizia e dalla religione” proclamava Monaldo Leopardi. A ribadire ancora una volta, se mai occorresse, che il nostro “sdrucito stivale” ha sempre patito di ordinamenti borbonici, e che le norme del vivere civile, le pene passibili, le condanne eventuali, gli indulti e le scaltre amnistie, sono per consuetudine una concessione della classe dominante, la quale di questo falso diritto fruisce e se ne compiace e quelle amministra e con esse sferza o bonariamente regala secondo un calcolo che ne perpetua lo strapotere economico e la porta a superare, con minimo danno, ogni uragano. Ieri come oggi. “Pare che le Associazioni padronali ci trovino gusto a elargire invece di riconoscere il diritto…” (dalla Lettera ai Vescovi della Val Padana a firma di otto parroci, del 1 marzo 1958).
Qualsiasi occasione era utile per esortare i giudici ad applicare le leggi contro i perturbatori dell’ordine pubblico, fossero essi giacobini, carbonari, massoni, operaisti o socialisti tourt court (il socialismo, questa morte di ogni civile consorzio) – non diciamo più liberali. L’inflessibilità nell’intervento della legge s’accompagna all’ideale della “quiete”; qualsiasi desiderio di novità va contro la natura, porta tormento e incertezza, sconvolge le semplici coscienze; perciò con turgide immagini dei possibili peccati ci si affanna a stroncare nella fantasia degli incauti le probabili illusioni.
Codesto invito all’ordine “naturale” diventa di proposito, maliziosamente, un invito paternalistico all’accettazione dello statu quo,degli ordinamenti prestabiliti dall’alto, dunque a una noia rassegnata e non operosa, a una umiltà bugiarda, all’ipocrisia retribuita.
Non commosso da tentativi di rigenerazione sociale, o dalla ricerca di rinverdire, se non capovolgere, le istituzioni, l’ordine della natura – esemplato arcadicamente – serve da paradigma immutabile e immediato, per specchio e ristoro di ogni turbata coscienza; la rivoluzione è una babilonia che squarcia e travolge.
Questi discorsi si svolgono e si caricano simili a un’invettiva e a una predica. Considerata la Chiesa come corpo di Dio, il Verbo che si è fatto carne e abita fra gli uomini (“Lui è noi e noi siamo Lui”), mai inserita in un tessuto sociale: “forse perché, al momento di affacciarsi alla vita politica, tra anticlericali, massoni, socialisti non vi fu quasi più posto per i cattolici, il fatto si è che essi non si sentirono mai parte viva di tutta la compagine nazionale” (Sergio Nigra, in “Adesso”, 1 marzo 1958), la più gran parte della borghesia cattolica italiana, e i suoi scribi qualificati, mediocremente aggiornata, provincialmente irritata piuttosto che commossa da una consapevole tolleranza, da una pietas autentica, ha sempre considerato “gli altri” come discoli da correggere, traviati da convertire. Messianica e irriducibile, anche se poi, all’atto pratico, tutto il fervore si smorza in un farnetico teatrale.
Nessuna compiacenza e nessun indugio, nessuna opposizione attiva; da ciò, pressoché generalizzato, quel tono perentorio, apodittico, proprio di chi parla dall’alto agli uomini abbandonati quaggiù; non discorso o contrasto, non conversazione o dibattito, ma parole che risuonano nel tempio, di richiamo o di condanna. Non benedicente ma sempre con la croce levata, lo sguardo terribile, è il Ministro di Dio.
Questo integralismo è ancora tipico – senza alcuna particolare diversità di tono – della pubblicistica odierna di parte nera, sia democristiana o più generalmente della destra legittimista (non c’è una differenza sostanziale); con la sola esclusione, è ovvio, di quel gruppo di uomini della sinistra formatisi nella Resistenza e “nella letteratura politica dell’antifascismo e sull’esempio sociale del migliore cattolicesimo francese”, il cui contributo al tentativo di rinnovamento delle strutture della nostra società è incontestabile, anche se la loro influenza politica appare oggi ancora troppo debole e incerta; poiché, secondo l’esatta diagnosi salveminiana, patiscono una soggezione di fondo da cui non riescono a liberarsi: “La sinistra della democrazia cristiana, compare, ricompare… si sgonfia a libito dei superiori, inetta a sfidare una condanna nonché Vaticana, appena vescovile”.
Agli ebdomadari sostituiamo pure i rotocalchi, le effemeridi metropolitane e provinciali, i bollettini parrocchiali, le opere di divulgazione, o più sottilmente, i settimanali di cultura e le rivistine mensili. Altri nomi, altre tristezze. Altri campioni. Ma la società è sempre ipocrita e artificiosa, lustra di inutili orpelli (una grande fiera di esibizionismo e di lucro, e proprio dove dovrebbe essere il decoro e l’incorruttibilità), e il linguaggio è sempre cruschevole: “garruli saggi di canore interminabili voci di protesta” (“Osservatore Romano”, 12 aprile 1959), metaforico, intollerante; ideologicamente sopraffattorio, per pesantezza non per convinzione; ancora riecheggiante quello che fu definito “lo stile dei gesuiti”, caratterizzato dalla sovrabbondanza, dalla ricerca degli effetti e da uno sfarzo generico: “Sostenuti dalla visione cristiana della vita, gli artisti seppero vivificare il marmo, far palpitare le tele, animare le crete, fondere i metalli, armonizzare accenti, suoni e colori per innalzare a gloria di Cristo Gesù poemi di pietre, di marmi, di luci, di suoni” (don Giovanni Rossi, in Estetica e Cristianesimo,Assisi, 1953). E si aggiunge che la consapevolezza di una supremazia mondana, che dura, di una forza politica che l’abuso rende sempre più vasta e capillare, ne ha ora rinvigorito e involgarito l’aggressività: “turpiloquio degno di un ubriaco e vagabondo da strada… capace di deliziare gli stabbi e i porcili settari” (“Osservatore” cit.); “rigurgiti di certo para-comunismo”, “rigurgiti dei monumentini di decenza compresi” (A.G. Solari), fino all’aperta insolenza, fino a sbeffeggiare i fratelli definendoli chierici rossi o, come ha scritto il card. Ottaviani, “comunistelli da sagrestia”. Il sostrato ideologico è rimasto ovviamente ancora al dogma e la terminologia teologica con la sua paratassi disarmante (quasi un procedere a nerbate, sulla carne viva di chi si incontra) ha surrogato in gran parte il linguaggio giuridico, sostituendo, o meglio sovrapponendo all’odore della accademia il cupo respiro del Sant’Uffizio; “Non è dubbio che i cattolici, in quanto membri della Chiesa cattolica, siano in tutto e per tutto soggetti alla sovranità della Chiesa” (padre Lener); “solo se nasce dalla sola Chiesa l’azione del cristiano è aperta a tutta l’umanità; […] solo la stretta fedeltà alla Chiesa consente all’azione umana di essere veramente pacifica e universale” (G. Baget Bozzo).
Con la vittoria politica è ritornato di moda il culto dell’istituzione e, insieme, ha preso voga un tipo di linguaggio che si potrebbe dire nazional-sindacale; un ibrido tecnologico, in cui le contradditorie istanze sindacali si mescolano, si confondono con sollecitazioni nazionaliste (in politica interna ed estera e con consigli di una interessata e sollecita cautela: “evoluzione progressiva e prudente, coraggiosa e consentanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme cristiane di giustizia e di equità” (Pio XII, Allocuzione ai lavoratori italiani);e si depauperano pertanto di ogni carica, perdono vigore e ristagnano. Con ben altra consapevole operosità procedeva il sindacalismo cristiano-sociale, di cui recentemente abbiamo avuto una conferma leggendo lo stupendo carteggio Miglioli-Grieco.
Nell’istituzione vedono il consolidamento del potere costituito e nel linguaggio ancora un mezzo “comodo” e funzionale per toccare prestamente le coscienze: “Nessuna istituzione sociale, dopo la famiglia, si impone così fortemente, così essenzialmente come lo Stato”; e ancora: “Lo Stato deve essere l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo” (Pio XII); ma poi è immediato il proposito di attenuare comunque l’effetto di queste iterate enunciazioni esclusivamente funzionali e di una genericità soltanto melodiosa, con la necessità di collegare l’ordine giuridico all’ordine morale e di ancorare il progresso sociale a questo, “perché se è vero che lo Stato ha la nobile missione di essere il custode del diritto… la complessità, l’estensione e l’intreccio delle condizioni di vita nazionale e internazionale estendono considerevolmente oggi il suo campo di azione. Ragione di più perché lo Stato non abusi dei suoi poteri ecc. ecc.” (E. Guerry).
Come sempre non partecipano di altra ideologia che non sia quella ufficiale, evitano gli scontri dialettici, o li trasformano in tumulti, o in salottiere malizie, coprono la costituzionale grossolanità con invocazioni fideistiche. Ma oggi è più scoperto (perché più beffardo e offensivo) l’ossequio alle gerarchie, l’artificiosa esibizione di religione praticata, di culto in pubblico: “la nostra fede di cattolici apostolici romani” (F. Sarazani); frasi come “scritti indegni, simile infamia, viltà ignobile, ferocemente offesa” e l’orgia retoricodaveroniana delle maiuscole ammonitrici, rivolte agli avversari che scrivono, provengono da individui la cui intemperanza ha un fine non occulto (e di questo neppure si crucciano); confermarsi campioni di una ufficialità operante, ricalcando vecchi moduli aforistici e aprioristici, che il tempo ha, contro ogni onesta previsione, reso di nuovo “disponibili”: “Un Padre che ancor oggi noi piangiamo… un Pastore che tutti, anche i non cattolici, hanno sempre rispettato e venerato; possibile che proprio in Italia debbano accadere di queste cose?” (G.L. Rondi).
Si servono dunque di luoghi comuni (“L’Usbergo di Roma”), di invocazioni “sorde” oppure conclamate; la parola “patria” che sostituisce il ruvido e freddo “paese” del linguaggio degasperiano è stata ripresa, caricata di astuti significati e adoperata con sagacia, mentre più frequenti si levano esortazioni all’unione sacra, agli ideali patriottici, all’unità nazionale – per smagare ogni sia pur cauto tentativo di riformismo; o alla “giustizia” generica: “relazioni più umane, più giuste, più fraterne”; “un ideale di verità, di giustizia, di libertà”, “ricostruzione di un mondo nuovo secondo la giustizia e l’amore”. Ma a queste invocazioni, riprese con monotonia fino a un esasperato parossismo, si contrappone una livida irritazione, non dunque caritatevole, né umana (nonché “giusta”), per ogni contestazione, per il più meschino ostacolo. Allora, non conturbato dagli anni, monolitico e stratificato, riappare sotto i nostri occhi il linguaggio della “Civiltà Cattolica” risorgimentale, perfido e velenoso, rosso acceso sulla punta di penna, un arrancare infuriato. Costoro, convinti, come ieri, che “le leggi del bello sono dagli italiani bevute col latte”, scelgono l’improvvisazione e disdegnano ogni meditato giudizio, con l’estro risolvono i dubbi e ogni controversia, hanno il cielo davanti e il fremito delle bandiere, la gloria di Roma alle spalle. Privi di modestia, di curiosità, di fiducia: non fuori ma contro la storia; non fuori ma contro ogni Stato che non sia il centro di un dispotismo di tipo settecentesco, paternalistico e uniforme, vegetante e cavilloso, a volte subdolamente ricattatorio. Infatti se Monaldo Leopardi scriveva, oltre un secolo fa: “La libertà, la più cara e fedele amica che abbia il demonio”, noi leggiamo spesso sui quotidiani ufficiali un’allusione insofferente e sdegnata “a quella odierna libertà di stampa”, che andrebbe, s’intende, vigilata.
Esemplare, a convalida in limine dell’ipocrisia imperante, è il termine “autonomia fedele” coniato apposta per stabilire il margine circoscritto di libertà, l’area d’azione oltre la quale non è concesso andare ai sindacalisti più attivi e a quei cattolici, quei “cristiani d’anima” che, come scrive Mauriac, “oltre cercare il regno di Dio, cercano anche la sua giustizia, il che è la parte di una società cristiana”.
Autonomia, dunque, fino a che non si turbi quella “mitica quiete” entro la quale vigilano le superiori potenze ispiratrici della condotta politica democristiana; fino a che le gerarchie non si risentano o si sorprendano e siano distratte dal loro particolare; autonomia, ma tale da non svegliare la base dal conformismo: “Sino a pochi anni fa, non v’era pace nei campi, perché il mondo contadino camminava verso la propria redenzione: oggi, non succede niente, perché quel mondo si va spegnendo sotto piccole concessioni, che gli tolgono di guardare avanti” (in “Adesso”, del 15 dicembre 1957).
Sicché gli spiriti più vigili (i pesci che vivono nelle acque profonde, secondo la metafora di Mauriac), i più sinceramente insoddisfatti (“perché se la dittatura è rossa… è sempre da scomunicare, mentre se è nera… può sempre essere esorcizzata?”) folgorati, sgambettati, annichiliti hanno dovuto abbandonare il campo o ridursi in un angolo, dopo una avvilita resistenza. Così come accadeva anche in passato a tutti i “campioni del nuovo” che non si accontentavano di mortificare la speranza nelle funzioni barocche (“la buona agonia” di don Primo Mazzolari), nelle dilazioni di comodo, lasciandosi assorbire dai notabili consorziati, i quali oramai dispongono di un paese disarmato, vinto dalla noia e dalle strazianti delusioni.
Ritornano dunque vere, a conferma di un’antica paura che ha sempre unito la reazione alla sopraffazione, le parole di Tacito, che De Maistre ripeteva con sicura compiacenza: “Quando si trattò di dare agli schiavi un abito particolare, il senato vi si oppose per timore che giungessero a contarsi”. E forse ci si appresta a benedire qualche altro tiranno.
Officina, Nuova serie, n. 2, maggio-giugno 1959.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Officina
- Editore: Bompiani
- Anno di pubblicazione: Nuova serie, n. 2, maggio-giugno 1959


