Intervento su testi di Jahier

C’è una certa “monotonia” in Jahier che è tipica dei moralisti; una monotonia sentimentale affidata a messaggi comunicativi semplificati o comunque “dilatati” nel senso di una accentuazione lirica (mai esaltazione) che si sforza di renderli perspicui il più possibile e fruibili secondo ogni modalità. Povertà e giustizia; ancora: la purezza nel segno della povertà (“ripasso una a una queste virtù che sono dono di povertà”); la purezza del povero, una purezza sociale oltre che privata; nel povero è assenza di esasperazione e una disposizione ad accettare il sacrificio (disposizione che è metodo, non religione), un adattamento “solenne” alla fatica; la purezza come “pulizia” dei sentimenti rodati e semplificati (direi scarnificati) dalla fatica; poi il dolore della vita, che è il trapasso della fatica di ogni giorno, la fatica nella sua continuità, l’esigenza della fatica, la sua necessità (che qui, sì, diventa quasi religiosa, cioè un atto che comporta fede) per sopravvivere (“la fatica d’Adamo degli uomini”); e la disperazione che non è mai una rivolta o una più profonda rassegnazione (tale da lasciare traccia di rancore) ma una accettazione complessiva e momentanea del male possibile (che si aggiunge ad altro male presente e in atto, inevitabile); la disperazione, allora, come un aumento di pena che incrina la calma, cioè (ancora) la pazienza di vivere; la calma che non è rassegnazione dispettosa alle circostanze (a questo grosso peso) ma comprensione delle circostanze, un verificare il presente con la forza (che è l’esperienza) del passato – ed è tuttavia anche “assenza” (indifferenza) di futuro. Certamente il povero si esalta anche in qualche sogno, in qualche progetto proiettato in avanti, ma piuttosto come un prolungamento della fatica presente, o una sua parziale risoluzione, un parziale “riscatto”: la casa (entro cui raccogliere la donna, i figli, la roba), il campo (magari a valle, per non dovere più emigrare) ecc. Questo, estremamente semplificato, è un primo dettaglio della geografia sentimentale di Jahier – che si articola nel rapporto coi “figli”, cioè col popolo, o con quella parte di popolo che l’autore conosce e di cui partecipa (“essere un uomo comune”; “far compagnia a questo popolo digiuno”). La guerra “vera” è, dunque, soltanto una continuazione, e neppure peggiore, della guerra di tutti i giorni (e così è subito smitizzata); nella guerra vera almeno si muore, nella guerra di tutti i giorni “sentite le condizioni: tribolare, emigrare, ammalare, ospedale, camorri, prigioni”. La guerra vera intesa (nell’abitudine e nella solitudine di chi si disperde, emigra) come una possibilità e una necessità di radunata, di ritrovarsi, riconoscersi, non come soggetti ma come gruppo, come coalizione sociale operante (infine, perché non dirlo?, come “nazione”).

Chiuso il quadro, si intende l’abisso di prospettiva che divide questa “posizione” da quella esibita e conosciuta di tanti coetanei (“gli intellettuali che gridavano guerra tra sigarette e stravizi”). Se c’è una esaltazione stilistica che potrebbe preliminarmente creare qualche equivoco, l’epicità di Jahier (cioè quella tensione) a mio parere è sempre “didascalica”, e il lirismo non è una esercitazione dello stile o una eccitazione sentimentale ma una “necessità” per strumentalizzare a fini specifici il sentimento – la sua carica di comprensione, e di persuasione (“fare il bene con disperazione”, “guadagnarsi d’essere il loro capo”); e questa strumentalizzazione si organizza non su un progetto di umanitarismo generico ma, come ho detto, pedagogico (“questa è assistenza d’amore”; “o se potessi portarli alla luce”). Il primo, comunque, presuppone una concezione “aristocratica” della società, interclassista, per cui l’interesse, l’attenzione sono soltanto una “curiosità” (alla fine) e una trasposizione o un trasferimento dall’alto di miasmi paternalistici; questo invece chiede la partecipazione della ragione – oltre a una estrema perspicuità e “deferenza” sentimentale: una “partecipazione” fortemente interessata e caratterizzata. Il lirismo, dunque, è una tensione che si consuma, non una esagitazione ontologica, bellettristica. C’è in Fromm, nel saggio su Freud, una sottile definizione della differenza fra ribelle e rivoluzionario: il primo è colui che si oppone a un ordine costituito, alle istituzioni e agli uomini che le rappresentano (o le amministrano) per rovesciarle e sostituirvisi; in altre parole, per rifarne altre e identiche, sotto diversa specie – col solo trasferimento di potere; il secondo è colui che si oppone col vigore della ragione e dell’azione e con legittima costanza per rovesciarle soltanto, senza alcun progetto “privato”, senza alcuna prospettiva di tornaconto. Nella misura in cui l’autore di cui ci occupiamo (Jahier) si oppone al superomismo ribellistico dei Maigret letterari del nostro primo Novecento, identificandosi con una lucida continuità nell’impegno di un operatore didattico (con la rigidità e la severità che tale progetto comportava) egli fu un rivoluzionario – e un isolato (naturalmente). In altre parole: all’esaltazione abbastanza paranoica dei colleghi (“giovani amici che rodete il freno e vi angustiate di veder passare a portata di mano l’eroismo così raro a una generazione”, Prezzolini; “Amiamo la guerra! La guerra è spaventosa e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”, Papini; o anche, con la più cauta struggente passione di Serra: “Non voglio né vedere né vivere al di là di questa ora di passione”) egli oppose fin dal principio una “concitazione” più diffusa, un fervore che direi da ape operaia, per organizzare piuttosto che guidare, per persuadere ed educare piuttosto che per comandare (“la sventura della guerra mondiale” scriverà su “L’Astico”);dunque, per ripeterci, un fervore pedagogico – che era un fervore della coscienza e una assoluta esigenza, necessità di dedicarsi; un “pathos parenetico” (Walter Jens). In questo senso un “maestro” è rivoluzionario: nella misura in cui opera e si oppone, cioè modifica o si sforza di modificare, entro situazioni di fatto, la condizione degli uomini. Mentre i colleghi si proponevano magari di emergere o comunque si esaltavano disponendosi a utilizzare la guerra come un farmaco privato che appagasse la loro bramosia vitalistica o nazionalista e rimarginasse le loro piaghe private, in Jahier è subito tipico un proposito violento, tenero, misteriosamente ottuso (nell’apparenza di un candore semplice) di regresso, di rientrare nei ranghi, di perdersi nel numero, di imparare dagli altri (e non tanto dalle “cose” terribili), di identificarsi e smarrirsi nella grande massa anonima e veramente gemente (“ritirati fratello-padre, perché è il momento di ritirarsi e di soltanto guardare”). La sua ambizione è orizzontale, prospettica, contro l’egoismo realistico e verticale degli altri; il suo progetto di lavoro è subito metodico, non esaltante e improvvisato ma convinto, demistificato; dunque paziente, oscuro. Cerca i collegamenti, si propone di allargare la serie dei rapporti umani, sente di non poter agire se non conoscendo (“bisogna che sappia di ciascuno come gli è andata fin qui la vita”); provoca un discorso continuo, in cui egli sia piuttosto un uditore o un partecipe che un artefice da applaudire; non chiede consensi ma convinzione; non vuol suscitare ammirazione ma simpatia e, alla fine di tutto, fiducia, cioè amore. È un impegno di vita piuttosto che un progetto letterario (nella guerra); ed è un impegno che soprattutto si esalta e si compie, anche se non si esaurisce, nelle vicende da cui è determinato. Lo stesso Gino Bianchi rappresenta in un certo senso l’introduzione, l’antefatto alla vicenda alpina; è una esegesi preliminare, ironica, infastidita, raccontata con un distacco “acrimonioso”, talvolta perfido nell’ironia leggera, alla catastrofe che seguirà – che è nell’aria. È una ricapitolazione o una descrizione di una società che si è consumata (o lo sta tuttavia). È l’antefatto di tutte le possibili negazioni e involuzioni, con quel tanto di gaddismo che affiora, in una contraddizione abbastanza tipica e legittima con le opere seguenti (e tuttavia legata a esse): l’ironia, come ho detto, e il linguaggio piatto (burocratico), a piccole increspature; trasposto; che ricalca una condizione sentimentale di assoluto distacco, rivagheggiata da un personaggio che non la patisce più, non è più protagonista.

Nel lirismo pedagogico (che rappresenta a mio avviso l’unico esempio di trasposizione letteraria del proficuo sociologismo salveminiano, e di quel tanto di utile investigazione della realtà italiana che ha reso classica almeno una parte del lavoro della prima “Voce”) rientra senz’altro la rude e intransigente componente religiosa di Jahier – che non è quella di Serra, per esempio, tutta sfumata e tragica e che intendo come una “terribile” rassegnazione o come un presagio “augurale” che disancora l’uomo dai propri progetti e lo fa quasi morto innanzi tempo, rendendolo agli altri “pauroso”. In Jahier nonostante qualche ricalco, che era nell’aria (“questa chiarezza di moribondo che la guerra ha donato”), c’è piuttosto un fervore operativo “francescano”, quasi gioioso, affidato alle cose e alle persone (nonostante i dubbi inevitabili, i rammarichi, i segni e i riconoscimenti angosciati di una propria debolezza per la complessità dell’agire); c’è una prospettiva di lavoro lungo, un progetto a cui attende (senza limitazioni) e una speranza per esso; non c’è la presenza “continua” della morte, non quell’angoscia chiusa, selvaggia, manichea. Al contrario: continua a svolgersi la vita (nonostante tutto), che semmai deve migliorare o servire a qualcosa per tutti; che deve procedere acquistando conoscenza di sé, con questa volontà di progredire – e non è intesa come qualcosa che è sul baratro da cui deve arretrare balbettando. Anche questa è una novità che ci colpisce. In un momento di grandeur (irrazionale o interessata), Jahier ha anticipato nelle pagine delle sue opere (che resistono fra le più solide del secolo) la folgorante protesta che sarà poi di Brecht: infelice la terra che ha bisogno di eroi. Infatti non di eroi occorreva il seme ma di cittadini “buoni”, cioè giusti. Egli coglieva il presagio dei tragici impegni che seguiranno, della continuità della lotta (per cui occorreva la chiarezza che produce a ogni costo fermezza); perciò anche in seguito non si è contraddetto, non ha demeritato; pagando con la pelle viva; e con un silenzio che ha tutto il nostro rispetto.

 

 

 

Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 188/8, ottobre 1965.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Paragone – Letteratura
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno di pubblicazione: anno XVI, n. 188/8, ottobre 1965
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