7 domande sulla poesia

1) Si è anche di recente parlato di una “crisi del romanzo”. Si può parlare analogamente di una “crisi della poesia”? Se sì, in quale senso?

 

2) La poesia del dopoguerra è stata caratterizzata, fra l’altro, dalla “reazione” ideologica all’ermetismo: che ne è ora, di tale “reazione all’ermetismo”?E che ne è dell’ermetismo?

 

3) Si sostiene da molte parti che il compito della poesia d’oggi è di sviluppare i nuovi “contenuti” e temi che il nostro tempo propone, il che comporta altresì nuovi problemi di comunicazione. Le si rivolge l’invito a una energica presa di coscienza intellettuale delle direzioni in cui muove la storia, e magari le si assegna un fine pratico di chiarimento e di animazione, com’è avvenuto in altre epoche anche non recenti. Cosa ne pensate?

 

4) Qualunque poesia, o meglio qualunque poetica concreta, postula, esplicitamente e implicitamente, un problema di linguaggio, comportante una esigenza di innovazioni e, insieme, quella di un particolare rapporto con la tradizione, che è l’angolo sotto cui qualunque poeta “innova”. Cosa pensate delle esperienze linguistiche o stilistiche della poesia recente? Cosa pensate del neo-sperimentalismo? Della tendenza di alcune correnti a riassorbire atteggiamenti e forme della cosiddetta avanguardiaeuropea o americana? Cosa pensate del dialetto nella poesia recente?

 

5) È definibile il momento irrazionale della poesia, di qualunque poesia? E se lo è, in che cosa si differenzia l’“irrazionale” di un poeta “impegnato” dall’irrazionale di un poeta puro”? Coincide la nozione di irrazionalismo con la nozione di decadentismo fino a una identificazione totale, oppure c’è un irrazionalismo necessario non decadentistico, cioè non mitizzato come unico modo di conoscenza possibile?

 

6) La poesia appare sempre determinata da un suo particolare necessario contatto con la prosa. Cosa ne pensate dei rapporti dell’attuale poesia con l’attuale prosa, di romanzo o di saggio?

 

7) Anche la poesia costituisce un “valore” sociale, qualunque posto voglia a essa assegnarsi nella gerarchia dei valori del nostro tempo. Come s’inquadra, in particolare, la poesia con le altre espressioni dell’arte d’oggi? Cosa pensate della situazione del poeta nella nostra società?

 

1) Ogni epoca o presume di sé l’eccellenza nell’ordine, o si consuma a cercare in ogni modo, e appare quindi oscura, magra di idee, ottusa, fredda – fintantoché quel suo dolore è inteso e dà frutto.

Dibattiti recenti (alcuni qualificati e sottili) pare abbiano almeno chiarito che la crisi della poesia, come quella del romanzo e della critica (che questo e quella dovrebbe amministrare) sia da identificare non già in una generica degradazione dell’espressione in versi o delle arti in genere (involuzione, ritardo, regresso ecc.), ma nella crisi più ampia, nella ferita grande della società in cui viviamo. Crisi starebbe allora a significare una carenza, un vuoto – qualcosa di più perfido, e di più difficile, che uno sforzo per modificare, per adattare, per contrastare utilmente; qualcosa di più problematico e aperto nel tempo di una stasi non progettata o pianificata, di una costanza interessata a princìpi svuotati del rigore tipico di una reazione che si muova e finga invece di adattarsi; infine qualcosa di più amaro e distorto della volontà di restare e di essere presenti: volontà che potrebbe in certi casi determinare, spesso provocare, i contrasti, le frizioni, quei dibattiti utili finalmente che sono soltanto scontro di idee. Né l’alternativa neo-capitalista proposta in questi anni come copertura alla debolezza ideologica di cui sopra1, ha saputo offrire una rivalsa all’usura delle vecchie idee, alla perdita di presagio e di forza delle verità istituzionali; poiché non vi ha sostituito un sistema alternativo appoggiato su una organizzazione culturale efficiente seppure monolitica e fortemente condizionata, ma si è limitata, con intelligenza dei propri fini, ad assorbire il materiale umano dopo averlo sollevato da uno stato grezzo e disponibile a un livello di specializzazione soddisfacente. Questa operazione, e i primi risultati di essa, servirono molto bene a deformare, capovolgere, e mistificare (non a modificare) la situazione qual era nella realtà: così pigra e triste, in un paese afflitto, nonostante i conclamati allori, o addirittura congestionato, nel campo delle lettere, da una manovalanza non qualificata, da solitari obiettori di coscienza, da iniziati protetti dal fuoco di un qualche dio.

 

2) Subito nel dopoguerra l’ermetismo (che, secondo il teorico ufficiale, anche recentemente, ha rappresentato l’ultima grande stagione letteraria italiana) significò per i giovani un atteggiamento, di fronte agli obblighi della cultura, da respingere, e proprio nell’identificazione della formula tipica “letteratura come vita”; restando chiaro che in quel movimento la fierezza disarmava in un rifiuto del cuore non delle idee e che il riserbo era sperequato e gentile, non fiero e di quello sdegno utile che fa volgere la testa; che si usavano le parole per cifrare una lusingata preghiera d’anima mentre si lasciava senza eco la richiesta, da parte dei più “umili” e dei più giovani, di una verità possibile, di una provocazione generosa e disinteressata. Insomma, l’ermetismo assumeva l’impegno letterario esclusivamente come missione (“quel loro mutuo isolarsi”); esprimeva un atteggiamento mistico, venato di un cattolicesimo d’intonazione controriformista, un po’ perfido e ossessionato, intollerante quanto più pareva patteggiare; con curiosità non provinciali ma localizzate e identificabili, rivolte a testi, autori, e a princìpi che aiutassero a ricevere conferme non a sviluppare analisi, che non contrastassero e implicassero nuovi problemi. L’istituzione dell’équipe ermetica ha segnato il punto estremo non di una involuzione ma di una coagulazione della nostra letteratura, di una rarefazione dell’impegno che non fosse meramente stilistico; assorbendo in sé, in una chiusura meditata, il processo di restaurazione della legalità da belle écriture avviatosi con la trasformazione vociana del ’16 (non solo un passaggio di consegne) e giunta, attraverso “La Ronda” e “Solaria” (ma in questa sede complicata e il discorso allora verrebbe più sottile), fino ai giornali pre-ermetici ed ermetici degli anni ’37-’42.

Nel fervore della pace riacquistata, non riuscendo a trovare altra alternativa alle vecchie proposte ormai consunte2, ci si rivolse a un populismo sinceramente autentico nell’ansia della novità e di ricerca di una verità, ma mal mansionato, superficiale, ritardato da un linguaggio liso dal gran uso della nostra tradizione. Linguaggio ermetico, para-ermetico ecc.

Ma se è impossibile, in questa sede, tracciare sia pure in modo sommario una storia breve della poesia italiana più recente (autori e testi sono sotto gli occhi di tutti), si può accennare che “reazione all’ermetismo” significava, nelle linee generali, reazione a un modo, a una situazione letteraria appena alle spalle, a una “tradizione” falsata; e voleva essere reazione alla società che questa situazione aveva espresso, legittimata; e reazione (anche se contenuta in principio entro motivi polemici, generali e ideologici, solamente entusiasti e un poco incerti) agli uomini che questa situazione avevano rappresentata. Ci troviamo adesso a dovere constatare che in questi ultimi anni, insieme alla reinvenzione di modi (o motivi) culturali che parevano scomparsi o superati; insieme al processo di restaurazione di un borbonismo rammodernato e fatto meno pesante, più eclettico e, nello stesso tempo, più sapiente; insieme al raffiorare di vecchie proposizioni filosofiche, critiche, poetiche sono proprio, e di nuovo, vecchi stilemi ermetici, variamente mimetizzati, a puntualizzare le prove recenti (non solo dei vecchi pateticamente inguaribili, ma soprattutto di giovanotti di poco pelo); e siamo costretti a prendere atto che tanto più si inorgoglisce questo ritorno che affiora dalla critica alle formulette di comodo, quanto più alla sommità dell’escalina,insieme a uomini nuovi che sono subito vecchi e ai soliti uomini che sembrano non finire mai, antiche formule di governo possono consentire una equivoca politica di liberalismo falso, di gaiezza economica stratificata, di insinuante retrograda cattolicità (i veri cristiani, come sappiamo, sono pochi e non hanno il potere).

Perciò la risposta non può essere che questa: l’ermetismo è di nuovo presente, nei suoi arrocchiti stilemi, nelle sue proposizioni d’anime agonizzanti o di kamikaze di una letteratura disimpegnata (nessun ermetico risulta morto in guerra). E non è vero neppure che possa segnare il riproponimento di una tradizione interrotta; la possibilità, pure cauta e un po’ codina, di “continuare” (non dico di un impossibile progresso). L’ermetismo, nelle sue varie implicazioni (c’è adesso, mi pare, riconoscibile, un futurismo ermetico e un ermetismo futuristico – ça va sans dire!) si sforzò di indicare negli anni del suo libertinaggio metafisico l’impotenza della letteratura come azione e il rifiuto di operare, di scegliere un lavoro, per continuare soltanto a credere – seppure non in una provvidenza politicizzata; ma tutti finirono poi su “Primato”. In questo anno 1962 accompagna il momento del consolidamento di tutte le possibili avventure reazionarie.

 

3) Da quanto detto in modo sommario, può apparire la sostanza di questa risposta. Penso che il fine della poesia sia nel rifiuto di produrre una cosa bella per un prodotto “vero”. Che il suo fine consiste nell’essere all’opposizione delle istituzioni codificate e lungimiranti; di essere minoranza; di rivolgersi a minoranze (non di élites ma politiche); di svolgere tutti i possibili motivi di critica alle istituzioni – quali sempre si sono configurate nel loro lassismo e nella loro frigida impenetrabilità. Ne consegue che il discorso della poesia non può essere descritto che come un discorso politico; una ricerca di verità continuata, straziata e contaminata (andare col lebbroso); una polemica per quanto possibile coatta, mai generosa; un atto di coraggio (non dico un atto di fede).

I contenuti della poesia (di oggi?), i suoi argomenti espliciti, le sue istanze dichiarate, aiutino a svolgere un discorso paradigmatico, ironico, tragico, violento, comecchessia, sulla situazione della nostra vita; sulla impenetrabilità delle stratificazioni sociali dominanti; sulla massificazione dei concetti snaturati e delle idee prime; sull’ironia facile, da avanspettacolo, che deteriora tutto perché è senza moralità; sulla condizione alienante in cui opera un artista; sulla facilità che ha l’arte, oggi, nel nostro tempo, di corrompersi e di morire; di essere comperata. Questo è un discorso politico (politico in una accezione totale, da agonizzante, con tutti i peccati sulla mano), non letterario o critico – almeno secondo gli schemi; seppure siano impliciti motivi critici evidenti. Ma la situazione non sospinge che a questa difesa piena di consapevolezza, di nessun furore, decisa, confortata dal bisogno di una moralità bruciante dalla quale non si può prescindere. “L’atto della poesia… è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere” (Pavese).

Inoltre questo discorso, se assunto con qualche dignità, può confermare un’altra cosa: come nel ’56 e negli anni che seguirono (quando tutto era possibile e niente fu fatto, e ci porteremo per la vita, sulla schiena, il peso di quei ferri che non fummo capaci di gettare lontano: “noi habbiamo potuto vincere, et non habbiamo saputo”), chi riesce a condividere una prospettiva quale ho appena delineata è di nuovo alle corde e pare senza speranza; relegato in un angolo, abbandonato all’isolamento, un personaggio che sembra cechoviano. Non è così. Questo clima di miracolo economico all’insegna dei mille frigoriferi, del calo della benzina e delle macchinette di piccola cilindrata; questo boom giuntoci di traverso, come un ciclone, spinto dal Mec, e che ci lascerà sprovveduti poiché nulla di serio intanto si risolve; questa particolare “congiuntura”, dicevo, può coprire con il clamore o con il silenzio, può rifiutare il contraddittorio e la polemica con chi non consente e, attenendosi alla sostanza delle cose, alla realtà dei fatti che non si vedono,giudica e critica. Ma sono i precedenti storici, richiamati da questa domanda, a offrirci, fra l’altro, la conferma che la “compattezza” delle istituzioni che ci consumano e delle forme letterarie che ne accarezzano la protervia, proprio perché affidata a una ideologia di comodo può essere insidiata e contraddetta, è destinata prima o poi o sbriciolarsi.

 

4) La formula fortunata, e tempestiva, di Pasolini, servì allora a qualificare un modulo stilistico in un certo momento della nostra storia letteraria più recente: gli anni ’57-’59; e mi pare che questa formula sia valida se intesa o applicata storicamente; nel caso in questione, pure per un periodo tanto breve e per prove così effimere.

Lo sperimentalismo stilistico, anche se dichiarato in una accezione genericamente critica, rischia di fare coincidere, e di mescolare con l’avanguardia, ogni tipo di prove, anche le meno riferibili a esercitazioni di maniera; oppure rischia di svalutarsi di contenuto critico come “formula” in sé, considerando che ogni opera d’arte proprio nel suo farsi, e nell’essere collegata ad altre operazioni analoghe in momenti consimili, esprime uno sperimentalismo engagé e quindi può tollerare una indicazione critica di tal genere, necessariamente equivoca o generica.

Ogni poesia, proprio perché intesa come ricerca di una verità, di per se stessa è sperimentale, per riuscire poi conchiusa e definita; mentre il termine neo-sperimentalismo presuppone( va) una prospettiva in fieri,qualcosa che si faceva e che si esauriva o riceveva interesse proprio, e soltanto, in quel farsi; tipiche le prove assunte a conforto, fra cui quella di un A. confermatosi poi soltanto un elegante eclettico pasticheur,o di un D. scomparso ecc.

In quanto ad alcune correnti riassorbenti atteggiamenti ecc. mi pare che possiamo riferirci soprattutto ai verseggiatori del “Verri”, ai fortunati sussunti nel limbo dei novissimi. In questo caso, o nel caso di prove analoghe, alcuni lettori o critici sembrano stravolti da un equivoco, confondendo per novità di un certo tono (si dice che sono bravi, sottili) il riproponimento, affaticato da sovrastrutture letterarie caotiche e affrettate, oppure scaltramente mescolate, di stilemi d’ascendenza futurista ed ermetizzante: è il caso tipico di una plurivalenza di contaminazioni della tradizione letteraria più recente; un futurismo non cialtrone e nutrito di qualche lettura, passato attraverso la discrezione ammiccante e sorniona dell’insegnamento ermetico, anche universitario. Non per nulla questi verseggiatori sembrano dei notabili in rodaggio, dei prossimi accademici, dei possibili uomini illustri, con la vena un poco ironica e aggrondata; sembrano divertirsi coi versi.

Lingua dell’uso, lingua colta, dialetto. L’uso dell’uno o dell’altra presuppone il grado di consapevolezza che l’autore ha di farsi intendere e identifica pure il grado, la misura della sua socialità. (Come scrive Anders: “Il nostro compito è di parlare ai Corinzi e di scrivere ai Romani. Farlo in ebraico o in aramaico, non avrebbe senso. Bisogna tener conto di questo fatto”). Tuttavia, in una società avente vari strati di parlanti, cioè classista e sottosviluppata, il dialetto presuppone la soluzione immediata o mediata che sia, comunque sempre contingente, di alcuni problemi di comunicazione o di espressione. Obiettivamente esiste il rischio che il dialetto, anche se usato con il convincimento della sua fruibilità interessata o effimera, limiti la prospettiva critica dell’autore (ancora Anders: “La poesia è oggi un’attività provinciale, e il poeta, almeno in questo momento, è diventato un eroe di villaggio”) e limiti la ricezione del consumatore, e contribuisca in fondo a un’operazione reazionaria: a “ribattere” la situazione provinciale della nostra cultura: elegiaca e non drammatica, ingenua e non sentimentale, casalinga e per nulla avventurosa, scarsamente ideologizzata, amorosa senza contrasti, antropomorfa o metafisica. La poesia in dialetto ha sempre richiesto, per autenticarsi in una realtà non letteraria, un movimento sociale che l’accompagni e la determini, la scelta di nuove soluzioni politiche, il sommovimento di classi, la necessità di raccontare.

Riferendomi al primo comma della domanda, dirò che esso comporta un discorso lungo, difficile; e almeno per me, ancora incerto. Ci si riferisce a un problema per nulla equivoco ma “imponente”; un problema che tutti cerchiamo, secondo le forze e gli interessi, non dico di risolvere ma di affrontare secondo la prospettiva più coerente e meno fallace. Ritengo che non si possa avere un linguaggio nuovo, cioè un linguaggio con maggiori margini di fruibilità e di utilizzazione a più livelli, se non si collabora a progettare, in termini realistici, la società dentro la quale l’artista (l’artista italiano) opera e vive. Finché persisteranno gli istituti attuali, e nonostante le modificazioni che l’uso e la tattica comportano, dovremo usare o la lingua equivoca ed esautorata che ci troviamo disponibile (corrosa, meschina, retriva perché classicheggiante), oppure affidarci alla lingua più rigorosa della scienza, intesa non nel suo momento specifico o tecnico, ma in quello razionale; di associazione di idee e non di verifica, nel momento inventivo e non empirico; affidarci alla sua rigorosità (“la scienza come disciplina culturale”), decifrabilità, alla assenza di significazioni plurivalenti, di metaforicità imprecisa e mistificante. Ciò contraddice l’interpretazione solipsistica di uomo illustre, secondo il quale “per ora non possiamo che salvarci con mezzi di fortuna del tutto individuali”.

In questi giorni è in corso una discussione su un problema generale, di cui il problema del linguaggio è un aspetto fra i più significativi, immediati e importanti. Non vorrei apparire precipitoso o impreciso; ma non essendoci altra alternativa (in attesa che una situazione ideologico-politica più sbloccata consenta al marxismo, sorretto da una dinamica finalmente meno introversa e da peccato originale, meno apocalittica e “tecnicizzata” nel senso del sottile, meno retrospettiva, di apparire come la alternativa dirompente; e a noi di riconoscerci e di operare, in una società che potremo chiamare solum nostra), non altra alternativa, dicevo, per dinamizzare stilemi e logora ideologia, che scontrare le forze, comunque siano, che ci fanno adesso dura opposizione; ebbene il rapporto della letteratura con l’industria, non più intesa come elemento esclusivamente tecnico ed economico, ma come “realtà” operante e incombente (realtà che l’industria stessa neppure ha riconosciuto sino in fondo, nelle implicazioni più sottili, nel momento che proponeva o utilizzava i lemmi neocapitalistici), può suggerire possibili alternative alla poesia e alla letteratura in genere, insieme alla possibilità di un linguaggio innovato almeno per inserzioni.

In effetti il marxismo, in fase revisionista di grande portata ma di lunghe prospettive, non solo non può offrire attualmente alcun pretesto ideologico maturo,ma neppure, come è il caso recente3, indicazioni temporanee, proposte alternative, sia pure al livello della contingenza.

Invece il dibattito al quale ho accennato (se aiutato da una collaborazione critica una volta tanto non affrettata o indifferente) può contribuire a sbloccare, almeno in parte, la situazione di crisi totale che paralizza la cultura italiana; nel suo complesso crociana o liberal-qualunquista ancora, con pochi casi isolati di cui potremmo fare nome e cognome.

 

5) In poesia l’irrazionale è l’alibi che un artista si concede per contrabbandare le proprie “delusioni” (termine generale e improprio; volevo dire: deviazioni ideologiche, concessioni al gusto comune, giustificazione dell’amor sui,consumo di sé nel potere). Il grande decadentismo europeo, alle cime, è stato tragico non irrazionale (semmai a-razionale); ha teorizzato la consapevolezza della morte, ma non mi pare che sia mai stato succube o indifferente; oppresso, non ossessionato, dall’ombra della fine, ha proseguito col lucido ordine di chi verifica la paura perché sa soltanto ciò che lascia; mai cattolico; laico o indifferente, per una generosità della vita che era, si può dire, amore. S’intende che l’armata dei peggiori, o soltanto dei mediocri, ha intorbidato le acque, e anche rovesciato questa prospettiva.

Ma non c’è dubbio che la giustificazione dell’irrazionalità in arte è un’operazione di riformismo culturale se non di autentica convalida della invalicabilità dei poteri temporali. Al contrario la verifica della razionalità dell’arte è il suo linguaggio (“il linguaggio come immagine logica del mondo”), cioè il linguaggio stesso; al modo che la verifica della razionalità della scienza è il suo linguaggio espresso in formule. L’artista, in questo caso l’uomo che scrive, è consapevole di ciò che deve fare sino alla fine; si propone scopi, risultati, verità determinate; ricerca la verità; conosce attraverso il suo fare.

L’artista schiavo di ombre oscure, tormentato dai sogni, propone una immagine dell’arte che ha il suo equivalente nel fascismo in politica e fornisce un alibi a ogni possibile potere. È nella consapevolezza razionale, pianificata,del lavoro che il poeta (che sta nella nostra mente come imago) fa le sue scelte; o si adatta a verificare il proprio lavoro al lume di altre tecniche, delle nuove scoperte; consapevole che le macchine sono oggi il cannocchiale galileiano che l’uomo ha per speculare dentro di sé, e che solo nella ricerca di una sempre meno deficiente totalità di conoscenza, non solo umanistica ma scientifica, si realizza un aumento delle sue capacità di realizzare, di rottura, di confrontarsi e ritrovarsi nel proprio lavoro; quindi di trovare una maggior complessione strutturale e dignità e verità nel linguaggio che si usa, e diventa di volta in volta più nuovo, completo.

 

6) Al di fuori dei problemi più sottilmente tecnici, gli stessi problemi che si impongono alla poesia si trovano di fronte alla prosa; al romanziere o al saggista. A questi ultimi, proprio per la tipicizzazione di taglio narrativo, si potranno aggiungere gli altri pericoli di facilità umorosa, di esibizionismo intellettivo, di sofismi zuccherati, di cattiverie soltanto industrializzate.

 

7) Ho risposto prima a questa domanda. Aggiungerò d’essere convinto che la poesia sia più avanti della pittura e forse della scultura, per esempio, proprio perché progredisce con conturbante lentezza e, pare, con confusione e ritorni. La pittura soprattutto sembra stata soffocata, nel momento di un travolgente vigore espressivo e di ricerca, dalle richieste di mercato, e trasformata in prodotti di consumo. Identico pericolo non è detto che incomba sulle altre arti. Per esempio (ecco una possibile aggiunta al paragrafo 6) il romanzo comincia a subire la stessa esigenza,l’ossessione della richiesta come merce. Da ciò un bene e un male, che si dovrebbero esaminare in altra sede. Accadrà che resisi conto che anche la poesia non è solo un giuoco di perditempo o di timidi folli, ma un mezzo espressivo immediato e potente, i magnati del nostro tempo s’affrettino a strumentalizzarla ai propri fini (di ciò nessuna meraviglia).

Invece l’architettura divide in questo momento molti problemi comuni con la poesia, nonostante un’apparente esorbitante differenza di moduli espressivi e di fini. Non da oggi la soluzione di forti perplessità strutturali e linguistiche è stata confortata dall’esempio dei risultati nel campo dell’architettura. L’elaborazione del poemetto, inteso come struttura a più archi di fondamenta, come una massiccia palizzata di cemento armato, anche nella sua flessibilità organica e “studiata” ma attraentissima, da inserirsi in un contesto sociale articolato (perverso magari negli egoismi, nei rifiuti, nelle intolleranze e nei pregiudizi, nel modo di intendere la pietra soltanto come “peso” economico, ma attraente nei momenti di lucide gioie) viene dall’architettura.

È ovvio che ci sono, poi, anche le costruzioni di comodo, poco edificanti, fatte per l’amore o per la stupida inerzia, case di campagna, ville al mare, i piccoli incantevoli chalet per i week-end. Ma quelle, come sappiamo, sono per i signori.

 

 

Note

1 Mentre l’ideologia marxista operava e incideva piuttosto in una opposizione sindacal-politica che sul piano culturale. Infatti le esibizioni dei suoi leader, su giornali e riviste apparivano inquinate spesso da sottili veleni di vecchio crocianesimo che aiutavano a confermare grossolani equivoci, o almeno ritardavano ogni possibilità di discorso “obiettivo”.

2 Poiché non si potevano ancora reperire criticamente, partendo da Gramsci, le frazioni minoritarie, e in ultima analisi determinanti, del nostro Novecento; le quali, oltre a fornire le sollecitazioni più interessanti rappresentavano, in potenza, quella nuova moralità di cui le generazioni più giovani avevano fame, dopo il lugubre divampare; e potevano, inoltre, offrire una serie di pronte e affascinanti proposte per una rilettura in chiave “diversa” della nostra tradizione.

3 Alludo al dibattito aperto sul “Menabò”, verso il quale la stampa qualificata di sinistra, al livello dei recensori di terza pagina o degli elzeviristi del “Contemporaneo”, anziché intervenire con le idee, opportunamente critiche e modificanti, è apparsa ancora una volta suggestionata da possibili timori conventuali e da una interpretazione del fenomeno ancora relegata a un passato senza prospettive (che si intende proprio seppellire). La sola lettura interessante è, come al solito, apparsa su “Mondo Nuovo”. (Aggiungo, adesso, lo scritto di Gianluigi Bragantin su “Rassegna Sindacale”).

 

 

 

Nuovi Argomenti, n. 55-56, marzo-giugno 1962.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Nuovi Argomenti
  • Anno di pubblicazione: Nuovi Argomenti, n. 55-56, marzo-giugno 1962
Letto 7207 volte Ultima modifica il Lunedì, 25 Febbraio 2013 16:27