Avanguardia e avanguardismo

Come ogni disposizione dell’artista nei confronti della realtà, l’avanguardia rientra in un sistema di rapporti socioculturali che la implicano, la provocano, la determinano, la qualificano. Un’ascendenza di tradizioni e di leggi della memoria a cui si oppone; una realtà effettuale che si deliba o si contrasta, o tuttavia si analizza e si mistifica; una serie di “proposte” per lo più grezze ideologicamente (nel senso di una prevalenza di motivi sentimentali o intuitivi più che razionali); proposte che nell’esuberanza esornativa acquisiscono una forza d’urto che può sembrare determinante – nelle contingenze. L’avanguardia si è sempre espressa (o quasi sempre) nell’ambito di strutture socio-politiche preordinate; nel velleitarismo abbastanza risonante dell’opposizione, la tiepida ideologia dell’avanguardia se ha innegabilmente servito a disincantare una situazione e a esorcizzare una tipologia artistica ormai goffamente tradizionale (governativa), non è mai riuscita, o quasi mai è riuscita, ad aver ragione delle resistenze strutturali che la costringevano; sicché l’opposizione finiva per essere ricuperata e conglobata entro il mondo della mitologia borghese (cioè entro un sistema di preconcetti). Esiste un arco programmatico entro il quale confluivano sempre: dapprima l’icastica rivoluzionarietà dei propositi, poi uno stabilizzamento di questi propositi e delle proposte – come un ripensamento; infine un ritorno nei ranghi con l’assunzione motivata all’ufficialità (magari retribuita). Sappiamo che tranne casi da nominarsi uno per uno, anche gli angeli più ribelli, dopo “il crampo della rivoluzione linguistica”, sono finiti in un seggio a fingere la celebrazione degli immortali. Confermando che i miti reazionari o almeno soltanto conservatori della società sono più resistenti dei propositi disorganizzati o dissociati che si esprimono nel clamore o, sia pure con più motivazione, nell’urto.

Questa è solo una constatazione, da opporsi, con pazienza, a chi vede o vedrebbe, propone o proporrebbe l’avanguardia come esorcismo dai mali o comunque il solo modo “equo” di esercitarsi addottrinandosi e di operare con profitto nella contemporaneità. Ribattiamo che essa rappresenta un momento di “frizione” culturale; espressa da gruppi di individui, e articolatasi in una opposizione al fondo esautorata da specifiche istanze di rinnovamento; e che tale “momento” finisce e si esaurisce – quasi sempre è accaduto – in una nuova proposta di rileggere i classici (e magari sul modo); anziché rappresentare un modo diverso di intendere il mondo (ovviamente: di rappresentarlo, discuterlo, ricomporlo). L’avanguardia novecentesca, nella sua articolazione pragmatica di gruppo, si configura come espressione di un atteggiamento culturale – che coinvolge a un profondo riconoscimento di sé anche un’illimitata illusione (Sedlmayr) – piuttosto che come alternativa di fondo, come una nuova o diversa ideologia dell’arte. Perché – e in ciò consiste la sua contraddizione e la degradazione del suo potenziale di scasso – mentre propugna la verifica razionale della realtà, al fine di decomporre le sovrastrutture e disarticolare i miti societari, per contrapporle una diversa (più acuta o più astuta) verità, essa finisce in una accentuata irrazionalità idealizzando la propria violenza (“chi può comprare il coraggio è coraggioso anche se vile”, Marx); in uno sperimentalismo dissociato; o in una forma di vitalismo linguistico spesso gratuito, superficiale e alle volte decisamente reazionario. Prescindendo dalle opere, che per lo più non conseguono a un discorso critico organizzato, o che addirittura contrastano o contraddicono i propositi, e che di volta in volta (in ogni modo) sottopongono risultati da determinarsi criticamente, magari in una diversa prospettiva, il dibattito culturale inerente all’avanguardia si svolge ideologicamente incongruo, un po’ sciatto sul piano delle idee, spesso inesatto nelle collusioni specifiche; e l’interesse per siffatte operazioni allora finisce per travasarsi, autenticamente, nelle “invenzioni”, in quella sorta di lupercali dell’immaginazione entro cui pare che la fantasia acquisisca una rinverdita sostanza, o un fragoroso ordine nuovo.

A meno che non ci si riferisca, dibattendo sull’avanguardia, ai massimi scrittori del Novecento, da Joyce a Kafka a Musil; a Brecht, che sono oltre il muro del suono di un dibattito aneddotico e soltanto disposti ad accettare un ben diverso cumulo di titoli. Perché l’equivoco par proprio che consista in questo: che si discute sull’avanguardia, in questo momento, da noi, senza aver compiuto prima una propedeutica ricognizione semantica, valida sul piano non solo etimologico ma ideologico, e nell’ordine degli affetti; che chiarisca i concetti e i termini dell’uso; sicché ciascuno ripeta la formula (o il termine) a proprio uso e consumo, alle volte quasi, e soltanto, commosso da un’autentica esagitazione culturale. L’avanguardia indiscutibile, sostanzialmente determinante, al livello della sovranità, è stata nel nostro secolo quella che non tanto s’è data un’estetica quanto un ordine ideologico; quella che s’è distorta dagli abiti grevemente ontologici del misticismo letterario, o della letteratura, per proporsi l’impegno di un’operatività globale, entro cui l’operazione letteraria era sussunta ma non determinante; cioè per dissacrarsi in un’operatività programmatica, in un dissenso “sostanziale” con le strutture. L’esilio era allora l’alternativa alla sconfitta; spesso lo era la morte nel silenzio; cioè la morte del silenzio era la verifica dell’impossibilità di progredire. L’ironia di Joyce (la stupenda struggente “disarmonia” che coinvolgeva il mondo prima che la sua pagina); l’epicità ossessiva di Brecht; il pragmatismo tragico di Majakovski; il simbolismo escatologico e pauroso di Trakl (ecco alcuni referti soltanto); l’avanguardia, la feroce avanguardia che resta e che frantuma la realizzano i colpiti a morte, i ferocemente perseguiti, i fuggiaschi con le cagne dantesche alle calcagna; non i funamboli, leggiadri davvero, pronti all’improvvisazione, che giungono sorridendo, in terza o quarta fila, sul palco dei vincitori.

Invece è altro, a mio parere, l’avanguardismo di questi giorni lucrosi che s’avviano all’estate. Non dunque, sia pure in una generosa accezione, un’avanguardia, qualcosa che produce o programma ecc.; piuttosto, fatto con umore di dati (e qualche riferimento erudito), un esercizio, un’esercitazione soltanto – che dei propositi dell’avanguardia detiene solo il velleitarismo della formula. Ai personaggi manca l’ironia intellettuale e la pronta felicità d’invenzione – allo stadio primario (l’arte, parafrasando Kant, del bel giuoco di sensazioni); perché sono coinvolti, ambigui e incerti, fra il cauto riformismo che nasce da un’operazione compiuta col beneplacito dell’ambiente accademico, e i propositi di un’azione tattica che li autociti; manca la chiarezza dei rapporti contestuali, avendo piuttosto reperito su fonti di ampio consumo le norme abbastanza equivoche ma sufficientemente appariscenti da spendere nei pubblici dibattiti; manca l’autodeterminazione di ricostruire un ordine dei rapporti culturali sul fondo di una rilettura e di una riverifica di posizioni politiche (la presunzione di ideologizzare l’avanguardia è soltanto il ribadimento di uno stato confusionale ed equivoco – e di un’oscura collusione in atto); manca infine il disinteresse (cioè il proporsi un programma piuttosto che tabelle di marcia individuali). Ma è evidente (fin troppo) che ogni opera ha in sé il proprio grado, il quantum di mercificazione, il marchio della propria morte, della propria discontinua irreparabilità, del disinganno e dello sgomento che viene esemplificato; e d’altro canto, dicotomicamente, è altrettanto evidente che ogni opera esprime – se è tale – anche la parte della propria “resistenza” al mercato, cioè un’offerta di propria conduzione, di originalità non compromessa, di autentico distacco dalle circostanze.

La ferma opposizione a questo tipo di operazione congiunturale si impone, a mio parere, a quanti hanno a noia per abito mentale la confusione ribadita nell’eleganza, i verba spesi nell’eccitazione di un’esibizione, e l’esecrabile tatticismo di operazioni culturali derivanti infine da un abito piuttosto provinciale (sì, sommerso dal cumulo dei pregiudizi “nazionali”). I molti che anche in questi giorni si nominano, si direbbe che approfittano delle circostanze e consumano una buona intelligenza sulle formule. Ricordassero la frase di Lenin (ripresa anche da Lukács), che ogni verità si trasforma in errore non appena la si esageri oltre misura. E la verità consiste, certo, nell’urgenza di un rammodernamento “totale” (linguistico-strutturale) della realtà, entro cui invece la cultura italiana sfiorisce, e di una verifica linguistica da compiersi con autentica freddezza e con l’attenzione specifica di chi opera su un corpo piagato; e la contestazione di una tradizione culturale che si può compiere ma non con la sovrapposizione di lemmi esagitati e con le veline degli ordini dall’alto ecc. L’eccesso consiste in una forma di orgoglio della mente, di tipo accademico o liederisticomondano, tipico di chi può permettersi “tutto” (o si illude almeno) e non tollera antagonisti ma solo tesi ammorbidite da un abbraccio universale; e in una proposta linguistica che presume, e nella presunzione ostenta, di operare da zero e che, rovesciandosi sul foglio, propone invece risultati del tutto novecenteschi: in un caso di bamboleggiamento dannunziano, nell’altro di spappolamento nella gnomica – anche se cantano le macchine. Il risultato è che si fraintende poi lo scialbo stupore di alcuni come un po’ di vento per i propri stendardi. (E ancora ovvia la considerazione che ogni epoca culturale, in Italia, ha avuto sempre, ha sempre espresso i propri Papini; e Marinetti, poveromo, aveva in più del toscano soltanto il conto in banca). Ma a distrarre ciascuno, che sia responsabile, dai propositi troppo affrettatamente e superficialmente eversivi e dalle formulazioni lancinanti arbitrarie che patiscono la moda, converrebbe riaprire per un passaggio non soltanto fugace, il Kant del “giudizio”: “la poesia è l’arte di dare a un libero giuoco dell’immaginazione il carattere di un compito dell’intelletto”. Un compito dell’intelletto. Io credo un invito autorevole alla serietà delle operazioni e al lavoro concreto – tralasciando l’alchimia fumosa delle formule e i marxiani “banali luoghi comuni”.

 

 

Quaderni piacentini, anno III, n. 15, marzo-aprile 1964.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Quaderni piacentini
  • Anno di pubblicazione: anno III, n. 15, marzo-aprile 1964
Letto 3800 volte Ultima modifica il Venerdì, 22 Febbraio 2013 13:09