Giuliano Scabia: Roversi cavaliere valente e petroso

Roberto Roversi amava l’opera di Vittorio Sereni. Il bisogno umano ed esistenziale di far vedere e palesare la “sacrosanta rissa”. Al punto che suggeriva a tutti, o quasi, specie ai giovani alle prime armi, di leggerlo con attenzione, interiorizzarlo. In un breve saggio “scorretto e affascinato”, come volle lui stesso definirlo, apparso su «Paragone» in occasione della pubblicazione della raccolta Gli strumenti umani, dichiarò l’incondizionata stima e sua ammirazione per un poeta da lui così diverso nei contenuti e nella forma, ma senz’altro necessario ed esemplare: “come lucido ricettacolo di memorie e prezioso vaso di unguenti da conservare”. Altrettanta devozione e amore sono affiorati nella voce ferma e commossa e negli occhi di Giuliano Scabia, a Urbania, mentre rendeva omaggio a sua volta a Roversi, leggendo alcuni brani straordinari tratti da L’Italia sepolta sotto la neve.

 

 

Intervista a Giuliano Scabia

 

Quando è nato e come si è trasformato nel tempo il vostro rapporto umano e letterario?

 

Roversi. Un poeta da visitare. Uno che aveva (ha) una sua forza, che stava lì. Che ascoltava. Sentivo che potevo visitarlo, e imparare. Così ho suonato il campanello della libreria. Andavo per fare il punto. O per acquistare qualche libro (un giorno mi propose il Rasi, ma io ero a corto di soldi: che peccato!). Cercavamo di capire come andavano le cose. Con Roversi c’era sempre la storia. Era lettore di storici (Amari), e la sua poesia si ancorava continuamente agli eventi. C’è sempre stato in lui verso di me un affetto (ricambiato), e da parte mia una stima crescente, per la sua resistenza, lucidità, forza.

 

Quali sono le qualità principali della poesia di Roversi da proporre come modello per un giovane poeta di oggi?

 

Lo sguardo sul mondo. Il guardare da punti di vista obliqui, illuminanti. Di lato, da sotto, da oltre. Il suo lavorare con una materia dura, legno, pietra. Scavare i versi con caparbietà. Fino a trovare la scioltezza e l’ironia dell’ultimo libro, quello dei tarli.

 

Quali erano i suoi rapporti con l’università e con Bologna? In che cosa somigliava alla sua città o se ne discostava maggiormente?

 

L’università ascoltava Roversi – ma Roversi (credo) non fu mai all’università (solo con Enzo re avvenne uno scambio quando Arnaldo Picchi mise in scena il testo). Roversi però sapeva tutto – era come se vedesse ciò che avveniva all’università. Ascoltava gli studenti, e i tanti che dall’università lo andavano a trovare. La sua cattedra era la libreria, esemplare e umile.

 

Nella poesia che lei gli ha dedicato, dal titolo I bassi monti, ci sono due versi stupendi e tenerissimi. Che lo descrivono come “cavaliere valente e petroso / che sorridendo conforta il pensiero”. Che cosa ha ispirato quei suoi due versi memorabili?

 

Non so: è nata così, in tempi diversi: cavaliere mi è sembrato, e della tavola rotonda: e petroso, perché era forte come la pietra, e perché a volte la sua è una poesia petrosa. Magma di strati petrosi, come la terra.

 

Oltre che poeta, saggista militante e narratore, Roberto Roversi era anche autore di teatro, da Unterdenlinden a La macchia d’inchiostro. Che ne pensa della sua scrittura drammatica e idea di teatro?

 

Il teatro di Roversi è politico e civile. I testi sono rigorosi, belli. Se avesse lavorato con gli attori forse sarebbero stati più mossi, più corporei. Gli è un po’ mancato quel rapporto corporeo che ha avuto con la voce/intelligenza di Dalla.

 

Nel breve saggio Un circo e quattro gladiatori, apparso sulla rivista «Rendiconti» n. 26/27, gennaio 1974, dedicata al teatro come comunicazione, Roversi parla con toni duri di un vero e proprio “genocidio culturale, compiuto dentro di noi e fra di noi”. Poi parlando della neo-avanguardia, allora trionfante, prosegue: “L’avanguardia è oggi in mano ad abili acuti speculatori – si dice senza offesa; costoro dal di fuori l’amministrano, la suddividono, la impacchettano, la spediscono, la vendono, la rigenerano, l’autore è uno spiritoso e intelligente produttore d’oggetti d’uso”. Lei era d’accordo con questa analisi e affermazioni polemiche di merito?

 

Non abbiamo mai parlato dell’avanguardia (in fondo io ero stato per un po’ nel “Gruppo ’63” e avevo debuttato come “avanguardista”). La polemica era stata dura ai tempi di «Officina»/«Il Verri». Aveva le sue ragioni Roversi, ma non credo che tutta l’avanguardia fosse così. Noi del nuovo teatro eravamo ognuno con un suo cammino, irto di difficoltà. Non abbiamo avuto la vita facile. Roversi sapeva distinguere fra le persone, le diversità. Aveva scelto contro il mercato culturale, con l’esempio. Non ha mai detto a nessuno fate come me. E in ciò è la sua forza, anche adesso.

 

 

 

Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Teatri delle diversità
  • Anno di pubblicazione: anno 18, n. 62, marzo 2013
Letto 2868 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:34