Prospetto delle riviste: digressione per “I gettoni”
I GETTONI. Collezione di letteratura diretta da Elio Vittorini.
Torino, Giulio Einaudi editore. 1951 (N.° 1: Franco Lucentini, I compagni sconosciuti) – 1955 (N.° 43: Jorge L. Borges, La biblioteca di Babele): fin qui, e sono usciti tre o due la volta, senza periodicità regolare. In -16° (mm. 192x122); copertine di colore intero variabile, per gli autori stranieri altra copertina caratteristica; in ciascun volume «risvolto» critico del direttore la collezione, e in fine al testo indice aggiornato di essa.
Collana, filo che unisce perle, e suddivisione di lavoro editoriale e tipo librario, questo è, per figura e utilità, una collezione (letteraria). Anche quando è seriamente condotta – senza ambire le grandi avventure pubblicitarie, né vuol nobilitare la «casa» investita in imprese altrimenti fruttuose – non ha la forza di una continua ragione.
Quella intitolata “I gettoni” appare dissimile, né già nelle sue opere rispettabili, dunque, ma per qualità, qualcosa d’intrinseco. Arriviamo a definirla una rivista; il che è discutibile, ma apre a un’intelligenza dei motivi e dei caratteri di tale raccolta o ricerca.
Sta il fatto che “I gettoni” non sono un accidente editoriale, per quanto notevole o fortunato, o magari legato a un editore che s’impone o propone come un centro di attività, intellettuale; ma rappresentano nel dopoguerra una direzione, una esperienza indicativa, e di rilievo culturale, si potrebbe dire, non letterario (se fosse giusto, non solo necessario ora, così distinguere). E chi si mette dinanzi a “I gettoni” con la salda e buona idea che una collezione è comodo editoriale stabilirla, per la vendita (il lettore si orienta), ma importano a noi i libri egregi, trova qualche mistero qui, in questa: ed è portato a situarlo magari in un influsso del direttore, in un suo lavoro, fatto o perpetrato in qualche modo, di riflesso (e così svaniscono proprio le sue ottime e discrete intenzioni).
Il vero è che ora la critica contemporanea esercitandosi per lo più nei giornali di grande tiratura – con alcuni casi altamente singolari, dove il pubblico sprovveduto intende solo il gusto di un lettore sensibile (ma di serriana virtù, se mai) ed invece opera naturalmente tutto quanto si può immaginare di solido, sperimentato e sottile – di conseguenza, stando al giuoco, in tale sede non si affronta o quasi mai un tema che non sia riferibile a un libro. Ma andiamo certi che sia stato già intuito, anzi inteso, ciò che noi ci curiamo di svolgere qui.
Si deve anzitutto prendere in attenta considerazione l’attività di Vittorini. È egli forse il consulente editoriale, e, dichiarandosi, un avallo, malleveria, controfirma? È colui che si può vantare, parafrasando se è lecito scherzosamente una frase di De Robertis (che acutamente, e più di tutti, forse, ha tenuto l’occhio ai “Gettoni”), agli editori commerciali dicendo vedano questi signori quanto l’intervento della intelligenza sia pure commercialmente apprezzabile? O è un mago e régisseur, oppure un capomastro? Indubbiamente non ha solo portato una attività continua, direttoriale ed alacre, ma l’idea fondamentale dei gettoni: di qui la sua importanza non ordinaria. In quanto la collezione – che avrà pur anche una vicenda esterna, editoriale, che naturalmente ignoriamo, per quanto le occasioni pratiche siano spesso eccitanti e utili – è bene situata storicamente nella evoluzione di Vittorini, nella sua vita pubblica di uomo e scrittore.
Al Vittorini di «tessuto musicale», che «volendo investire una nozione di carattere generale» stima «più utile servirsi di personaggi fatti della materia stessa della poesia», postulato ancora nel ’53 da Bo [al Congresso siciliano]; o – sempre sciogliendo il nodo insito in formule come quella di «narratore lirico» – al Vittorini scrittore di crisi, narratore dell’ermetismo, con il suo «Beato chi ha da ritrovare», e che tenta «nella realtà un di più (ricordo, futuro, eternità)», tutto allusivo e di immediata, fulminea liricità, di tenerezza e di strazi e di patetico furore, come lo descrisse Pampaloni nel ’50, fermandolo così; se ne è forse sovrapposto un altro, pare a noi, nella libertà della nostra interpretazione; che si avvale di vari e piccoli segni, magari l’edizione illustrata della Conversazione, e specie i “Gettoni”, e quel ripercorrere le sue fasi con le ristampe delle opere giovanili, o le cure goldoniane; e, proprio, la forte incertezza degli ultimi libri editi, ove erano anche coraggiosi sbagli, con un sostanziale e alto rifiuto dei risultati acquisiti: e riuscivano essi stranamente estrovertiti, vi era latente una dilatazione enorme di un problema di fondo.
Poi nelle sue prove date recentemente, come stadi di officina o laboratorio per un romanzo in preparazione, e ci riferiamo al racconto-dialogo Lemeretrici, ci appare egli venuto a una saggezza architettonica di quasi classico segno; che nell’ampiezza e sviluppo del discorrere finisce proprio per opporsi al tono, a suo tempo affascinante, ma più sconcertante ora a chi rilegga, delle antiche conversazioni, che riproducendo l’animo dell’«uomo solo» ricadevano a ogni frase, con la coscienza di un rapporto difficile, nei silenzi.
Punto cruciale dell’evoluzione fu “Il Politecnico”, o, per dir più ampiamente, la politica: e dunque l’antifascismo, la Resistenza. Intendiamo, con l’indicazione “Politecnico” (fuori dei miti creati sul recente e già leggendario e già lontano periodico): qualcosa di più, nella coscienza, di un fervore morale; molto di più, come qualità, di una divulgazione quale s’intende in comune, essendo, per contrario, un investire pubblicamente il processo della cultura.
Un grande sforzo, ci sembra, che ebbe la molla in una nuova intuizione fondamentale del Vittorini: la rinuncia alle belle o pure lettere, e al loro «narcisismo» spirituale (rinuncia implicita, ma come sommersa, nel Vittorini precedente) per l’irruzione drammatica della storia, e dell’attualità, non più quella di «avanguardia» attenta ai motivi sottili del gusto, ma concreta e reale, nel complesso ambito interiore. Quindi un’obbligata posizione bifronte, un’atroce o ardua ambivalenza – quale fermentava, irrisoluta e presente, come dicemmo, i suoi libri di dopoguerra. – Da un lato la profondità interiore con l’amari aliquid che vi è (giunta alla disperazione, o alla fede) e dall’altro il mondo aperto; e pieno, nell’urgenza della pratica, pieno di diseredati e di schiavi, e ricco o gonfio di ogni possibilità.
Il «momento» che abbiamo visto in Vittorini nella nostra esposizione, preme in tutti – però egli ne è esempio: e con l’azione compiuta (“Il Politecnico”: “I gettoni”) se ne è mostrato, di coloro che si collegano alla letteratura dell’anteguerra, il più cosciente o preoccupato, o il primo avvertitore, o il più risoluto. – Ne deriveremo osservazioni minori: che dipende da ciò se si è più presto svolta con forza la «narrativa» (la quale era irrigidita, se si concede, da canoni propri o più propri della poesia, con debite e grandi eccezioni): occorrendo una «ripresa» della realtà. E addirittura: quando sarà la Resistenza l’argomento, sic et simpliciter, del nuovo racconto, la Resistenza con la sua enormità – rispetto all’artista o all’intellettuale italiano, divenuto antifascista, ma ermetico o con simile psiche – proprio allora il rapporto è smisurato. (Inutile notare di tali punti che, così abbozzati, vogliono essere quasi in «malacopia»). E di qui, nelle lettere nostre, il modo in cui potremmo forse precisare il neorealismo: movimento che significa l’immediato e semplice reagire, o risposta o adeguamento, della coscienza a simile situazione – che non vogliamo già concepire dipendente, né anche provocata, dai «fatti», ma insieme spirituale e storica. –
E ecco, dunque, accade che “I gettoni” si potrebbero collocare su un piano di conversione: di scrittori, letterati, alla politica (in particolare il ripensamento dell’esperienza antifascista), e di uomini di cultura non letteraria, o non di letteratura creativa, alla letteratura, col capitale o il bagaglio di un’altra preparazione. Si apre una zona ricca (non vivamente allarmante come sarebbe stata con una dichiarazione di principi, e tuttavia più cautamente, e dunque utilmente, operante) dove a base dell’opera letteraria, giuoca una conquista culturale e umana, o una visione reale e diretta. Conversione: mutamento di rotta, può essere semplicemente, e c’è chi lo segue, anzi fiuta il vento mutato; e può essere; scelta d’un altro iddio. In un caso e nell’altro, però, qualcosa di grave e senza ritorno, ma più fatale, se si vuole, od intuitivo che giudizioso, più elettivo (in principio) che pesato.
Certo si è che intanto fioriscono i gettoni insieme intelligenti e fallaci. L’esperienza culturale che comporta, e porta, un libro letterario da aggiungere ai volumi di studi; o, del direttore, le compiacenze o esasperazioni dimostrative (necessarie). Tutto ciò che nel magazzino dei gettoni sta cumulato come nelle imprese umane non semplici né definitive, ma complesse: in particolare un ricalco della singolare operazione di Vittorini, la nostra provincia in passato bozzettistica trasportata ad universale (ciò che perfettamente in modi diversi han fatto i grandi, e da noi Verga) con un «influsso americano» che ha lo stesso valore, puramente indicativo, di una «fonte» (ritmica, qui, e non di soggetto). Quasi si possa o convenga ripetere ciò che, in un modo, vale una sola volta.
Corre poi sugli autori dei “Gettoni” una generica – e pertanto ingiusta – od inespressa accusa di improvvisazione e di sommario lavoro. (Forse suggerita anche dal titolo, un po’ venturoso, estroso: i titoli, così dei libri come delle riviste, sono importantissimi e, bene o male, non sono mai sbagliati, avendo una loro fatalità; questo può suggerire un certo qual atto di irresponsabilità; ma forse c’è in parte un voluto rigetto di responsabilità, che, se pure più capriccioso che reale, è benissimo ammettibile, quando si pensi quanto è difficile il giudizio delle prime opere. E comunque va riferito anche a un proposito di «comunicazione», che, considerando come i gettoni siano opere di avanguardia e pure a contatto col pubblico largo, è importante). Di una simile tendenza a modi stilistici sbrigativi parlava, ma in generale, il Cecchi a preambolo degli atti del suo ufficio Di Giorno in giorno notando un grave offuscamento del «senso della realizzazione». Che non ha da confondersi naturalmente con la minuzia analitica o descrittiva del romanziere ancien-régime, sibbene colpisce una prosa che, forse per essere opposta alla freddezza magistrale di quella d’arte, è quanto non dovrebbe sciatta, affettando naturalezza, che è il contrario della semplicità; con una inclinazione alla retorica anti-letteraria. E vi manca assolutamente, usando altre parole autorevoli (del Flora ’51 a proposito di Pratolini di Cronache di poveri amanti, sia giusto per tale autore o no, e sono poi parole che ritornano nel metodo e nel gusto del Flora): «una più lenta elaborazione della frase e dei suoni che la compongono; non si chiede la politezza puramente esteriore; si chiede la necessità tonale, in cui si attua la più intima verità di uno stile». Incitando dunque a lavorare la prosa. Dove il lavoro (quello che dà il peso alle parole) sta anche, ci pare, avanti la prosa, cioè in una solida struttura mentale, e in una formazione intera, senza cui si rispecchia enorme nella prosa il difetto dell’uomo. Insomma, contro la giusta norma, per cui il buon «romanzo» deve nascere dalle avvenute relazioni, e vivere di un «mondo», piccolo o ampio, intellettuale e morale, qui ne “I gettoni” sta spesso una particolare e tutta immediata vivacità (con un suo motivo, tuttavia, di cui dicemmo). Ma nell’accusa c’è in taluni forse un lamento dispettoso, anche, come se il nostro tempo fosse facile: mentre è stato di transizione e di ricerca, e solo i ben piantati resisteranno ai prossimi venti. Ed il processo di formazione di un ingegno è oscurissimo, e quanto più lento, faticoso, amaro, tanto più ricco: ma vi sono – ed è giusto che appariscano – gli adolescenti prodigio. Il sommario lavoro di cui parlammo è allora il difetto di un manchevole noviziato, umano e artistico: che quando manca, se ne possono incolpare una quantità di cose che «bruciano»; e però anche deriva da un fatto più buono che tristo: il rigoglio della narrativa nel dopoguerra, in parte con certe caratteristiche di crescenza rumorose e illuse. Nella collezione in particolare, sembra poi che si partisse puntando sull’«opera prima», quella che si andrebbe a ricercare ad autore già clamato (e quante stampe mediocri, di provincia, clandestine senza volerlo, o a fogli volanti, hanno invero i classici!) poi ci fu certo una volontà di maturazione, anche per non decrescere, dopo i primi numeri considerabilissimi.
Non possiamo, né dobbiamo, fermarci qui ad esaminare particolarmente i volumi. Noteremo invece che «mediocri» (in senso oraziano, e qui d’intelligente volontà) e assai schietti riescono i cronisti del loro tempo e luogo: il lager, la ritirata. Una concretezza che vale d’esempio; dato ai «fabulatori mitomani», come prendere la cittadella del reale. Ma (non parlando, già, del pregio formale a cui può un’opera esser giunta) il tono proprio della cronaca, anche quel tono davvero casto e fermo, che non vuol dire di giorni eccezionali ma reca magari l’apparizione di una «domestica», non ha il potere poi (come in un facile film di Emmer) di risolvere per la sua «serietà» i nostri vizi segreti, i nostri individualismi, facendoli sparire: i nostri vizi, magari borghesi, i «peccati» con il bisogno di vita che racchiudono, e le nostre passioni «sotto la volta del cielo».
Lasceremo i gettoni tornando un poco sulla idea generale: ad osservare, grosso modo, come si vedano due contrapposti filoni tradizionali. Quello interiore, della memoria e della «recherche» proustiana, del ritrovamento di una «durata» – o di una ragione – nel tempo perduto; oppure dell’atroce metamorfosi e della tana di Kafka, del misterioso castello; oppure della precisa esasperazione trascrittiva della corrente segreta (Joyce): con la limitazione, per esso, che la vita intima più non conclude, abortisce, come argomento. E quello del romanzo storico, non inteso più già come ricostruzione obiettiva (impossibile da quando, personaggio o no, è in evidenza, quasi soggetto nella conoscenza, l’autore) ma come studio di sviluppo, delle prove di una vita e delle scoperte di una coscienza: la storia dell’uomo che cerca di realizzare se stesso. Ciò, naturalmente, nell’ambito del «romanzo» inteso, com’è giusto a rottura avvenuta da un gran tempo del costrutto anticamente tradizionale, quale genere o forma con ogni possibilità, ovvero con qualunque specie di ordine. Questi filoni oppositi non possono certo essere astrattamente riuniti in una coincidenza; possono dare od aprire insieme, per atti sempre più cauti che grandi, e insistiamo su questo, una conclusione particolare, e calcolata, insieme, intera. (Come, qui, l’ultimo Calvino, e Cassola).
E secondo noi, noi di “Officina” se si può dirlo, il problema è congiunto in modo strettissimo con quello della poesia. Non è giusto affatto affermare che è rispetto alla poesia che si propongono i temi fondamentali della spiritualità di un tempo (mentre, e si dovrebbe citare molti e molto stimabili, la narrativa ha trovato così larga e pronta discussione, e per i gettoni e per l’altre «maggiori» e nuove opere, cui, non discorrendone, qui per forza ci riferiamo anche). Ma è giusto dire che in suo rapporto si ripropongono e illuminano. Anzi a un momento, in cui si pone il compito ideologico, di contenuto o struttura, nella poesia, è corrisposto un siffatto bisogno nella narrativa, già condotto innanzi nello sforzo di chiarezza. Mentre è avvertibile per entrambi, poeti e narratori, sempre quell’errore possibile della divina mania cui si possono applicare sempre le spietate parole socratico-platoniche della “Apologia” («dicono molte e belle parole, ma niente hanno capito e sanno delle cose di cui parlano»). Gli uni e gli altri – c’è pure il romanzesco fine a sé, come pericolo, l’immaginazione in luogo della fantasia, e pasto ai lettori mai sazi di evasioni – hanno il dovere di una esperienza razionale, di una intelligenza storica. Per uscire, cioè rendersi conto, della matrice contemporanea: e (a parte rotture o fratture e simili accidenti di cui può capitar di discorrere) riavere un’ampia visuale e insieme ritrovarsi nella realtà, intendiamo nel mondo storico: che è un realismo, senz’altro, senz’accentuato nèo veristico, e senza scartare la dimensione interna che è pure «reale», fino a quel punto in cui serba il rapporto con l’esterna realtà in cui l’uomo si integra.
Se par che nulla o ben poco abbiamo notato dei singoli autori pubblicati coi gettoni, ci siamo sforzati di toccare ciò che ha importanza in tutti. L’esempio e la cura di Vittorini, con la sua caratteristica e lata e ricca disponibilità, è stata ed è agitatrice di un’attiva e interna incertezza, stimolante inquietudine: e si è «compromesso» anch’egli ricercando e facendo da guida per il nuovo, non proprio «nuovo», ma in continuità e sviluppo dalla tradizione, quella cioè recente, che egli pure significa (non abbiamo avuto, tale, un poeta).
Dei giudizi che regolano o nutriscono siffatta sensibilità alcuni si illustrano in frasi dei suoi «risvolti» (che talora sono provocazioni ai critici): come: «mentre uno scrittore rappresenta ora tutti, ora (purtroppo) nessuno, un intellettuale rappresenta sempre, se sincero, la categoria cui appartiene»; o dove di qualcuno dice che «non sarebbe mai capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute», così ponendo limiti o segni, riguardo al lavoro che ha fatto, e che gli è venuto fatto, come, delle cose bene incominciate, si può dire.
Certo le sue esatte ragioni critiche si danno come «avanguardia» (o di ciò risentono, o riaccettano, qualche rischio). Intendiamo, per essere precisi, quello spirito d’iniziativa incline, piuttosto che ad elaborare i dati, e le grandi correnti della storia, in cui siamo immersi a vivere e a pensare, e i termini nazionali di una cultura, a scoprire una contemporaneità di sentimento nel mondo europeo. E che compì (magari opponendosi a certa critica «professorale» ed anche all’unità carducciana e poi al sistema e metodo crociano) lavoro critico, corrosivo o rivalutatore, con le preferenze di lettura: anzi negli estremismi così in rotta con la storiografia, da non svolgere affatto i suoi rifiuti, e pure così schietta da poter mettere in una semplice citazione o richiamo il senso del ritrovamento di un «classico».
Sia dato a Pavese (un poeta insoddisfacente ma innovatore prima, e poi passato alla storia sotto un emblema fatalistico di «destino» personale e quasi lotta col demone) il merito di aver primo e anche acremente criticato, in suoi scritti, e tra i vivi appunti utilitari sovrabbondanti nel diario, la «avanguardia» letteraria e i suoi valori: ma andando bene a fondo anche in questo, il poeta l’ha poi ritrovata tutta cruda in sé.
Invero il modo di procedere, la sensibilità e la mentalità, anche felicemente acuta e anche di senno «riposto», della avanguardia non è più nostra (a motivo dei trascorsi anni); ma le va naturalmente riconosciuta una – da lei pregiatissima accrescendo il suo significato – autenticità; e una ragione storica (non affatto un puro buongusto). E da essa si è svolta, superando i termini della sua stessa posizione, quest’attività singolare e senza riscontro di Vittorini; dove l’avanguardia letteraria si è tramutata – o ci sono tutte chiare le premesse per ciò – in altra, culturale, che è lecita, anzi necessaria, in confronto anche alla storia, a ogni momento di essa, ed attuale è in quanto è forte di una coscienza storica, in cui si tempra.
E dunque (pari a una efficace rivista o movimento) ha intuito e costruito un clima spirituale (se non una cultura che richiede una più larga esplicazione critica, studiosa): che è sempre condizione di buone opere, quasi mediatrice fra vita e letteratura, ed «ambiente» comune. Dove gli altri, i partecipanti e i cresimati qui, dicono ed espongono vivaci esperienze e volontà, che partono da una situazione storicamente simile e personalmente circostanziata. E dove ciascuno fa contare (magari fino a dichiararsi contrario a qualche tono o pericolo della collezione medesima, come Calvino di recente in un ampio «allegato», che nei suoi temi e nelle sue negazioni ha la forza e i giusti puntigli che soli delimitano una propria poetica) fa contare, incalcolabile, un «più».
Officina, n. 4, dicembre 1955.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Officina
- Anno di pubblicazione: n. 4, dicembre 1955


