Due uomini sotto la pioggia

Possiamo dire che la fotografia dell’Italia, in questi giorni così poco gloriosi e invece così affannosi e contorti, dia l’immagine di una famiglia non dico abbastanza felice ma almeno un poco unita dentro a mille crucci? No, sicuramente non lo possiamo dire. L’immagine dà in rilievo il resoconto di una società che cammina sull’orlo di un vulcano. Però non sembrano tanti, almeno non è la maggioranza, quelli che stando attenti ai passi badano anche al fuoco così vicino, nel timore che li lambisca e li possa coinvolgere e bruciare. Gli altri sono affascinati dal fuoco, li eccita il vicino pericolo e solo immaginano il momento quando potranno raccontare quegli attimi agli amici. Convinti comunque, che da ogni inghippo proposto dal fuoco sapranno uscirne.

Lo stellone d’Italia, perpetuo, come annuncia sempre l’onorevole Andreotti? Non è da credere; deduco invece che nei recenti eventi calamitosi da cui il nostro Paese è riuscito a cavarsi fuori abbia giuocato un residuo di saggezza e fermezza che è stato speso per arginare il disastro Come tanti sacchetti di terra o di ghiaia allineati sulla riva di un fiume per arginare una falla. Ma di questo utile materiale l’Italia non ne dispone più, così si ritrae in se stessa annoiata o inorridita, a seconda dei casi, lasciando che l’acqua invada le prime campagne e cominci a tracimare nelle strade. Il momento è dunque di massima all’erta. Dapprima le diatribe a seguito di pubbliche esternazioni, poi i discorsi più accesi, gli ammonimenti più gravi, le intransigenti esclusioni che, provenendo dal presidente della repubblica, hanno coinvolto tutti i settori determinanti della nostra società, della nostra vita pubblica, hanno in modo determinante concorso a produrre lacerazioni, ferite nel corpo nazionale; senza che questa cura violenta aiutasse non a guarire ma almeno ad allentare un poco la febbre sociale. Così da farci vivere adesso in una tensione poco generosa e utile, dato che la confusione dovunque si getti l’occhio prevale. Le picconate colpiscono senza scalfire il muro maestro, perché fanno schizzare via soltanto rari frammenti dell’intonaco.

Domanda: allora, dopo questa enunciazione di piccoli o grandi disastri, che contribuiscono a bloccare ogni movimento utile dell’Italia e per l’Italia cosa si dovrebbe fare? Gettare la spugna, e rintanarsi fra libri e carte, abbassando le serrande e staccando il telefono? Come parecchi fanno e tanti cominciano a fare? Per dare una pronta risposta, senza affondare nel campo delle argomentazioni o delle elucubrazioni troppe volte ascoltate e ripetute negli anni passati, mi dispongo a proporre un esempio che trascrivo.

Giovedì 21 novembre, ore 17.30, piazza Maggiore. Piove, il buio è uggioso, l’asfalto ha quel lucido scivoloso e amaro che lo eguaglia ai marmi consunti, sbattuti dalla pioggia, sulle tombe a cielo scoperto. C’è poca luce in giro, anzi non c’è luce, in quanto la grande piazza, anche in sere di bell’umore, sembra uno spazio vivo solo nella memoria, lievitante in un sogno sfumato, che basta un sospiro a spegnere. Dunque, in quell’ora e in quel momento il luogo è triste e propone il sentimento di una grande solitudine. Lo sento venendo da via D’Azeglio; perché sotto i portici di Palazzo Re Enzo, la contratta fiera del libro di quest’anno sprigiona qualche barlume di luce. Annidati sotto Palazzo D’Accursio, proprio all’inizio del portico, semi nascosti da un laminato collegato ai tralicci che circondano i muri per gli interminabili lavori di restauro dedicati all’orologione senza vita, c’è un banchetto largo una spanna e un uomo giovane seduto, che quasi non si vede. Venti metri più in là sulla piazza, sotto la pioggia che batte, un altro uomo giovane, con un passamontagna in testa e ingolfato in qualcosa di lana. Ha in mano dei fogli, ne allunga uno che intasco. Io li riconosco, li ho trovati perché li ho cercati per firmare. Infatti firmo. Ho in tasca il foglio e palpo con la mano le parole ciclostilate. È come palpare una manciata di castagne arrostite, calde in un giorno d’inverno. Nessuna è inutile o perduta. Molti le conoscono, però mi sembra giusto trascriverle anche in questa occasione:

Sindacato italiano unitario lavoratori polizia. Segreteria provinciale Bologna. Comunicato. Claudio Nunziata, magistrato di indiscussa professionalità ed esemplare rigore morale, è stato “sospeso” dal servizio. Vorremmo poter esprimere stupore ed indignazione, ma non sappiamo se ciò abbia ancora un senso.

Claudio Nunziata è stato un uomo che ha dato tutto, che non si è mai tirato indietro, che si è sempre assunto fino in fondo le responsabilità anche le più pesanti, che ha avuto il coraggio, nell’interesse della gente, di scegliere anche quando era molto facile sbagliare. Non c’è poliziotto, che, impegnato al suo fianco in indagini semplici o complesse, non l’abbia profondamente apprezzato. La sospensione di Claudio Nunziata non è un fatto che domani può essere dimenticato.

È un macigno sulla strenua resistenza di quegli operatori della Giustizia e della sicurezza che quotidianamente fanno il loro dovere e anche quello degli altri.

È un macigno sulla città, Bologna, che, aggredita ieri dal terrorismo stragista ed oggi da una criminalità sanguinaria, non riesce a difendere quegli uomini che hanno rappresentato e rappresentano il vero unico efficace ostacolo alla delinquenza dilagante.

Non esiste un singolo “Caso Nunziata”, esiste un processo di emarginazione che ci riguarda tutti, noi che non vogliamo chiacchiere e sceneggiate, ma una società che cresca nella solidarietà e nella Giustizia. Per questo ti chiediamo una firma di sostegno al tavolo del Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia.

Torno a ripeterlo: parole dirette che oltrepassando il circolo emotivo promuovono giusti pensieri, immediate riflessioni che durano. E collegandosi in questa occasione direttamente a un avvenimento e a una risoluzione gravissimi, tornano ancora una volta a riproporre la necessità, l’obbligo da parte nostra di una attenzione, di una partecipazione quotidiana alle vicende della nostra martoriata società. Allora, che altro è questo, se non l’obbligo la necessità di tornare a riappropriarsi della politica come atto vitale? La disattenzione e l’indifferenza, la facile o scontrosa o arrogante ironia inducono a sfracelli deleteri perpetrati sulle nostre spalle; ancora più profondi dolorosi duraturi di quelli che ci segnano la pelle in questo momento. Ritengo che non possiamo né dubitare né esimerci dall’assumere tutte intere le nostre responsabilità in merito, senza scaricarle sulle spalle degli altri; né che possiamo sottrarci dall’intervenire con continuità di attenzione in tutti i dettagli di fondo della nostra vita sociale. Cominciando o continuando dalla nostra città. Tartassata da una serie di attacchi plurimi di violenza inaudita, da troppe parti. Per questo i due giovani agenti di polizia, nella buia sera bolognese, determinati a insistere, a faticare, a bagnarsi per ribadire un principio generale e una solidarietà personale ben meritata, sono degni di essere qui ringraziati e presi come un esempio alto che merita non solo approvazione ma anche ammirazione. Loro non sono soli e noi non siamo soli.

 

(Nella foto: Il magistrato Claudio Nunziata).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 188, 29 novembre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 188, 29 novembre 1991
Letto 2975 volte Ultima modifica il Mercoledì, 15 Maggio 2013 16:20