La povera povertà

Si intende: la povertà come un male, diciamo pure come un male sociale, che va curato. Perché il corpo sociale non si inquini più, non si corrompa e invece risani. Tenda almeno a risanarsi. Ma se è un male, un vero male che deve essere subito affrontato e curato, non deve sfuggire alla nostra quotidiana attenzione e partecipazione. Dico nostra, cioè di tutti noi, che siamo persone sociali: come spero, attente agli altri e desiderosi degli altri.

All’attenzione dei ricchi, che questo male non hanno mai patito, oppure l’hanno patito in anni lontani; e allora sussiste come un’ombra della memoria. Anche se “solo i ricchi trovano modo e tempo di accorgersi che un povero sembra non meritare le loro briciole”, come ha scritto don Primo Mazzolari, tanti anni fa, appena un mese prima di morire, in La parola ai poveri (il testo integro ed eccezionale fu pubblicato nel ’59 dalla casa editrice La Locusta e credo che si trovi ancora).

All’attenzione dei meno ricchi, perché il recente benessere non dovrebbe distoglierli da una partecipazione che oltre ad essere morale è soprattutto sociale, vale a dire di difesa; dato che ogni malattia profonda del corpo sociale può determinare collassi improvvisi e spaventosi, nei quali anche loro potrebbero ritrovarsi coinvolti, non avendo forti difese; trascinati via da una tranquillità appena raggiunta e conquistata con sacrifici.

Ma, questo è il punto che più preme (le precedenti annotazioni essendo abbastanza ovvie), anche all’attenzione dei poveri; per i quali si impone o si imporrebbe l’obbligo concreto di non lasciare o abbandonare o affidare il trattamento di questo micidiale bacillo soltanto nelle mani dei dotti di ogni genere: perfino dei teologi. Dato che rilasciando ancora questa delega, nel presente, come si vede non si ottengono che ossi e nessun problema è affrontato a fondo. Ogni risoluzione è abbandonata alla discrezione dei teorici e soprattutto di politici manipolatori; in tutti i casi, di persone non sollecitate dall’urgenza drammatica del bisogno quotidiano; che non si rendono conto che il tempo è un nemico feroce della povertà e perciò partecipano di metodologie cavillose, chiacchierone, teoriche, utopiche (nel migliore dei casi).

Insomma, direi, con un vero stravolgimento di prospettiva, serve non più o non tanto l’imperversante sociologo che indica, enumera, conclude e programma o precede, ma il povero stesso che oltre a patire l’orrore e il dolore della propria povertà, si interroga sulle ragioni di questo suo essere, cercando di collegarle alle altre vergogne in atto nella società. Altrimenti continuerà a ricevere soltanto le briciole. Perché, come ha scritto ancora don Mazzolari: “I poveri che danno ai più poveri di loro non calcolano mai prima di dare. Sanno per esperienza tutta la tristezza di ricevere una elemosina che lungi dall’essere controllata dalla prudenza e strozzata dalla grettezza e dall’avarizia”. E non c’è niente di più gretto dello Stato, della società ufficiale. Quello e questa, se devono compiere per qualche urgenza alcune economie, non riducono o escludono l’importazione del caviale o dei liquori pregiati o delle pellicce e delle auto di lusso, ma puntano gli occhi sulle pensioni, l’assistenza ecc., tartassando soltanto i deboli o gli inermi.

Povero infatti non è solo chi non ha appoggio economico, ma anche chi alla mancanza di denaro deve aggiungere il vuoto dell’età, l’impotenza del moto, l’impossibilità di autogestirsi. 23 novembre, a Roma: Un’anziana signora ospite di una casa di riposo è stata trovata legata al letto con delle fettucce… Nel corso della stessa visita, i militari hanno rinvenuto un’altra anziana, non riportata nel registro delle presenze, con evidenti segni di maltrattamento. 25 novembre, a Bologna: “Villa Milla, casa di riposo di Casalecchio; giovedì notte, nel corso di un blitz, i Nuclei antisofisticazioni dei carabinieri hanno trovato un’anziana legata al letto”. 26 no­vembre 1991, a Torino: “Tredici ospedali di Torino e della sua cintura hanno risposto no, poi è arrivato il sì del nosocomio di Ivrea e, finalmente, dopo un’intera giornata d’attesa, Anna Croveri, quasi cento anni, ha potuto essere ricoverata”. Milano, 24 novembre: “Le condizioni dei bambini rom sono un problema sempre drammatico. Salute indifesa tra le roulotte. 24 zingarelli nei reparti. Niguarda asilo di nomadi”.

Trascrivo queste indicazioni, desunte da giornate recenti, non per interferire nella polemica sul parziale disastro dell’assistenza medica nazionale; ma solo per precisare che, a mio parere, anche questa faccia nera nera della nostra vita sociale conferma non un male corporativo, da potere circoscrivere, ma il più generale efferato rapporto che la nostra società e la nostra politica ha e mantiene con la povertà. I poveri sono tutti contro un muro; diventano un numero nelle corsie, diventano un tu davanti agli sportelli; un problema fastidioso di bilancio per gli enti locali (è più gratificante ripulire e lustrare una fontana del Cinquecento che risistemare un vecchio edificio per ospitare emarginati e anziani). Bisogna aggiungere un’altra annotazione in merito: un tempo i poveri, dico meglio, la povertà veniva emarginata, relegata ai confini della vita sociale; oggi, invece, con i poveri e con la povertà non tanto ci siamo rassegnati a vivere ma, è terribile, ci siamo abituati a convivere. Poveri e povertà sono diventati una voce dello schema di lettura ed analisi sociali proposte da questo nostro occidente inesorabile; la loro emarginazione e il corrispettivo economico, un semplice obbligo da condizionare e da controllare. Così che, con un regresso secolare, la sola partecipazione che la nostra società può esprimere con continuità nei loro riguardi è ancora una volta affidata al volontariato – uno straordinario atto d’amore ma privato, personale; tale e quale nel buio medioevo, e ne restiamo ancora ammirati. Come società ci vi le poco poco facciamo e con poca convinzione. Tutto quello che non compensa il nostro egoismo appena ci sfiora.

Per valutare il grado contradditorio della situazione basterebbe aver letto l’articolo su “Il Messaggero”, di domenica 1 dicembre, dell’on. Giulio Andreotti, presidente del Consiglio dei ministri: La ricchezza morale di chi aiuta i deboli. “Non si tratta di casi isolati – scrive – ma di un numero straordinariamente elevato di giovani e di ex-giovani, che con encomiabile costanza, danno esempi luminosi di altruismo… Quanti sono i volontari? Una rilevazione di qualche anno fa registrò circa quindicimila gruppi, con una stima di cinque milioni di persone ed un risparmio dello Stato di undicimila miliardi”.

Come si constata, i pubblici poteri delegano per imprevidenza, per indifferenza o per determinazione alla generosità dei privati quasi tutti gli oneri sociali, avendo con progressivo isterismo imitativo scelto la strada della redditività inesorabile; dimenticando troppo presto che “i destini del mondo si maturano in periferia”.

E a stabilire visivamente, concretamente, le incombenti contrapposizioni già predisposte della nostra epoca, si può intanto guardare con attenzione l’allegata foto “L’altra Milano, a cinquecento metri dalla Bocconi”. Due mondi pronti a un prossimo scontro.

 

(Nella foto: L’altra Milano, a cinquecento metri dalla Bocconi).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 189, 6 dicembre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 189, 6 dicembre 1991
Letto 7717 volte Ultima modifica il Giovedì, 16 Maggio 2013 13:55