Bravi ce ne sono tanti, unici pochissimi

«Nessun foglio scritto è da buttare perché può avere un retro bianco da riempire con qualcosa. Sono immerso nella carta stampata da quando sono nato. Amo i giornali: mi piace leggerli, dissentire, arrabbiarmi. È solo che i giornali italiani sono per lo più scritti male. Il giornalista che scrive bene invece mi commuove, mi fa andare in brodo di giuggiole. Lo vado a cercare, lo inseguo».

Roberto Roversi

 

 

Ci vorrebbe un poeta, per esprimere in poche righe l’enormità culturale e artistica che ha creato Roberto Roversi. Un poeta, per raccontare un poeta come Roversi: quasi coetaneo di Pier Paolo Pasolini, con cui nel 1955 fondò a Bologna la rivista letteraria autoprodotta Officina (la redazione era in via Rizzoli 4). Dopo essere stato partigiano, si laureò in filosofia e pubblicò quattro raccolte di poesie (la prima, in piena Seconda Guerra Mondiale nel 1942, pubblicata dal libraio antiquario bolognese Landi). Del 1959 è il primo romanzo, Caccia all’uomo, edito da Mondadori, a cui ne seguiranno altri con Rizzoli, Editori Riuniti. Scrittore instancabile, ha collaborato a tante riviste nella sua lunghissima carriera, tra le quali: Corriere Padano, Rendiconti (da lui fondato), Quaderni Piacentini, l’Espresso, L’Informatore Europeo (con una rubrica di poesia in cui lancia giovani nuovi poeti). Iscritto nell’elenco speciale dell’albo dei giornalisti, ha realizzato importanti collaborazioni anche con i quotidiani l’Unità, il Manifesto, Lotta Continua, del quale assumerà una direzione “morale” negli anni ’70. Ha scritto pagine fondamentali per il teatro e lo spettacolo italiano, soprattutto dopo la decisione, intorno alla metà degli anni ’60, di non pubblicare più con grandi editori ma solo con piccolissimi, o con autoproduzioni, perché l’arte sfuggisse al consumismo industriale. Questo non gli ha impedito di collaborare con giovani attori, e di lavorare come paroliere per il cantautore Lucio Dalla, nella prima metà degli anni ’70, per poi tornare con lui in teatro con lo spettacolo Enzo Re alla fine degli anni ’90. Sono seguite altre incursioni nella musica leggera, come paroliere per gli Stadio e Paola Turci. Per quasi tutta la vita è stato libraio alla Palmaverde, che ha gestito per più di mezzo secolo con la moglie, in varie sedi di Bologna. In questo posto si sono formati editori come il nipote Antonio Bagnoli di Pendragon, comici come Alessandro Bergonzoni e scrittori come Stefano Benni, che a Roversi dedicò due poesie in Prima o poi l’amore arriva del 1981. «Anche nell’attualità, aveva lo sguardo alto del poeta, vedeva lontano, non soltanto il fatto di quel giorno» ricorda Benni. «Mi ha influenzato in tante cose, anche nella semplice arte del vivere. È unico. Di bravi ce ne sono tanti, ma di unici pochissimi».

 

 

 

Giornalisti, anno XXVIII, n. 85, marzo 2013.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Daniel Agami
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Giornalisti
  • Anno di pubblicazione: anno XXVIII, n. 85, marzo 2013
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